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Fanti della Brigata Sassari |
Da Uomini Contro di Franco Rosi |
Un anno sull'Altipiano
ovvero
Storia minore di un
disertore
atto unico di Alberto Melis
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Personaggi
Giuseppe Marrasi, il Disertore
Il soldato (lettore)
Tutti i brani letti sono tratti da Un
anno sull'altipiano di Emilio Lussu
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La scena è divisa in più piani. In primo piano, leggermente decentrati a sinistra, si vedono i sassi di un piccolo falò, posti in cerchio, vicino ai quali c'è uno zaino, un fucile, alcune bottiglie di liquore vuote e altre cianfrusaglie. In secondo piano, decentrato a destra e destinato a restare quasi sempre in penombra, altri sassi e un altro falò, più grande del primo, intorno al quale si scorgono sagome di soldati. In terzo piano, a sinistra, dei reticolati di filo spinato, doppi, dietro ai quali si scorge una casamatta e davanti ai quali ci sono due o tre massi innevati. Lo sfondo è fatto da cielo e montagne innevate.
Buio sul palcoscenico. Si ode un sibilo, prolungato, una scarica
disordinata di fucileria e poi due singoli spari, nello stesso esatto momento in
cui una luce illumina il reticolato e un corpo si accascia con un ultimo scatto
sui fili spinati, il busto leggermente reclinato in avanti, le braccia tese, le
mani sui fili.
Silenzio. Sotto una luce che investe il falò decentrato a sinistra sino a
investire il reticolato, il corpo dell'uomo caduto, del morto, si muove e si
drizza in piedi. L'uomo, claudicante, si avvia verso il falò. Indossa una
divisa militare, scarponi, guanti laceri e ha il viso sporco, la bocca macchiata
di sangue. Per un attimo fa cenno di tornare verso il reticolato, lo osserva
stupito, si guarda intorno, recede, si avvicina al falò e rivolto al pubblico:
D: Sono morto così. Era novembre. Sono morto sull'Altipiano. Nevicava, quel giorno. Sono stato colpito una volta sotto la scapola, alla schiena, e un'altra volta più in basso, sempre alla schiena. Il secondo colpo mi ha spappolato un rene, credo. E tutto è successo a due passi appena, proprio a due passi... Sono morto così!...
Si avvicina al falò, si siede su un sasso. Si toglie dalla tasca un grande fazzoletto, lurido, e comincia a pulirsi il viso e soprattutto il sangue sulla bocca e sulla barba non fatta da giorni.
D: Quando è scesa la notte hanno portato via il mio corpo, quelli dell'altra parte. E anch'io, ora, sono dall'altra parte. E' notte fonda ora. E fa molto freddo. Potevo non morire?... Sì, potevo. Ma non ne ho avuto il coraggio. Non ho avuto il coraggio di non morire, io che non volevo morire... Eppure..., eppure una via di scampo l'avevo. Oh, se l'avevo! Ci avevo ragionato. Avrei potuto farlo..., avrei potuto... E invece... non l'ho fatto!
Si allunga verso lo zaino, ne tira fuori una pistola e un sacchetto rosso, da cui estrae un pugno di proiettili. Si alza e va verso il pubblico, solleva la pistola.
D: E' con questa che avrei dovuto farlo. Con questi proiettili. Sarei scivolato nella sua tenda prima dell'alba, gli sarei giunto alle spalle, perché Lui non potesse accorgersi di me, mentre dormiva, perché non mi potesse vedere, con i suoi occhi chiusi, e allora... Ma non l'ho fatto. Non potevo uccidere, non si può uccidere... (si gira di scatto, la mano con la pistola davanti alla bocca) Shhhhhh!! (si riguarda intorno, si tranquillizza, torna verso il falò e si siede).
Seduto sul masso rimette i proiettili nel sacchetto e si leva uno scarpone,
che è scassato e tenuto insieme dal filo di ferro: lo terrà in mano parlando e
gesticolando.
D: La prima volta che l'ho incontrato non ho capito subito chi fosse. (ride e
si intuisce che è una risata da uomo impazzito) D'altronde come potevo
capirlo? Eravamo appena giunti in vista dell'Altipiano, e io con loro, con i
diavoli rossi, DIE REUTEN TEUFEL, DIE REUTEN TEUFEL!!, come ci chiamavano gli
austriaci, DIE REUTEN TEUFEL!, i sardi della Brigata Sassari... Ci avevano
trasferito sull'Altipiano dalle trincee del Carso, perché il nemico aveva
sfondato a Cima XII, fra il Pasubio e la Val Lagarina, e ora si affacciava su
Bassano e il Brenta, su Verona e Padova e anche, immobile e luminosa come un
presepio, su Venezia! Fu allora che tentai per la prima volta di disertare....
Era quasi buio ai margini dell'Altipiano e noi nel bosco, primo plotone IX
compagnia, tra Stoccaredo e Buso, dietro ai tronchi appiccicati in terra e
all'improvviso... (si alza con lo scarpone in mano,, sollevando la voce)
Una scarica di fucileria! Due bombe a mano e un miagolio di schegge... Gli
austriaci! Via, via! Sono gli austriaci, grida qualcuno. Il mio plotone si
ritira, di corsa, tra gli alberi e io... io allora...
