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Gli zingari in Sardegna in età moderna/2

di Massimo Aresu


Tracce documentarie e linguistiche della presenza zingara in Sardegna


Le prime notizie documentali relative alla presenza di gruppi nomadi zingari in Sardegna risalgono alla metà del XVI secolo. Correva l'anno 1553 quando il viceré spagnolo Lorenzo Fernandez De Heredia convocò a Cagliari i tre Stamenti (Braccio Ecclesiastico, Braccio Militare, Braccio Reale) che componevano il Parlamento Sardo [50] .L'ultimo riunito in Sardegna sotto CarloV.

Tra gli argomenti esaminati e discussi dai tre Stamenti durante le loro sedute notevole rilievo ebbero le questioni relative all'Ordine Pubblico; lamentele specifiche vennero avanzate per la presenza nell'isola di numerosi Zinganos (o Singanos) e Bohemians [51] che conducevano un vita nomade e venivano accusati di commettere furti e truffe ai danni delle popolazioni locali [52] .

Analoghe preoccupazioni sollevava la presenza di venditori ambulanti, a cui talvolta gli Zingari venivano associati [53] .

La prima e più importante delle due istanze iscritte agli atti del Parlamento, è quella dei tre Stamenti congiunti:

 

Item: per quant per sperientia se ha vist y se veu los molts engans que han fet y fan en les viles del present regne los safraners italians y bohemians o zinganos que van per la illa: que placia a Vostra Magestat que sia provehit y manat que nengun dels sobredits ab grosses penes no puguen anar per lo present regne y que hon seran presos per lo baro o senyor del loc los execute de dites penes y aquelles sien del baro dins del territori del qual se trobaran entre que los tals no sien habitadors de la ciutats del regne .

Que sa senyoria ho manara provehir ab crides opportunes les quals manara fer cascun any [54] .

 

Più sintetico il testo della richieste avanzate dallo Stamento Ecclesiastico:

 Item: supplica dit stament a Vostra Magestat per los molts furts y enganys han fet y fan de cada dia en lo present regne los singanos eo bohemians que perço placia a Vostra Magestat proveyr y manar que no sien acullits mes en lo present regne.

Que sa senyoria proveyra no sien acullits .

Esta be provehit per lo virrey. [55]

Fin da una prima analisi dei testi emergono alcuni elementi di estremo interesse. Nella prima istanza presentata dagli Stamenti in seduta congiunta appare evidente il tentativo di sedentarizzazione nei confronti degli Zingari presenti nell'isola. La preoccupazione maggiore degli Stamenti appare infatti quella di vincolare i gruppi nomadi zingari e altri gruppi itineranti [56] all'autorità dei  signori feudali sardi: in primo luogo perché la mobilità territoriale veniva considerata una minaccia per la tutela dell'ordine pubblico, in secondo luogo perché la presenza di gruppi di gens sans-aveu [57] , svincolati da ogni legame sociale e non inseriti nel meccanismo dei rapporti di dipendenza, alla cui osservanza erano tenuti tutti i membri della compagine sociale, si presentava come un pericoloso fattore di destabilizzazione degli assetti gerarchici costituiti.

Il testo dell'istanza presentata dai tre Bracci riuniti del Parlamento appare sostanzialmente in linea con le direttive della Prammatica dell'imperatore Carlo V del 1539, la quale prescriveva pene severe per i nomadi "egipcianos" che, in dispregio di tutte le ordinanze precedenti, persistevano "viendo varon sin oficio e sin vivir con señor" [58] .

Anche la richiesta di divieto di residenza per i nomadi zingari nelle "ciutats del regne" è conforme alle misure adottate dall'imperatore nei confronti di mendici e vagabondi [59] . Nel 1534, su pressione delle Cortes di Toledo, Carlo V varò misure eccezionali nei confronti dei mendicanti validi e dei pellegrini stranieri, tanto che ad essi fu interdetto il soggiorno per più di un giorno nella capitale.

Il testo si conclude con l'accoglimento delle istanze sollevate dagli Stamenti, dando mandato al viceré di provvedere annualmente all'emanazione di apposite grida per far rispettare le risoluzioni approvate nel Parlamento dai Bracci.

Il testo presentato dagli esponenti dello Stamento ecclesiasticosi limita invece lapidariamente a sollecitare il viceré affinché quest'ultimo si impegni a non accogliere gli Zingari nell'isola per via dei frequenti furti e truffe portati a compimento.

I timori espressi dal clero isolano erano i medesimi che assillavano le autorità religiose di tutti i paesi europei di area cattolica. La denuncia dello stile di vita degli Zingari, della loro predisposizione al furto e all'inganno era infatti un leit motiv ricorrente nelle prescrizioni sinodali del tempo e, in particolare, per quanto ci concerne, nei Sinodi convocati nei territori facenti capo alla corona spagnola [60] .

Le misure proposte dal parlamento del viceré Fernandez De Heredia dovettero risultare di difficile applicazione, dal momento che ancora agli inizi del XVII secolo troviamo ulteriori indizi della presenza di Zingari nell'isola.

