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Olocausti
Intervista a Elisa Springer - sopravvissuta
(da L'Unione Sarda del 24 aprile 1999)
"Io seduta in poltrona, lui su una sedia, di fronte a me. E' così
che gli ho parlato, che gli ho rivelato tutto ciò che ancora non sapeva,
quello che mi ero tenuta dentro in quasi cinquant'anni di
silenzio...".
Elisa Springer gira appena il capo verso suo figlio Silvio. Lui ora ha 51
anni, lei 81. Ma non li dimostra. Neanche quando gli occhi si restringono
sino a diventare due fessure umide e color del cielo. E neanche quando la
voce raschia e s'impenna, e poi si fa più bassa e roca, nel raccontare
ciò che raccontare è quasi impossibile. Auschiwtz, Bergen Belsen,
Raghun-Buchenwald e Theresin. Col numero A-24020 tatuato sull'avambraccio
sinistro. E per ultimo ricordo il lento strisciare verso le latrine del
campo. Il tifo, il coma, e poi al risveglio le parole dei soldati russi.
"Uze vi svobodnyje". Siete liberi. Voi o ciò che ne resta.
"Era il 9 maggio - spiega Elisa Springer- e i russi arrivarono appena
in tempo. Perché le SS avevano già programmato di gassarci tutti, noi
ultimi sopravvissuti, appena tre giorni dopo, il 12 maggio 1945".
Ascoltare le parole di questa donna dall'aspetto delicato e dai modi
d'altri tempi, in un'intervista fuori dagli schemi seduti ai tavoli di un
piccolo ristorante cagliaritano, alla vigilia dell'incontro con gli
studenti dell'Istituto Magistrale Eleonora d'Arborea, è un po' come
nuotare controcorrente. E' la Storia che ti precipita addosso, ma non è
quella che ti aspetti.
Perché questa anziana signora nata a Vienna nel 1918, educata ai valori
del laicismo e della cultura mitteleuropea, per poi sprofondare, a soli 26
anni, nell'abisso concentrazionario nazista, sembra nascondere il segreto
di una serenità ricamata intorno alle proprie cicatrici. Di un'ostinata
vitalità che conserva l'orrore, per farne memoria, ma lo sottomette alla
ragione e a una fede che ha dello straordinario.
"No. Non ho mai rinnegato Dio - dice - anche se altri l'hanno fatto.
Elie Wiesel ha scritto che Dio non poteva esistere ad Auschwitz. Eppure,
io che da giovane andavo in sinagoga solo nelle ricorrenze più
importanti, ho cominciato a vederlo proprio nel fango. A riconoscerlo
nelle bestemmie che senza saperlo lo invocavano: nelle fiamme dei
crematori, nelle urla dei bambini trascinati nei laboratori del dottor
Mengele".
Quando i ricordi di Elisa Springer si riaffacciano nel lager, si avverte
subito che esiste un limite oltre il quale è bene non andare. Lo stesso
che si può cogliere nel suo libro edito dalla Marsilio (Il silenzio dei
vivi, pp. 122, lire 20.000): dove ciò che si può si dice, ma anche dove
ciò che di più dolorante per una giovane donna è stato - l'odore e il
sapore della sporcizia, delle piaghe purulente e del sangue - non viene
detto e resta comprensibile solo da chi nei lager ha vissuto.
Forse è anche per questo che la Springer ha taciuto le sue esperienze per
più di quarant'anni. Rimessasi in piedi dopo la liberazione, e fatta la
conta dei propri morti (otto familiari fagocitati nella Shoà), rientrò
in Italia, dove già aveva vissuto da clandestina. Ma nella sua nuova
vita, sposatasi e trasferitasi in Puglia, non c'era più spazio né per la
memoria, né per la sua identità ebraica.
Chi ha aiutato Elisa Springer a venir fuori dal suo bozzolo, è stato suo
figlio Silvio Sammarco, medico ricercatore poi specializzatosi nello
studio dei "Crimini Medicalizzati nei Lager (leggi le vivisezioni dei
deportati), e nel recupero psicologico dei figli dei pochi sopravvissuti
ai campi di sterminio.