D si guarda intorno, solleva le mani in alto e fa qualche passo verso il pubblico.
D: Io allora butto via il fucile e mi dirigo verso il nemico! Mi arrendo! Sussurro. Non posso alzare troppo la voce. Ho paura che qualcuno dei nostri possa sentire. Mi arrendo. Non sparate! Eccomi... Alzo in alto le mani e per un po'... per un po' resto immobile nel buio ...sino a quando li vedo avanzare verso di me, prima un'ombra, poi due ombre, dieci ombre. Mi circondano ma non parlano. Sono muti gli austriaci, penso, sì, ma sono vivi. Mi consegno a voi, gli dico, non sparate... (D abbassa lentamente le mani) Ma non è il nemico! Non sono gli austriaci, mi rendo conto, improvvisamente, alla luce di una torcia. "Ma non è un austriaco", dice, il camerata che mi punta il '91 al petto. Anche lui ha le mostrine bianche e rosse sul colletto. E' anche lui un diavolo rosso, proprio come me... (D ridacchia). Die Reuten Teufel! Mi sono consegnato a un altro reparto dei nostri insomma, non a quelli dell'altra parte! (ridiventa improvvisamente serio, e tetro continua:) ...Ma ecco che lo vedo, per la prima volta. Avanza verso di me, è magro, ha piccoli occhiali tondi sul viso, un ciuffo di barba sul mento... "Soldato!" dice. (D si mette sull'attenti, la mano con lo scarpone penzoloni sul fianco). Presente, Signore! Marrasi Giuseppe, Signore! I plotone IX Compagnia. Mi sono trovato isolato, ho perso il fucile, Signore! Ho perso lo zaino, mi sono smarrito, Signore! E mentre gli altri soldati mi aggrediscono - "Infame!, disertore di merda!, volevi consegnarti agli austriaci! Ti è andata male, vigliacco!" - lui resta lì a guardarmi, in silenzio, e non dice una parola, e ha gli occhi fissi nei miei occhi, e io in un attimo... in una frazione di secondo..., sì, io ho la certezza che Lui capisca... che sappia già tutto di me. Sì, Lui sapeva tutto di me...
D torna a sedersi, poggia lo scarpone per terra e dallo zaino tira fuori
una bottiglia di liquore e beve.
D: Non conoscevo ancora il suo nome, ma lo rividi cinque giorni dopo, a Monte Fior...
La luce sul falò a sinistra si attenua mentre si alza quella sul falò a destra. Alcune sagome dei soldati sono seduti intorno al fuoco, un singolo soldato che ha un libro in mano si alza e legge:
Soldato lettore: "Poco prima di mezzanotte, il battaglione ricevette l'ordine di portarsi al completo in prima linea, a Monte Fior, con tutte e quattro le compagnie, gli zappatori e la sezione mitragliatrici (...) Passammo tutta la notte scavando. (...) La situazione era difficile e ce ne accorgemmo all'alba, quando gli austriaci aprirono il fuoco. (...) Per la prima volta i 305 e i 420 entravano in azione sull'Altipiano. Questi ultimi noi non li conoscevamo ancora. La traiettoria produceva un rumore speciale, un boato gigantesco, che s'interrompeva, di tanto in tanto, per riprendere, sempre più crescente, fino all'esplosione finale. Trombe di terra, sassi e frantumi di corpi si elevavano, altissimi, e ricadevano lontani. (...) Un terremoto sconvolgeva la montagna.
La luce sul soldato si spegne e si riaccende quella su D, che si stacca dal collo della bottiglia e si asciuga la bocca con la manica.
D: Quando i colpi dell'artiglieria cessarono gli austriaci vennero avanti...
ma questo successe dopo. Prima, oh sì!, prima tentai una seconda volta di
disertare..., e per una seconda volta non ci riuscii. Fu così che lo rividi
ancora, nella tenda del maggiore. Era così incazzato il maggiore (ride),
così incazzato quella sera! Perché le cassette del comando non erano ancora
arrivate in prima linea, capite? E dentro una di esse c'era la cosa a cui il
maggiore non avrebbe mai rinunciato, prima di andare in battaglia. Cos'era? Una
mappa, un santino, una foto, un amuleto?Ancora non sapevo... Mi accompagnano da
lui due carabinieri. Sono così alti! Con la testa arrivo appena alle loro
spalle. "Che cazzo volete?" Chiede il maggiore. "Vi consegniamo
il soldato Marrasi", dice uno dei due, telegrafico. "Vi consegniamo
Marrasi", stop. "E' stato sorpreso ieri a Foza", stop. "Non
ha saputo giustificare l'allontanamento dal suo reparto", stop. "E' un
probabile disertore", stop. "Un disertore!" Mi grida contro il
maggiore. (D grida:) "PERCHÉ NON LO AVETE FUCILATO SUBITO? CAZZO!