Il 21 maggio del 1618 il viceré di Sardegna Alfonso D'Eril faceva pubblicare un pregone in cui veniva decretato quanto segue:

 A tot hom generalment de qualsevol gran nassiò, condisiò o estament sia perque quant per experientia se ha vist y veu quant mal han visgut y vihuen los gitans per les terres ahont van y habitan que no procuran sino fer mal, enganant a uni y a altres, dant molt mal exemple de si aci en les coses del servissi de nostre señor com al be comu del procim, inqiuetant les terres y llochs ahont estan, robant a uni y altres, cometent homicidas y altres delictos, perloque convè al servissi de nostre señor y a la quietut del Regne que no estigan en ell. Pertant ab veu de la present publica crida mana sa Excellencia a tots los gittans que dins  espai y termini de trenta dias del die de la publicatio del es presents en avant comptadors .hatgian viutat tot lo present Regne sots pena que, passats lo dit  termini, los que seran trobats en dit Regne  serviran per termini de set anys remant en les galeres de sa majestat sens graxia ni merce alguna y axibe mana sa Ex.cellencia que, passat  dit termini, ningu los recepte en sa casa  hans los hatgian de denunsiar  sots la dita pena. E per que persona alguna ignorantia. allegue presa mana sa Excellencia la present esser pubblicada per los llochs  pubblichs y acostumats dela present  ciutat y en les demas ciutats encontrades del presente Regne [61] .

 In questo documento non appare più l'appellativo di Singanos o Bohemians che compariva negli atti del parlamento del 1553-1554 e i gruppi nomadi chiamati in causa prendono invece il nome di Gitans [62] .

In base a quanto emerge dal decreto d'allontanamento viceregio, rispetto al XVI secolo, la situazione degli Zingari presenti nel territorio sardo sembra subire un ulteriore aggravio: le accuse nei loro confronti si fanno più pesanti, poiché non si parla più solamente di furti e truffe, ma anche di omicidi e altri delitti.

Il viceré D'Eril col suo bando decretava l'espulsione incondizionata di tutti i Gitani presenti nell'isola, e tale provvedimento, da quanto si può evincere dal testo a nostra disposizione, colpiva sia coloro che conducevano una vita nomade sia i nuclei che dovevano essere ormai sedentarizzati.

Le misure varate dal viceré appaiono decisamente più severe rispetto alle disposizioni richieste dal Parlamento presieduto dal viceré Fernandez de Heredia nel 1553-54.

Da un raffronto tra il pregone appena citato e il provvedimento di legge delle autorità centrali ad esso cronologicamente più vicino, cioè la prammatica del sovrano Filippo III, emanata a Belem in Portogallo il 28 giugno del 1619, si può valutare come, per molti versi, le disposizioni del viceré D'Eril risultino ancora più perentorie rispetto a quelle varate dallo stesso sovrano. Infatti, questi, se si dimostrò particolarmente duro nei confronti dei Gitani irriducibili [63] , non precluse loro in assoluto la possibilità di rimanere nei territori appartenenti alla corona [64] .

La severità dei provvedimenti adottati nei confronti dei Gitani presenti nell'isola si riscontra anche nelle misure varate nei confronti di oziosi e vagabondi dal viceré D'Eril nel febbraio dello stesso anno, che prescrivevano l'espulsione dal Regno di tutti i nullafacenti senza fissa dimora, entro il termine di trenta giorni, sotto pena di cento frustate [65] .

Tale concomitanza non appare casuale e ci induce a valutare l'intransigenza del bando viceregio contro i Gitani come segnale di particolari tensioni sociali di portata locale, le quali si innestavano sulla più generale crisi socioeconomica che investì fin dall'ultimo decennio del sedicesimo secolo l'intera area dell'Europa Mediterranea. [66]

Una recrudescenza di disposizioni contro gli Zingari si rileva anche in altre regioni dell'Italia peninsulare soggette al dominio iberico: il 1600 è, infatti, il secolo in cui sono emessi in Lombardia il maggior numero di bandi, editti e grida contro gli Zingari [67] .

La stessa escalation di provvedimenti repressivi si riscontra negli stati italiani non facenti parte della corona spagnola [68] .

Per quanto concerne l'entità e la natura delle pene comminate non risultano particolari differenze tra il bando del viceré D'Eril, che prescriveva la condanna a sette anni di galera per i Gitani insolventi, e la legislazione vigente in tutti gli altri territori soggetti ai sovrani di Spagna [69] .

La condanna alla galera era, infatti, diventata una consuetudine in tutti i paesi rivieraschi del Mediterraneo e ne facevano le spese non solo gli Zingari, ma anche i vagabondi e gli altri esponenti delle classi considerate socialmente pericolose [70] . Appare insolitamente breve invece la decorrenza dei termini, "trenta giorni", entro cui i Gitani avrebbero dovuto abbandonare l'isola [71] .

Le disposizioni finali contenute nel bando del Viceré D'Eril minacciavano punizioni anche per tutti coloro che avessero continuato a offrire ospitalità ai Gitani senza sporgere denuncia nei loro confronti; esse meritano una particolare attenzione, essendo un indizio indiretto del fatto che non dovessero essere del tutto assenti i contatti tra i Gitani e le popolazioni dell'isola [72] .

