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Romá bosniaci e montenegrini a Cagliari

Analisi di un Drustvo

di SANDRA VIOLETTA PIREDDU

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Introduzione

    

     I dati che qui presentiamo sono il frutto di quattro anni di frequentazione dei Romá Xoraxanè insediati a Cagliari. La ricerca fu svolta tra il 1989 ed il 1992 col metodo dell’osservazione diretta, che era in parte anche osservazione partecipante: dedicandomi all’alfabetizzazione dei bambini, sono stata classificata da alcuni Romá come “la maestra” e ho assunto, quindi, un ruolo che godeva di un certo riconoscimento. Se ero la “maestra” dei bambini, ero anche un’amica di molte ragazze, in quanto ho avuto il privilegio di instaurare con alcune famiglie un rapporto di fiducia reciproco.[1]

I Romá cagliaritani provengono dal Montenegro, dalla Bosnia, dalla Krajina e dall’Erzegovina, ed in particolare dalle città di Ivangrad, di Sarajevo, di Banja Luka e di Foca. I primi gruppi di Romá Xoraxané giunsero in Sardegna negli anni Settanta provenienti dal Piemonte, dalla Lombardia e dal Lazio, dove avevano sostato per alcuni anni. A quei primi arrivi ne seguirono altri ed oggi sono presenti in tutte le province sarde (cfr. Melis, 1995: 175-77). Anche a Cagliari i primi nuclei di Romá giunsero negli anni Settanta e alcune famiglie continuano da allora ad esservi presenti. Dal censimento ISTAT del 1991 è stato desunto che in città gravitano circa quattrocento “Zingari”, suddivisi in sessantacinque famiglie. Si tratta di una popolazione composta in prevalenza da giovani e bambini, più di trecentocinquanta persone hanno un’età inferiore ai trentacinque anni.

     I Romá sono distribuiti in quattro campi, tutti ubicati alla periferia della città, in via San Paolo, via San Simone, via Spineto e via Cornalias; da segnalare che esistono altri due campi, più piccoli degli altri, adiacenti rispettivamente a quelli di via Cornalias e di via San Paolo. Gli accampamenti sono costituiti per la maggior parte di baracche costruite con materiali di fortuna: travi in legno, cartone, latta, vecchie porte e finestre, il tutto accomodato insieme. I Romá costruiscono generalmente da soli le loro dimore, oppure acquistano quelle dimesse da parenti o amici.

Qualche famiglia abita in roulotte, altre posseggono delle tende che utilizzano per i loro brevi spostamenti. Le abitazioni sono innalzate quasi “a palafitta”, sollevate come sono di due o tre gradini per difendersi da topi, bisce e scarafaggi.

     La sussistenza dei Romá cagliaritani è procurata da una gamma di attività che prevede una divisione sessuale abbastanza precisa: le donne mendicano e praticano la chiromanzia; i giovani offrono piccoli servizi, come quello di lavare i vetri delle autovetture o suonare la fisarmonica, oppure vendono braccialetti e portavasi in rame; altri uomini lavorano il rame e poi smerciano i prodotti praticando un commercio ambulante.

  Cominciamo con l’aspetto della mobilità, anche considerando che i Romá sono normalmente indicati come “nomadi”. In realtà, si tratta di un nomadismo particolare che prevede prolungati momenti di sedentarietà e che, se si vuole, potrebbe essere catalogato genericamente come “semi-nomadismo”. L’eccezione è rappresentata da alcune famiglie allargate, ormai del tutto sedentarizzate, che vivono a Cagliari da quasi vent’anni e che vorrebbero acquisire la cittadinanza italiana almeno per i figli, quasi tutti nati in Italia. Ma la maggior parte delle famiglie non sono legate ad un territorio limitato e preciso. Capita che si assentino per diversi mesi, come pure che alcune non tornino più, se trovano condizioni di vita migliori da qualche altra parte.

    Per la maggior parte, comunque, i Romá praticano un nomadismo extraurbano, spostandosi con le loro roulottes o con le sole automobili nei paesi limitrofi, dove si stabiliscono per qualche giorno, per poi tornare a Cagliari nei loro insediamenti abituali, dove hanno lasciato i parenti a custodire le loro cose. Questi spostamenti avvengono solitamente a gruppi familiari ristretti: marito, moglie e figli, con eventualmente le sorelle o i fratelli minori  del marito, partono tutti assieme ogni quattro o cinque giorni. Quando decidono di spostarsi lo fanno subito, senza pensarci due volte e soprattutto senza farlo sapere agli altri componenti del campo: si decide la sera e la mattina presto si parte. La decisione può essere presa indifferentemente da un uomo o da una donna.

