| home | menu | biografia | libri | rom | altipiano | carapigna |
| maestri | biblioteca | shoah | ebraica | benzi | scrittori | cerca libro |
Storia minore di un disertore/2
|
Fanti della Brigata Sassari |
***********************************************
D si alza; camminerà a tratti avanti e indietro, sulla linea, e parlerà sommessamente, in tono quasi colloquiale.
D: E' strano come il tempo sia capace di dilatarsi, e poi quasi di
immobilizzarsi, quando si ha notizia che un attacco verrà rimandato anche di
sole ventiquattro ore. Eppure,... eppure quella gioia sorda e avida di silenzio
a cui ti aggrappi per un minuto o per un'ora, è solo un inganno dei sensi. Tra
tutti gli inganni l'inganno peggiore. Non è un sospiro prolungato, né un
dormiveglia. Piuttosto solo l'istante che precede il risveglio... E passato
quell'istante, un minuto, un'ora, o un intera giornata, capisci che se non
morirai oggi, morirai domani. E che dentro e fuori di te ormai non esiste altro
che la Guerra. E che per quanto durerà, niente altro potrà esistere, se non la
Guerra.
Non sai come sia potuto succedere. Non ti sei neppure accorto che stesse
succedendo... Ma è come se fossi diventato tu la trincea,... Tu le montagne
intorno, tu i sacchi di ghiaia, tu il cielo, tu il nemico che ti vuole uccidere,
tu il cadavere di Santini che nessuno riporterà indietro, sino a quando farà
di nuovo buio... (D si leva la pietra bianca dalla tasca e corregge un po' la
linea. Si rialza e sempre sommessamente:) In realtà è probabile che tutti
cercassero di tracciare una linea, a modo loro, e semplicemente non ci
riuscissero. Ma io allora non capivo bene tutto questo.
D (cominciando progressivamente ad accelerare la parlata): Subito dopo il tramonto andai io, con Lui, a riportare indietro il corpo del tenente Santini. (D si accende la sigaretta, si avvicina al fantoccio, si china su di lui, lo afferra per una caviglia e comincia a trascinarselo dietro, verso la linea). Riportare in trincea un cadavere è molto più faticoso che portare indietro un ferito. (D trascina il fantoccio oltre la linea, si ferma continuando a tenere stretta la caviglia e aspira una boccata di sigaretta): Per tutto il tempo Lussu non disse una parola... Non che avesse bisogno di dire qualcosa, perché Santini era suo amico, era suo amico, e allora il mio compito, il mio unico compito, ciò che credevo lui volesse da me, non poteva essere che quello di...
D si zittisce e torna sui suoi passi tirandosi dietro il fantoccio, spegne la sigaretta, imbraccia il fucile e continuando a parlare lo carica.
D: Prima pensai al tenente colonnello Carriera. Poi mi decisi per il generale
Leone. Con il generale Leone sarebbe stato certamente più facile. (D si
riavvicina alla linea): Il comandante della Divisione non dormiva quasi mai,
la notte. Aveva l'anima inquieta e l'energia dei pazzi. A volte si arrampicava
sugli alberi, per osservare i bagliori lontani dei fuochi degli austriaci. Altre
volte si aggirava lungo le trincee, senza i suoi carabinieri di scorta, per
sorprendere le nostre sentinelle, e allora nel buio potevi sentire
all'improvviso lo scoppio della sua voce da pazzo, o scorgere il bianco dei suoi
occhi da pazzo, appostati dietro uno spuntone di roccia. Io avrei potuto
aspettare lo spegnersi dell'ultimo fuoco, e poi attenderlo al varco. Avrei
sollevato il mio fucile, l'avrei puntato (D solleva e punta il suo fucile)
e poi, se avessi respirato a fondo e se avessi trovato il coraggio, io, io solo,
sarei stato il suo giudice e il suo esecutore... (D riabbassa il fucile)
Ma quella notte, addossato con altri uomini all'ultimo fuoco, non fui l'unico ad
avere quei pensieri. E quando nel buio si sollevò la voce del generale: 'All'erta
soldati! Passa il vostro generale, il vostro generale è in linea e non dorme.
All'erta!', fu un altro soldato, uno della 12^, a sussurrare, per primo:
"Eccolo il pazzo... il pazzo non dorme...".
"Meglio un generale morto, che un generale sveglio", gli fece da eco
un secondo.
"Nessuno tirerà una fucilata su quel macellaio?" suggerì un terzo.
E un altro soldato ancora, un uomo anziano, quasi un vecchio, dalle larghe mani
callose di contadino, che stava seduto al mio fianco e che sembrava occupato
solo a fumare e a scaldarsi, senza sollevare il viso e senza levare il sigaro
dalle labbra, disse: "Io gliela tiro, gliela tiro certamente. Se si mostra
io gliela tiro".