Con ogni probabilità i provvedimenti adottati dal viceré d'Eril non ebbero modo di essere applicati, se ancora un ventennio più tardi il giurista sassarese Francisco de Vico nella raccolta di leggi e prammatiche reali da lui curata dedicò un capitolo specifico ai Gitani   [73] . La raccolta di leggi del de Vico ricevette l'approvazione del sovrano Filippo IV nel 1633 e fu pubblicata a Napoli nel 1640 [74] .

Il fatto che le misure relative ai Gitani fossero riproposte nella raccolta del de Vico è significativo, e induce a credere che nella prima metà del XVII secolo i Gitani continuassero a rappresentare, agli occhi delle autorità, una scomoda presenza nell'isola, il testo che riportiamo di seguito sembra esserne una conferma:

 Porque los gitanos que andan vagando por el dicho Reyno con sus mugeres, y hiyos, son propriamente vagabundos,  y crian sus hiyos tan viciosos, y perniciosos como son ellos, ordenamos y mandamos, que dentro de 30.dies, del dia, que esta nuestra ley y pragmatica fuere publicada, tengan obligacion de bivir como los demas del reyno sirviendo en los officios de su empleo, ò otros, que mejor les estuviere. Y que de ninguna manera anden mas junto vagando por dicho Reyno, ò salgan del dentro de 60. dias  sin que puedan bolver à  hazer la vida de gitanos, so pena de 100. açotes y de destierro perpetuo por la primera vez, y por la  segunda vez de galera por siete años [75] .

Le pene riportate dal giurista sassarese riprendono parzialmente alcune delle misure decretate nella Prammatica di Medina del Campo del 1499, questa prevedeva,  per i Gitani sorpresi a vagare sul suolo iberico, cento frustate e l'espulsione perpetua dai territori della corona [76] . La condanna alla galera, che non compariva nell'editto di Ferdinando e Isabella, fu invece introdotta dall'imperatore Carlo V nel 1525 [77] . Per quanto riguarda la durata di tale pena, il de Vico sembra rifarsi al pregone del viceré d'Eril [78] .

Manca invece qualunque accenno a Zingari o Gitani nella grande opera di raccolta e di commento dei capitoli di corte dei Parlamenti sardi affidata al magistrato della Reale Udienza Giovanni Dexart, portata a termine nel 1641 e stampata per la prima volta a Cagliari nel 1465 col titolo di Capitula Sive Acta Curiarum Regni Sardiniae. Tale lacuna appare insolita, giacché il Dexart non sembra prendere in considerazione i capitoli del parlamento del viceré de Heredia che pure erano stato approvati dal sovrano. Offre una chiave interpretativa di questa lacuna lo studioso sardo Angius [79] , che ci informa di come non tutti i diciotto capitoli presentati dagli Stamenti riuniti nel Parlamento de Heredia siano stati riportati dal Dexart, il quale omise quelli che furono negati [80] o "inutilmente provveduti", come erano probabilmente quelli sopracitati dedicati a Zinganos  e Bohemians.

Così quella che poteva apparire una contraddittoria assenza, può anche essere interpretata come un segnale della persistenza nell'isola, nella prima meta del XVII secolo, di nuclei di Gitani refrattari tanto all'espulsione quanto alla sedentarizzazione, verso i quali poco o nulla sortirono i provvedimenti emanati dai pubblici poteri. Questa situazione era del resto comune agli altri territori della corona, tanto nei possedimenti italiani quanto nella penisola iberica [81] .

In riferimento al diciassettesimo secolo, nelle serie legislative posteriori alla raccolta del de Vico, almeno in quelle che ci è stato possibile consultare, non compaiono ulteriori espliciti riferimenti ai Gitani.

Merita tuttavia particolare attenzione un pregone emanato dal viceré marchese de Ossera nell'agosto del 1680, in cui si fa riferimento a "personas de altres regnes - che - sens que se  tinga verdader coniximent de llur vida y costums (...) sen vienen a esta ciutat de Caller y no tenent empleo algu ni offisi en que traballar van ociosos, y la matexa ociositat es la causa que ocasionan moltas inquietuts i cometen varis delictos" [82] .

In tale pregone non compare un esplicito riferimento a Gitani o Zingari, tuttavia, le caratteristiche delle "persones d'altres regnes" di cui si fa menzione, le particolari e sconosciute usanze e consuetudini di vita, la mancanza di fissa dimora e di un impiego stabile, come anche le generiche accuse di disordini e delitti, ci porta a non escludere che tra  loro fossero presenti anche degli Zingari.

In base ai pochi documenti in nostro possesso non è possibile determinare, se non in maniera approssimativa, la data dell'arrivo dei primi gruppi zingari in Sardegna; difficile altresì appare stabilire con certezza se si trattasse di gruppi itineranti, momentaneamente di passaggio, o viceversa di gruppi che avessero deciso di rimanere di stanza nell'isola.

Alcuni elementi ci consentono tuttavia di arricchire le nostre conoscenze.

