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Immaginate...
Immaginate
di essere sulla Luna e di guardare verso Terra con un potente
telescopio. Quel grande continente che si allunga tra l'Oceano Atlantico
e l'Oceano Indiano è l'Africa. Ora guardate verso ovest, un po' più su
della linea dell'equatore. Quella piccola nazione incastonata tra la
Guinea e la Liberia si chiama Sierra Leone. E' qui che comincia la
nostra storia. Vedete quell'intricata foresta? Ai piedi di un gigantesco
albero c'è uno stregone che sta pronunciando strane formule magiche. E
vicino a lui ci sono altre due persone che lo osservano. Il primo è un
uomo alto e robusto, dalla carnagione nera come la notte. Il secondo
invece è un ragazzino bianco che ha un'aria molto spaventata...

1
Il fru-fru della civetta
Nel quale conosciamo i protagonisti della nostra storia e veniamo a
sapere che in Africa vivono gigantesche formiche carnivore chiamate magnan
LO STREGONE Balla si inginocchiò davanti al baobab e piegò tre volte
il capo verso terra, pronunciando una fitta sequela di versi
incomprensibili.
- Cosa ti ha detto prima quell'uomo? - chiese Robin a Suku Dumbuya.
- Ha detto che il fru-fru della civetta porta sfortuna. - Suku Dumbuya
sospirò e alzò lo sguardo verso il cielo. - E che siccome la civetta
ha fatto fru-fru tre volte lui dovrà recitare tre speciali formule
magiche allo spirito del baobab, perché protegga il nostro cammino.
Robin osservò i gesti dello stregone Balla, che agitava verso l'albero
un orribile amuleto ricavato dal teschio di uno scoiattolo o di un topo.
Poi lanciò uno sguardo all'intrico di tronchi, rami e foglie che
circondava la minuscola radura dove avevano trovato rifugio la notte
prima. Pensò che se avesse chiuso gli occhi e contato fino a cento
forse avrebbe scoperto che quello era un brutto sogno. Forse riaprendoli
si sarebbe svegliato nella sua camera a Mantes-la-Jolie, in Francia, a
pochi chilometri da Parigi. Avrebbe sollevato le palpebre alla luce
morbida che ogni mattina entrava dalla finestra, da dove si poteva
scorgere il pigro scorrere della Senna. E subito dopo avrebbe sentito la
voce di mamma Sophie che lo chiamava per la colazione.
- Robin, caro! - gli avrebbe detto. - Cosa aspetti ad
alzarti dormiglione? In cucina c'è una tazza di cioccolata calda tutta
per te. Mmmm... E anche una fetta di torta allo yogurt...
Robin chiuse gli occhi e cominciò a contare sino a cento.
Ma una forte stretta sulla spalla lo costrinse a riaprirli quasi subito.
- Faresti bene a raccogliere le tue cose - lo sollecitò bruscamente
Suku Dumbuya. - Sembra che il nostro amico abbia finito i suoi
scongiuri...
Lo stregone Balla trotterellò verso di loro.
- Ora noi andiamo via gnona-gnona - disse, ballando sui due piedi
e mettendo in mostra un sorriso sdentato.
Robin interrogò con lo sguardo il suo compagno.
- Ha detto che dobbiamo muoverci in fretta.
In fretta? Gnona-gnona? Non sarebbero andati da nessuna parte né
in fretta né gnona-gnona. Come avrebbe fatto Suku Dumbuya con il
suo piede ferito? E se anche lui non si fosse fatto male nell'incidente,
davvero quello strano ometto sarebbe riuscito a portarli in salvo?
- Robin... - Suku Dumbuya lo stava fissando. - Devi farti coraggio
ragazzo...
Robin abbassò lo sguardo. Si sentiva mancare il fiato.
- Ricordati di prendere la borsa con la tua attrezzatura fotografica -
gli disse ancora il suo compagno. - Non vorrai lasciarla qui, vero?
Mamma Sophie aveva regalato a Robin la sua nuova attrezzatura
fotografica qualche settimana prima, in occasione del suo compleanno.