Quando il generale apparve, tra due fuochi, a meno di cinquanta metri da noi,
con l'elmetto in testa, con la sciarpa intorno al collo e il mantello grigio che
gli scendeva sino alle caviglie, rischiarato dalla luce quel tanto che bastava,
fu il vecchio a sollevare per primo il fucile. E anch'io sollevai il fucile. Lo
prese di mira, e anch'io lo presi di mira. Ma prima che allungassi il dito sul
grilletto, una mano, da dietro, con un tocco lieve, un tocco gentile e appena
accennato, mi sfiorò le spalle... "Ehi, il generale non ha voglia di
dormire!" venne fuori nel buio, una voce che conoscevo bene... Per un
attimo non credetti alle mie orecchie, non credetti ai miei occhi. Ma fu proprio
Lui che si fece avanti nel cerchio di luce del falò. L'aiutante maggiore Emilio
Lussu. Guardò negli occhi il vecchio e gli fece un cenno con la mano aperta. Un
solo cenno,... e tenne le labbra ben serrate. Ma il vecchio capì ugualmente e
obbedendo al suo ordine abbassò il fucile. "Fammi spazio" disse
invece a me. Io non mi mossi e non abbassai il fucile. Come potevo abbassarlo?
'Lo sto facendo per te, mi hai detto tu di farlo', pensai. 'Lo sto facendo per
te, Santini era tuo amico, Santini è morto, e lui è il nemico, LUI È IL
NEMICO! Perché se non lo uccido ora, a cosa è servito morire ieri? E domani,
cosa accadrà domani?..."(D si arresta attonito)
"Fammi spazio!", mi ripeté, Emilio Lussu. E io..., io allora,
lentamente, abbassai il fucile. E per la prima volta mi domandai da che parte
della linea stesse Lui, l'uomo del vento e del granito. Poi mi allontanai e
cercai l'angolo più buio del campo, e li mi accucciai come una cane alla
catena...
D torna verso il suo sasso e si corica per terra, in posizione fetale. La luce su di lui si spegne e si riaccende quella sul soldato lettore.
Soldato Lettore:
"Il comandante della divisione
volle dirigere personalmente i preparativi dell'azione. Fin dalle prime ore del
giorno, egli era in linea, nelle trincee (...). Una corvée portò in trincea
diciotto corazze "Farina" (...). Queste differivano dalla corazza del
(...) maggiore, la quale, a scaglie di pesce, leggera, copriva solo il torso e
l'addome. Le corazze "Farina" erano armature spesse, in due o tre
pezzi, che cingevano il collo, gli omeri, e coprivano il corpo quasi sino alle
ginocchia. Non dovevano pesare meno di cinquanta chili. Ad ogni corazza
corrispondeva un elmo, anch'esso a grande spessore. Il generale era ritto, di
fronte alle corazze (...) Ora parlava, scientifico: 'Queste sono le famose
corazze "Farina"' (...) spiegava il generale 'che solo pochi
conoscono. Sono specialmente celebri perché consentono, in pieno giorno, azioni
di una audacia estrema. Peccato che siano così poche! In tutto il corpo
d'armata non ve ne sono che diciotto. E sono nostre! Nostre!' (...)
Un soldato commentò a bassa voce: 'Io preferirei una borraccia di buon cognac'.
'A noi soli' continuava il generale 'è stato concesso il privilegio di averle.
Il nemico può avere fucili, mitragliatrici, cannoni: con le corazze
"Farina" si passa dappertutto'.
(...) Il reparto dei guastatori era stato preparato dal giorno prima e attendeva
d'essere impiegato. Erano volontari del reparto zappatori, comandati da un
sergente, anch'egli volontario. In pochi minuti furono in trincea, ciascuno con
un paio di pinze. Essi indossarono le corazze (...). Lo stesso generale si
avvicinò a loro ed aiutò ad allacciare qualche fibbia. 'Sembrano guerrieri
medioevali' osservò il generale. I volontari non sorridevano. (...) Gli altri
soldati, dalla trincea, li guardavano con diffidenza. Accanto al cannone
praticammo un'altra breccia, nella trincea. Il sergente volontario salutò il
generale. Questi rispose solenne, dritto sull'attenti, la mano rigidamente tesa
all'elmetto. Il sergente uscì per primo; seguirono gli altri, lenti per il
carico d'acciaio, sicuri di sé, ma curvi fino a terra, perché l'elmetto
copriva la testa, le tempie e la nuca, ma non la faccia. Il generale rimase
sull'attenti finché non uscì l'ultimo volontario, e disse al colonnello,
grave: 'I romani vinsero per le corazze'.
Una mitragliatrice austriaca, da destra, tirò d'infilata. Immediatamente,
un'altra, a sinistra, aprì il fuoco. I volti (dei soldati in trincea) si
deformarono in una contrazione di dolore. Essi capivano di che si trattava.
'Avanti!' gridò il sergente ai guastatori. Uno dopo l'altro, i guastatori
corazzati caddero tutti. Nessuno arrivò ai reticolati nemici. 'Avan...'
ripeteva la voce del sergente rimasto ferito di fronte ai reticolati.
Il generale taceva. I soldati del battaglione si guardavano terrorizzati. Che
cosa, ora, sarebbe avvenuto di loro?
Il colonnello si avvicinò al generale e chiese: 'Alle nove, dobbiamo attaccare
ugualmente?'
'Certamente' rispose il generale, come se egli avesse previsto che i fatti si
sarebbero svolti così come in realtà si svolgevano 'Alle 9 precise. La mia
divisione attacca su tutto il fronte'.
Il capitano Bravini (...) disse: 'Adesso tocca a noi'. Staccò la borraccia e la
bevette tutta".
La luce si riaccende su D, che ha una aria completamente dismessa. E' senza cappotto, senza giubba, ha la camicia militare fuori dai pantaloni, completamente aperta sul torace nudo o sulla canottiera. Ha il fucile in mano e racconta come se la cosa ormai non lo riguardasse più di tanto.