E' nota, ad esempio, la presenza di Zingari in Corsica fin dalla seconda metà del XV secolo.Una prima testimonianza a questo proposito è offerta dalla studiosa Anita Ginella, la quale riporta come negli atti del fondo notarile dell'Archivio di Stato di Genova, tra gli atti del notaio Giambattista Vignale, rogante in Corsica a Bonifacio nel XV secolo, compaia un Istrumentum tra un sedentario corso e un cingaro venditore di cavalli che, a detta dell'autrice, testimonia sia la loro presenza nell'isola sia la diffidenza e la cautela del mondo sedentario nei confronti degli Zingari [83] . La Ginella si chiede inoltre se si trattasse di individui giunti spontaneamente in Corsica oppure relegati nell'isola dalle Leggi della Repubblica di Genova. La prima ipotesi appare la più probabile, se si tiene conto del fatto che la Corsica era un abituale punto d'approdo per le navi genovesi che facevano la spola lungo le rotte sudorientali del Mediterraneo e, che proprio lungo il tragitto consuetudinariamente percorso dai mercanti genovesi si registrava l'esistenza di numerose colonie zingare. Sia lungo le coste greche sia nelle isole dell'arcipelago è infatti accertata fin dalla metà del XIV secolo l’esistenza di gruppi zingari, che esercitavano per lo più attività artigianali legate alla lavorazione dei metalli [84] ., ed è possibile che alcuni di questi gruppi, siano arrivati in Corsica imbarcati sulle navi genovesi.

Quest'ipotesi sembra trovare ulteriori conferme da altre segnalazioni in nostro possesso. E' storicamente documentato l'arrivo nella penisola iberica sul finire  del XV secolo, di una moltitudine di gruppi zingari giunti via mare, distinti dagli Egipcianos e Bohemians  che abitualmente percorrevano la penisola, dai quali si differenziavano anche linguisticamente [85] . Tali gruppi per bocca dei loro capi affermavano di provenire dalla Grecia o dalle isole contigue; tra questi alcuni dichiaravano di essere originari del Negroponte (l'attuale isola di Eubea) [86] , meta abituale per le navi genovesi operanti nel Mediterraneo sudorientale [87] . Un dato quest'ultimo che acquista particolare importanza se messo in correlazione con una segnalazione relativa a una comitiva di Zingari che, nel 1493, guidata da un Andreus Carranza Català, insignito del titolo di "Grecus dux et capitaneus societatis nullorum graecorum tam marium quam feminarum",  salpò dal porto corso di  Calvi verso le coste iberiche col proposito di recarsi alla volta di Santiago di Compostela, in Galizia, e fu intercettata e  fatta prigioniera dalla flotta catalana [88] .

Tali indicazioni ci consentono di ipotizzare che la Corsica avesse avuto alla fine del XV secolo la funzione di scalo intermedio per molti dei gruppi zingari che, similmente al drappello capitanato da Andreus Carranza Català, avevano scelto di raggiungere la penisola iberica dopo aver abbandonato i territori dell'ex impero di Bisanzio in seguito  alla conquista ottomana.

Merita a questo punto particolare attenzione una segnalazione di Gian Giacomo Musso, il quale riporta la menzione, negli atti del notaio di Bonifacio Giambattista Vignale, di elementi greci "non soltanto marinai, come sarebbe logico pensare, ma anche artigiani" [89] . Un'informazione quest'ultima che acquista ancora più importanza se la si raffronta con quanto riferisce Amada Lopez de Meneses in merito all'organizzazione economica degli Zingari iberici di provenienza greca; l'autrice segnala, infatti, che "els de Grècia eren famosos calderers i veritables mestres en el maneig de llur caracteristica doble manxa, i tot això sens fornal, al mig del camì" [90] . E' possibile quindi che gli artigiani segnalati dal Musso fossero anch'essi Zingari, provenienti dalla Grecia o dalle isole limitrofe, e che, invece di proseguire il viaggio verso altre destinazioni, avessero deciso di stanziarsi nell'isola continuando a svolgere le consuete occupazioni legate all'arte della lavorazione dei metalli.

E' tutt'altro che improbabile che alcuni di questi gruppi zingari, di stanza in Corsica, data la contiguità geografica e i consueti rapporti marittimi e commerciali con la Sardegna, avessero deciso di passare lo stretto e ivi stabilirsi. 

Per completare il quadro complessivo delle informazioni a nostra disposizione è opportuno segnalare come gli Zingari "greci" segnalati nella penisola iberica, non si assimilarono al resto della popolazione zingara, ma mantennero a lungo la propria identità di gruppo almeno fino alla seconda metà del XVI secolo [91] . Lo si può desumere, tra l'altro dalla permanenza nel linguaggio corrente dell'epoca delle denominazioni che ne mettevano in rilievo la provenienza geografica: Grec, Griego, Gringo, Grego [92] . Anche nella legislazione iberica troviamo più di un riferimento ad essi: se ne fa menzione nelle Costituzioni di Catalogna del 1512, in cui misure specifiche furono varate nei confronti dei gruppi nomadi che "sota noms de boemians, grechs, egipcians van coadjunats et vagabunts, cometent molts ladrocinis e altres mals dels quals se ignoran los mals factors per ésser molts en nomber e coadjuvar e cobrir les uns les altres llurs mals fets" [93] ;  ancora se ne trova traccia nei provvedimenti emanati dal Consiglio Reale di Castiglia del 1539 [94] . Sempre a dei Griegos accomunati stavolta a degli Armenios, si fa riferimento in una carta reale del 1654 conservata nell'Archivio di Stato di Cagliari, in cui viene riconfermato un provvedimento risalente al 1634, che proibiva loro la pratica dell'accattonaggio [95] .

