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...................
–
Il passaggio
è da quella parte...
– Da
quella parte dove? – chiede Matteo, raschiandosi la
gola.
– A
destra di quell’albero. Ses zurpu?
– risponde Sasso. – Basta seguire il muro di cinta del
giardino e si arriva alla finestrella...
Matteo
guarda con più attenzione. Continua a non vedere niente.
Ma non è lui che è cieco. E’ la notte che è buia. E sono
le villette allineate sul lungomare del Poetto che
sembrano tante scatole di cartone appiccicate l’una
all’altra.
– Vado
io avanti. Voi seguitemi – dice Luca.
Matteo fa di sì con la testa e si
domanda come mai la voce del suo amico sia la solita
voce di sempre.
– La
prendo io questa... – dice ancora Luca. – Di pongu
fogu...
Afferra la tanica e Matteo pensa che messi tutti e tre
insieme, lui, Luca e Sasso, non fanno gli anni del prof.
Non li fanno nemmeno a sbagliare di brutto contando. E
neppure aggiungendo quelli di Monica, che è rimasta a
fare il palo vicino all’edicola.
– Di pongu fogu... . –
ripete Luca. Poi ecco che anche la sua voce cambia. Si
fa appuntita e tagliente: – O prof, mi’ che io a te ti
metto fuoco... Ti metto fuoco – diventa ago e lama. –
Mi’ che io a te ti... A te ti... A te ti...
– cantilena sottovoce.
–
Aiò! Ti muovi? –. Sasso tocca Matteo sulla spalla e
insieme seguono Luca, che si è infilato nel passaggio
tra il muro della casa e quello del giardino,
trascinando a fatica la tanica piena di benzina.
– Mi’
che io a te ti... A te ti... A te ti...
E
all’improvviso è come se anche Ariel fosse lì con loro.
...................
Ariel
aveva la faccia da scemo. Quando era entrato per la
prima volta nell’aula della seconda C tutti avevano
pensato la stessa cosa. Che aveva la faccia da scemo.
Facc’ e scimpru, aveva ghignato Luca. Scimpru
mannu. Scimpru caghendi.
–
Perché ride così ? – aveva chiesto in un soffio Monica a
Matteo.
Ma
Ariel non stava ridendo. Era solo la sua bocca scema che
rideva. Il sorriso sghembo da joker che gli stava
appiccicato sulle labbra. E gli occhi acquosi e
ballerini che ti guardavano solo di sghiscio.
– Non
sta ridendo – aveva spiegato Matteo a Monica.
E in
un attimo aveva visto il film di tutto ciò che sarebbe
successo tra Ariel e prof Maccioni, come se le parole e
la trama scorressero sul muro scrostato dietro alla
lavagna, sicuro come due più due da metterci la mano sul
fuoco.
– Un altro campione, eh? – aveva
sputato lì prof Maccioni.
E non
aveva aggiunto altro perché non ce n’era bisogno. Che
tanto si sapeva cosa voleva dire con quello sputo. Che
loro erano la classe peggiore di quella scuola che era
la scuola peggiore della città. E che Ariel facc’ e
scimpru era venuto lì apposta nel borgo per
rompergli le balle e gli piaceva ancor meno di quanto
gli piacevano tutti loro.
– Non
affaticare la testa a rispondermi – aveva detto ancora
prof Maccioni. – Siediti là...
Ariel
si era seduto in un banco in seconda fila e aveva girato
il suo sorriso da joker sul resto della classe.
Sì.
Matteo aveva visto tutto il film.
Prof
Maccioni avrebbe divorato Ariel pezzo a pezzo,
lentamente, e poi avrebbe vomitato i suoi resti nel
cestino della carta straccia.
E
forse lo avrebbero aiutato un po’ anche i compagni.
–
Bellixedda quella magliettina! – aveva detto più
tardi Luca a Ariel, in cortile, durante la ricreazione.
– Aundi d’asi aggatara? In s’aliga?
Monica
aveva lanciato un’occhiata alla t–shirt di Ariel, che
era marrone stinta colori e cani fuèndi,
e poi aveva dato una gomitata a Luca.
– Non
fare il balosso!
– gli aveva detto.