D: Il battaglione era pronto per l'assalto. La 9^ compagnia era stata ammassata intorno alla breccia dei guastatori. La decima le stava dietro. Non si sentiva un suono, non una parola. Ma si vedevano muovere le borracce di cognac. Dalla cintura alla bocca, dalla bocca alla cintura, dalla cintura alla bocca... Il sergente dei guastatori, sotto i reticolati, dentro la sua corazza "Farina", ricominciò a gridare 'Avanti! Avan...'. Il momento del risveglio era arrivato. Ma prima ancora che l'ordine dell'assalto ci mandasse tutti a morire, due soldati della 10^, due vecchi arnesi dalle lunghe barbe sfatte, dalla pelle grigia e dagli occhi incavati, che in quel momento si tenevano stretti uno a fianco all'altro come bambini, fecero velocemente qualche passo indietro. Prima che qualcuno riuscisse a fermarli si aggiustarono la canna del fucile sotto il mento. Il primo si curvò, (D si sistema il fucile sotto il mento, è mima l'azione del suicidio), fece partire il colpo e si uccise. L'altro fece altrettanto e stramazzò accanto a lui. Il primo era un veterano del Carso. E potete scommetterci che nessuno dei due aveva mai visto Trento e Trieste. No, probabilmente non seppero mai neppure dove si trovassero, Trento e Trieste. L'Italia irridenta dei bollettini di guerra e dei Generali, restò stampata per sempre nei loro occhi in quel breve tratto di terreno che ci separava dai reticolati nemici. Erano appena cinquanta metri. Troppi per sperare di sopravvivere all'assalto, troppo pochi per non desiderare di morire subito, al levarsi di quel giorno...
D si avvicina al fantoccio, lo solleva, si siede e lo prende in braccio. Parlando con tono colloquiale, con una mano, comincerà a mettergli in ordine la giubba, ad allacciargli i bottoni.
D: Io so cosa successe quel giorno. Io c'ero. I primi a uscire furono quelli della 10^ compagnia, la 11^ e la 12^ la seguirono di corsa. Se ci fossimo trovati su un terreno piano, nessuno sarebbe arrivato ai reticolati. Ma il terreno in quel punto era leggermente in discesa e coperto di cespugli e sassi. Così che il puntamento delle mitragliatrici austriache andava facilmente fuori asse e una piccola parte dei mille uomini del battaglione, non venne falciata subito dal loro tiro incrociato. Ciò nonostante, per gli austriaci, fu come fare il tiro a segno. Non si nascondevano più, dietro le feritoie. Sporgevano a mezzo busto dai parapetti, e puntavano calmi, sugli uomini arrivati ai reticolati. Sino a quando l'odore del sangue sul terreno non divenne fetore dolciastro di viscere e di macello. Allora anche gli austriaci smisero di sparare. E qualcuno di loro, in un italiano stentato, in un italiano masticato duro tra i denti, cominciò a implorare e a gridare, dai parapetti: 'Basta! Basta!' 'Bravi soldati! Non fatevi ammazzare! Non fatevi ammazzare così!' ...Eppure anche in quel momento, da ciò che era rimasto delle nostre file, dai diavoli rossi vivi e dai moribondi, si levò alto il grido maledetto. 'Avanti Savoia!' Gli austriaci ripresero a sparare e noi, e noi...
D si rialza di colpo, facendo cadere scompostamente il fantoccio e si avvicina alla linea.
D: Lussu fu uno dei primi a rialzarsi, a ridosso dei reticolati. Non aveva in mano il fucile e neppure la pistola. Gli era rimasto solo il bastone. Lo lanciò contro la trincea nemica e il bastone volò... volò alto, roteando su se stesso, sino a quando un soldato austriaco si tirò in piedi sul parapetto e l'afferrò con la mano tesa. Lo afferrò e lo sollevò in alto, come un trofeo... Dei mille uomini del battaglione, solo duecento rimasero in vita, quel giorno. Compresi gli uomini della sezione mitragliatrici del tenente Ottolenghi, che erano rimasti al riparo delle feritoie. Alle bandiere dei due reggimenti, qualche settimana dopo, venne concessa la medaglia d'oro al valor militare, per quell'assalto. Ma quella notte stessa il generale Leone volle complimentarsi personalmente con tutti gli ufficiali del nostro reggimento rimasti in vita, solo cinque, compresi i feriti. Al capitano Bravini disse che avrebbe potuto contare su una medaglia d'argento. E il capitano rimase sull'attenti con il suo avambraccio spezzato da una pallottola esplosiva sino a quando il generale non scomparve. Poi si sedette e pianse per tutta la notte. Durante l'assalto anch'io venni ferito a una mano, da una scheggia di granata. Era un taglio profondo, un po' slabbrato. Ma tutti dissero che quella ferita era troppo facile, che me l'ero procurata da solo, per ottenere una licenza e tornare nelle retrovie. E' il marchio del disertore, dissero, e non mi permisero di allontanarmi dal fronte. Anche il soldato che aveva puntato il suo fucile contro il generale Leone, il vecchio dalle mani callose da contadino, non lasciò mai più la trincea. Riuscì a tornare indietro, quella notte, ma aveva perso troppo sangue, per una ferita al torace, e morì prima ancora che spuntasse l'alba, buttando muco e sangue dalla bocca. Lo adagiarono in una fossa comune. Poi gettarono uno strato di calce sui corpi e coprirono la fossa. Se Lussu non l'avesse fermato, la notte prima, se non gli avesse ordinato di risparmiare la vita del generale Leone, forse sarebbe morto ugualmente, il vecchio, pensai. Ma non ne ero sicuro, no, non ne ero sicuro...