Tali informazioni, unite ad alcuni indizi di carattere linguistico, possono fornirci delle notizie utili.

Prendendo in esame il Dizionario Etimologico Sardo del filologo tedesco Max Leopold Wagner, troviamo che i termini tratti dal sardo campidanese gregu  e ingregeri vengono assunti come sinonimi di "imbroglione", da cui i derivati ingregai, " imbrogliare", e ingregiai, "allettare, imbrogliare, adescare, accarezzare". L'autore teorizza una derivazione dal piemontese grech "greco", ma anche "scaltro" "astuto", e riferisce che anche altrove il nome dei greci ha assunto dei significati peggiorativi come, ad esempio, in Francia dove viene utilizzato come sinonimo di baro [96] . Il Wagner riporta inoltre quanto indicato da un altro studioso, Vincenzo Porru, il quale riferisce che in alcuni paesi campidanesi viene chiamato gregu  su "maistu chi fait is trunfas [97] .

Le indicazioni forniteci dal Wagner possono essere ricollegate a un detto sardo su cui si sofferma lo studioso Adriano Vargiu, "pappai merda e gregu", " mangiare merda di greco", in merito al quale Vargiu spiega che Gregu  può essere qui inteso nel senso di indovino e che il detto può essere assunto quindi nel significato di "essere indovino, credere a tutto quello che uno dice" [98] .

Quanto riferito dal Vargiu viene preso in esame da uno studioso siciliano, Sebastiano Rizza, il quale trova una corrispondenza tra il detto riportato dall'autore sardo e altri modi di dire che sono riferiti agli Zingari [99] . In particolare cita un detto siciliano preso in esame dal Pitrè, "cui mancia mmerda de zingaru diventa 'nduvinu' " [100] , a cui aggiunge un modo di dire genovese "mangia a merda de singaõ", tutti facenti riferimento alle particolari facoltà divinatorie attribuite agli Zingari.

Sul significato del detto siciliano citato dal Pitrè si sofferma in particolare, in un articolo pubblicato precedentemente rispetto a quello del Rizza, Stefania Biscontini, la quale fa un analisi sul peculiare valore che le deiezioni in genere e specialmente quelle umane acquistavano nell'ambito dei riti magici. Il detto in questione, a detta della Biscontini, "evidenzia un intento spregiativo nei confronti di coloro che si avventurano per la strada delle predizioni e, per estensione, anche verso gli Zingari stessi che professano l'arte divinatoria" [101] .

La presenza, in tre aree geografiche e linguistiche differenti, Sicilia, Sardegna, Liguria, di modi di dire particolari così simili tra loro, appare un dato di rilievo poiché  oltre a testimoniare le reciproche influenze linguistiche implica, quanto meno per il passato, l'esistenza nelle diverse aree interessate dell'oggetto del modo di dire in questione, ovvero degli Zingari.

In favore di questa ipotesi vi è un ulteriore elemento giunto a noi grazie al Rizza, il quale focalizza la propria attenzione sulla voce grecu nel senso di "maestro di scacciapensieri", e riporta che "a Passano in provincia di Reggio Calabria lo scacciapensieri è chiamato 'chitarrieda re zingari ' perché ci è stato spiegato, li fabbricavano e vendevano gli Zingari che giravano i paesi". [102] Una coincidenza che  rafforza nell'autore siciliano la convinzione che grecu  possa essere sinonimo di Zingaro.

In base alle considerazioni esposte possiamo ipotizzare che il termine sardo grecu o la sua variante gregu, che noi troviamo nelle diverse accezioni di imbroglione, indovino, o "maestro di scacciapensieri", potesse anticamente riferirsi proprio agli Zingari, e che tale termine non derivi dal piemontese come ritenuto dal Wagner bensì dallo spagnolo o ancora più probabilmente dal catalano.

Gli indizi  frammentari, a nostra disposizione, una volta legati tra loro, ci portano a ritenere che la Sardegna durante le fasi di dominio iberico sia stata la meta prescelta da parte di svariati gruppi zingari, che a più riprese, probabilmente già dalla fine del XV secolo, sbarcarono nell'isola, scontrandosi con le autorità religiose e civili per via del proprio stile di vita e delle proprie attività.

[50] G.Sorgia,Il Parlamento del Viceré Fernandez de Heredia, cit.,

[51] Per informazioni specifiche sull'origine di tali denominazioni vedi F. Vaux de Foletier, Mille Anni di Storia degli Zingari, Milano, 1990., pp. 19-24.

[52] G. Sorgia, Il Parlamento del Viceré Fernandez de Heredia, cit, pp.69-70, p.90.

[53] Ibidem pp. 69-70.