     In questi casi la mobilità è dettata essenzialmente da motivi economici; l’intento è quello di cercare nuovi spazi e nuovi Gagé per le loro attività di sussistenza: benefattori per l’accattonaggio, acquirenti per i prodotti in rame e curiosi per la lettura della mano. Quando un Rom parte non sa mai per quanto tempo rimarrà fuori; se le circostanze saranno favorevoli, allora si tratterrà per più giorni, altrimenti rientrerà in giornata. Le città maggiormente frequentate dalla comunità rom cagliaritana sono Oristano, Nuoro, Carbonia e Iglesias, località da cui si spostano ulteriormente nei paesi vicini. Si tratta quindi di quattro cittadine che rappresentano dei punti di appoggio per coprire gran parte della Sardegna centro-meridionale (vedi figura 1).

       Altro motivo di mobilità è dato dai litigi. Se due famiglie presenti nello stesso campo litigano, una delle due deve immediatamente lasciare l’accampamento e cercare sistemazione da qualche altra parte, per evitare che la rissa degeneri col conseguente probabile intervento delle forze dell’ordine. Un motivo di litigio, ad esempio, si ha se un uomo si intromette in una disputa tra marito e moglie: il marito sospetterebbe subito l’esistenza di una relazione tra i due. Solo una donna, quindi, amica o parente di uno dei due coniugi può intervenire per mitigare la lite. Per cui, quando si trova qualche famiglia accampata ad una certa distanza dal grosso della comunità, magari in altri campi di Romá, è alta la probabilità che ciò sia dovuto a qualche litigio. Così, nel giro di pochi mesi ho visto una famiglia cambiare campo tre volte: si trattava di un Rom alcolizzato che disturbava spesso la quiete dell’accampamento.

      Spostamenti più impegnativi avvengono soprattutto in primavera o d’estate, quando non partono singoli nuclei familiari, ma si mettono assieme in viaggio più famiglie facenti parte dello steso parentado. In questo caso abbiamo una distinzione dei percorsi: i Romá originari della Bosnia, dell’Erzegovina e della Krajina si trasferiscono nella Sardegna settentrionale, in Piemonte e in Lombardia, regioni che offrono, durante il periodo estivo, maggiori fonti di sostentamento; i Romá montenegrini, invece, migrano verso l’Italia meridionale, in particolare in Sicilia e in Campania. Per tutti, comunque, queste regioni costituiscono zone di insediamento mobile solo per i mesi estivi, trascorsi i quali i Romá rientrano nei loro campi abituali a Cagliari (vedi figura 2).

     Tutti i Romá cagliaritani hanno la cittadinanza jugoslava e, fino al sorgere dei primi conflitti nella ex Jugoslavia, vi ritornavano con frequenza regolare, circa due volte all’anno, per visitare i parenti, per assistere a qualche cerimonia matrimoniale, eventualmente per farne una videoregistrazione da far vedere poi in Italia, o per accompagnare qualche salma per la sepoltura nella località di provenienza. La sepoltura dei propri morti in  Jugoslavia, in particolare, esprimeva prima del conflitto il desiderio dei Romá di tornare nel paese d’origine, sentito unanimemente come la propria patria.

    Esiste pure una mobilità di tipo strutturale, legata alle strategie matrimoniali. La ricerca di una sposa o di uno sposo per i propri figli in età da matrimonio può essere motivo di spostamento. Durante la ricerca, più Romá di mia conoscenza con figli in età di matrimonio (di sedici o diciassette anni) si sono recati in altre regioni d’Italia per cercare una moglie per i propri ragazzi. Una volta trovata e dopo l’accordo sull’ammontare della “ricchezza della sposa” da versare, si  è potuto festeggiare il matrimonio.