– Sì,
non ti sbichisi, lassaddu stai...
– aveva aggiunto Sasso.
Ma
ormai era troppo tardi.
Ariel
aveva fatto un passo avanti in direzione di Luca e aveva
sollevato il pugno chiuso a mo’ di minaccia.
– Mi’
che io a te ti... A te ti...
Matteo
si era alzato di scatto dal muretto, pronto a mettersi
tra i due, e in quel momento anche Luca aveva fatto un
passo in direzione di Ariel.
Poi
era successa una cosa strana.
– A te
ti... cosa? – aveva detto Luca a muso duro.
– A te
ti... A te ti... – aveva ripetuto Ariel un po’ incerto.
E
all’improvviso era scoppiato a ridere.
A
ridere davvero, a scraccalius.
Allora
anche Luca aveva cominciato a sganasciarsi. Aveva dato
una pacca sulla spalla ad Ariel e gli aveva chiesto se
gli andava di giocare a pallone al campetto, quel
pomeriggio. Lui aveva detto subito di sì, e che ci aveva
pure la maglietta numero 10 di Zola. Era stato così che
tutti loro erano diventati suoi amici e che lui si era
beccato all’istante quel nomingio.
“A te
ti... A te ti...”
...............
–
Eccola... –. Luca si ferma sotto la finestrella e Sasso
tira fuori da una busta di plastica un cacciavite e uno
scalpello.
A
Matteo la finestrella sembra troppo stretta, ma Sasso
sembra leggergli nel pensiero.
–
Ehia... – lo rassicura. – Già ci passiamo...
Sale
sulla cassa di legno che ha messo lì la notte precedente
e la cassa scricchiola.
– Non
far casino... – sussurra Luca.
La
finestrella dà nel garage di prof Maccioni. Ci vive lui
in quella casa. Cussa carrogna.
Sasso
armeggia sulla serratura. Si sentono altri scricchiolii.
Poi un camion di passaggio brontola sul lungomare e
Sasso ne approfitta e dà un colpo più forte, secco.
–
Mizziga... Sono troppo bravo... –. Sasso è riuscito
ad aprire la finestrella.
Luca
gli fa staffetta con le mani allacciate, lo spinge in
alto e Sasso scompare dentro il garage.
– Ora
io... – dice Luca.
Matteo
lo aiuta. A lui invece toccherà fare da solo, perché tra
i tre è quello più alto e robusto.
Prende
la tanica e la passa ai due amici che sono già dentro.
Poi sale sulla cassa di legno e per un attimo si
immobilizza. Gli fa impressione sapere che prof Maccioni
dorme lì sopra, a pochi metri di distanza. Ma
soprattutto non riesce a levarsi dalla testa lo sguardo
e le parole di Angela, quel pomeriggio assolato nel
piazzale di chiesa.
– Non
fate sciocchezze ragazzi... – aveva detto Angela a lui,
a Luca, a Sasso e a Monica, prima di entrare per la
funzione. – Non fate sciocchezze, vi prego...
Angela
aveva capito ciò che volevano fare. Le era bastato
guardarli negli occhi e aveva capito. A fragu.
Perché non era scema lei. E perché lo sapeva che anche
se loro non facevano tutti insieme gli anni di prof
Maccioni potevano lo stesso fargli sudare sangue.
–
Matteo...
Angela
si era rivolta ancora a lui.
–
Almeno tu... Tu no... Tu non puoi...
Ma
anche Matteo a quel punto aveva fatto come i suoi amici.
Le aveva girato le spalle e si era diretto verso
l’entrata di chiesa.
“Perché io no?” si era chiesto. “E Ariel allora? Come se
niente fosse successo?”
Aveva
infilato la mano nella vasca di marmo dell’acqua
benedetta e in quel momento Luca lo aveva guardato di
sghimbescio, per accertarsi che non avesse cambiato
idea.
“Deppidi
morri” gli aveva ripetuto per la centesima volta. “Deppidi
scetti morri!”
Matteo non aveva cambiato idea.
Ma
ora, issandosi sulla finestrella della casa del prof,
gli sembra di vedere ancora lo sguardo di Angela e di
sentire la sua voce.
....................