[54] " Inoltre: per quanto per esperienza si è visto e si vede , i molti imbrogli che hanno commesso e commettono nelle ville di questo regno i safraners italiani e i boemi e zingari che viaggiano per l'isola: piaccia alla Vostra Maestà che si  provveda e ordini che nessuno dei sopraddetti, pena una grossa punizione, possa liberamente vagare per questo regno perché saranno catturati dal barone o dal signore del luogo e puniti a dovere , come compete al barone del territorio entro il quale si troveranno , non essendo abitanti delle città del Regno.

 Che sua Signoria provveda con opportune ordinanze rinnovandole di anno in anno".

 [ A.S.C., Antico Archivio Regio ( d'ora in poi A.A.R),n.7, busta 159 ( Atti del parlamento del vicerè de Heredia , 1553-1554), f. 214 v]. Nell’Archivio di Stato cagliaritano non compaiono le decisioni prese e dal sovrano in merito ai singoli capitoli, per cui relativamente all’approvazione degli stessi ci rifacciamo a quanto riportato dal Sorgia, op. cit

[55] " Inoltre: supplica il detto Stamento alla vostra Maestà, per i molti furti e imbrogli che hanno commesso e commettono giorno per giorno nel presente regno zingari e boemi , che perciò piaccia alla Vostra Maestà  di provvedere e ordinare che non siano più accolti nel presente Regno.

Sua Signoria provvederà che non siano accolti ". Ibidem, f 196-196 v.

[56] Per esempio i safraners (commercianti ambulanti di zafferano citati nella prammatica) I quali condividevano la medesima sorte riservata ai viaggianti zingari.

[57] Tale formula attestava la mancanza di fissa dimora ed era tipica della terminologia legislativa del Cinque-Seicento, vedi B.Geremek ,"Criminalità, Vagabondaggio, Pauperismo", in Uomini senza Padrone cit., pp.93-94. Cfr. anche J.P. Gutton, La società e i poveri, , cit., p.10: "nel linguaggio medievale l'uomo sans aveu  era colui che, non dipendendo da un signore, non poteva invocare alcuna protezione. Nell'età moderna è un individuo di cui nessuna persona rispettabile vuole rendersi garante, che non è legato ad alcun corpo sociale, in una società tutta articolata in corpi e società".

[58] Il testo della Prammatica è riportato in M.H. Sanchez Ortega . Los gitanos españoles Madrid, 1977. p.31.

[59] B. Leblon, Les Gitans d'Espagne: le prix de la difference, Paris 1985, p.31. M.H.Sanchez Ortega segnala come il divieto per i Gitani iberici di permanenza a corte e nei sitios reales fosse ancora in vigore nel 1695 (Los gitanos españoles cit., pp. 283-284).

[60]   Per quanto riguarda la penisola iberica si veda M. H. Sanchez Ortega, Los gitanos españoles cit, p. 393 . Per la situazione degli stati italiani Cfr. M.Zuccon, La legislazione sugli Zingari cit., pp. 55-59.

[61] "A chiunque di qualsivoglia nazionalità, condizione o stamento sia , poiché per quanto per esperienza si è visto e si vede quanto male hanno vissuto e vivono i gitani per le terre che percorrono o abitano, tanto che non procurano altro che malaffare, truffando gli uni e gli altri , dando molti cattivi esempi di sé, tanto nelle cose che riguardano il nostro signore quanto nel bene comune del prossimo, inquietando le terre e i luoghi dove si trovano, rubando agli uni e agli altri , commettendo omicidi e altri delitti , per cui conviene all'interesse del nostro signore e alla tranquillità del Regno che non restino più in esso. Pertanto , con voce della presente pubblica grida, ordina sua eccellenza che tutti i gitani, nello spazio e termine di trenta  giorni dalla pubblicazione della presente , abbandonino tutti il presente Regno sotto pena che scaduto il detto termine, coloro che saranno colti all'interno del presente Regno serviranno per sette anni ai remi nelle galere reali senza grazia né mercede alcuna, e inoltre ordina sua Eccellenza che nessuno li accolga nella propria casa ,ma li denunci perché siano puniti.. E perché nessuno ignori la disposizione, ordina sua Eccellenza che la presente venga esposta nei luoghi pubblici e frequentati di questa città e nelle altre città del Regno" . (A.S.C., A.A.R., C4 fol.109); il documento è riportato in regesto da M. Pinna, Indice dei documenti cagliaritani del Real Archivio di Stato dal 1323 al 1720 , n.748: << pregone viceregio prescrivente che gli accattoni escano dal regno entro un mese a causa dei frequenti furti e omicidi che essi commettono>>.

[62] La denominazione di Gitanos ricorre abitualmente nelle prammatiche emanate dai sovrani iberici per tutto l'arco del XVII secolo; già nel XVI secolo in ogni caso si può trovare traccia del medesimo appellativo. Vedi M.H. Sanchez Ortega, Documentación selecta sobre la situacion de los Gitanos españoles en el siglo XVIII, Madrid, 1976., p.97. Talvolta tale eteronimo compare anche nei documenti relativi ai possedimenti italiani spagnoli: A.Colocci, Gli Zingari: storia di un popolo errante., Bologna, 1971 (rist. anast. di Torino 1883) p. 92, segnala un documento del 1675 in cui si fa menzione di una Juana de Forza “de nacion Gitana bien que nacida en Novara“.