 

Il drustvo: la struttura dell’insediamento

     I Romá si insediano a Cagliari ed organizzano gli accampamenti in base ai luoghi di provenienza, in base ai rapporti di parentela e, più raramente, di amicizia. Durante il periodo della ricerca, nel campo di via San Paolo vivevano i Romá provenienti dal Montenegro, mentre nei campi di via Cornalias, di via Simeto e di via San Simone risiedevano i Romá provenienti dalla Bosnia, dall’Erzegovina e dalla Krajina. Questa suddivisione netta per ragioni di provenienza è attenuata dagli intermatrimoni: romnjá bosniache sposate a montenegrini vivono fra i Romá montenegrini, come si riscontra ad esempio nel campo di via San Paolo.

    I Romá si aggregano in gruppi di alcune decine (quaranta, cinquanta individui), per un totale di una decina di famiglie per campo, tendenzialmente legate da rapporti di parentela. L’unità locale è detta drustvo.[2]  Tale termine designa la comunità che riunisce al suo interno un numero variabile di famiglie che si spostano assieme. Nel gruppo locale le relazioni di parentela sono resi evidenti dalla disposizione spaziale delle abitazioni. Anche fra questi Romá come fra i Xoraxanè studiati da Piasere (1991: 22-27), le abitazioni, singole baracche o roulottes, usufruiscono ciascuna di uno spazio esterno da adibire a “cortile”. Le distanze tra un cortile e l’altro riflettono le distanze strutturali della parentela. Quando tali distanze sono minime, come ad esempio tra genitori e figli o tra fratelli, i confini dei cortili tendono a sparire e i cortili ad unificarsi. Questa situazione è sempre rispettata, a meno che non vi siano litigi in corso tra i nuclei familiari; in tal caso prevale l’evitarsi vicendevole e i due nuclei strettamente imparentati si insediano l’uno lontano dall’altro.

    Prendiamo l’esempio di uno dei campi cagliaritani.[3] Il terreno su cui è installato ha una superficie di circa 10.000 metri quadrati. Il drustvo consta di ottantatré persone (l’anno di riferimento è il 1991), distribuite, a seconda dei legami parentali di cui dirò subito, in diciassette abitazioni. Si tratta in prevalenza di baracche costruite con vecchie porte e finestre, travi e cartone (cfr. Gulli, 1995) ; vi sono anche vecchie roulottes , abitate dagli ultimi figli sposati delle diverse famiglie, i quali sono ancora in attesa di potersi costruire una bracca.

    Dalla figura 3 si può vedere come le abitazioni si concentrino in tre gruppi, che rappresentano altrettante famiglie estese. La figura 4 rappresenta lo schema genealogico della figura 3, che deve essere brevemente descritto. Nel suo insieme, l’insediamento e costituito da discendenti patrilineari di A (morto da tempo), da discendenti patrilineari dal primo matrimonio con B della seconda moglie di A, e da un gruppo C, legato da vincoli di affinità coi discendenti di A stessi. La disposizione delle abitazioni ricalca questo schema generale, con tutte le sue manifestazioni intermedie. Indicheremo le famiglie estese col nome degli anziani genitori viventi. La barì famìlja (lett. “grande famiglia”) di Sajo e Izeta è formata da tutte le abitazioni numerate da 1 a 7 nella figura 3. La baracca n.1 è quella abitata da Sajo ed Izeta stessi coi figli non sposati. La n.3, la più vicina all’ingresso del campo, è quella del figlio Serif, considerato l’uomo più prestigioso della comunità; per questa sua caratteristica gli è riservata quest’ubicazione considerata privilegiata, anche perché così può controllare gli spostamenti di tutti i membri del campo.[4] Le altre baracche sono abitate dagli altri figli (o figli dei figli) sposati di Sajo ed Izeta e sono disposte in modo da poter usufruire di una stessa area esterna, con l’apertura rivolta verso lo stesso cortile. All’interno di questo spazio ogni famiglia nucleare ha a sua volta uno spazio più circoscritto, un “sotto-cortile” che non è contrassegnato da alcun oggetto fisico, ma da una sorta di limite psicologico che isola le immediate vicinanze di una baracca, come indicato in modo approssimativo nella figura 3. La convivenza è regolata da una regola stretta di patrivirililocalità, che prevede l’unione dei figli maschi e la dispersione delle figlie al momento del matrimonio. Da notare che Sajò ha una figlia in età avanzata che ha deciso di restare per sempre nubile dopo che il matrimonio con l’uomo a cui si era promessa non è andato in porto. Si tratta di un caso di nubilato veramente eccezionale

