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Gli zingari in Sardegna in età moderna/3
di Massimo Aresu
|
S'arromaniska.
Il caso dei ramai isilesi
Per
gli aspetti peculiari che contraddistinguono l'argomento, merita una
trattazione a parte l'analisi del
gergo dei ramai di Isili (NU), piccolo centro della Sardegna centromeridionale.
Tale gergo, oggi pressoché estinto, prende il nome di "Arromaniska” o
“Arbaresca" e presenta dei
legami con un vasta area gergale della penisola italiana che lungo la crinale
adriatica si estende dalle Alpi agli Appennini e dalla Calabria alla Sicilia
[103]
. Secondo
la tradizione orale, i ramai di Isili trarrebbero origine da un gruppo di
Zingari o di deportati di origine ebraica
[104]
che
impiantarono bottega nella parte bassa del paese, a Sud, nel rione denominato
anticamente Coroneddu
[105]
. Tale rione
risulta essere uno dei più antichi di Isili e appare organizzato secondo una
struttura architettonica che lo caratterizza e lo differenzia rispetto agli
altri rioni del paese. La
tradizione orale isilese sull’origine dell’Arromanisca
si lega, inoltre in maniera particolarmente significativa con le leggende
relative ai villaggi fondati dagli Zingari, diffuse soprattutto
nel Nord-Italia
[106]
.
Il
primo studioso a ipotizzare una probabile origine zingarica del gergo dei
ramai isilesi, nella prima metà del 1900, fu il linguista Ugo Pellis, che
ricollegò una delle denominazioni
del gergo, "Romaniska", a Rom
e Romanés, termini con i quali gli Zingari riconoscono se stessi e il
loro linguaggio; il Pellis individuò inoltre un collegamento tra la parlata
isilese e il gergo dei calderai di Tramonti nel Friuli
[107]
. L'ipotesi
del Pellis fu ripresa a metà degli anni cinquanta dallo studioso di
Tradizioni Popolari Francesco Alziator, secondo il quale il gergo dei ramai
isilesi potrebbe essere "il relitto di uno stanziamento gitano
nell'isola, storicamente non documentato in quanto irrilevante o confuso forse
con un gruppo ebraico"
[108]
. L'Alziator
sembrava propenso a credere che un piccolo gruppo di Zingari, penetrato in
Sardegna nel periodo di dominazione iberica nell'Isola, avesse deciso di
stanziarsi a Isili, mantenendo le proprie usanze, la propria lingua e la
propria attività economica, diventando però bilingue e adattandosi
all'ambiente e alle costumanze locali. Si tratta di una tesi suggestiva, in
favore della quale l'autore
non porta però nessun sostegno documentale. Più
puntuali e precise le indicazioni fornite in tempi più recenti da alcuni
linguisti che, a partire dagli anni settanta, hanno dedicato i propri
studi al Romaniska,
formulando diverse ipotesi sulla possibile provenienza del gergo isilese. Di
notevole importanza appare il contributo
dello studioso padovano Manlio Cortelazzo, che ebbe modo di analizzare
un centinaio di voci raccolte direttamente sul campo, rilevando la parentela
tra la parlata isilese e una vasta area gergale comprendente diversi gerghi di
mestiere del Sud come del Nord Italia
[109]
. Egli
inizialmente concentra l’attenzione su alcune voci gergali di probabile
appartenenza all'albanese e al neogreco, tra le quali uno dei due nomi con cui
è conosciuto il gergo dei ramai isilesi, "Arbaresca", che dipenderebbe secondo la sua interpretazione
dall'albanese "Arber"
o dall'italo-albanese "Arberishte
"
[110]
. A
detta dell'autore "la presenza di un nucleo linguistico relativamente
compatto di origine albanese" in tutti i gerghi presi in considerazione,
come anche la presenza di alcuni grecismi indicherebbe "l'epicentro della
diffusione (....) nelle colonie albanesi dell'Italia Meridionale e più
precisamente dell'area cosentina"
[111]
.