TI FACCIO FUCILARE IO, BASTARDO, TI FACCIO FUCILARE IMMEDIATAMENTE... (D
abbassa improvvisamente la voce)... bastardo!" (Un attimo di
silenzio, la voce di D si fa quasi sommessa) ...E' in quel momento che mi
accorgo della sua presenza. Sta in un angolo della tenda, un po' in penombra, e
mi osserva in silenzio, dietro i suoi occhialini tondi, e io allora chiedo la
parola e parlo al maggiore per parlare a Lui: (D cantilena, battendo una mano
sulla gamba) Non sono un disertore, stop. Ho smarrito il tascapane, stop. Il
tascapane con le due scatolette di carne di riserva, stop. Temevo di essere
punito, stop. (D allarga le braccia e aggiunge in tono viscido e pietoso)
Sono solo tornato indietro a cercare il tascapane... nell'ultimo punto di
addiaccio della mia compagnia, Signore! (D si alza lentamente e fa due passi
verso il pubblico). Parlai al maggiore per supplicare Lui. Mi avrà sentito?
Mi domandai. Sì, mi sentì... Sentì tutte le mie parole. Ecco, lo rivedo, ora
fa un passo verso l'apertura della tenda e scosta il telo e in un attimo... in
un solo attimo, come in un gioco di prestigio, sottrae al maggiore tutta intera
la sua rabbia: "E' arrivato il vostro attendente, signore", dice,
"con le cassette del comando". Il maggiore esce dalla tenda e lui mi
si fa vicino, così vicino che vedo il bianco iniettato di sangue dei suoi
occhi: "Tu vai prendendo delle cattive abitudini", sussurra. "Una
volta perdi te stesso, Marrasi, una volta perdi il tascapane. Che perderai
ancora?" (D si mette sull'attenti ma poi curva le spalle e china il capo
sino a portare il mento sul petto, come in un atto di contrizione). (Solleva
il capo lentamente e claudicando torna a sedersi sul suo sasso; per un attimo
resta pensieroso). Quando il maggiore rientrò nella tenda aveva altri occhi
e un sorriso giallo e sornione di nicotina e di meditata gioia, in bocca.
"Ma che disertori e disertori", disse, "non ci sono disertori nel
mio battaglione...". E mi comandò di tornare subito alla mia compagnia, in
prima linea, per la battaglia. (D butta via la bottiglia ormai vuota e ne
prende un'altra). Quella notte, sotto il tiro dell'artiglieria, gli uomini
di corvée distribuirono il cognac. Tre quarti di litro a testa (beve).
Tre quarti di litro a soldato sono abbastanza, per fermare quelli dell'altra
parte. A meno che... a meno che quelli dell'altra parte non ne abbiano ricevuto
più di tre quarti di litro a testa!
La luce sul falò a sinistra si attenua mentre si alza quella sul falò a destra. .
Soldato Lettore: "Gli austriaci attaccavano in massa. In ordine chiuso, a battaglioni affiancati. (...) Avanzavano, cantando un inno di guerra, di cui a noi non arrivava che la risonanza del coro incomprensibile. Hurrà! E il coro rispondeva. (Hurrà!) (...) Nelle nostre linee fu un rimescolio continuo. (...) Noi vedevamo reparti interi cadere falciati. I compagni si spostavano, per non passare sui caduti. I battaglioni si ricomponevano. Il canto riprendeva. La marea avanzava. Hurrà. Il vento soffiava contro di noi. Dalla parte austriaca ci veniva un odore di cognac, carico, condensato, come se si sprigionasse da cantine umide, rimaste chiuse per anni. Durante il canto e il grido dell'hurrà sembrava che le cantine spalancassero le porte e ci inondassero di cognac. Quel cognac (...) arrivava a ondate alle narici, (...) s'infiltrava nei polmoni e vi restava con un odore misto di catrame, benzina, resina e vino acido."
La luce sul soldato si spegne e si riaccende quella su D. Ora ha l'elmetto in testa e stringe il fucile che poggia per terra, tra le gambe.
D: Uno dei primi a essere colpiti durante il contrattacco, la mattina dopo,
fu il maggiore. Quello che aspettava quella notte, nascosta in una delle
cassette del comando, non era una mappa, e neppure un santino. Non era una foto
e non era una zampa di coniglio. Era una corazza di ferro, che sempre indossava
in battaglia, sotto il cappotto. Eppure quando il maggiore cadde, senza mettere
le braccia avanti, senza un monito, senza una premonizione o un lamento, era
già carne fradicia, era già carne morta. Il suo attendente gli sbottonò la
giubba. La corazza era spessa un dito, a scaglie di pesce, ed era crivellata di
colpi. (D beve). Però quella volta..., quella volta gli austriaci ebbero
meno cognac di noi! Perciò non passarono... (un attimo di silenzio). Per quasi
tutto il tempo io non mi mossi dalla mia buca. Una buca scavata da una granata
di 420, grande abbastanza da contenere un plotone. Non mi sarei mosso neanche se
fossero venuti Dio o il Diavolo ad alitarmi sul viso e farmi da scudo, io. Però
vidi tutto. Vidi il tenente Ottolenghi sparare sul nemico con la sua
mitragliatrice. Vidi il tenente Grisoni colpito a una gamba. Vidi un uomo
perdere un braccio, un altro una mano e un altro ancora, perdere di netto, come
una mela marcia giù dal suo ramo, la testa... e senza più testa continuò a
correre per qualche metro ancora, verso il nemico..., con una fontanella di
sangue nero che sprizzava vita dal collo monco. Un capitano della seconda
compagnia... (D accenna un sorriso amaro). Un capitano della seconda
stava in piedi, dritto, il volto sporco di terriccio, la testa scoperta... Con
la destra impugnava la pistola e con la sinistra l'elmetto... (D si alza,
poggia il moschetto, si leva l'elmetto e impugna la pistola; fa alcuni passi
verso il pubblico). Ecco così. Lo teneva così e gridava (D grida).