La luce si spegne, quando si riaccende D si fascia la mano.
D: Nelle settimane che seguirono non ci fu nessun assalto, e gli uomini
passarono il tempo a rifarsi le suole degli scarponi con le cortecce di abete, a
spidocchiarsi, a ripulire i camminamenti e a scrivere a casa. Io avevo smesso da
un pezzo di scrivere a casa.
Lussu riebbe il suo bastone da capocaccia. Glielo piallarono con le guspinesi
due soldati della decima, un bastone un po' curvo e con un grosso nodo a fare da
impugnatura. A volte lo usava per inerpicarsi su un costone al riparo del tiro
nemico, lì si sedeva all'ombra di un grosso masso e leggeva. Leggeva dei libri.
Nessun altro in trincea aveva dei libri. Nessun soldato. Nessun ufficiale. Io
continuavo a osservarlo da lontano. O forse era lui che osservava me. Forse
aveva capito che la mia linea era tracciata, ormai. E mi teneva d'occhio.
Perché sapeva che la distanza che avevo deciso di mettere tra me e la guerra,
non era più la sua distanza. Certo, Lui era convinto che avrei tentato di nuovo
di disertare. (D ridacchia, poi si fa improvvisamente serio:) Ciò che
non poteva sapere è che io ormai avevo un vantaggio, su di Lui. (D si alza
con la mano mezzo fasciata, tendendo la benda con l'altra, e avanza verso il
pubblico:) Perché io..., successe all'improvviso... io smisi all'improvviso
di odiare! Smisi di odiare quel cielo e quelle montagne, smisi di odiare gli
austriaci e persino i generali. Smisi di odiare tutti, ...e finii con l'odiare
solo Lui.
D finisce di fasciarsi e ricomincia a camminare sulla linea.
D: A dire la verità non credo che tutto questo rientrasse nei miei piani. Se non l'avessi visto inerpicarsi su quel costone, e se non l'avessi visto leggere i suoi libri, forse non sarebbe mai successo. Ma una mattina, dopo che il comando ordinò di passare la calce nei camminamenti, perché il colera e il tifo avevano cominciato a riempire gli ospedali da campo e quelli delle retrovie, mi capitò di uscire a raccogliere i resti. (D si ferma e confidenzialmente spiega:) Raccogliere i resti significa esattamente raccogliere i resti dei caduti, quel che è rimasto dei corpi che non si sono potuti riportare indietro interi. Significa andar fuori disarmati, con uno straccio di bandiera bianca appesa a un bastone, e camminare con un fazzoletto legato sul viso. Raccogliere una mano, metà testa, una gamba, e buttarli alla rinfusa in una barella. Staccare dai reticolati un braccio, un torace, ciò che è avanzato dal pasto dei topi e degli uccelli, quel che si riesce a trovare, insomma. A volte gli austriaci ci permettevano di farlo, quando il fetore diventava insopportabile, si era ancora d'estate e si respirava la stessa aria dopotutto.
D si zittisce un attimo, pensieroso, poi comincia a parlare con voce via via più roca, continuando a camminare sulla linea.
D: La cosa peggiore, nel raccogliere i resti, è quando ti sembra di
riconoscere qualcuno. Immagini che quel dito con la fede in oro bianco
scheggiata, o quella gamba con una pezza mal cucita sul ginocchio, è tutto ciò
che resta di chi avevi conosciuto. Cerchi di non pensarci, è carne fradicia, ti
dici, buona per la calce, e puzza come la merda di pollo nel pollaio, ma quella
mattina... quella mattina, vidi qualcosa che non avevo mai visto. Sul fondo di
una buca poco profonda, vidi spuntare un corpo. Non l'intero corpo. Solo le
spalle e la testa, infossata a metà nel terriccio umido - aveva piovuto un po'
la notte prima, - con il viso illuminato in pieno dalla luce, un viso giovane,
sarebbe potuto essere quello di un bambino, senza un filo di barba, senza una
ferita o graffio, con la pelle sottile e bianchissima, quasi trasparente, e con
gli occhi appena socchiusi, che sembrava pregasse o piangesse... No, non che
pregasse o piangesse. Sembrava che pensasse. Che pensasse a cosa ci faceva lì,
e a cosa ci facevo io, davanti a lui, a migliaia di chilometri da casa, e pure
un mare di mezzo, e sollevando in quel momento lo sguardo, per chiamare i miei
compagni e il cappellano, per dirgli guardatelo, beneditelo, compatitelo, PERDIO!,
voi che ancora potete... In quel momento, ...oltre la trincea, a qualche
centinaio di metri dal punto in cui mi trovavo, su quel costone, vidi Lui che si
inerpicava con il suo bastone da capocaccia. Lo vidi sedersi all'ombra, come
faceva sempre, una figura scura contro il grigio chiaro del calcare, e sapevo
che ora di certo avrebbe tirato fuori dalla tasca il suo libro e che di certo
l'avrebbe letto, e improvvisamente capii qual era la distanza che ci separava,
me da lui, e lui da tutti quelli come me. (D si zittisce un attimo, poi
scandisce bene le parole:) Lui ancora capiva ciò che io non potevo più
capire. Lui le conosceva e le accettava, le ragioni della guerra. Lui nel
macello era ancora capace di riconoscere necessità e dovere, di avere pietà e
dispensare ferocia. Lui sapeva cos'era giusto e cos'era sbagliato, lui era il
padrone del perché, del quando e del come... (D alza la voce e grida,
rivolto al pubblico:) : LUI LI LEGGEVA OGNI MATTINA SU QUEL MALEDETTO LIBRO
FORSE, E FORSE... (abbassando improvvisamente la voce:) ...forse era Lui
stesso che lo scriveva, quel libro, ogni notte, con l'inchiostro di Dio o del
Demonio, Lui che non venne mai ferito, mai un graffio, Lui amato e temuto, Lui
l'uomo senza paura, Lui il santo e l'eroe, Lui il capocaccia e noi... noi senza
più ragioni e senza fiato, noi i cani in corsa o alla catena...