A supporto di tale ipotesi ci sarebbero diversi elementi: per esempio il fatto
che a Mosampolo, nelle Marche, uno dei gerghi imparentati con l'Arbaresca
è parlato esclusivamente dai membri della famiglia Capparucci, originaria di
Cosenza, residenti a Mosampolo da non più di sei generazioni; e ancora la
presenza in Sicilia, testimoniata dal Pitrè, di racconciatori calabresi di
tegami, caldaie e padelle nelle pubbliche vie siciliane
[112]
. Non
avendo alcuna testimonianza per quanto riguarda gli Albanesi italiani (Arberesh),
in merito all'esercizio dell'attività di calderaio, il Cortelazzo ipotizza
che i trasmettitori, su un area geograficamente così ampia, delle voci
presenti in tutti i gerghi presi in esame potessero essere stati proprio dei
gruppi nomadi zingari svolgenti le tradizionali attività connesse alla
lavorazione del ferro o del rame. In
quest'ultima direzione, secondo lo studioso, porterebbero anche
le considerazioni di Adriano Colocci sulle relazioni tra i gerghi dei
calderai e la lingua degli Zingari
[113]
, come anche
i rilievi operati dal Pellis sulle origini etimologiche del gergo isilese. Il
Cortelazzo non trascura la tradizione orale sarda, che parla di gente venuta
anticamente da lontani paesi asiatici, sbarcata a S.Vito nelle coste della
Sardegna sud-occidentale e giunta poi fino ad Isili
[114]
.
L'ipotesi
ventilata in un primo momento è che l’esistenza del gergo dei ramai di
Isili, come anche gli altri gerghi della vasta area geografica presa in
considerazione, sia dovuta a un'emigrazione di nomadi provenienti dall'area
balcanica, presumibilmente dall'Albania, sbarcati sulle coste meridionali
della penisola italiana. Tale
indicazione non basta però al
Cortelazzo per giungere a considerazioni definitive, giacché "i momenti,
i caratteri e i protagonisti di questo passaggio dall'altra sponda adriatica e
le vicende dell'insediamento in Calabria e della successiva espansione
restano, almeno per ora, nell'ombra più assoluta"
[115]
. In
un secondo momento, lo studioso, dopo aver condotto infruttuosamente un
raffronto con i gerghi di mestiere epiroti, ritiene di non poter individuare
in "nessuna parlata segreta degli artigiani dell'Epiro (...) la matrice
dei gerghi dei calderai
italiani"
[116]
. Per questo
motivo, dopo aver sottolineato l'apporto dei dialetti sardi all'Arbaresca o Romaniska,
concentra l'attenzione sulle concordanze del gergo isilese coi gerghi
malavitosi italiani (furbesco)
[117]
, nonché con
i dialetti meridionali in genere e calabresi in particolare
[118]
. Il
contributo più significativo relativamente all’origine del gergo arriva dal
linguista Leonardo Sole, che sottolinea l'apporto delle lingue
zingaresche al lessico degli ambulanti isilesi, isolando alcune voci gergali
che possono essere ricondotte etimologicamente al Romanes.