Angela
era arrivata a scuola all’inizio del secondo
quadrimestre. La prof di matematica si era ammalata e
lei l’aveva sostituita.
Angela
veniva da qualche posto sconosciuto, forse dal pianeta
Marte. Non somigliava a nessuno degli altri prof. E mica
perché era giovane. E neanche perché permetteva a tutti
di darle del tu. Solo perché non li trattava come
bastasci
fatti
e lasciati, nemmeno a Luca che a volte la sfidava e
nemmeno ad Ariel che con i numeri non ci capiva né una
mazza né mezza mazza.
Certi
giorni, quando avevano lavorato bene, Angela li portava
a giocare a pallone nel campetto dietro scuola.
Unu bordellu mannu.
Maschi
e femmine tutti assieme a si spassiai.
E quando poi era di buon’umore Angela si metteva tra i
pali e faceva il portiere. Mica era brava tra i pali
però. Pariada una puddixedda azziccara.
E ogni volta che prendeva gol dava la colpa agli altri
come una ragazzina.
Forse
era per questo però che a Matteo piaceva così tanto.
Perché sapeva essere una ragazzina come loro.
–
Dimmi di Ariel... – gli aveva chiesto lei una volta,
dopo essersi seduta sulla gradinata a tirare il fiato. –
Voglio dire... Cosa sai di lui... Della sua famiglia?
Matteo
aveva sollevato le spalle.
Non
sapeva nulla della famiglia di Ariel. Solo che non aveva
più né padre, né madre. E che viveva con sua nonna nelle
nuove case del borgo.
– Sai, forse siamo ancora in tempo
a non fargli perdere l’anno – gli aveva detto Angela. –
Io potrei chiudere un occhio anche se non arriva alla
sufficienza. E se tu lo aiutassi in italiano e nelle
altre materie...
– No.
Non è così... – aveva ribattuto Matteo, stupendosi del
tono deciso della sua voce. – E anche se io...
– Tu
sei bravo!... Sei molto bravo! E potresti...
– Ma
non capisci? –. Matteo questa volta l’aveva interrotta
bruscamente. Aveva mosso le mani in aria, come a volerle
mostrare il film che lui aveva già visto. – Prof
Maccioni non gli farà mai passare l’anno, cosa credi? Lo
tormenta. E prima o poi lo farà scoppiare, vedrai...
Angela
non aveva ribattuto subito. Prima aveva lanciato
un’occhiata alla facciata posteriore della scuola, come
se anche lei la odiasse come la odiavano loro. Poi aveva
sussurrato:
– A
prof Maccioni proverò a pensarci io. Ma tu intanto dai
una mano ad Ariel. Potresti farlo insieme a Monica....
E
questa volta le sue parole erano un ordine che non si
poteva discutere.
Così
quella stessa mattina Matteo si era spostato dal suo
banco e si era seduto vicino ad Ariel. Gli aveva chiesto
se poteva andare a casa sua, una di quelle sere, con
Monica, per fare i compiti tutti insieme.
Ariel
gli aveva fatto di sì con la testa, tutto allillonato
per la
sorpresa, e Matteo non aveva fatto in tempo a dirgli
altro, perché in quel momento prof Maccioni era entrato
in aula con i fogli dei compiti in classe di italiano
sotto braccio.
Cinque
minuti dopo il prof aveva cominciato a leggere i voti.
Monica aveva preso “sufficiente”. Luca e Sasso “male”,
come quasi tutto il resto della classe. Solo Matteo
aveva preso “distinto”. E quando per ultimo era arrivato
il turno di Ariel il prof aveva messo su la sua scenetta
preferita, cussa carrogna.
L’aveva chiamato alla cattedra. E aveva letto a voce
alta una pagina scritta cun is peis.
Qualche compagno aveva ghignato.
E
Monica si era lamentata sottovoce con Luca:
–
Est unu fill’ e cani,
non può trattarlo ogni volta così...
–
Pessimo! – aveva concluso dalla sua cattedra prof
Maccioni. – Quanti pessimo hai preso quest’anno? Cento?
La zappa! La zappa per zappare, ci vorrebbe per te...