Una Nikon digitale con tre obiettivi intercambiabili, tra i quali un
potente teleobiettivo che doveva essere costato un occhio della testa.
Robin in quel momento aveva fatto uno sforzo terribile per non fare i
salti di gioia. Aveva finito di scartare il pacco regalo, aveva lanciato
uno sguardo volutamente indifferente alla macchina fotografica e poi
aveva ripreso a sfogliare l'album con le vecchie foto di suo padre e di
mamma Sophie.
- Gli affari all'Oasi di Aladino stanno andando molto bene,
vero? - aveva sibilato velenosamente.
- Dì un po' giovanotto... - mamma Sophie si era messa le
mani sui fianchi. - Se questo è il modo di ringraziarmi
per... - ma subito si era zittita. Era troppo intelligente per non
capire che anche in quel momento Robin stava mettendo in atto le sue
schermaglie.
Aveva arricciato il labbro superiore. - Io ora vado in negozio - aveva detto.
- Perché non vieni anche tu? Potresti provare la
nuova macchina fotografica sulle tartarughine trachemys. Ne sono
arrivate un'altra dozzina stamattina...
- No grazie. Preferisco stare qui -. Robin si era immusonito
ancora di più. - A vedere le foto di papà - aveva
aggiunto, calcando la voce sulla parola papà.
La mamma era uscita dalla sua stanza. Erano quasi le cinque del
pomeriggio e doveva tirare su le saracinesche dell'Oasi di Aladino,
il negozio di animali e di accessori per animali che gestiva con l'aiuto
della signora Brusson, la sua commessa e donna tuttofare.
Ma neanche quando era rimasto solo Robin aveva mostrato interesse per
quel magnifico regalo. Un po' perché aveva paura che lei rientrasse
all'improvviso e lo cogliesse sul fatto. E un po' perché aveva bisogno
di ragionare su una certa cosa.
Mancavano solo tre settimane al 30 ottobre. E difficilmente il suo sogno
si sarebbe realizzato.
Aveva tirato fuori dal cassetto del tavolino la carta geografica sulla
quale aveva tracciato una lunga linea rossa che correva da Parigi a
Conakry, la capitale della Guinea, in Africa. Il volo sarebbe durato
circa sei ore. E ad attenderlo avrebbe trovato suo padre. Poi insieme a
lui avrebbe raggiunto con un altro volo una città dell'interno chiamata
Kissidougou e da lì avrebbero proseguito su una jeep sino alla Riserva
Naturale dei Monti Nimba, la loro meta finale.
Robin aveva rimesso nel cassetto la carta e aveva riletto attentamente
l'ultima lettera di suo padre. Era una lettera piena di "se". Se
riuscirai ad avere un po' di vacanze dalla scuola. Se riuscirai a
farti fare in tempo il passaporto. Se riuscirai a convincere tua
madre...
Non sarebbe mai riuscito a convincere mamma Sophie.
- No! Non se ne parla neanche...! - aveva sbottato rossa in
viso, quando lui aveva affrontato per la prima volta l'argomento. - Lasciarti andare in Africa? Da solo?
- Ma non andrei da solo! - aveva obiettato Robin. - Il
30 ottobre parte da Parigi una nuova missione di medici e di infermieri.
Loro mi accompagnerebbero sino a Conakry. E una volta arrivati
lì...
- No! No no no no!... - la mamma si era messa le mani sulle
orecchie. - Solo a tuo padre poteva venire in mente un'idea
simile. Ah! Chiedere a un ragazzino di neanche undici anni di
raggiungerlo in Africa! Ma siamo matti? Se davvero vuole vederti si
decida a rientrare lui in Francia!
Già. Era quello il punto.
Robin non vedeva suo padre Albert da quasi due anni.
Aveva tirato fuori dalla busta le due foto che lui gli aveva mandato.
Nella prima si vedeva un panorama chiazzato dal verde delle foreste e
dal giallo ocra delle savane. Dietro papà Albert aveva scritto a
matita: L'altopiano dei Monti Nimba. Nella seconda invece c'era
il papà davanti a un ospedale da campo, con il camice bianco.