La derivazione di S'arromaniska dal Romanes
, a detta dell'autore, appare "sicura in alcuni casi", mentre per
"altri il riferimento è di ordine semantico-lessicale o culturale"
[119]
. Egli
individua, attraverso un'analisi condotta su un totale di circa centocinquanta
termini , una quindicina di voci di possibile derivazione dal Romanes
[120]
, una decina
che fanno riferimento al furbesco e otto di probabile derivazione
dall'albanese, alcune delle quali già rilevate dal Cortelazzo
[121]
. L'autore
non si limita all'individuazione di alcune corrispondenze linguistiche, ma a
sostegno di una possibile origine zingarica del gergo concentra l'attenzione
anche su alcuni tratti culturali dei
ramai ambulanti isilesi, che in certa misura li accomunerebbero agli Zingari
[122]
. Non
tutti gli studiosi hanno accolto favorevolmente l'ipotesi di un origine
zingara del gergo isilese, mentre non viene scartato l'apporto al gergo
isilese da parte di artigiani provenienti dalla penisola italiana
[123]
. Esistono
però numerosi indizi che inducono a
considerare il contributo
zingarico al gergo degli artigiani ambulanti isilesi non come un elemento
secondario, bensì come una chiave indispensabile per accertarne origine e
provenienza. Alcune
caratteristiche peculiari degli artigiani ambulanti isilesi ( gergo, attività
lavorativa esercitata, stile di vita seminomade) permettono di tracciare un
parallelismo con un’altra categoria di viaggianti, i Camminanti siciliani,
"una piccola comunità di viaggiatori autoctoni che (...) a partire dai
primi anni del 900 comincia a gravitare attorno alla provincia di Siracusa a
Noto"
[124]
, i cui
membri esercitano ancor'oggi prevalentemente l'attività di stagnino e di
arrotino
[125]
. Sembra
che sia in particolare il linguaggio ad accomunare i Camminanti Siciliani coi
rivenditori di rame isilesi, anche se mancano studi specifici in merito, in
quanto nessuno studioso ha mai
avuto l'opportunità di comparare, se non per poche voci
[126]
, la parlata
dei camminanti netini, che prende il nome di Baccagghiu
[127]
, con la 'pavela romanisca' isilese. Grazie
alla pubblicazione di un numero cospicuo di termini, raccolti dalla studiosa
siciliana Rita Toro, è stato possibile raffrontare i due gerghi, e anche a un’analisi
poco approfondita, si è avuto
modo di individuare una quarantina di
lessemi comuni alle due parlate. Diverse
voci nel Baccagghiu
dei Camminanti netini, possono
essere fatte risalire a una matrice zingarica
[128]
, e un certo
numero tra queste si ritrovano
anche nell'Arromanisca di Isili
[129]
.
Se si accoglie l'ipotesi che, i
Camminanti di Noto possano essere i discendenti di qualche gruppo zingaro
parzialmente assimilato, quantomeno dal punto di vista linguistico,
di cui ormai si è persa ogni traccia storica
[130]
, appare
possibile ipotizzare anche per gli ambulanti isilesi un percorso storico non
dissimile. Due
elementi non dovrebbero essere trascurati: le connessioni dei due gerghi in
esame col calabrese; i legami di entrambi i gerghi con l'arbereshe.
[131]
. A
questo proposito alcune interessanti indicazioni di carattere storico
geografico vengono fornite da Massimo Converso, il quale mette in evidenza
come la Calabria, e in particolare il Cosentino, sia una delle aree
territoriali dove più forte è l'insediamento di comunità rom, e come questa
circostanza coincida col fatto che il Cosentino sia una delle "zone a
più alta densità di arberes'h "
[132]
. Egli cita
il caso di Spezzano Albanese, un centro completamente albanofono in provincia
di Cosenza, che vede la presenza nella comunità arbereshe di ben
centocinquanta Rom, ormai sedentarizzati da almeno tre secoli (sarebbero
accertati dei battesimi fin dal 1600)
[133]
. Tale
contiguità trova una spiegazione
se si considera il fatto che sin dalla fine del XIV secolo nell'Europa
sudorientale si verificarono massicci spostamenti di popolazioni, dovuti
principalmente alle guerre che nel Sud dei Balcani vedevano impegnate le
armate serbo-cristiane nel tentativo di contrastare l'avanzata dell'Impero
ottomano
[134]
.Croati,
albanesi, kossovari e greci migrarono allora via mare verso le coste
dell'Italia centro meridionale; accanto a queste popolazioni fecero il loro
ingresso in Italia anche i primi Zingari, che andarono a stanziarsi lungo
tutta la fascia centromeridionale della penisola e in Sicilia.