Per
scrivere quel compito Ariel aveva sudato due ore sul
foglio senza mai alzare la testa. E quelle scene si
ripetevano dall’inizio dell’anno un giorno sì e l’altro
pure.
“Sì,
scoppierà” si era detto Matteo. “Ariel scoppierà e prof
Maccioni ne avrà uno di meno a rompergli le balle,
cussa carrogna”.
Perché
così dovevano andare le cose. E perché neppure Angela
picciocchedda che veniva da qualche posto
sconosciuto forse dal pianeta Marte, avrebbe potuto
impedirlo.
.................................
– Di
più... Aiò, movidindi.
Buttane di più qui... – dice Luca a Sasso.
Sasso
obbedisce e getta un altro fiotto di liquido rosa su una
pila di vecchi giornali.
Il
garage è ormai impregnato dell’odore della benzina.
–
Dai... Abbiamo quasi fatto... – dice ancora Luca.
Matteo
si guarda intorno e capisce che è vero. Hanno quasi
finito. Poi basterà uscire dal garage attraverso la
finestrella, accendere lo straccio e gettarlo dentro.
Matteo
solleva lo sguardo al soffitto e si domanda cosa
succederà dopo. Il soffitto del garage è fatto di legno.
Lunghe, grosse travi di legno scuro. Forse il fuoco
divorerà anche il resto della casa.
Come
aveva detto Luca?
“Deppidi
morri...”
Deve
morire.
Matteo
non riesce a staccare lo sguardo dal soffitto. Prof
Maccioni vive da solo, in quella casa. Ma davvero lui
vuole che muoia?
E se
Ariel fosse stato davvero lì con loro, Ariel “A te
ti...”, Ariel faccia di scemo, cosa avrebbe voluto
lui?
............................
Quando
Matteo era andato con Monica a casa di Ariel, per la
prima volta, qualche mese prima che tutto fosse finito e
Angela gli dicesse quelle parole nel piazzale di chiesa,
non si era aspettato di trovare ciò che aveva trovato. A
casa di Luca c’erano sempre bisticci e zerrius.
Perché il padre di Luca ci dava dentro di gomito e
quando era abburrescìu
picchiava sua madre e le sue sorelle. E a casa di Sasso
era ancora peggio, perché suo fratello maggiore era un
morto che cammina, tossico pudesciu, e quando
aveva la scimmia sulla spalla andava fuori di testa e
spaccava tutto.
Invece
la casa di Ariel era ordinata e silenziosa. E sua nonna
era una donnetta che sembrava arrivata in città dritta
dritta da una bidda sperdia,
tutta vestita di nero e con una bocixedda
che
quasi non si sentiva.
–
Ariel non c’è, ma voi potete aspettarlo qui – gli aveva
detto dopo averli fatti entrare nella sua camera. – E’
andato a scaricare...
– A
scaricare cosa? – le aveva chiesto Monica.
Era
stato così che Matteo e la sua amica avevano saputo che
Ariel ogni pomeriggio, salvo il sabato e la domenica,
andava a scaricare casse di frutta e verdura in un
supermercato lì vicino. E quando poco più tardi era
rientrato a casa, avevano avuto l’altra sorpresa.
– Vi
preparo una tazza di cioccolata – aveva detto la nonna.
Poi aveva passato una mano sui capelli di Ariel e aveva
aggiunto. – E’ bravixeddu il mio ragazzo a
scuola, eh? Porta sempre bei voti...
Matteo
e Monica si erano scambiati uno sguardo. E Ariel li
aveva fissati come se stesse supplicando a mani giunte
tutte le madonne e tutti i santi.
–
Sì... – aveva mentito Matteo. – Ariel è bravo a
scuola...
Aveva
dato un’altra occhiata alla sua stanza. Non aveva né uno
stereo, né un radione per la musica. E ci avrebbe
scommesso che Ariel non sapeva neppure cosa fosse una
play–station. C’erano solo un letto, un armadio, una
sedia e un tavolino. E sui muri decine e decine di foto
di Magic Box, del magico Zola, con la maglia numero 10
del Chelsea e del Cagliari.
– Da
grande sarò io Zola! – aveva detto Ariel.
E
Matteo non aveva trovato il coraggio di dirgli che anche
giocando a pallone fiada scetti unu camboni.