"Per tanti anni - dice - ho visto mia madre nascondere quel numero
sull'avambraccio con un cerotto. E più crescevo, più mi mettevo domande
su cosa lei celasse dentro di sé".
Non riesce ancora, Silvio Sammarco, a raccontare con serenità il
meccanismo con il quale si è affacciato, "risucchiato" è il
termine che gli sembra più adatto, negli incubi di sua madre. Ma ha
ricordi di foto e ritagli di giornale nascosti nei cassetti; della prima
visita al cimitero di Vienna; delle lapidi sommerse dalle erbacce.
"Ricordo - racconta - che quelle date andavano tutte dal 1938, anno
in cui mio nonno morì a Buchenwald, sino al 1945. Ricordo anche che quasi
tutte erano lapidi alla memoria. Solo più avanti capii perché: perché
quei corpi erano diventati cenere al vento nei cieli di Auschwitz".
Quando Elisa Springer, che in Italia si era convertita al cristianesimo e
aveva tentato di proteggere suo figlio dai suoi stessi ricordi, accetta di
raccontargli "ciò che è stato", comincia per ambedue una nuova
vita. Lei butta via per sempre il cerotto che nascondeva il numero A-24020
e comincia a scrivere il suo libro. Lui deve fare i conti non solo con
l'incubo dello sterminio, ma anche con quell'identità negata che ormai
gli appartiene: è ebreo, come tutti coloro che nascono da madre ebrea.
"E un percorso che stiamo facendo insieme - spiega Sammarco, che
quattro anni orsono ha celebrato il suo Bar Mitzvà, la "maggiorità
religiosa" che decreta l'accettazione dei precetti ebraici -, certo
denso di inquietudini, ma per me ineluttabile". Ed è qui che a chi
ascolta sembra di cogliere non solo il legame più intimo tra madre e
figlio, di fronte a un destino troppo pesante da reggere l'uno senza
l'altra, ma anche la cifra di un'esperienza che racchiude in sé
molteplici spinte esistenziali: "Da qualche anno - interviene Elisa
Springer - ho ripreso a recitare lo Shemà Israel del mattino. Ma se
qualcuno mi chiede qual è la mia religione, io rispondo che sono una
buona cattolica ebrea, e insieme una buona ebrea cattolica. Perché Dio è
uno solo, in qualsiasi modo noi lo chiamiamo...".
Riunirsi nel ricordo del passato, per madre e figlio, ha voluto dire
soprattutto proiettarsi nel futuro. Più di trecento incontri nelle
scuole, in pochi anni, per "fare memoria" insieme alle giovani
generazioni (dal nord al sud dell'Italia), ma anche la volontà di far
luce su quanto, dello sterminio, ancora ci viene nascosto.
"Abbiamo viaggiato per mezza Europa - spiega Claudia Blandamura,
moglie di Silvio - sia sulle tracce dei nostri congiunti scomparsi, sia
per cercare materiale inedito sulla Shoà. In Ungheria abbiamo incontrato
omertà e silenzio. E così in altri paesi dell'Est europeo. Ma qualcosa
abbiamo trovato".
Quel qualcosa non sono solo i racconti di altri sopravvissuti, ma anche
vere e proprie zone d'ombra nelle quali ancora oggi si nascondono
complicità e documenti mai venuti alla luce. Chi ha mai visto le foto dei
laboratori dei lager, coi mezzi tronchi umani riversi sui tavoli? E chi i
pentoloni sul fuoco, nei quali coi corpi a brandelli si preparava la
margarina che poi veniva data in pasto agli stessi internati?
"Abbiamo saputo - dice ancora Sammarco - che uno zio di mia madre non
è morto a Theresin, così come credevamo, ma è stato invece fucilato in
Ucraina. E che una delle guardiane di mia madre, Friederiche Schneider,
vive ancora oggi a Vienna".