[135]
. I
gruppi rom seguirono in parte la sorte delle comunità albanesi giunte nella
penisola italiana a partire dalla prima metà del XV secolo
[136]
, le quali
peraltro non si presentavano affatto come un gruppo omogeneo, né dal punto di
vista etnico-linguistico né dal punto di vista religioso
[137]
. Tutti i
gruppi giunti in Italia erano infatti di religione cristiana, ma alcuni tra
loro praticavano il rito cattolico-latino, altri quello greco-bizantino. Se
prestiamo fede a quanto riportato nelle disposizioni sinodali emanate dal
vescovo di Melfi e Rapallo Deodato Scalia nel 1635, in cui viene fatto
riferimento alla presenza nelle terre melfitane di Zingari cristiani di rito
greco
[138]
, non appare
improbabile un collegamento tra gli Zingari in questione e le comunità
arberesh di rito greco: queste, presenti in Italia fin dalla seconda metà del
XV secolo, furono rinforzate da continui nuovi arrivi (che divennero esodi di
massa a partire dal 1478) e riuscirono a insediarsi in tutto il Meridione: in
Sicilia, Puglie, Molise, Basilicata, Campania e in particolare nella Calabria
settentrionale
[139]
. Gli
elementi a disposizione sono probabilmente sufficienti per formulare una prima
ipotesi interpretativa che spieghi l'apparentamento tra il gergo dei ramai
isilesi e tutte le famiglie di gerghi a esso collegate, compreso quello dei
Camminanti netini. L'origine del gergo isilese potrebbe essere collegata con
l'arrivo in Sardegna, presumibilmente in età spagnola,
di un gruppo rom di
origine albanese, proveniente dalla Calabria o dalla Sicilia, dedito
all'attività della lavorazione dei metalli. Assumendo questa ipotesi,
acquisterebbero valore le considerazioni avanzate dal Cortelazzo in merito
alla contiguità del gergo isilese col calabrese e nello stesso tempo si
spiegherebbe la doppia matrice del gergo isilese (dall'albanese e dal Romanes)
a partire dalla doppia denominazione che esso assume (Arbaresca o Arromaniska),
nonché la contemporanea presenza nel gergo di voci di origine zingarica,
arberesh e neogreca. Sulla
base della triplice presenza di voci di origine zingarica, neogreca e albanese
nel lessico, potrebbe essere svelata anche l'origine del gergo dei calderai di
Tramonti nel Friuli, di cui il Pellis aveva ravvisato le similitudini con l'Arromaniska.
E' plausibile pensare all'arrivo in Friuli, via Venezia, di un gruppo di
Zingari probabilmente provenienti da Corfù, isola divenuta possesso veneziano
nel 1386, dove fin dal 1300 esisteva un "Feudum
Cinganorum"
[140]
. La
possibilità di tale provenienza dei calderai tramontinini non appare del
tutto remota, se si tiene conto del fatto che Corfù era un sorta di isola
franca e che la lingua degli Zingari locali era ricca di imprestiti greci e
albanesi
[141]
. In mancanza
di altri elementi questa potrebbe essere una spiegazione plausibile per
l'apparentamento dei gerghi tramontinono e isilese. In
effetti la mancanza di documenti storici che avvalorino l'ipotesi di
un'origine zingarica tanto del gergo isilese quanto degli altri gerghi ad esso
apparentati rappresenta un limite oggettivo di cui bisogna tener conto, ma se
questo fatto impedisce di suggellare in maniera definitiva l'ipotesi data, non
impedisce di ritenerla la più probabile, anche perché non esiste
nessuna prova storica che documentalmente la confuti. Del
resto, tra tutte le categorie di artigiani, gli Zingari erano senz'altro
coloro che maggiormente si dimostravano disponibili a muoversi sul territorio
e inoltre la loro particolare abilità come fabbri, calderai, racconciatori
era un fatto comunemente riconosciuto. E’ significativo tra l'altro il fatto
che Zingaru in Sicilia fosse
diventato un sinonimo per chiunque esercitasse attività connesse alla
lavorazione dei metalli
[142]
, come
testimonia un documento del
4 maggio 1772, data in cui il senato palermitano diede l'approvazione ai
ventidue capitoli dello statuto della "Maestranza
di Forgiatori seu Zingari", costituita da fabbri-ferrai, chiodatori e
forgiatori
[143]
. Anche
il poeta calabrese Domenico Piro,
detto Duonnu Pantu (1665-1669) ce li presenta come magnani, fabbricanti di
spiedi: "De zzinguru chi fazzi la
numina/ Fatinne fare nu spidu spuntutu"
[144]
. Giorgio
Viaggio riferisce inoltre che in Sicilia "nel 1400 era consueta in alcuni
castelli baronali la presenza dello ‘Zingaro del Castello' o 'magister
ferrarius' adibito alla riparazione delle armi e degli utensili"
[145]
. E
nel 1500 abbiamo notizia di un "Maestro Giacomo Zingaro" che
eseguiva lavori di fabbro-ferraio presso il castello di Modena.
