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Gli zingari in Sardegna in età moderna/4
di Massimo Aresu
Conclusioni
|
Il
quadro finale che emerge dalla ricerca intrapresa si presenta estremamente
variegato e composito. Le circostanze reali in cui le vicende storiche delle
popolazioni zingare si sono sviluppate sono certamente più complesse di
quanto è in grado di mostrare un modello esplicativo univoco. In
primo luogo la dispersione degli Zingari tra le popolazioni europee in età
moderna non è avvenuta in maniera lineare, ma si è verificata con tempi e
modalità differenti. Alcuni intrapresero il viaggio verso Occidente via
terra, altri scelsero invece la via marittima. Talvolta si trattava di gruppi
consistenti che arrivavano a contare anche diverse centinaia di persone, altre
volte più ristretti, di poche decine di individui, in taluni casi l'ampiezza
dei gruppi si limitava al nucleo parentale. In
secondo luogo non bisogna scordare che gli Zingari non si presentassero come
una popolazione omogenea, ma come ben rileva Liegeois, "un mosaico di
gruppi diversificati"
[1]
, la cui identità di gruppo si definiva in opposizione rispetto
alle comunità ospitanti. Molteplici
erano anche le motivazioni che indussero le popolazioni zingare ad uno
spostamento verso Ovest. Alcuni gruppi migrarono per sfuggire alle guerre, che
vedevano coinvolte le popolazioni cristiane dell'Europa sudorientale in lotta
contro l'invasore musulmano, altri per evitare la schiavitù, altri ancora
alla ricerca di nuove opportunità economiche. Differenti
furono inoltre le modalità d'approccio con le comunità ospitanti, come anche
le reazioni di quest'ultime di fronte alla presenza di gruppi zingari nella
loro città o regione: non sono rari i casi di Zingari ben integrati che
esercitavano un regolare mestiere e che risultavano ben inseriti nel tessuto
economico e sociale, tanto da guadagnarsi l'appoggio del resto della
comunità. Emblematica in tale senso appare la situazione dei Gitani di Spagna
che talvolta furono difesi manu militari
dagli abitanti dei villaggi in cui essi risiedevano. D'altro
canto si riscontrano sovente casi di persecuzioni condotte in maniera feroce e
sistematica da parte delle autorità pubbliche e in certe circostanze anche
delle stesse popolazioni sedentarie, che organizzarono dei veri e propri pogrom. Se uno schema esplicativo generale che dia conto di una gamma
di fenomeni e situazioni così complessa e variegata, può correre il rischio
di apparire arbitrario e riduttivo, d'altro canto è utile per evitare la
trappola o meglio il limite dell'évenémentiel,
in altre parole di una ricostruzione storica di corto respiro, che rappresenti
unicamente una lunga esposizione di fatti ed episodi di portata locale,
giustapposti e scollegati tra loro. Nel
tentativo di superare tale limite si è scelto di procedere da una visione
generale e restringere via via il campo visuale. Partendo da un'analisi a
maglie larghe, tendente a delineare sinteticamente le linee e le tendenze
generali delle tappe di insediamento delle comunità zingare in Europa nella
prima età moderna, l'attenzione è stata poi concentrata sul progressivo
mutamento nella sfera dei rapporti tra Zingari e società sedentaria,
analizzando in particolare alcuni tratti comuni tra gli Zingari e altri gruppi
marginali, diventati in un dato momento storico disfunzionali di fronte ai
nuovi assetti sociali che andavano solidificandosi, indesiderabili e per
questo motivo ghettizzati, cacciati, reclusi, segregati. Restringendo
ulteriormente l'ambito della nostra analisi si è avuto modo di verificare,
anche se parzialmente, la validità del modello interpretativo prescelto.