Fu allora che smisi di odiare tutti - persino quel cielo e quell'aria così
dannatamente azzurra, in quella mattina di mezza estate, - e cominciai a odiare
solo lui. Chiamai il cappellano e gli dissi che il corpo di quel soldato bambino
io non l'avrei raccolto, ma che presto l'avrei avrei fermato io, Dio o il
Demonio, prima che Dio o il Demonio scrivessero su quel libro anche la mia
storia, la storia del disertore Marrasi, perché il disertore Marrasi ora sapeva
cosa fare...
D fa di nuovo qualche passo sulla linea, poi alza un braccio e agita la mano come a voler allontanare un pensiero molesto.
D: Sì, sì... il cappellano a quelle parole si fece il segno della croce e disse che non dovevo parlare così. Disse che bestemmiavo e che ero diventato pazzo... Pazzo! (D si ferma e ridacchia:): Può darsi! (D sorridendo ancora tira fuori dalle tasche dei pantaloni una pistola e il sacchettino di velluto rosso che contiene i proiettili. Li agita davanti a se). Ma giuro che quella testa bambina infossata nel terriccio aprì gli occhi e mi guardò e senza bisogno di parlare sorrise...
D si rimette la pistola in tasca, torna vicino al suo sasso e rimette a sedere il fantoccio senza testa. Poi si siede anche lui.
D: Passarono ancora diversi mesi, prima che mi si presentasse l'occasione giusta... Ci furono altri assalti, ma soprattutto si rinforzarono le posizioni. Lussu nel mentre venne promosso tenente col robbio, tenente titolare di compagnia...
La luce si spegne su D e si riaccende sul soldato lettore.
Soldato Lettore:
"Sull'Altipiano, era ridiscesa la
calma. (...) Le operazioni sembravano aver subito, per ordini superiori, un
arresto. Esse si sviluppavano in altri fronti, sul Carso principalmente. Ad
ottobre, con l'approssimarsi dell'inverno, che in alta montagna incomincia fin
dall'autunno, incominciarono i turni di trincea, tetri e monotoni. (...) Il
generale Leone, promosso a un comando superiore, lasciò la divisione. Il suo
successore, generale Piccolomini, arrivò quando la brigata era in linea. Il
generale Leone era spettrale e rigido, il nuovo generale, ilare e saltellante.
(...) Probabilmente proveniva da una direzione di scuola militare, perché aveva
uno spirito pedagogico, portato al teorico. (...) Definì la vittoria con parole
probabilmente tolte da un trattato militare (...), in cui entrava (il concetto
di) 'scatto di nervi'. Il generale distingueva la vittoria nell'offensiva e la
vittoria nella difensiva. Nella prima lo 'scatto di nervi' era tempestivamente
lanciato, nella seconda tempestivamente frenato. (...) Fermò un soldato che
passava con una corvée e si fece dare il fucile. Fece qualche passo avanti e si
arrestò alla feritoia più vicina. (...) Il tratto che la feritoia dominava era
ben lontano dalle trincee nemiche. Da quella feritoia, non era possibile, in
alcun modo, tirare sulle trincee nemiche. (...) Il generale guardò lungamente,
rovesciò l'alzo e puntò con competenza. Con calma , scaricò, una dopo
l'altra, tutte le sei cartucce del caricatore. I soldati della corvée s'erano
fermati, rispettosi, e guardavano. Il generale si rivolse a loro: 'Ho voluto
dare, personalmente, una piccola lezione a quei facinorosi. Dite pure ai vostri
compagni che il vostro generale non ha paura d'impugnare il fucile come uno dei
suoi soldati'. Egli era soddisfatto e anche un po' commosso. (...) S'accorse che
il fucile non aveva la baionetta innestata, com'era d'obbligo per i soldati in
trincea. (...) Egli chiese la baionetta (...) Il generale l'afferrò e ne
guardò la punta. La baionetta era ben affilata, ma, lungo la punta, v'era della
ruggine. Il generale la guardava fissamente. (...) chiese al soldato: 'Cosa c'è
qui?' Il soldato si accorse anch'egli che la baionetta era sporca e si fece
rosso. Il generale riprese: 'Che cosa c'è qui? Non imbarazzatevi. Venite più
vicino. Guardate bene. Che cosa c'è scritto? Qui, c'è scritto qualcosa'. (...)