[146]
Il
mestiere di fabbro ferraio era consuetamente esercitato anche dagli Zingari
romani; particolarmente significative sono le dichiarazioni rilasciate da un
giovane zingaro di nome Graziano presso un tribunale romano alla fine del
1500: "hesercitio mio è di
lavorare di ogni sorte il ferro perché son zengaro"
[147]
. Di
estremo interesse infine risulta essere un documento del 1650 tratto dagli
"Statuti della antica e nobile arte dei ferrari" di cui riportiamo
appresso il capitolo XLIV. "CHE
NISSUN FERRAVECCHIO POSSA GUASTARE, O' RIMUOVERE LI FERRI, RAMI, OTTONI, O
ALTRO DA LORO COMPRATO". Nessuno, che tenga
bottega da ferravecchio, rame, ottone, stagno, o altra fonte di metallo, possa
in alcun modo guastarli, e farli guastare, e ridurli in altra forma differente
da quella che havevano, quando fece la compra. Ma quelli li debba ritenere fin
tanto, che fatti avvisare li consoli, che vadino a vederla, e farne la
descrittione per mano del notaro della nostra Università, e non avvisando li
consoli nel termine di tre giorni cadano in pena di venticinque scudi, e la
perdita della roba comprata, da applicarsi come sopra con la parte
dell'accusatore, il quale sarà tenuto secreto. E questo per riparare ai furti
domestici, che si commettono alla giornata. E perché detti ferrovecchi alle
volte si servono dell'opera dei zingari, è dei garzoni senza recapito, alli
quali fanno guastare, e rifare di nuovo la detta roba da loro comprata.
Pertanto si intende detti zingari e garzoni incorrere nelle pene o' altre
arbitrario de' consoli tante volte quante si troveranno a lavorare, o guastare
le dette robe, overo che l'abbino guaste, e rispettivamente rinnovate come
sopra"
[148]
. Come
si può vedere gli Zingari erano assunti dai mastri ferrai non solo per la
loro abilità nella forgiatura dei metalli, ma anche perché rappresentavano
un comodo capro espiatorio su cui trasferire le pene contestate. Tali
disposizioni vennero ripetute negli statuti della medesima corporazione nel
1702, con riferimento agli Zingari che vagavano per la città sotto il nome di
stracciaroli
[149]
. Esiste
la possibilità che anche in Sardegna possa essersi determinata una situazione
simile. Troverebbe così una spiegazione la
distinzione messa in luce dal Sole tra i proprietari delle botteghe
artigiane, e i rivenditori ambulanti del rame assimilabili per le funzioni
svolte ai garzoni del citato documento , che avevano principalmente il compito
di smerciare i manufatti prodotti nelle officine: infatti “solamente questi
ultimi avevano una buona
competenza attiva e passiva del gergo”
[150]
. Un
insieme di elementi complessi porta a ritenere che anche in Sardegna, così
come è testimoniato per il
resto l'Italia e per altri vicini paesi dell'area mediterranea, gli Zingari
possano essersi dedicati ad attività connesse alla lavorazione e allo smercio
dei metalli. La loro presenza nell'isola del resto è un fatto accertato, come