"VENITE AVANTI. DAI VENITE. VENITEEEEEE!" (riabbassa la voce)
Gridava contro gli austriaci per richiamare noi. Noi nascosti nelle buche. Noi
appiattiti nel fango a mordere il fango... Solo che invece di puntare la
pistola, puntava contro gli austriaci l'elmetto. Ed era la pistola che,
scambiandola per l'elmetto, tentava di mettersi sulla testa. VENITE AVANTI! e si
batteva la pistola sulla testa. (D si batte la pistola sulla testa)
Venite! E i colpi diventavano sempre più violenti. VENITEEEEEE! Il sangue
cominciò a colargli dalla testa sul viso e sul collo...
(D abbassa la pistola e l'elmetto e sussurra:) Io no. Io non gridai. E
neppure sparai. Restai accovacciato nella mia buca, profonda e umida come un
ventre di donna, gelida e appiccicosa come la gola di un impiccato. Da qualche
parte c'era anche Lui, lo sapevo, tra i suoi diavoli rossi, i sardi della
brigata Sassari...
D si zittisce, infila la pistola nel fodero, butta lontano l'elmetto, si rimette a posto il bavero del cappotto e si spazzola puntigliosamente i pantaloni, come se si fosse appena rialzato dal fango. Poi all'improvviso, in modo assolutamente imprevedibile e folle, si mette le mani sui fianchi e comincia a ballare quello che potrebbe essere ugualmente unu ballu tundu o una giga irlandese.
D (continuando a ballare e gridando): QUANDO POI VIENE LA SERA E TUTTO
TACE, PIANTI, ESPLOSIONI E CANTI, TORNA A CASA L'EROE, TORNA IN TRINCEA IL
SOLDATO!
D si arresta di botto e con tono di voce normale ripete:
D: Quando poi tutto tace, torna a casa l'eroe, torna in trincea il soldato... Quando poi viene il buio... si accendono le stelle... si allineano i morti... si fa l'appello ai vivi. "Marrasi Giuseppe". (D lentamente si mette sull'attenti): "Presente, Signore". (D sta un attimo immobile, poi fa due passi indietro girando le spalle al pubblico, ma si rigira di colpo e torna sui suoi passi:) Quella notte, ai bagliori fiochi dei falò, al riparo dell'ultima trincea, lo rividi avanzare tra i suoi soldati. Stringeva nel pugno il suo bastone e aveva ancora la forza di confortare il ferito, di ammonire l'incolume, e di avere pietà... di avere pietà per l'impazzito. E tutti, il ferito l'incolume e l'impazzito, finita la battaglia sollevavano i visi, appendevano le mani e gli occhi alle sue labbra, aspettavano un suo gesto, e così sia...
D torna verso il suo sasso e si siede. La luce si spegne e nel buio si sente ancora la sua voce.
D: Prima dell'alba ricevemmo l'ordine di abbandonare Monte Fior e prendere posizione a Monte Spill...
La luce si accende sul soldato lettore, che in piedi legge:
Soldato lettore: "Un ordine scritto del comandante
del settore ci rimise in movimento. L'ordine diceva: 'Il nemico ha potuto
prender posizione in più punti. La linea di Monte Fior non è più sostenibile.
Al ricevere della presente, il battaglione ripieghi in ordine su Monte Spill'.
"Ripiegare su Monte Spill?" gridava il capitano Canevacci, inveendo
sul portaordini. "E domani, un altro ordine ci farà attaccare Monte Fior e
noi saremo spacciati." Il capitano non ammetteva che si potesse abbandonare
al nemico, senza resistenza ulteriore, una posizione così importante. "Io
mi faccio fucilare," ripeteva "ma non ripiego". Il portaordini
chiedeva uno scritto che accusasse ricevuta dell'ordine che aveva consegnato, ma
il capitano glielo rifiutò. "Dì che io non do l'ordine di ripiegamento...
Dì che mi possono fucilare per rifiuto d'obbedienza, ma che il battaglione,
finché io ne sono il comandante, non abbandona Monte Fior. (...) Egli era
ufficiale di carriera e rischiava moltissimo. (...) Egli era convinto che
l'abbandono del monte costituisse un tradimento. Non era passata mezz'ora e un
caporale del comando del nostro reggimento si presentò con un altro ordine
scritto. (...) "Se il battaglione" diceva l'ordine "non inizia il
ripiegamento ordinato, il capitano Canevacci si consideri destituito dal
comando".