Era abbronzantissimo e aveva i capelli legati sulla nuca a coda di
cavallo. Dietro la foto aveva scritto: Ospedale da campo dei Medici
Senza Frontiere a Vavoua, Costa d'Avorio.
Suo padre negli ultimi due anni aveva fatto il medico girovago in Costa
d'Avorio, in Liberia, in Mali, in Sierra Leone e in chissà quali altri
sperduti paesi dell'Africa nera. Attualmente lavorava in un piccolo
ospedale di Kissidougou, in Guinea. Ma se qualcuno aveva bisogno del suo
aiuto gli capitava ancora di doversi spostare in altre città o
addirittura in altre nazioni.
Robin aveva preso la lente d'ingrandimento per osservare meglio il suo
viso. Ma in quel momento aveva sentito di nuovo la voce di mamma Sophie.
- Robin, puoi scendere per favore? Subito...
A Robin era sembrato di cogliere una nota d'allarme nella sua voce. Come
mai non era ancora andata ad aprire l'Oasi di Aladino?
Si era precipitato giù dalle scale.
- Abbiamo una visita - gli aveva detto la mamma,
tormentandosi con una mano i riccioli biondi.
Seduto in soggiorno sulla grande poltrona di pelle, quella preferita dal
papà, Robin aveva visto il suo amico più caro, il dottor Suku Dumbuya.
- Ciao Robin - l'aveva salutato l'uomo. - Sono appena
tornato dall'Africa. Ho qui una lettera per tua madre...
E Robin tra sé e sé, prima ancora di rispondere al suo saluto, si era
detto che forse non tutto era perduto. E che nel giro di tre settimane
forse avrebbe rivisto finalmente suo padre, il dottor Albert Rafarin.
- Perché no? E' kif kif!
Lo stregone tese una mano verso nord, dove un sentiero si apriva nella
foresta. Poi indicò un secondo sentiero che piegava invece verso ovest.
- Kif kif - ripeté l'ometto allargando le braccia. - E' uguale!
Suku Dumbuya osservò l'imboccatura dei due sentieri. Lui e lo stregone
Balla non erano d'accordo su quale sarebbe stato meglio percorrere.
- Possiamo fare una sosta? - si intromise Robin.
Suku Dumbuya assentì con un cenno del capo. Robin lasciò andare a
terra lo zainetto. I muscoli delle gambe gli facevano male.
Avevano camminato per diverse ore seguendo una pista nel folto della
foresta e ora si trovavano in un punto in cui gli alberi si erano
diradati.
- No. Non sederti lì -. Suku Dumbuya gli indicò una macchia nera
brulicante tra il fogliame. - Quelle sono magnan, formiche scacciatrici.
Robin si tirò indietro di scatto. Poi si riavvicinò e si chinò a
guardare la colonia di insetti. Non aveva mai visto formiche così
grandi. Alcune superavano i tre centimetri di lunghezza e tutte avevano
due robuste tenaglie simili a quelle di certi coleotteri.
- Sii prudente - gli disse ancora il suo compagno. - Sono carnivore e il
loro morso è molto doloroso...
Robin si allontanò e, dopo aver ispezionato accuratamente il terreno,
si sedette a poca distanza da un albero. Suku Dumbuya e lo stregone
Balla lo imitarono e ripresero a discutere, senza che Robin capisse bene
ciò che dicevano.
Suku Dumbuya aveva spiegato a Robin che lo stregone Balla apparteneva
alla tribù dei Temne, una delle tante che popolano la Sierra Leone. E
che quel suo strano modo di parlare, un miscuglio tra il suo dialetto
africano, il francese e il pidgin, l'inglese smozzicato parlato
dagli indigeni del posto, era tipico di questi strani personaggi che
girovagavano di paese in paese e di regione in regione, cercando di
vendere alla gente ogni sorta di amuleto magico e compiendo non di rado
truffe e imbrogli di ogni genere.