    Un po’ più lontano dal gruppo di Sajo troviamo le baracche della barì famìlja di Jagoda (nn.9-11), vedova di un fratello di Izeta, la moglie di Sajo. Jagoda occupa la baracca più grande (n.9), assieme ai figli non sposati e una figlia divorziata. Costei è stata ripudiata dal marito perché dopo diversi anni di matrimonio non aveva avuto figli. Anche questa famiglia estesa, come la precedente, ha disposto le abitazioni quasi in forma circolare, per delimitarsi e distinguersi dalle altre. Dobbiamo segnalare che in questa disposizione l’abitazione del figlio minore sposato è sempre più vicina a quella dei genitori rispetto alle abitazioni degli altri fratelli. Nel gruppo di Pagoda è il caso della baracca n.19; in quello di Sajo è il caso della n.2 e in quello di Arif, che vedremo subito, è il caso dell’abitazione n.13. Si tratta evidentemente di un aspetto del costume dell’ultimogenitura, già messo in rilievo da Piasere (1991:20) per altri gruppi di Xoraxanè Romá è ampiamente rintracciabile fra diverse popolazioni non zingare dei Balcani (cfr. Stahl, 1993).

     Tra il gruppo familiare di Sajo e quello di Pagoda si trova la baracca di Zarif (n.8), fratello di Sajo e sposato con una figlia di Pagoda. Come si vede, non si tratta di una collocazione casuale, dal momento che essa riflette nello spazio fisico quella posizione di trait d’union tra i due gruppi che esiste nello spazio parentale. Segnaliamo che Zarif ha un figlio adottivo, un bambino rimasto orfano dei genitori che vivevano nello stesso campo.

     La terza “grande famiglia” è, infine, quella di Arif. Qui, vi è un interruzione della regola della patrivirilocalità, dal momento che vi è presente una figlia sposata (n.14). In realtà si tratta di un caso contigente, dal momento che i parenti del marito sono tutti rimasti in Jugoslavia. Unico nella sua famiglia di provenienza ad essere emigrato, l’uomo si è congiunto alla famiglia della moglie, mettendo in opera un anello sostitutivo della catena di richiamo migratorio. Come si vede dalla figura 4, la posizione genealogica di Arif e del suo gruppo è molto debole rispetto alla maggioranza dei componenti del drustvo; non è quindi un caso che egli abbia chiesto diverse volte una figlia a Sajo, da dare in moglie ad un proprio figlio. Ma benché Sajo fosse d’accordo, la figlia in questione non ha voluto saperne di quel matrimonio ed è fuggita col rom di cui era innamorata[5].

     Le baracche 16 e 17, infine, denotano quella situazione che si può verificare in caso di conflittualità. Si tratta di due fratelli, figli di un fratello di Sajo, cugini paralleli patrilaterali di Serif, il leader del campo, i quali, non andando d’accordo, si sono costruiti la baracca uno lontano dall’altro e che tendono ad evitarsi proprio per non litigare e non portare scompiglio nel campo.

     Per concludere, si può ribadire che il drustvo è costituito sulla base di una esplicita ideologia patrilineare e patrilocale, che nel caso si articola su tre patrilinee (vedi figura 5): la patrilinea A, largamente maggioritaria e dominante; la patrilinea C che ha dato due donne ad A; e la patrilinea C che, dopo aver dato una donna ad A, la stessa madre di Arif (n. 12), ha tentato invano di averla di ritorno chiedendo una figlia a Sajo. Le baracche del campo, insomma, nonostante da fuori si possa pensare il contrario, nascondendo meccanismi sociali di una cultura che, pur nell’emergenza della situazione migratoria, resta forte.

 

La terminologia di parentela

     Considerata l’importanza dei legami parentali nella struttura sociale dei Xoraxané di Cagliari e considerato l’interesse che stanno suscitando le terminologie di parentela zingare (cfr. Arioti 1991-92; Piasere 1994), riteniamo utile fornire qui i termini parentali ( di riferimento), che potranno essere utili per ulteriori comparative.