"Io destituito dal comando? Ma l'esercito italiano è comandato da
austriaci! E' una vergogna." (...) ... Passato il furore, dovette decidersi
a obbedire. (Qualche giorno più avanti) Il (...) generale comandante la
divisione, ritenuto responsabile dell'abbandono ingiustificato di Monte Fior, fu
silurato. In sua sostituzione, prese il comando della divisione il (...)
generale Leone. L'ordine del giorno del comandante del corpo d'armata ce lo
presentò come un soldato di provata fermezza e d'esperimentato ardimento".
La luce sul soldato si spegne e si riaccende quella su D, che ha una grossa pietra bianca in mano e traccia una linea per terra, parallela al pubblico in platea. D finisce di tracciare la linea, fa qualche passo indietro, la osserva e poi si rivolge al pubblico.
D: Non ricordo esattamente quando cominciai a seguirlo passo passo e a
tracciare la linea. Forse fu proprio a Monte Spill, subito dopo l'arrivo del
generale Leone. O forse fu durante l'inseguimento del nemico, quando il nemico
abbandonò di nuovo monte Fior. Non crediate sia stato facile! Al disertore,
alla lepre ripresa alla tagliola, niente è concesso in trincea. Sputano e
pisciano nella tua gavetta, i compagni, ti negano parole e tabacco, ti prendono
a calci nel culo e la tengono stretta, la tua catena. Scommettono su di te,
anche. Perché il disertore è due volte lepre. Lepre per il nemico, lepre per
l'amico. Ma a me non importava molto, ormai. Perché avevo un'idea, capite...
Così cominciai a seguirlo, ogni volta che potevo, a osservare di nascosto i
suoi movimenti, ad ascoltare in silenzio ciò che i soldati dicevano di lui,
ogni notte, intorno ai falò. Perché era Lui, la Leggenda. Emilio Lussu.
L'aiutante maggiore Emilio Lussu. L'Uomo dei boschi e del vento, dei monti e del
granito. Questo dicevano gli uomini. Dicevano che lui sapeva come fare. Che
aveva ali possenti, e fiuto nel becco e sentieri che riportano a casa. Per
questo non venne mai ferito. Qualche graffio appena, a volte, ma mai ferito
gravemente... mai sul Carso, mai alla Trincea dei Razzi, mai a quella delle
Frasche. Mai nascosto come un topo nel fondo di una buca, con la testa tra le
gambe e l'aria rosicchiata tra i denti, e anzi sempre avanti sulla linea del
fuoco, lanciatore di bombe, sabotatore con i tubi di gelatina, sempre incolume,
e già questo..., già questo... (D si batte la tempia con l'indice della
mano destra, come dire "già questo mi fa capire...") Una volta,
sul Carso, una granata colpì il ricovero degli ufficiali. C'era anche un
comandante di brigata. ( D ridacchia:) Furono tutti fatti a pezzi, tutti
carne bruciata. Tutti, ma non Emilio Lussu, neppure un graffio Lui, o forse
appena un graffio, e probabilmente qualche secchio di sangue addosso, mischiato
con la terra rossa del Carso, terra e sangue sulla sua bocca, sulle sue mani,
sui vestiti, ma sempre sangue degli altri...
Così per prima cosa ogni sera, quando scompariva nella sua tenda, cominciai a
fare esattamente quello che faceva lui, cominciai a tracciare una linea (D si
china e finisce di tracciare la linea e si risolleva). Ero convinto che
l'importante fosse tracciarla diritta. Con accuratezza, con precisione. (D fa
qualche passo verso il pubblico e confidenzialmente aggiunge): Oh!
Gliel'avrò visto fare decine, centinaia di volte. A volte si alzava la notte,
per farlo. A volte si sedeva su un sasso, con le mani sul viso. Altre volte
accendeva la sua pipa e misurava le distanze in silenzio. Le distanze esatte che
riusciva a mantenere tra sé stesso e la Guerra, tra sé e la trincea, tra sé e
gli uomini-topo disposti ad annegare sulla nave che affonda, pur di non
abbandonare la nave.
D, torna oltre la linea tracciata, si china un attimo, la perfeziona e poi si risolleva.
D: Una volta tracciata la linea, bisogna semplicemente capire da che parte si sta, se capite cosa voglio dire. Ecco, questa è la parte mia. Qui c'è il mio zaino (D sistema lo zaino). Qui ci sono le mie coperte (D sistema le coperte). Qui posso ricostruire la mia casa. Qui posso piantare l'albero di mele. Qui ci sono i miei cani. Qui mia moglie e mio figlio... (D per un attimo sembra ricordare) ...mia moglie e mio figlio... (D si scuote e frenetico, rabbioso, continua). Qui c'è il mio fucile. Qui la mia gavetta, qui il cesso merdoso dove cago merda ogni mattina, a cento metri dalla trincea, qui tutti i mozziconi di sigaretta e le bottiglie vuote e anche... e anche quel che resta della mia paura. (D porta le mani al petto, a indicare sé stesso) ...Ecco, qui ci sono io. E dall'altra parte della linea... (D solleva il braccio e indica l'altra parte, sta un attimo in silenzio)... Più difficile è capire chi sta dall'altra parte, e più ancora riuscire a stabilire le giuste distanze...