abbiamo avuto modo di vedere, fin dalla metà del XVI secolo. Non
è quindi inverosimile che anche a Isili, con ogni probabilità durante la
fase di dominio iberico nell'isola, un piccolo gruppo rom abbia avuto la
possibilità di stabilirsi nel paese e di entrare a servizio presso artigiani
locali, oppure di esercitare qualche attività in proprio. Il fatto che nessun
documento comprovi per il periodo in questione la loro presenza nel centro
isilese non necessariamente lo esclude, anzi potrebbe dimostrare un’avvenuta
parziale assimilazione da parte del resto della comunità. Questo fatto non
risulterebbe un’eccezione. Wladimir Martelli, in seguito all'esame e al
confronto di diversi Liber Status
Animarum, dimostra come diverse famiglie zingare a Roma fossero riuscite a
integrarsi completamente nel tessuto economico e sociale
[151]
, tanto che
lo stesso termine "Zingaro", posto di solito accanto al nome, nel
corso degli anni scompare. L'autore porta come esempio il caso della famiglia
di una "Camilla Zingara", residente a Roma nella prima metà del
XVII secolo, che compare a partire dal 1635 priva della dicitura
"Zingara"
[152]
. Il caso di
Isili non sarebbe quindi un'anomalia, ma rappresenterebbe piuttosto l'esito di
un processo di integrazione e assimilazione graduale che trova dei riscontri
anche in altre aree geografiche della penisola italiana, il tassello di un puzzle
composito, la cui risoluzione rimanda a un'indagine comparativa ad ampio
spettro e di cui noi semplicemente ci limitiamo ad indicare alcuni degli
elementi costitutivi. [103] L. Sole, S’Arromaniska il gergo degli ambulanti di Isili, Sassari, 1983, pp. 3-4. [104] Il primo autore che fa riferimento a tale ipotesi è M.L.Wagner, "Uber Gehimsprachen in Sardinien" in Volkstum und Kultur der Romanen, Amburgo 1928, cfr. anche F.Corda, "Saggio di grammatica romanisca (introduzione al gergo dei ramai di Isili) ", in Quaderni Sardi, Cagliari 1995, p. 18. [105] F.Carcangiu, I ramai di Isili: strumentazione e modi di lavoro (Tesi di Laurea discussa presso la Facoltà di Lettere dell'Università di Cagliari, Anno Accademico 1979-1980). [106] Esemplificativo in tal senso appare il caso di Calto piccolo centro dell’Alto Polesine, che gode fama di essere il paese degli Zingari. Vedi M. Sarti. "Gli Zingari di Calto", in Lacio Drom, 1985, n.3. pp. 19-20. [107] U.Pellis, "Del gergo di Isili in Sardegna e quello di Tramonti nel Friuli", in Atti del III Congresso nazionale di arti e tradizioni popolari, Roma, 1936, p.628. [108] F.Alziator, "Il Romaniscu di Isili", Nuovo bollettino bibliografico sardo,1-4, Cagliari 1955, pp.7-8. [109] M. Cortelazzo, "Note sulle voci albanesi nel gergo dei ramai", apparso in Zeitschrift fur Balkanologie", XIII, 1977, pp. 57-58. L'autore prende in esame oltre al gergo di Tramonti e a quello di Isili, i gerghi dei ramai marchigiani di Mosampolo e Force e quello dei ramai calabresi di Dipignano.