Partendo dalle prime segnalazioni relative alla presenza di Zingari nella
penisola iberica, si è potuto constatare come le fasi di mutamento delle
condizioni dei gruppi zingari "spagnoli" rispecchino
sostanzialmente, nella loro evoluzione, quanto già emerso dall'analisi del
quadro generale europeo. Allo stesso modo è stato possibile riscontrare
significative similitudini nel trattamento riservato dalle pubbliche autorità
tanto agli Zingari quanto a altri gruppi e classi considerati socialmente
pericolosi: Ebrei, Moriscos,
vagabondi comuni. Nello stesso tempo, si è avuto modo di verificare la
discrepanza esistente tra gli atteggiamenti persecutori delle pubbliche
autorità e la ricca rete di scambi e relazioni, intercorrenti tra Zingari e
vasti strati della popolazione iberica. Restringendo
ulteriormente l'angolo visuale sono stati presi in esame gli elementi
comprovanti la presenza di gruppi zingari in Sardegna nell'età moderna. In
mezzo a notevoli difficoltà, date dalla frammentarietà degli indizi
disponibili, partendo dalla peculiarità della presenza zingara nell’isola,
si è avuto modo di verificare come tale presenza possa essere legata al più
generale processo storico di mobilità e dispersione, che ha interessato in
differente misura anche altre comunità zingare europee. Si è constatato come
le direttive delle pubbliche autorità isolane contro gli Zingari fossero
conformi a quelle impartite negli
altri stati dell'Europa Occidentale e come queste misure, anche in Sardegna,
fossero in linea con la legislazione repressiva adottata nei confronti delle
classi e dei gruppi marginali. Per finire sono stati riscontrati diversi
indizi che fanno pensare ad un processo di parziale assimilazione degli
Zingari di stanza nell'isola, di cui ancor oggi rimarrebbero alcune tracce
linguistiche. Il gergo dei ramai ambulanti isilesi potrebbe essere un esempio
di tale processo di assimilazione. Paradossalmente,
proprio nel momento in cui si è ristretto al massimo il nostro angolo visuale
si è presentata l'esigenza di ricollegare il particolare al quadro generale
inizialmente delineato. I dati parziali posseduti, infatti, si sono rivelati
insufficienti se avulsi da un contesto generale di riferimento che permettesse
una loro corretta collocazione storica. E’ nata quindi la necessità di un
capovolgimento prospettico, che allargasse nuovamente l'ambito di riferimento,
in maniera tale da collocare in un contesto più ampio le informazioni in
nostro possesso. Una miriade di elementi, apparentemente secondari e che si
sono invece rivelati utilissimi, hanno consentito di riprendere la trama di un
ordito che dalla Sardegna si è dipanato in molteplici direzioni, mettendo in
luce una fitta rete di relazioni che lega una vasta area geografica
mediterranea, dalla Spagna alla Corsica, da Genova a Venezia, dalla Sicilia
alla Calabria, dalla Grecia all'Albania. Il
dato significativo che emerge dal confronto tra le varie situazioni locali,
tra le quali il caso sardo vale nella nostra ricerca come esemplificazione, è
che l'Europa moderna, o meglio le nuove élites di potere che andavano allora
affermandosi, si dimostrarono nel loro complesso estremamente intolleranti nei
confronti delle popolazioni zingare. Le
persecuzioni sistematiche di cui essi furono oggetto, come anche le attenzioni
dedicate loro da diversi sovrani europei "illuminati" nel tentativo
di assimilarli completamente alle società ospitanti, sono sintomatiche di
un'incapacità sostanziale, da parte della civiltà europea della seconda
metà del millennio, di accogliere e accettare le diversità presenti nel suo
seno. Da
un'analisi generale emerge un dato che possiamo assumere come una costante:
nella fase di passaggio dal medioevo all'età moderna si determinò tra
Zingari e non Zingari una spaccatura profonda, che lungi dall'essere colmata
nel corso dei secoli è andata approfondendosi e si è trascinata
fino ai giorni nostri; si sono evoluti i mezzi e le modalità dei
tentativi di assimilazione, non la sostanza. La civiltà industriale del XX
secolo ha ideato strumenti più sofisticati, asettici e apparentemente
incruenti per l'eliminazione o il controllo sociale delle realtà
disfunzionali rispetto al proprio assetto costitutivo, ma a ben guardare non
c'è poi tanta differenza tra editti, prammatiche, pregoni e grida, risalenti
a mezzo millennio fa e le ordinanze di sgombero oggi emanate nei confronti
delle carovane zingare "abusive". Un
filo di comune intolleranza lega le misure di ieri a quelle di oggi,
inducendoci a riflettere, sulla base delle continuità e delle permanenze,
sugli elementi costitutivi che con l'avvento dell'età moderna hanno segnato
una svolta decisiva nella vita degli Zingari in ambito europeo. Essi
dovettero compiere un eccezionale sforzo per riuscire a resistere alle
intemperie dei tempi, adattandosi alle circostanze avverse e riuscendo a
mantenere la propria identità. Fernand
Braudel afferma che le grandi civiltà si riconoscono "dalla capacità di
donare e di ricevere e assimilare" e nel contempo "dal loro modo di
accogliere certi elementi estranei, dall'opporsi con veemenza a certi
allineamenti, dalla capacità di compiere una scelta selettiva in ciò che le
viene proposto, e che spesso le verrebbe imposto se non vi fossero
vigilanze".