D comincia a camminare lungo la linea, le mani allacciate dietro la schiena. Si ferma e guardando il pubblico.
D: Per qualche tempo ho creduto che dall'altra parte ci fossero solo la
Guerra e la trincea, i santi e gli eroi, gli austriaci e i generali. E tra tutti
questi, prima di ogni altro, il generale Leone...
La luce su D si spegne e si accende quella sul soldato lettore, che questa volta ha alle sue spalle tutti gli altri soldati, in piedi, immobili come statue.
Soldato Lettore: "Sul far della sera, la
resistenza nemica si fece meno attiva. Le loro pattuglie continuavano a sparare
ma, per ripiegare, non attendevano di essere attaccate con la baionetta. Noi
riprendemmo l'inseguimento più celermente e avemmo solo qualche ferito. (...)
Il generale Leone (...) marciava fra il 2^ battaglione e il nostro, a piedi,
seguito dal suo mulo che il conducente gli teneva per le redini. Dall'avanti una
voce gridò: 'Alt! Zaini a terra!' 'Chi ha gridato?' domandò il generale, cupo.
Era un soldato della settima compagnia, del 2^ battaglione, il quale, arrivato
al bivio di due sentieri, avvertiva che i reparti che seguivano dovevano
fermarsi. (...) Uno di loro era stato ucciso in quel momento ed era necessario
che gli altri non si avventurassero senza che il terreno fosse stato
riconosciuto (...) Il capitano Zavattari, comandante della 6^, ne riferì al
generale.
'Faccia fucilare quel soldato' gli ordinò il generale. Far fucilar e un
soldato! Il capitano Zavattari era un ufficiale di complemento. Nella vita
civile, era capo divisione al Ministero della Pubblica Istruzione. Era il più
anziano degli ufficiali del reggimento. L'ordine di far fucilare un soldato, era
un'assurdità inconcepibile. Con parole misurate, trovò la maniera di dirlo al
generale:
'Lo faccia fucilare all'istante' replicò il generale, senza un attimo di
esitazione. Il capitano si allontanò e ritornò poco dopo dal generale. 'Lo ha
fatto fucilare?' gli chiese il generale.
'Signor no. Il soldato non ha fatto che quanto gli è stato ordinato. Egli non
ha mai pensato, (...) di emettere un grido di stanchezza o di indisciplina. Egli
ha solo voluto trasmettere un ordine ai suoi compagni. Gli esploratori hanno
avuto, poc'anzi, un morto, e l'alt era necessario per dar loro il tempo di
riconoscere il terreno. 'Lo faccia fucilare ugualmente' rispose freddamente il
generale. 'Ci vuole un esempio (....) LO FACCIA PASSARE SUBITO PER LE ARMI! -
gridò. (...)
'Signorsì' rispose deciso il capitano. (...) raggiunse nuovamente la testa
della compagnia, che ferma aspettava ordini. Fece fare, da una squadra, una
scarica di fucileria contro un tronco d'albero e ordinò che i portaferiti
stendessero su una barella il corpo dell'esploratore morto. L'operazione finita,
seguito dalla barella, si ripresentò al generale. Gli altri soldati ignoravano
il macabro stratagemma e guardavano l'uno l'altro, esterrefatti.
'Il soldato è stato fucilato' disse il capitano. Il
generale vide la barella, s'irrigidì sull'attenti e salutò fieramente. Egli
era commosso. 'Salutiamo i martiri della patria! In guerra, la disciplina è
dolorosa ma necessaria. ONORIAMO I NOSTRI MORTI!'"
La luce si spegne sul soldato lettore e si riaccende su D, che ora ha di nuovo l'elmetto in testa, il moschetto in spalla e, tra le braccia, regge con difficoltà il cadavere di un soldato senza testa. Al centro della linea, di fronte al pubblico, immobile e sottovoce:
D: Onoriamo i nostri morti...
Nello stesso momento la luce si attenua un po' su di lui e si alza improvvisa e violenta sui soldati, che si lanciano in una morra forsennata.
Soldati, con grida da ubriachi: QIMBE, BATTORO, DUOSO, QIMBE, BATTORO,
DEGHE...! QIMBE, DUOSO, BATTORO, DUOSO, BATTORO, DEGHE...!
La luce sui soldati si attenua, insieme alle grida della morra, e si rinforza la luce su D, che in ginocchio sistema il cadavere-fantoccio, poggiandolo con la schiena contro il suo zaino. Si siede sul suo masso, si libera di elmetto e moschetto, si accende una sigaretta e getta un'occhiata distratta al cadavere-fantoccio.