– Dai,
facciamo i compiti di prof Maccioni – aveva proposto
Monica.
Allora
Ariel si era lasciato andare sulla sponda del letto.
–
Tanto lo so che mi boccerà... – aveva sussurrato. Aveva
sollevato le spalle come se non gli importasse. –
Solo... Solo che non so – aveva aggiunto – come dirlo a
mia nonna...
......................................
– E’ fatta!
Sasso
ha finito di spargere la benzina per tutto il garage.
Dentro la tanica ne ha lasciato appena il tanto di un
bicchiere, che ora versa su uno straccio arrotolato che
Luca ha tirato fuori dalla tasca dei jeans.
– Ok,
ora tutti fuori! – sussurra Luca.
–
Aspetta...
Matteo
gli ha messo una mano sul braccio e lo trattiene.
– E
mo’ che c’è? – gli chiede Luca.
–
Aspetta... Aspetta un attimo... – prende tempo Matteo.
Non è sicuro di ciò che vuole dire a lui e a Sasso. Non
è sicuro neppure di voler dire qualcosa. Sa solo che se
ora toccasse la macchina di prof Maccioni, se gli desse
una spinta, una botta, un calcio sulla fiancata,
forse...
– Allora? – Luca ha staccato la
mano di Matteo dal suo braccio e si sta innervosendo.
Anche Sasso.
– Guarda che fra un po’ fa luce –
dice. – E se qualcuno ci vede allontanarci e chiama i
carramba o la giusta...
–
Stavo... Stavo pensando a una cosa... – incespica sulle
parole Matteo. – A un’altra cosa che mi ha detto...
– Che
ti ha detto chi?
–
Angela. All’uscita di chiesa...
..............................
Angela
in chiesa si era seduta alla loro destra, proprio dietro
al primo banco, dove una donnetta vestita di nero che
sembrava arrivata dritta dritta da una bidda sperdia
fissava il vuoto davanti a sé con uno sguardo grigio da
cieca.
Matteo
aveva osservato Angela di nascosto e gli era sembrato
che lei volesse avvicinarsi alla donnetta. Ma forse non
aveva trovato il coraggio.
E come
avrebbe potuto trovarlo?
In quel film avevano perso tutti.
Aveva
perso anche lei.
Ariel
non era migliorato neppure con l’aiuto di Monica e di
Matteo. E prof Maccioni aveva continuato a tormentarlo
davanti a tutti, ogni volta che ci aveva lo sghiribizzo
e il gusto di farlo.
Una
volta Luca e Sasso avevano provato a mettersi in mezzo.
Si erano alzati dal banco e avevano detto a cussa
carrogna che non era giusto che lui chiamasse Ariel
“zappaterra”, o “zucca vuota” o “zucca di paglia”. Prof
Maccioni allora aveva ordinato a Luca e a Sasso di
uscire dall’aula. E loro per protesta avevano rovesciato
i banchi, avevano fatto a pezzi le penne e i quaderni e
gli avevano detto di infilarsi i resti in cussu logu.
Per questo erano stati sospesi tutti e due per trenta
giorni e neppure Angela che si era battuta per loro era
riuscita a far cambiare idea al consiglio di classe.
Da
quel giorno le cose erano ancora peggiorate. Prof
Maccioni continuava a farla di suo. E quando incrociava
Angela neppure la salutava.
Poi, infine, era successo.
Era
successo perché di pellicola non ce n’era più e il film
era terminato. Era successo perché bisognava scrivere
the end sul muro scrostato dietro alla lavagna. Era
successo perché prof Maccioni fiada issu su meri e su
mundu
e Ariel non era niente.
Prof
Maccioni era entrato in aula, era l’ultimo giorno di
scuola, e aveva detto che giusto la sera prima lui e gli
altri prof avevano fatto gli scrutini. Poi aveva
chiamato Ariel davanti a lui. E gli aveva detto che era
stato bocciato, bocciato, bocciato.
Tre
volte bocciato.
Tre
volte zappaterra.
Ariel lì per lì aveva continuato a
sorridere. Anche se aveva cominciato a dondolarsi sui
piedi come una scimmia sulle spalle di un tossico
pudescio. E anche se il sudore aveva preso a
colargli denso come olio dalla fronte e dal viso. Aveva
guardato una volta verso Matteo e Monica. Una volta
sola.
