L'amuleto magico

anteprima e quarta di copertina

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Nelle paludi di Tavialis

 Thothis guardò Piai e per evitare di andare su tutte le furie contò di nuovo sino a dieci. A dire la verità avrebbe preferito afferrare una delle robuste canna da pesca appoggiate sul tronco del Vecchio Sicomoro e dargliela forte sul groppone, sino a quando lui non avesse chiesto mille volte perdono.

- Piai, eravamo rimasti d’accordo che le esche le avresti portate tu! - sbottò Ashira. - Io e Thothis le canne! Tu le esche!

- Forse potremmo trovare qualche verme nelle terre umide dei canneti - tentò di placarla Piai, cercando di riprender fiato. Per arrivare puntuale all’appuntamento sotto il Vecchio Sicomoro aveva dovuto correre a perdifiato lungo la stradina polverosa che dalla periferia di Tavialis s’inoltrava in direzione del Grande Fiume. Tutta colpa di sua madre, che quel giorno aveva cucinato capretto in stufato dolce, con fave, zuppa di farro e cipolle rosse. Piai aveva mangiato due porzioni doppie di tutto e si era appisolato all’ombra del pergolato di viti nel cortile, prima di svegliarsi di soprassalto e ricordarsi dell’appuntamento preso per quel pomeriggio.

Quello che invece non si era ricordato era di portare con sé le esche: le mosche, i ragnetti verdi e le code di lucertola che aveva conservato al fresco in un vasetto di terracotta.

Ashira fissò con disgusto il pancione di Piai che strabordava dal leggero perizoma di lino bianco che gli arrivava alle ginocchia e che a stento gli copriva i fianchi.

- Secondo me hai di nuovo mangiato troppo e ti sei addormentato,  caro il mio amico ciccione! - gli disse, facendo un cenno a suo fratello Thothis e avviandosi senza perdere altro tempo verso i canneti.

- Io? Quando mai! - protestò Piai, seguendoli di malavoglia e maledicendo la linguaccia di Ashira. Ashira non gliene faceva passare una. Soprattutto da quando era stata ammessa, contro il suo parere, nella Banda del Vecchio Sicomoro.

Ma quel giorno avrebbe dovuto tenere a bada anche la sua, di lingua.

Come gli era venuto in mente di consigliare a Thothis e ad Ashira di andare a cercare i vermi da esca nelle terre umide dei canneti? Se c’era un posto che lo terrorizzava quello era proprio la vasta distesa dove le acque del Nilo, nei primi mesi della stagione estiva di Shemu, ristagnavano basse e melmose tra mille isolotti. Non per niente la gente di Tavialis se ne teneva alla larga. Tra sabbie mobili, scorpioni, zanzare, serpenti, coccodrilli e altre simili bestiacce, c’era poco da stare allegri.

Thothis però, che qualche giorno prima era stato eletto capo della Banda del Vecchio Sicomoro, non aveva paura di avventurarsi nelle paludi. E sua sorella Ashira, di un anno più grande di lui, ancora meno. Procedettero a passo svelto verso i canneti e abbandonarono con un sospiro il sentiero che portava alla più tranquilla Ansa di Katopek, una piccola spiaggia che si affacciava sul Nilo a nord di Tavialis, l’unico punto dove le acque del Grande Fiume scorrevano così lente da sembrare quasi immobili e dove la pesca era sempre abbondante.

S’inoltrarono nella distesa di canneti, avanzarono lungo una striscia di terra circondata da alti steli di papiro, proseguirono per qualche decina di metri nell’acqua che ormai arrivava loro alle ginocchia e poi si issarono su un cordone di sabbia nera. Quello era il posto ideale per trovare i vermi da esca. Un rumore improvviso arrestò però i loro passi.