Il soldato aveva l'aria di saper leggere, perché guardava con intelligenza.
Dopo aver esaminato la baionetta, dalla punta alla crociera, rispose confuso:
'Io non vedo niente, signor generale'. (...) Né sulla lama, né sulla punta,
v'era scritta una lettera. V'era solo della ruggine.
Il generale batté la mano sulla spalla del soldato ed esclamò: 'Benedetto
figliolo! Qui c'è scritta una parola che tutti possono leggere, persino gli
analfabeti, che tutti possono vedere, persino i ciechi, talmente essa è
luminosa. (...) C'è scritto.... Vittoria. Vittoria! Comprendete voi? E' per la
vittoria che noi combattiamo dalle Alpi al mare, dall'Adriatico al Tirreno al...
Vittoria! Vittoria in nome del Re... in nome di Sua Maestà il Re... Vittoria in
nome...'
Il generale tossì leggermente. 'In nome...' . Siccome la terza invocazione non
veniva, egli tossì una seconda volta, una terza. Poi, improvvisamente ispirato,
concluse: 'Viva il Re!'
La luce si spegne sul soldato lettore e si riaccende su D, seduto e imbacuccato di nuovo nel suo cappotto, con un passamontagna e l'elmetto in testa e il fucile in spalla. Carica la pistola e parla.
D: A novembre la neve era già alta. Non vedevi che il bianco, tutt'intorno, e a ogni nevicata dovevamo sollevare i parapetti delle trincee, aggiustare la posizione delle feritoie. La nostra compagnia era stata spostata all'estrema destra del settore, in un punto in cui le nostre trincee e quelle nemiche si allontanavano di qualche centinaio di metri. (D, tenendo la pistola in mano, si alza e torna sulla linea, poggiandovi i piedi sopra con puntigliosa precisione:) La neve attutiva ogni suono e di notte anche il rumore dei passi. Sarei potuto scivolare dentro la sua tenda prima dell'alba, mi sarei potuto avvicinare alle sue spalle, perché Lui non potesse accorgersi di me, mentre dormiva, perché non mi potesse vedere, con i suoi occhi chiusi, e poi... (D alza la pistola e dopo un po' la riabbassa.). Ma uccidere da vicino un uomo, qualsiasi uomo, non è così facile. E io... io poi non avevo mai desiderato uccidere nessuno, salvo il generale Leone, dopo la morte di Santini. Avevo sparato, sì, ma quasi sempre al cielo, quasi sempre sopra le linee, senza che nessuno dei miei compagni se ne accorgesse. Probabilmente nessun austriaco era morto per una mia pallottola, nessun vecchio dalle mani larghe di contadino e nessun soldato bambino dalla lingua dura masticata tra i denti, nemmeno avevo usato la baionetta, e non avrei mai utilizzato... non avrei mai utilizzato il coltello. Alla Trincea dei Razzi, sul Carso, negli ultimi giorni gli uomini si erano fatti avanti con le guspinesi e con le pattadesi. Gli austriaci, ammassati nei camminamenti, erano alti e impacciati, con le baionette. E i diavoli rossi li bucavano in pancia e alla gola come agnelli o maiali e non facevano prigionieri, nei corpo a corpo. Tu vuoi uccidere me e io uccido te, guardandoti negli occhi come sotto l'ulivo o la quercia, ai piedi del muretto a secco o nella piazza del paese, questo era il segreto dei diavoli rossi, e per questo gli austriaci non avevano scampo, nei corpo a corpo. Ma neanche allora... neanche allora io uccisi qualcuno...
D si zittisce un attimo e fa due passi sulla linea, poi si rivolge di
nuovo al pubblico.
D: Una notte comunque riuscii ad appostarmi vicino alla sua tenda. Contai le ore, contai i minuti, ma a ogni minuto e a ogni ora rimandai il momento. Il problema... il problema era che non riuscivo a immaginarlo con il capo chino sulla branda e con gli occhi chiusi. E anzi mi sembrava di vederlo anche nel buio con quel suo libro aperto. Sino a quando la notte svanì e l'alba colorò il buio con un arancione spesso e dolciastro, e lui uscì dalla sua tenda e mi passò davanti e si fermò appena un attimo a guardarmi e io rimasi lì, solo, nella neve, davanti alla sua tenda vuota e capii che non sarei mai riuscito, ...che non sarei mai riuscito, a ucciderlo.
D si zittisce e fa ancora qualche passo sulla linea.
D: Provai anche ad allontanarmi da Lui. Forse, se non l'avessi più rivisto, Lui non avrebbe più letto la mia storia, su quel libro. Forse, se Lui non avesse più visto me, non sarebbe mai riuscita a scriverla, la mia storia, su quel libro. E allora forse nessuno avrebbe raccolto i miei resti, un braccio, mezza testa, roba buona solo per i topi e per la calce... Così, quando dal comando arrivò la richiesta di un soldato che conoscesse il tedesco, per il servizio di intercettazioni nelle retrovie, io dissi sì, certo, io parlo e capisco il tedesco come mastico il pane e il sale e scesi nelle retrovie, ma quelli si accorsero subito che non era vero e dissero che il mio era un vero e proprio atto di sabotaggio e di tradimento... e ancora una volta fui consegnato ai carabinieri che mi riportarono da Lui.