La figlia di Friederiche Schneider, Helga, che fu abbandonata dalla madre
all'età di cinque anni, quando lei si arruolò nelle SS, per quanto possa
sembrare incredibile, telefona spesso a Elisa Springer.
" Ci siamo conosciute nel corso di una conferenza. E quando lei ha
trovato il coraggio di avvicinarmi - spiega l'ex deportata -, mi ha
raccontato di averla anche cercata, la madre che l'aveva abbandonata tanti
anni prima, per farsi carnefice al servizio di Hitler. Ma quando
Friederiche Schneider le ha aperto la porta della sua casa a Vienna, la
prima cosa che le ha mostrato, ben conservata in un armadio, è stata la
divisa di SS. Ne andava ancora orgogliosa. Le ha anche chiesto di
indossarla, per vedere come le stava. Helga allora le ha gridato contro
che la ripudiava. Che ripudiava sua madre. Per questo credo che abbia
bisogno di chiamarmi. E io non riesco che a considerarla un'ulteriore
vittima...".
La voce serena della Springer, si spezza solo quando la notte si fa
inoltrata. E non mentre ricorda quelle due ragazzine che a Bergen Belsen
si rifiutavano di parlare in tedesco e usavano solo l'olandese (con ogni
probabilità si trattava di Anna Frank e di sua sorella Margot), ma quando
racconta delle immagini viste "oggi" al telegiornale.
"Mi avevano sempre detto - sussurra in un filo di voce - che quel
passato non sarebbe potuto tornare. E io, in questi ultimi anni, ci avevo
anche creduto. Ero riuscita persino a sentirmi felice, in certi momenti.
Ma quelle immagini, quelle delle donne del Kosovo aggrappate ai propri
figli, sono le stesse che ho conservato per tanti anni nel mio silenzio.
Comincia così, sapete... E' cominciato così anche per noi ebrei: per
questo mi sento così male, da qualche giorno...".
L'ultimo riproporsi dell'orrore, in un secolo che di orrori ne ha visti
tanti (pur restando la Shoà ebraica non comparabile con altre tragedie),
appare tanto più inaccettabile, quanto meno esso viene riconosciuto.
"E' stupefacente - dice con rabbia Silvio Sammarco - come oggi un
certo pacifismo fortemente ideologizzato, tenti di sminuire le sofferenze
dei kosovani, ignorandole o banalizzandole in un generico j'accuse contro
i mali della guerra. Eppure quelle donne che hanno visto sgozzare i propri
figli dai carnefici di Milosevic, si trascineranno dietro, per l'intera
vita, le stesse ferite psicologiche di tutti i sopravvissuti: ai lager di
Hitler, ai campi di sterminio di Pol Pot, alla ferocia delle milizie hutu
in Ruanda".
Quando Elisa Springer abbassa il capo e sussurra che nessuno, neppure suo
figlio, può capire il panico che da qualche giorno l'attanaglia, intuisci
che è proprio vero. Che non puoi capire. Che l'unica cosa che chi ascolta
può fare per lei, per condividerla almeno in parte, la sua paura, è
tentare di farle da scudo.
Ed è questo che succederà la mattina dopo, sabato 23 aprile, nell'aula
magna dell'Istituto Magistrale di Cagliari, gremita sino all'inverosimile.
I ragazzi e le ragazze, che la circondano col loro silenzio attento, non
lo possono sapere. Ma è in mezzo a loro che l'ex internata ad Auschwitz
ritrova la sua voce più nitida e sicura. La forza di tenersi dritta in
piedi e di raccontarsi, senza più vietarsi l'indignazione, le lacrime,
l'ammonimento perché ciò che è successo non debba più succedere.
Le hanno fatto da scudo, in tanti, senza sapere di aver ridato nuova linfa
a una voce straordinaria: quella di una dolce signora di Vienna,
sprofondata tanti anni fa nell'incubo nazista, che ha lottato per venirne
fuori. E c'è riuscita.
Alberto Melis |