Fecero appena in tempo ad avvertire un rapido movimento tra le folte ombrelle dei papiri e un attimo dopo una coppia di ibis dai becchi arcuati sfiorò le loro teste e sbattendo le ali si allontanò in volo. Un’upupa dalla cresta gialla seguì il loro esempio e una grossa mangusta dal pelo irsuto e fulvo si lanciò anch’essa fuori dalla vegetazione, sfiorando nella sua fuga le gambe di Piai.

 - Ahaaaaa! - disse a mezza voce Piai, facendo un passo indietro - Cos’era quello?

- Zitto, stupido! - lo redarguì Thothis, afferrandolo per un braccio e costringendolo a stendersi a terra. - Non siamo soli…

In lontananza si levarono alcune voci concitate.

- Che Seth lo incenerisca quel traditore! Da che parte è andato?

- Deve essersi nascosto qui intorno! Fate attenzione, non deve sfuggirci...

Thothis strisciò al riparo dei giunchi. Aspettò che Ashira e Piai lo raggiungessero e indicò con la testa un cordone di sabbia non molto distante, parallelo al loro, che emergeva in un tratto di palude dove le acque erano più profonde. A pochi passi dalla riva, in un tratto privo di vegetazione, un uomo scavava freneticamente nella sabbia con le mani. Levò qualcosa da un sacchetto che portava appeso al collo, lo infilò nella buca, la ricoprì e vi poggiò sopra un grosso sasso, in modo da nascondere ogni traccia.

Fece appena in tempo a concludere il lavoro che alle sue spalle comparvero tre uomini. Indossavano corte tuniche bianche senza maniche, strette ai fianchi da una cordicella di lino. Erano armati di corte spade brunite.

- Fuggiamo… - sussurrò Piai.

- Chiudi quella boccaccia - fece di rimando Thothis. - La Banda del Vecchio Sicomoro non fugge davanti a niente e a nessuno.

Anche Ashira lanciò un’occhiata di disapprovazione a Piai. Ma in cuor suo avrebbe dato non so cosa per trovarsi lontana da lì. Lontana almeno quanto lo era Pi-Ramesse, la dimora della nuovo faraone Tauosret, da Tavialis. Perché se quelli erano davvero banditi, così come tutto lasciava sembrare che fossero, anche loro si trovavano in pericolo. Se avesse avuto il suo arco e le sue frecce, forse sarebbe stato diverso. Ma cosa potevano fare tre ragazzini disarmati, di cui uno ciccione come un’oca cicciona messa all’ingrasso per la Festa della Mietitura, contro tre uomini armati di tutto punto?

 Eppure non riusciva a staccare gli occhi da quella scena.

- Tu hai qualcosa che non ti appartiene! - gridò il più alto e grosso dei tre uomini, un gigante dalla testa rasata attraversata da una profonda cicatrice bluastra, puntando contro il fuggiasco la sua spada.

L’uomo che aveva nascosto qualcosa nella sabbia gridò:

- Se lo volete venite a prenderlo!

Si girò di scatto e si lanciò in acqua. Ma prima che i tre uomini potessero gettarsi al suo inseguimento l’acqua si increspò di una schiuma gialla che rapidamente diventò color rosso bruno.

Thothis fece in tempo a vedere una lunga coda munita di grosse scaglie agitarsi per un attimo nell’aria, poi più nulla. Ma la cosa più strana fu che l’uomo trascinato via dal coccodrillo sparì sotto l’acqua senza emettere né un lamento né un grido.

- Che facciamo ora? - chiese uno dei banditi al gigante.

L’uomo restò per un lungo attimo a fissare l’acqua, che lentamente riprendeva il suo colore grigiastro.

- Maledizione! Non possiamo fare più niente ormai! - rispose aspramente. E detto questo girò le spalle e si allontanò seguito dai suoi compagni.

Prima di sollevarsi dal loro nascondiglio i tre ragazzi attesero che il sole percorresse un buon tratto di strada verso occidente.

- Sei sicuro di voler tentare? - chiese Ashira a Thothis, gettando un’occhiata inquieta alle acque melmose e scure. - Forse potremmo tornare domani, all’alba, e cercare un sentiero sicuro che ci porti sin lì.