D: Per un po' non pensai più a fuggire. Io, il disertore, seguii i Diavoli Rossi lungo le mulattiere dell'Altipiano. Io, che nella mia vita non avevo visto altro che pianure e colline e mare, li seguii oltre la Croce di Sant'Antonio, con i piedi piagati sui sassi appuntiti, e poi oltre la Val di Nos, verso Monte Zebio. Gli austriaci si ritirarono di una ventina di chilometri, poi riscavarono le loro trincee, a Monte Zebio. Il generale Leone allora fece distribuire il cognac e fece squillare le trombe, e noi andammo più volte all'attacco. (D sorride amaro) Le faceva squillare davvero le trombe, a ogni assalto, non per modo di dire. Perché il generale Leone possedeva un robusto senso estetico del gesto maestoso della guerra. E quello squillare alto e prolungato, spezzato dal fragore disordinato degli spari e delle granate, alle sue orecchie ben si accompagnava alle grida dei feriti e al rantolio dei moribondi. Ma nonostante questo io, ancora, non pensai a fuggire.
D si alza e comincia a misurare a grandi passi la linea, pensoso.
D: Una volta..., una volta mi offrii persino volontario (ridacchia) ...per un'azione di sabotaggio contro i reticolati nemici. (D si ferma al centro della linea e rivolto al pubblico:) A ogni volontario il generale Leone passava ogni notte dieci lire, per far esplodere i tubi di gelatina sotto i reticolati. Per un tubo erano necessari due uomini: dieci tubi, venti uomini; venti uomini, duecento lire. Ma non fu per il denaro che mi offrii volontario. Il denaro dei generali, per il disertore, è acqua di feccia, è bava del demonio. Però fare esplodere i tubi di gelatina non era un affare così pericoloso. La notte era distratta e cieca, sparavano a casaccio, quelli dell'altra parte, e noi si riusciva a tornare indietro, quasi sempre. E io così riuscivo a stargli vicino, sempre più vicino, per carpire il segreto delle sue ali possenti, dei suoi sentieri che riportano a casa... Perché ogni notte era l'aiutante maggiore Emilio Lussu, che comandava le squadre di sabotatori... Finché arrivò una notte, una notte in cui pensai... in cui mi sembrò di aver capito tutto. Di aver capito come fare a stare davvero da questa parte della linea (D indica la sua parte della linea. Si zittisce un attimo e si porta le mani alla testa, come se il pensare gli fosse doloroso; poi, con voce rauca e rotta:). Per un momento, per un solo momento, mi sembrò di poter misurare la giusta distanza che Lui riusciva a mantenere tra sé e gli altri, tra sé e la maledetta Guerra...
D lascia andare le braccia lungo i fianchi, poi stancamente riprende a parlare.
D: Per sette notti di seguito piazzammo i tubi di gelatina sotto i
reticolati. Non che servisse a molto. All'alba erano già rispuntati come la
gramigna. Ma dopo sette notti di inutili esplosioni, il comando decise di
lanciare un nuovo grande attacco. Tanti tubi brillati, lo esigevano, alla fine,
un assalto. Il tenente colonnello Carriera, ricevette dal generale Leone
l'ordine di pianificare l'operazione. E insieme concepirono un Piano. (D si
porta l'indice alla tempia destra e ridacchia:): Un Piano del cazzo! Un
vero, autentico, grandioso, geniale Piano da generali del cazzo: di notte, far
brillare ancora i tubi, e all'alba, prima dell'attacco, far allargare le brecce
dei reticolati con le pinze tagliafili.
Sapete quanto è grosso il filo spinato dei reticolati? No,... non potete
saperlo. E' grosso un dito (D mostra l'indice). E avete idea di quanto
tempo ci voglia per tagliare un solo filo? No, non potete. Ma il tempo, con la
prima luce che vi mette a nudo a quindici metri dalla trincea del nemico, è
esattamente quello che basta al cecchino per capire di che colore sono i vostri
occhi, da quanti giorni non vi siete fatti la barba, persino se avete i denti
gialli per troppa nicotina, o neri e marci per il troppo cognac, prima che vi
spappoli il cranio con un solo colpo, senza che voi siate riusciti a troncare un
solo filo, ... Decine di noi, morirono così, sul Carso....
Ma quella notte!... Ah! Quella notte Lussu radunò una squadra! C'era il suo
amico tenente Santini, con il suo attendente portaordini, e c'ero anch'io con
loro. "Facciamo sparire tutte le pinze del battaglione!" disse a
Santini. "Che il tenente colonnello non ne trovi neppure una, quando verrà
l'alba". E io, io per la prima volta, corsi nella notte non col cuore di
lepre, ma col cuore di faina. E per la prima volta percepii che ciò che faceva
questo mio corpo stanco, queste mie inutili mani, aveva finalmente un senso,
netto, riconoscibile, condivisibile: (un attimo di silenzio, poi D fa due
passi avanti verso la platea e grida:) NESSUNO - DOVRÀ MORIRE - SUI FILI, -
ALL'ALBA!... NESSUNO - DOVRÀ - PIÙ MORIRE - INUTILMENTE!