D ripone in tasca la pistola, riprende in mano la pietra bianca, si inginocchia e sempre col fucile in spalla comincia ad allungare la linea, in direzione dei reticolati nemici alla sua destra sul palcoscenico. Poi si ferma e si solleva sulle ginocchia.
D: Sì, è probabile che tutti cercassero di tracciare una linea che delimitasse ciò che credevamo di essere da ciò che la guerra avrebbe voluto che diventassimo. (D traccia un altro pezzo di linea, poi si rialza sulle ginocchia) Assassini o assassinati. Vittime o carnefici. Che differenza c'è, dopotutto? Sei carne fradicia o sei carne maledetta, in ogni caso. (D traccia un ultimo pezzo di linea, che in quel punto indica ormai chiaramente i reticolati nemici. Si rialza e torna al centro del palcoscenico, sempre con il moschetto in spalla.)
D: Quando mi accompagnarono nella sua tenda, Lui ordinò ai due carabinieri
di uscire e restammo soli, io in piedi, lui seduto sulla sua sedia, dietro al
tavolo. Sapevo che se avesse voluto mi avrebbe potuto far fucilare, si
fucilavano gli uomini per molto meno, in quei giorni. Invece Lui restò a lungo
immobile, senza sollevare il viso, forse perché sapeva che nel mio viso avrebbe
rivisto quello di Santini. Poi all'improvviso si alzò e mi venne vicino.
Sembrava stanco, aveva le guance scavate e grigie, e gli occhi gli si erano
fatti opachi. 'Ti assegno al 2^ plotone Marrasi', disse. Io rimasi in silenzio.
'Ti assegno al 2^ plotone e non subirai altre conseguenze', aggiunse. Io,
ancora, rimasi in silenzio. 'Di più per te non posso fare', concluse secco,
infastidito, e mi congedò con un gesto della mano. Ma ancora mi fermò, sulla
soglia della tenda: "Non piace neanche me, questa guerra, Marrasi,"
disse "e non mi piace la follia dei generali. Ma siamo uomini... e siamo
qui per questo". Allungò una mano e mi aggiustò il bavero del cappotto:
"Domani, forse" aggiunse, "domani forse sarà diverso...".
Sapevo che non ci saremmo più rivisti. Eppure per un attimo, prima di dare le
spalle alla sua ultima pietà e al suo ultimo disprezzo, prima di uscire per
sempre dalla sua tenda e dalla sua vita, nel mio silenzio assordante sperai che
lui cogliesse tutte le parole che non riuscivo a dire. Che Lui o chi per Lui, il
suo spirito, Dio o il Demonio, le avvertisse, in qualche modo, per una volta
almeno e per l'ultima volta, le mie parole nascoste, tutta la mia pazzia,
l'inutile verbo del disertore. (D sta un attimo zitto poi aggiunge,
dolcemente:) ...No, non è la mia guerra questa. Nessuna guerra potrà mai
essere la mia guerra.
D fa due passi avanti, oltre la linea e alza la testa come a guardare il cielo.
D: Quando uscii dalla tenda nevicava. Piccoli fiocchi candidi e fitti, era come se ci fosse la nebbia. Lentamente scesi verso il camminamento, dove il camminamento finiva e si alzavano le rocce. (D si leva il fucile e lo lascia cadere per terra). Gli uomini mangiavano addossati gli uni agli altri, sotto i cartoni incatramati, e anche quelli dell'altra parte tacevano. (D lascia cadere per terra anche la pistola e il sacchetto dei proiettili). Mi avvicinai al limite estremo della trincea, dove nessuno poteva vedermi, e prima di scavalcare il parapetto... (D si leva anche il cappotto e lo lascia cadere per terra) ... mi domandai in che modo, se un giorno lui l'avesse riscritto per davvero, il suo libro, lui che le ragioni e le parole le possedeva, avrebbe raccontato la storia del soldato Marrasi Giuseppe, la storia del disertore...
La luce si spegne su D e si riaccende sul lettore, che ora è solo, non più in divisa e indossa abiti civili.
Lettore (sfoglia le pagine, e cercando quella giusta dice): "Da Un anno sull'Altipiano, di Emilio Lussu":
"Potevano essere le due del pomeriggio. Dalla
trincea della compagnia, partì un grido d'allarmi, seguito da colpi di fucile.
Immediatamente, tutta la linea aprì il fuoco. In quattro salti fui in trincea.
I soldati correvano alle feritoie. In mezzo alla piccola vallata, oltre la linea
dei reticolati, il soldato Marrasi, le gambe affondate nella neve, le mani in
alto, senza fucile, stentatamente avanzava verso le trincee nemiche. Sul
frastuono di colpi, si levava la voce da baritono del sergente Cosello:
'Sparate sul disertore!'
La trincea nemica taceva.
Dovetti correre al telefono in trincea. Il comandante di battaglione mi chiamava
per avere la spiegazione di quanto accadeva. Egli parlava eccitato:
'Che c'è? Che c'è? Debbo mandare rincalzi?
Io lo rassicurai: '(...) Un soldato sta passando al nemico, solo, senza armi, e
la compagnia tira su di lui. Gli austriaci, per non spaventarlo, non sparano.
'Un disonore simile sul battaglione!'
'(...) Che ci posso fare?
'Me lo rimandi indietro, vivo o morto!'