- Secondo me è una pazzia - mormorò Piai. - Faremmo bene a tornare subito a Tavialis…

Thothis non rispose e recise con il suo coltellino di selce un altro stelo di papiro, il terzo, poi lo allungò nell’acqua vicino agli altri.

- Non c’è nessun pericolo - disse. Si levò i sandali, tese davanti a sé i lunghi steli ed entrò in acqua, facendo in modo che le morbide ombrelle dei papiri ne agitassero la superficie. - In questo modo, se quel coccodrillo dovesse aggirarsi ancora da queste parti - aggiunse, - verrà attirato dal movimento delle ombrelle e si lancerà su di esse, mentre io dovrei riuscire a scamparla. E’ un trucco che mi ha insegnato Makombo, questo.

- Makombo il Nubiano è matto come una rana - provò ancora a protestare Piai, con poca convinzione, sapendo che non sarebbe riuscito a far cambiare idea al suo amico.

Thothis si inoltrò nell’acqua, che presto gli arrivò ai fianchi. Continuò ad agitare le ombrelle con un movimento ampio e semicircolare, sin quando l’acqua gli arrivò al petto. A quel punto lanciò gli steli di papiro dinnanzi a sé, si lanciò a nuoto a superò velocemente l’ultimo tratto che lo separava dal cordone di sabbia. Piai e Ashira lo videro spostare il grosso sasso e scavare con le mani. Dopo un po’ Thothis si levò in piedi e alzò il braccio nella loro direzione.

- L’ha trovato, di qualsiasi cosa si tratti! - esclamò Piai, cercando inutilmente di allontanare con un ramoscello di oleandro un nugolo di zanzare intento a banchettare sulla sua schiena. - Ma che fa ora?

- Non lo so… - sussurrò Ashira.

Sul cordone di sabbia di fronte a loro Thothis si era rimesso in ginocchio. Ashira non poteva esserne sicura, perché la distanza gli impediva di scorgerne con sufficiente nitidezza il viso. Eppure avrebbe giurato che in quel momento suo fratello stesse muovendo velocemente le labbra. Come se stesse pregando. Oppure parlando con qualcuno. Ma con chi, se lì non c’era nessuno?

- Guarda! - disse a Piai. - Sembra quasi, sembra quasi…

Piai strabuzzò gli occhi. Sembrava che dalle mani di Thothis, giunte sul petto, si diffondesse una tenue luce azzurra.

Quando il suo amico poco dopo li raggiunse si rimisero subito in cammino. Thothis lungo il tragitto si chiuse in un ostinato mutismo, sino a quando raggiunsero il Vecchio Sicomoro.

-  Piai… - disse, di fronte al tronco secolare riarso a metà da un fulmine.

Piai spostò il cespuglio posticcio che nascondeva l’entrata del rifugio, e i tre amici scesero la decina di scalini che avevano scavato per tutta la passata stagione di Akhit, dopo aver scoperto che sotto il gigantesco albero si apriva una caverna di cui mai nessuno a Tavialis aveva sospettato l’esistenza.

- Ashira - disse ancora Thothis - ricordiamoci di aggiungere altro olio alle lampade. La luce non deve mai mancare, qui dentro -. Si portò davanti alla piccola nicchia che avevano dedicato alla dea Hator, alla dolce Signora del Sicomoro, e finalmente estrasse dalla tasca della tunica l’oggetto che aveva trovato sotto la sabbia. Lo poggiò ai piedi della piccola statua della dea, e si lasciò andare a un sospiro.

- Thothis - gli disse Ashira, poggiandogli una mano sul braccio. - Non vuoi dirmi che ti è successo, là, su quel cordone di sabbia?

Thothis indicò con un cenno della testa il piccolo oggetto sull’altare.

- Credo che domani faremo bene a parlare con il vecchio Kenhikhopeshef… - disse.

E nei suoi occhi azzurri e preoccupati Ashira vide passare un’ombra.