Dopo aver parlato con lui, la notte prima, Suku Dumbuya aveva spiegato a
Robin anche altre cose. La regione dove si trovavano si chiamava
Koinadugu, una delle province settentrionali della Sierra Leone. E per
mettersi in salvo loro avrebbero dovuto camminare verso nord-est e
raggiungere la frontiera meridionale della Guinea.
- E' molto lontana questa frontiera? - gli aveva chiesto Robin, con la
voce che gli incespicava in gola. - E perché dobbiamo per forza
raggiungerla? Non c'è qui vicino una città dove possiamo chiedere
aiuto?...
- Sì. Ma tentare di raggiungerla potrebbe essere un grave errore.
Questa zona della Sierra Leone purtroppo non è poi così sicura.
Robin per il momento aveva rinunciato a fargli altre domande. Ma per
tutta la notte, steso vicino al fuoco, non era riuscito a prendere
sonno. Forse anche per questo adesso si sentiva così stanco.
Si domandò che cosa stesse dicendo lo stregone Balla. L'uomo parlava
nel suo dialetto incomprensibile e il tono stridulo della sua voce aveva
fatto zittire il concerto degli uccelli sugli alberi. Aveva tracciato
una mappa sul terreno e in un certo punto aveva fatto una croce, sulla
quale ora puntava il dito.
Suku Dumbuya si rivolse a Robin: - Il nostro amico dice che anche se
deviamo per un breve tratto verso ovest non allungheremo di molto il
nostro cammino. E che prima di accompagnarci alla frontiera deve
incontrare una persona che conosce meglio di lui questo territorio e che
potrà esserci d'aiuto... Deve incontrarlo in un posto chiamato il
Cappello dell'Elefante...
Lo stregone Balla spazzò con un rapido movimento della mano la mappa
che aveva disegnato sul terreno. La sua pelle era scura come quella di
Suku Dumbuya. Ma a differenza del compagno di Robin, che aveva i tratti
del viso regolari e un sorriso aperto che incuteva da subito rispetto e
fiducia, lui aveva il naso schiacciato e un sorriso sornione che gli
stava appeso di traverso sulle grosse labbra sporgenti. Indossava una
lunga tunica rossa che chiamava bubù, sotto la quale nascondeva decine
e decine di amuleti. Altri ancora li teneva appesi a una cintura di
cuoio: minuscole statuine intagliate nel legno, sacchetti di pelle pieni
di polveri colorate, ossicini di animali, collanine di perle di vetro
blu e amaranto e certe grosse conchiglie bianche e nere chiamate cauri.
Possedeva anche un fucile da caccia che portava a tracolla, una vecchia
carabina con il calcio di legno scheggiato.
Quando lo stregone si allontanò dicendo che sarebbe andato in cerca di
qualche frutto da mettere sotto i denti, un mango o una papaia, Suku
Dumbuya poggiò la schiena contro il tronco dell'albero.
- Non abbiamo scelta - sospirò. - Dobbiamo fare come dice lui...
Robin gli si avvicinò. Pensò che la ferita al piede dovesse fargli
molto male. Poi sollevò gli occhi sulle cime verdissime degli alberi,
dove gli uccelli avevano ripreso il loro concerto.
- L'Africa è molto diversa da come me l'ero immaginata - sussurrò.
Suku Dumbuya si voltò verso di lui.
- Mi dispiace immensamente Robin. Se solo avessi immaginato... Non
riesco neanche a pensare a quanto possa essere preoccupata ora tua
madre...
Robin non lo lasciò continuare.
- Forse potrei scattare qualche foto a quelle formiche magnan... -
borbottò. Si alzò, tirò fuori la macchina fotografica e si
riavvicinò alla colonia di formiche scacciatrici.
In quel momento non voleva pensare a mamma Sophie. Perché se l'avesse
fatto non sarebbe più riuscito a trattenere le lacrime. E non voleva
pensare neanche a suo padre che, contrariamente a quello che gli aveva
promesso, non si era presentato all'appuntamento a Conakry.
(...)
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