'(...)Vivo sarà difficile. Sparano tutti su di lui'
'Tanto meglio. Meglio morto. Me lo mandi morto' (...)
Io ritornai alla feritoia. Al fuoco della compagnia s'era aggiunto quello delle
due mitragliatrici del battaglione. Marrasi continuava ad avanzare, ma con molta
difficoltà. Superata la vallata, il terreno era ripido e la neve sempre alta.
Io mi stupivo ch'egli non fosse ancora caduto, quando mi accorsi che, dietro di
lui, ad una cinquantina di metri, anch'egli sprofondato nella neve, camminava il
sergente Cosello. Impugnava il fucile con le due mani e, ad ogni passo, tirava
un colpo su Marrasi. Ma questi non cadeva. Con tutta la mia voce ordinai al
sergente di rientrare in trincea. Il sergente si fermò. Era in piedi, in mezzo
alla vallata. Io temevo che gli austriaci tirassero su di lui e ripetei
l'ordine. Gli austriaci non sparavano. Egli si voltò e mi gridò: 'Signor sì!'
Aveva le gambe sepolte nella neve. Da fermo, punto lungamente e sparò tutto il
caricatore sul disertore. Questi cadde e si rovesciò sulla neve. Io lo credetti
colpito. Ma dopo qualche istante, si rialzò e riprese ad avanzare. Tutta la
linea continuava a sparare su di lui.
Marrasi camminava. (...) Il sergente rientrò. Venne da me, coperto di sudore.
Parlava a fatica: 'Che vergogna! Che disonore!' diceva ansante. 'Il 2^ plotone
è disonorato. (...)
Il 2^ plotone era disonorato. La compagnia era disonorata. Il battaglione era
disonorato. Fra poco, si sarebbero considerati disonorati il reggimento, la
brigata, la divisione, il corpo d'armata e, con ogni probabilità, tutta
l'armata.
Marrasi continuava ad avanzare. (...) S'allontanava sempre più da noi. Gli
austriaci avevano due sbarramenti di reticolati di fronte alle loro trincee.
Egli era arrivato al primo. La neve lo copriva pressoché interamente, ma
l'ostacolo era ugualmente insormontabile. S'aggrappò ai fili, li scosse, tentò
di scavalcarli, ma inutilmente. Capì che non sarebbe potuto passare.
Scoraggiato, si fermò un istante e si strinse la testa fra le mani. Sembrava
gli mancasse ormai la forza di continuare. Fece qualche passo attorno allo
stesso punto, disperato. Così, egli girava attorno a se stesso, sperduto, ma
invulnerabile, sotto il tiro dei nostri. Marrasi si riprese. Risolutamente
camminò verso un albero che era a pochi metri da lui. Questo era lungo la linea
dei reticolati, al di fuori, verso di noi, e gli austriaci vi avevano appoggiato
un cavallo di frisia, dall'altra parte. Marrasi si slacciò il cinturone che
aveva alla cintola, con le due giberne. Agilmente, si arrampicò sul tronco. Non
era più impacciato. Era già a qualche metro da terra. Dall'alto, spiccò un
salto e si sprofondò nella neve, al di là dei reticolati. Il primo sbarramento
era passato.
I nostri sparavano sempre. Gli austriaci tacevano. (...) Fra le tante fucilate e
i tiri delle mitragliatrici, Marrasi riprese ad avanzare. L'ultimo tratto, il
più ripido, era il più faticoso. La trincea nemica era a pochi metri. Da una
grande feritoia, una mano gli faceva segni di richiamo. Egli si diresse alla
feritoia. I nostri tiratori scelti di bombe 'Benaglia' a fucile, sembravano
averlo sotto il loro tiro. Lo scoppio di una bomba lo investì ed egli cadde. Ma
si rialzò, subito dopo. Nel settore il fuoco era divenuto generale. Dalla
compagnia si era propagato a tutto il battaglione, ai battaglioni laterali,
oltre Monte Interrotto, fino alla Val d'Assa. Tutti sparavano: i nostri e gli
austriaci. Sembrava che tutto il corpo d'armata fosse impegnato in
combattimento. Solo le trincee del costone tacevano sempre.
Marrasi era sotto l'altro sbarramento di reticolati, a non più di due metri
dalla trincea austriaca. Dalla grande feritoia, qualcuno doveva parlargli in
italiano, perché mi parve che una conversazione si svolgesse fra lui e la
trincea. (Poi, infine..., poi infine...)
Il lettore si zittisce un attimo, mentre la luce si riaccende di colpo sui reticolati a destra del palcoscenico, dove D è immobile con le braccia tese sui fili. D fa appena in tempo a volgere uno sguardo spaventato all'indietro, poi si sentono due spari, e D cade sui reticolati. La luce si riabbassa lentamente, mentre il lettore continua a leggere:
Lettore: "...(Poi infine...) Egli cadde mentre toccava il reticolato. Rimase immobile, le gambe affondate nella neve, il busto piegato, le braccia e le mani tese.
La luce si spegne sia su D che sul lettore. Qualche secondo di silenzio e poi nel buio si sente ancora la voce ben scandita del lettore:
Lettore: "Calata la sera, al primo razzo che tirammo, ci accorgemmo che il corpo di Marrasi era scomparso".
Cala il sipario
©
2001 Copyright Alberto Melis
Tutti i diritti riservati.