FF, MF                                    papo

MM, FM                                 bika

F                                             dad

M                                           dej

FB, MB                                 kako

FZ                                         bibì, teta

MZ                                       bibì

B                                          phral

Z                                          phen, pjorrì

FBS, MBS, FZS,MZS         rozako, rodako (o termine descrittivo)

FBD, MBD, FZD, MZD      rodika, rodica (o termine descrittivo)

S                                          chavorò, chjavrò

D                                         c(h)uvrì, cjorì

SS, DS, BS, ZS                  unuko (o termine descrittivo)

SD, DD, BD, ZD                unuka ( o termine descrittivo)

H                                        rom

W                                       duvlì, romì

HF                                     dade, sekorvo

WF                                   dade

HM                                    male, sekorva

WM                                  male

HB,WB                              termine descrittivo

HZ, WZ                             zaòva

ZH                                    damutro, zeto, nome

DH                                   damutro, zeto

BW, SW                          borì, burì

 

Bibliografia

  Arioti M., 1991-92. “Terminologia dell’affinità e matrimonio complesso”, Quaderni dell’Istituto Sociale, 15, Annali della Facoltà di Scienze Politiche, 28: 97-115.

Domenichini R., 1979-80. Struttura parentale e familiare dei Sinti del Reggiano, Tesi di laurea, Università di Bologna.

Gulli E., 1995 “Architettura romanì”, Them romanò, V, 2:7.

Lockwood W.G., 1986. “ East European Gypsies in Western Europe:The social and Cultural Adaptation of the Xoraxanè”, Nomadic Peoples, 21-22: 63-70.

Marcolungo E., 1982-83, Zingari a Torino. I Rom slavi fra tradizione e mutamento. Tesi di laurea, Università di Torino.

Melis A., 1995. La terza metà del cielo. Gli Zingari in Sardegna. Cagliari, GIA Edizioni.

Padiglione V., 1994 “Andare a mangel. Osservazioni sull’identità zingara”, Ossimori,4: 43-48

Piasere L., 1991. Popoli delle discariche.Roma, CISU.

Piasere L. 1992. “ Roma and Romà in North-East Italy: Two Types of Territoril Behaviour in the Same Lager Territori”, in M J. Casimir e A. Rao (a cura di ), mobility and Territoriality. Oxford, Berg: 279-291.

Piasere L. 1994. „Approche dènotationniste ou approche connotationniste: les terminologies de parentè tsiganes“, Etudes Tsiganes, 2 : 183-208.

Piasere L. 1995. «  L’organizzazione produttiva di un gruppo di Xoraxanè Romà », in L.     Piasere (a cura di), Comunità girovaghe, comunità zingare. Napoli, Liguori: 345-365.

Pireddu S. V., 1991-92. Zingari a Cagliari. Matrimonio e famiglia tra i Romà Xoraxanè. Tesi di laurea, Università di Cagliari.

Sthal. P.H., 1993. Terra, società, miti nei Balcani.Soneria Mannelli, Rubbettino.

Note


[1] La lingua da me utilizzata per la ricerca è stata solo e semplicemente l’italiano. La terminologia di parentela (p. 245) che appare qui è stata raccolta tramite interviste mirate. Normalmente, non prendevo note sul momento, al campo, ma alla fine di ogni giornata passata coi Roma’. La ricerca è stata finalizzata anche all’ottenimento del diploma di laurea (cfr. Pireddu, 1991-92): ringrazio ancora sentitamente il prof: Giulio Angioni e la prof.ssa Gabriella Da Re per il loro aiuto. Ovviamente, tutte le indicazioni sui campi si riferiscono al periodo della ricerca.

[2] Il termine deriva dal serbocroato drustvo “compagnia”. 

[3] Per rispetare il desiderio dei Roma’, mantengo qui l’anonimato del campo; anche i nomi di persona che adopero sono tutti pseudonimi. 

[4] La sistemazione vicino all’entrata del campo è considerata strategica in altri gruppi zingari; è stata notata anche in gruppi insediati in campi-sosta ufficiali allestiti dai non Zingari (cfr. Domenichini, 1980). 

[5] Questi Romá seguono tre forme di matrimonio: quello più comune con stipula e versamento della ricchezza della sposa; quello con fuga consenziente dei giovani sposi (contro il parere di una o di entrambe le famiglie) ed eventuale successivo versamento della ricchezza della sposa; quello, raro e di massima conflittualità, con rapimento della sposa (cfr. Pireddu, 1991-92: 98-106).