[63]   Per i Gitani che si rifiutavano di adempiere alle disposizioni del sovrano le sanzioni potevano arrivare anche alla pena capitale. Vedi M.H.Sanchez Ortega , Los gitanos españoles cit. p.32-33.

[64] Ibidem

[65] A A. R., C4 fol.97 . Cfr. M.Pinna, op cit., N. 738.

[66] Per quanto riguarda la situazione locale vedi G.G.Ortu., Il Parlamento Gandia nella Sardegna di Filippo III, Cagliari 1991, pp.79-80. Per un raffronto generale cfr. F.Braudel, op. cit., p.382.

[67] M. Zuccon op. cit. p.21, cfr. A. Colocci, op. cit. , p.83.

[68] G.Viaggio, Storia degli zingari in Italia, Roma 1997 , p.41.

[69]   La medesima pena è comminata in un pregone emanato dal governatore del ducato di Milano, conte di Fuesaldagna, nel 1657 (per i Gitani di sesso maschile, erano previsti sette anni di galera), vedi A. Colocci, op.cit., p. 83.

[70] M.L.Kaprow, op. cit., p.20. Cfr. anche, a proposito delle galere reali francesi, B. Geremek, "Crimine, criminalità, criminali nell'Europa dell'ancien régime", in Uomini senza padrone, cit.; per la Sardegna si veda A. Mattone , L'amministrazione delle galere nella Sardegna spagnola: in Sardegna", in Sardegna, Mediterraneo e Atlantico tra Medioevo e Età moderna , Roma 1993., p. 491.

[71] Neanche la prima Prammatica emanata dai Re Cattolici nel 1499 appariva così restrittiva per quanto riguarda i tempi d'adeguamento ad essa (il termine prescritto era infatti di sessanta giorni). Cfr. M.H.Sanchez Ortega, Documentación selecta cit, p. 30; sei mesi era il tempo concesso da Filippo III nella prammatica del 1619, ibidem pp.32-33.

[72] Cfr.G.Viaggio, op. cit; p.36, l'autore riporta un 'ordinazione del ducato di Milano del 1605 prescrivente "che niuna persona ancora privilegiata, ò feudataria, ardisca alloggiare, dare ricetto aiuto, ò favore alcuno a detti Cingari, ò chi farà di sua compagnia, sotto pena di duecento scudi".

[73] " Gitanos no vayan por el Reyno", F. De Vico, Leyes y Pragmaticas Reales del Reyno de Sardeña compuestas glosadas y comentadas, Caller, 1714, Cap.3, Tit. 34.

[74] A.Mattone, Appendice, in Storia dei Sardi e della Sardegna cit, pp. 386-87.

[75] " Poiché i Gitani che vanno vagando per il detto regno con le loro mogli, e figli, sono per l'appunto vagabondi, e fanno crescere i figli tanto corrotti e pericolosi come loro stessi, ordiniamo e comandiamo che entro trenta giorni dal giorno, che questa nostra legge e prammatica sarà pubblicata, abbiano l'obbligo di vivere come gli altri del regno, servendo negli uffici del loro impiego, o altri che gli saranno preferiti. E che in nessun modo vadano più riuniti per il detto Regno, in caso contrario escano entro sessanta giorni, senza che ricomincino a fare la vita da gitani sotto la pena di cento frustate e di esilio perpetuo per la prima volta e per la seconda della galera per sette anni"  (F. De Vico, Leyes y Pragmaticas Reales, cit., Cap.3, Tit. 34, Fol.162).

[76] M.H.Sanchez Ortega, Documentación selecta cit., p.30.

[77] M.L. Kaprow, op. cit., p.20.

[78] A.Mattone, L'amministrazione delle galere nella Sardegna spagnola cit., p.491.

[79] V.Angius,” Memorie de’ Parlamenti Generali o Corti del Regno di Sardegna” in G. Casalis., Dizionario geografico storico statistico commerciale degli stati di S.M. il re di Sardegna, Torino 1858, vol XVIII Quater, p.545.

[80] I capitoli del Parlamento per avere valore di legge dovevano infatti ricevere l'approvazione del sovrano. Per notizie specifiche sul Parlamanto Sardo cfr. A.Mattone, Storia dei Sardi e della Sardegna, cit., pp. 225-231.

[81] B.Geremek mette in luce come il gran numero di leggi emanate contro gli Zingari fosse un'implicita testimonianza della limitata efficacia delle stesse, in Uomini senza padrone cit., p.165.  Sulle stesse tematiche con riferimento ai Gitani iberici si sofferma anche M.H. Sanchez Ortega , Los Gitanos españoles cit. , pp. 83-106.

[82] " … persone d'altri regni, dei quali non si ha conoscenza effettiva della loro vita e dei loro costumi (…), arrivano nella città di Cagliari e, non avendo impiego alcuno né officio nel quale adoperarsi, si conducono oziosi, e questa stessa oziosità è la causa per la quale provocano e commettono vari delitti". (A.S.C., A.A.R., Reale Udienza., Classe IV, 75/10, Fol 20); cfr. anche nella stessa serie Fol.35.