D si zittisce a abbassa le mani sui fianchi, poi, sommessamente:
D: Pensai che forse, potesse essere anche questa, la distanza che andavo cercando... Fare la cosa giusta... opporsi? Sì, anche opporsi, anche una sola volta, riuscire a mettere da parte un pugno di grano nella carestia, infilare un singolo granello di sabbia nell'ingranaggio... Ma l'alba... l'alba fu ancora una volta cerbero e matrigna... Perché il colonnello Carriera trovò chissà dove sette pinze che a noi erano sfuggite. E subito inviò verso i reticolati il tenente Avellini con due soldati. Uno dei due venne freddato immediatamente, l'altro riuscì a tornare indietro con una gamba spezzata sotto il ginocchio. Anche il tenente Avellini riuscì a tornare indietro, e qualcuno sussurrò che Dio o il Diavolo gli avevano alitato sul collo, quella mattina... perché aveva la giubba bucata sui fianchi, da parte a parte, in più punti, ma neanche un graffio... Gli austriaci, durante la notte, avevano piazzato altri cavalli di Frisia e altri nidi di mitragliatrice. E le pinze non tagliavano. Avevano perso il filo nelle notti di luna, forse, come accadeva ai rasoi e alle baionette. Ma comunque non tagliavano. Il tenente colonnello e il generale Leone però non rinunciarono al loro piano. E mentre davano l'ordine di provare le pinze su un pezzo di filo raccolto lì per terra, io non riuscivo a staccare gli occhi da Lussu. Dall'Uomo dei boschi e del vento, dei monti e del granito. Ero troppo lontano per capire ciò che stava dicendo al tenente colonnello. Però vidi il suo pugno stringersi intorno al bastone, e mi sembrò di sentire un rombo lontano, il rombo delle sue parole che si alzavano contro la Guerra e contro la stupidità dei Generali...
La luce su D si spegne e si riaccende quella sul soldato lettore.
Soldato Lettore: "Il tenente colonnello chiese al
capitano Bravini il nome di un altro ufficiale del battaglione da mandare sotto
i reticolati. Senza resistenza, il capitano Bravini suggerì il nome del tenente
Santini e aggiunse che nessuno, come lui, conosceva il terreno. (...) Il tenente
Santini arrivò seguito dal suo portaordini. Il tenente colonnello gli spiegò
quello che si voleva da lui e gli chiese se volesse offrirsi volontario.
"E' un'operazione impossibile" rispose Santini. "E' troppo
tardi... (e c'è troppa luce!).
"Io non le ho chiesto" ribatté il tenente colonnello "se sia
presto o tardi. Io le ho chiesto se si offre volontario".
"Signor no" rispose Santini.
Il tenente colonnello guardò Santini, quasi non prestasse fede alle sue
orecchie, guardò il capitano Bravini (...), guardò tutto il gruppo di
ufficiali e di soldati che erano addossati alla trincea, (...) ed esclamò:
"Questa è codardia!"
"Lei mi ha posto una domanda, - (disse Santini) - e io le ho risposto. Non
è questione di codardia, né di coraggio".
"Lei non si offre volontario?"
"Signor no".
"Ebbene, io le ordino, dico le ordino, di uscire ugualmente, e
subito". Il tenente colonnello parlava calmo, la sua voce aveva
l'espressione d'una preghiera gentile, quasi supplichevole. Ma il suo sguardo
era duro.
"Signor sì" rispose Santini. "Se lei mi dà un ordine, io non
posso che eseguirlo".
"Prenda le pinze" ordinò il tenente colonnello con la voce dolce e
gli occhi freddi. Il tenente aiutante maggiore s'avvicinò con le pinze. (...)
Santini prese le pinze. Si slacciò dal cinturone un pugnale viennese dal corvo
di cervo, trofeo di guerra (...). Era ( molto) pallido. Estrasse la pistola e
scavalcò la trincea. Il portaordini, che nessuno (...) aveva notato, dopo il
suo arrivo in compagnia del tenente, prese una pinza e uscì dalla trincea. Il
capitano Bravini beveva dalla borraccia. Era già giorno.
Gli austriaci non sparavano. Eppure i due avanzavano allo scoperto. In quel
punto tra le nostre trincee e quelle nemiche, non vi erano più di cinquanta
metri. Gli alberi erano radi e i cespugli bassi. Se si fossero buttati a terra,
sotto i cespugli, sarebbero potuti arrivare non visti, almeno fino ai
reticolati. Santini rimise la pistola nella fondina e avanzò con in mano le
sole pinze. Il portaordini gli era sempre a fianco, con il fucile e le pinze.
Traversarono il breve tratto e si fermarono ai reticolati. Dalle trincee,
nessuno sparò. Santini fece infine, ripetutamente, con la mano, un gesto verso
il suo compagno, per farlo tornare indietro. Forse, egli pensava di poterlo
salvare. Ma il gesto era il movimento stanco di un uomo scoraggiato. Il soldato
rimase al suo fianco. Santini s'inginocchiò accanto ai reticolati e, con le
pinze, iniziò il taglio dei fili. Il portaordini fece altrettanto. Fu allora
che, dalla trincea nemica, partì una scarica di fucili (e) I due stramazzarono
al suolo.
La luce si riaccende su D, che sta seduto sul suo sasso. Il suo fucile è appoggiato sulle gambe del fantoccio
D: Dopo la morte di Santini il tenente colonnello comandò che l'assalto iniziasse da lì a poco. Ma il comandante di reggimento e il comandante di trincea vennero in linea e lo fecero sospendere all'ultimo momento.