[110]
Ibidem.
p.60. [111] Ibidem, pp.59-61. L’autore ritiene di probabile appartenenza all'albanese i seguenti termini: tïasu 'formaggio', drughi 'legno', dóssu 'maiale', grèbbis 'sale', arréga 'villaggio', arbaresca 'gergo dei ramai'; per il neogreco cresìa 'vino', càlliu 'bello', scàlliu 'brutto', su-villacciu 'prigione', gera e gerazza 'prostituta' e, forse, anche màngaru 'pene', màscheri' 'maestro', minèga 'donna'. [112] G.Pitrè, "Gli Zingari in Sicilia", in Archivio per le Tradizioni popolari, cit., pp.293-94. Sul medesimo tema cfr. dello stesso autore Usi e Costumi, Credenze e Pregiudizi del Popolo siciliano, vol. 2, Palermo 1889, pp.333-335. [113] A. Colocci, "Brevi cenni sullo studio della tziganologia in Italia", in Atti del primo congresso di etnografia italiana, Perugia, 1912, p.170. [114] M. Cortelazzo, "Note sulle voci albanesi nel gergo dei ramai" cit., p. 62. [115] Ibidem, p.62. [116] M. Cortelazzo , "Correnti linguistiche convergenti nel gergo dei ramai isilesi" in "Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia", nuova serie, VIII (XLV), Cagliari, 1988, p. 307. [117] Prende il nome di furbesco il gergo convenzionale in uso nella malavita Cfr. Dizionario Enciclopedico Treccani, Roma, 1970. [118] M. Cortelazzo, "Correnti linguistiche convergenti "cit., pp.308-310. [119] L. Sole, S’Arromaniska cit, p. 25. [120] Ibidem., pp.26-29. l'autore ritiene di sicura derivazione zingarica oltre a Romaniska, arromaniska, romanisku < rad. rom 'uomo, zingaro', e romanò 'zingaro', anche gaùttu 'giovinotto' e gaùteddu' ragazzo, ragazzino', dàddu 'padre' e dàdda 'madre', gàgu e agàgu 'patto non mantenuto' e 'colui che non mantiene un patto', 'ramaio sleale', béngis 'diavolo' e béngu' 'caprone', allènta, lènta 'acqua', bálli 'moneta da dieci centesimi', barùngu 'mucchio', barungàri 'ammucchiare' e barungèri 'tirchio', carìña' stella', lucézu ''fuoco, fiamma', okjéri 'asino', arremeràri, arremeràri,romeràri, 'rubare' e arremeradori e, rumeradori 'ladro'. Più incerta l'origine di mànguru 'pene', millanu 'danaro', màsa 'lo scudo,cinque lire', panu 'latte'. Riporterebbero all'area zingara anche gitarréri 'stagnino', presumibilmente dallo spagnolo gitano, e dzìngarra 'coltello,arma da taglio'. Per un raffronto di tali voci col romanes l'autore si è basato in particolare sull'opera di G. Soravia, Dialetti degli Zingari italiani cit., passim. [121] L.Sole, op.cit, p.30. Il Sole fa risalire all'albanese anche i termini fruskura 'mosca', krucozu e grucozu 'grano', e garitsa 'volpe'. [122] Tali tratti comuni sarebbero rappresentati dalle tradizioni artigiane del popolo Rom, dal seminomadismo, dall'uso del carro coperto 'alla zingara' e da alcune peculiarità dell'abbigliamento: "unici in Sardegna avrebbero infatti indossato camicie sgargianti e una fascia di seta rossa legata intorno ai fianchi, in sostituzione del severo abito d'orbace con camicia bianca degli altri sardi" (ibidem, pp.23-24). [123] A. Dettori, " I Ramai di Isili" in Il Lavoro dei sardi, Sassari, 1983, p.189. Cfr. anche G. Usai, "Considerazione sull'origine dei rivenditori di rame di Isili, sui modi di vita e sul loro gergo", in Atti del convegno un museo per l'arte del rame , Isili, 1985, p. 148. [124] G.Viaggio, Storia degli Zingari cit. , p.84. [125] R.Toro, "Il gergo dei Camminanti", in Lacio Drom, n.3-4, 1991, p.10. [126] Cfr. L.Sole