[2]
Gli
Zingari, nell'affrontare le sfavorevoli contingenze imposte dalle circostanze
ostili, ebbero la capacità di mantenere intatta la propria ricettività
culturale, ampliando anzi il patrimonio delle conoscenze in proprio possesso,
facendo tesoro delle acquisizioni esterne e nel contempo riuscendo a
trasmettere il proprio bagaglio di esperienze attraverso le forme espressive
più svariate, quali ad esempio la musica e la danza, lo spettacolo viaggiante
in genere e in particolare il circo. Se si dovesse essere fedeli alla lezione
braudeliana fino in fondo, bisognerebbe tener conto, accanto alle altre
civiltà sviluppatesi nel contesto europeo, dell'esistenza di una
"civiltà zingara", civiltà certamente scomoda e irriguardosa nei
confronti delle nuove leggi dell'efficienza e della produttività, che in età
moderna andavano affermandosi di pari passo con l'evoluzione graduale del
nuovo sistema economico egemone, e proprio per questo misconosciuta. La
Storia ufficiale finora non ha certamente reso conto di questo fastidio e
indifferenza. Purtuttavia esistono ampi margini di progresso relativamente a
studi e ricerche in tale settore. In
effetti, a fronte di un'enorme produzione bibliografica sugli Zingari, gli
studi e ricerche di carattere eminentemente storico, non sono che una minima
parte, solo di recente, a partire in particolare dagli anni settanta, gli
studiosi interessati dell'argomento, hanno cominciato a dare un taglio storico
scientifico alle loro opere, basandosi su fonti documentali d'archivio di
prima mano. Così hanno fatto ad esempio Vaux de Foletier per la Francia,
Leblon e la Sanchez Ortega per la penisola iberica .E' su questa falsariga che ci si è sforzati di
rimanere fin dove i mezzi e strumenti a disposizione l'hanno consentito, con
l'intento di riagganciare i risultati della presente tesi a quel filone della
storia sociale che, sviluppatosi particolarmente negli ultimi decenni, ha dato
spazio a diverse categorie di individui, che per lungo tempo la storiografia
tradizionale aveva trascurato e relegato all'anonimato. Si
tratta di ristabilire, così come afferma Geremek, "il diritto alla
storia' di tutti quei gruppi e ceti sociali cui tale diritto era sempre stato
negato".
[3]
Vale per noi quanto asserito da Fernand Braudel: "è
necessario per gli storici (....) non studiare solo il progresso e il
movimento vittorioso, ma anche il suo opposto, quel rigoglio di esperienze
contrarie che non furono stroncate senza fatica".
[4]
A tali componenti, per così dire resistenziali, che si
contrappongono all'ineluttabilità dei processi storici in atto, egli dà il
nome di "forza di' inerzia", senza dare a questo termine un
significato negativo. L'allargamento
prospettico propiziato dalle nuove metodologie della storia sociale e la
mutata attenzione dedicata a tutti i nuovi soggetti affacciatisi alla ribalta
storica hanno permesso di rimettere in discussione la concezione, radicata nel
nostro sistema culturale di riferimento, di uno sviluppo storico positivo e
lineare, dando modo di rilevare l'incompletezza e l'inadeguatezza di un
sistema così concepito, mettendone in rilievo la scarsa flessibilità, il
carattere eurocentrico e la poca attenzione e sensibilità per tutte le forme
e modelli culturali portatori di alterità rispetto a uno schema evolutivo
predeterminato. Per quanto riguarda la storia degli Zingari, da sempre
portatori in seno alla società occidentale di cultura, valori e stili di vita
differenti e spesso contrapposti rispetto al mondo sedentario, le implicazioni
di un rinnovato modello interpretativo sono di rilievo. Questo
mutamento può definitivamente segnare, nell'ambito degli studi sugli Zingari
il passaggio dall'erudizione e dall'aneddotica a un terreno meno infido,
liberato finalmente dall'invadenza di falsi stereotipi e vecchi preconcetti,
restituendo alla storia degli Zingari il posto che le compete nel quadro
complessivo della storia europea, e che finora le è stato negato.
[1] Jean Pierre Liegeois, Rom, Sinti, Kalè: Zingari e Viaggianti in Europa cit, p. 9 [2] F: Braudel, Civiltà e Imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II cit., p: 756. [3] B. Geremek, Introduzione in Uomini senza padrone cit., p. x. [4] F. Braudel, Scritti sulla Storia, Milano, 1980. p. 129
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