[83] A. Ginella, "La Repubblica di Genova e il nomadismo zingaro", in Atti del IV Congresso Internazionale di studi storici Rapporti Genova- Mediterraneo-Atlantico nell' Età' Moderna, Genova 1990, a cura di R. Belvederi, p.740.

[84] A.Colocci, op. cit., pp. 36-37; vedi anche F. Vaux de Foletier, Mille anni di storia degli Zingari, Milano 1990, pp. 46-47.

[85] A. Lopez de Meneses, "Novedades sobre la immigració gitana a Espanya al segle XV" in Estudis d'Historia Medieval, Barcelona 1971, p.151.

[86] Ibidem, passim. Troviamo elencati nell'ordine un Jordi grec natural de Negroponte, un Francisc de Negroponte e infine un Nicolau de Negroponte.

[87] G.G.Musso,"I Genovesi e i Levante tra Medioevo e Età moderna, ricerche d'archivio", in Genova, la Liguria, l'oltremare tra Medioevo e Età moderna, studi e ricerche d'archivio , a cura di R.Belvederi, Genova,IV, 1981, pp.94-95.

[88] Ibidem, p. 149.

[89] G.G. Musso," Per la storia del notariato genovese in Corsica nel secolo XVI." Note archivistiche introduttive", in  Atti del congresso internazionale di studi storici rapporti Genova -Mediterraneo-Atlantico nell'età moderna a cura di R. Belvederi, Genova, V, 1983,p. 82.

[90] "quelli di Grecia erano famosi calderai e veri maestri nel maneggio del loro caratteristico doppio mantice, e tutto questo senza fornace, alla fiamma del cammino" (A.Lopez de Meneses, op. cit., p.152.)

[91] B. Leblon (op.cit. pp. 222-223) ci informa su quanto affermato da una Gitana interrogata dal tribunale dell'Inquisizione di Cuenca nel 1580, la quale riferisce dell'esistenza in Spagna di due razze zingare distinte Gitanos e Grecs.

[92] F.Vaux de Foletier, op. cit. p.23.

[93] " Con il nome di boemi, greci, egiziani vanno riuniti e vagabondi, commettono molti furti e altri reati dei quali si ignorano gli autori, poiché sono molti, numerosi e coprono a vicenda le loro malefatte". A.Lopez de Meneses, op. cit., p.37.

[94]   A.Colocci, op cit, p.76.

[95] A.A.S., A. A. R., Carte Reali 68/1, N. 237. Nel ricco elenco delle risorse d'archivio presentato in appendice, Leblon cita un documento che  presenta delle analogie col nostro:" Ordenacões Philipinas (1603) ", lib.V, tit. LXIX : << Que nao entrem no Reino Giganos, Armenios, Arabios, Persas, mem Mouriscos de Grenada>>.

[96] M. L.Wagner, Dizionario etimologico sardo, (ristampa anastatica) 1978, I ,1961, p. 589.Cfr. F. Alziator, Il folklore sardo, Cagliari,1957; il quale riporta la voce gregu come variante di giureu (giudeo) nel modo di dire facci de giureu  "detto per faccia sinistra, viso da traditore", piuttosto che nel senso di pagano, l'autore è inoltre propenso a vedere nel termine gregu un esito del catalano oregu, aregu  "eretico". Cfr. la voce Grec in E. Ferrero, Dizionario storico dei Gerghi italiani dal '400' a oggi, Milano 1991.

[97] Vedi V. Porru, Nou Dizionariu Universali Sardu-Italianu, Cagliari 1832; Cfr anche G.Spanu (Vocabulariu Sardu-Italianu Vol I, Cagliari, rist.anast., 1972), il quale per maistu chi fait i trunfas  traduce con 'artefice di ribeche'. G.Dore, Strumenti della musica popolare della Sardegna, Cagliari 1976, spiega che la trunfa, altrimenti detta scacciapensieri, é un "congegno fonico costituito da un tondino di ferro ripiegato a forma di tenaglia aperta, nel cui centro è fissata una sottile lamella d'acciaio, che sollecitata vibra liberamente". Probabilmente lo strumento é stato introdotto in Sardegna dalla Sicilia.

[98] A. Vargiu, Guida ai detti sardi, 1981. F.Alziator riferisce che il termine merda e gregu  viene utilizzato nel senso di qualcosa di particolarmente spiacevole (La città del sole, Cagliari 1957,p. 249).

[99] S.Rizza, "Lo zingaro, sua moglie e un detto siciliano", in Lacio Drom, 1994,n. 2, p. 34.

[100] G.Pitrè ("Gli Zingari in Sicilia " in Archivio per lo studio delle tradizioni popolari, vol.I, Palermo,1882, pp. 293-294) spiega che tale detto viene riferito  a "chi abbia attitudine a antevedere una cosa a indovinar la ventura"

[101] S.Biscontini, "Riguardo a un noterella di G. Pitrè sugli Zingari", in Lacio Drom, 1991, n.5., pp. 29-34.

[102] S .Rizza, op. cit., p. 34.