op. cit., pp. 37-43, il quale fa degli accenni al gergo degli arrotini di Noto analizzando comparativamente con S'Arromaniska alcune voci riportate dal linguista Giulio Soravia in un articolo del 1981 (comparso sulla rivista di studi zingari Lacio Drom., “ Gli Zingari in Sicilia”, 1891, n.2). [127] R. Toro, (op. cit. p. 18) scrive che "tale termine ha sempre indicato il gergo parlato dai gruppi marginali vari appartenenti all'intero territorio siciliano". [128] Rita Toro ne isola circa quattordici, ibidem p.19. [129] Si confrontino le seguenti voci del Baccagghiu dei Camminanti ballu 'soldo', cautteddu 'bambino', cavuni 'uomo, in genere non camminante', e kaggu 'uomo', lendza 'acqua' (Toro, op. cit., pp.20-23) con le voci corrispondenti dell'Arromaniska : balli 'moneta da dieci cent', gautteddu 'ragazzo', gauttu 'giovanotto' e gagu 'patto non mantenuto, venditore che non mantiene i patti', allenta 'acqua'. (L.Sole. op. cit., pp. 27-29). [130] R.Toro, op. cit., p.6; cfr. anche M. Converso, "Rom, Sinti e Camminanti in Italia l'identità negata "in Gente del Mondo: voci e silenzi delle culture zingare (a cura di Luisa Ledda e Paula Pau), Roma 1994, Atti del convegno nazionale Gente del Mondo, 27-28 Gennaio 1994, p.29, i Camminanti vengono definiti dall’autore come gli eredi per usi e costumi degli antichi Zingari di Sicilia. [131] R.Toro. op. cit., p.27. riporta che a Piana degli Albanesi (altrimenti detta Chiana e Grecia), " a parere dei Camminanti, la gente del luogo parlerebbe un gergo molto simile al Baccagghiu" [132] M.Converso, op. cit. p.29. [133] Ibidem [134] Ibidem. [135] G. Viaggio, op.cit. pp. 13-16. [136] F. Cugna, "Osservazioni sui punti albanesi dell'Atlante linguistico italiano" in Bollettino dell'Atlante linguistico italiano , III serie, Dispensa n.18. p.74. " In base ai documenti storici , è possibile far risalire le prime ondate migratorie albanesi verso l'Italia alla metà del secolo XV, ma vi furono alcuni spostamenti di gruppi già negli anni 1272,1388, 1393 (..). Le migrazioni durarono per circa tre secoli fino alla metà del 700". [137] G. Harrison, La doppia identità, Caltanissetta-Roma 1979, pp.83-88. [138] G.Criscione, "Zingari in Basilicata nel XVII secolo", in Lacio Drom 1986, n. 1 pp.23-27. L'autrice scrive che" l'attivo di Zingari in questa zona della Basilicata va ricollegato agli stanziamenti di profughi tra i secoli XV e XVII provenienti dall'Albania e dalla Grecia". [139] G.Harrison, op. cit.,p.86. Cfr. C. Tagliavini, Le origini delle lingue neo-latine., Bologna 1982, pp.118; 394-395; Cugna F., op. cit. p. 73.
[140]
F. Vaux de
Foletier.
op. cit., pp. 47-48. [141] G.Prati,"Annotazioni al "rilievo zingaresco" del Pellis", in Lacio Drom, 1974, n.2, p.26: "Corfù fu per secoli il centro di una certa importanza per il mondo zingaresco, greco e albanese dell'Italia meridionale". [142] G.Pitrè, Archivio . per le tradizioni. popolari. cit., p.38. [143] M.Zuccon, op. cit., p. 54. [144] F.Mosino, "Per la Storia degli Zingari in Calabria", in Lacio Drom, 1988 n. 5, p.20. [145] G. Viaggio, op.cit., p.19.
[146]
Ibidem [147] Citato in W. Martelli , "Gli Zingari a Roma dal 1525 al 1680”, in Lacio Drom n. 4-5, 1996, p.23. [148] Ibidem, p.36. [149] M. Zuccon, op. cit. p. 46. [150] L. Sole, op. cit. p.13. V. anche A.Dettori, op. cit. , p;149. ; G. Usai, op. cit., pp. 143-144. |