Poi si
era girato di scatto, aveva aperto la porta ed era
fuggito dall’aula. Aveva corso lungo il corridoio. Aveva
corso come Magic Box su un campo di calcio. Aveva corso
giù dalle scale e poi lungo il cortile sino alla strada.
Non
aveva visto la macchina che arrivava.
O
forse chi la guidava non aveva visto lui.
La
macchina l’aveva preso in pieno e Ariel aveva fatto un
volo di quindici metri sull’asfalto.
Quando l’ambulanza era arrivata un
infermiere grasso e sudato aveva detto che era fatto e
finito. Spacciau[i].
Che non c’era più niente da fare.
Per
quello si erano ritrovati tutti in chiesa, in quel
pomeriggio assolato. Tutti i compagni di classe e Angela
e i bidelli e anche il preside e tutti gli altri
professori, tutti meno prof Maccioni, dietro alla bara
di Ariel faccia da scemo, a piangere ciascuno il suo,
chi lacrime vere e chi lacrime di coccodrillo.
“Stanotte lo facciamo” aveva detto Luca a Matteo
all’uscita dalla messa.
Lui aveva fatto di sì con la
testa.
Poi
aveva visto Angela ancora ferma sulla porta di chiesa,
che lo chiamava con un cenno della mano.
.......................................
– E’
stato lui! Lui ha ucciso Ariel! – la voce di Luca si
solleva un po’ troppo e Sasso gli fa cenno di
abbassarla.
– Lo so... – Matteo non ha ancora
trovato le parole per dirgli quello che gli vorrebbe
dire. Ha solo biascicato che forse non dovevano farlo.
Che non dovevano dare fuoco a quella benzina. L’ha
biascicato e continua a biascicarlo. E intanto si
avvicina alla macchina di prof Maccioni.
– Si
può sapere cos’altro ti ha soffiato all’orecchio Angela?
– la voce di Luca ora è più bassa. Ma le labbra e le
mani gli tremano di rabbia.
– Sì, che c’entra ora? – anche
Sasso la pensa come Luca.
Matteo
scuote la testa e allarga le braccia.
Sa che
i suoi amici non cambieranno idea. Qualsiasi cosa lui
dica non cambieranno idea.
E se
avessero ragione loro?
E se
Angela avesse torto?
Poi è
il suo corpo a decidere per lui. Si girà di scatto e dà
un calcio con tutte le forze alla fiancata dell’auto.
La
sirena dell’antifurto si risveglia a dà il via alle sue
danze.
–
Tui ses maccu...
– sussurra Luca sbiancando in viso e Matteo capisce cosa
ha detto solo dal movimento delle labbra.
Ma non
c’è più tempo per le parole.
Luca e
il primo a lanciarsi verso la finestrella. Sasso e
Matteo lo seguono a ruota.
E lo
straccio imbevuto di benzina rimane dentro il garage.
Ai tre
amici non resta che raggiungere Monica e sparire nella
notte che già sta morendo nell’alba.
....................................................
Matteo, Luca, Sasso e Monica sono seduti sulle gradinate
del campetto di calcio.
Si
stringono intorno ad Angela che tiene aperto il giornale
e indica la foto di un uomo di mezza età che esce dalla
questura accompagnato da due pulotti
in divisa che lo tengono sottobraccio.
– Non
posso crederci! – esclama Monica. – Prof Maccioni in
casanza!
– Sì,
in prigione... – Angela lo dice come se neanche lei ci
credesse. Poi aggiunge: – Non credo che ci resterà per
più di qualche giorno. Ma verrà processato e di sicuro
non metterà mai più piede in una scuola.
Angela
ora legge a voce alta e le parole sulle sue labbra sono
zucchero filato e miele. Anche se non tutto quello che
c’è stampato sul giornale è piacevole da sentire.
“Scuola di un borgo malfamato”, dice. “Devianza
minorile”, “Abbandono scolastico”, “Ragazzi difficili”.
– Ehi!
– Sasso s’arrennegada
come
se ci fosse la sua foto, sul giornale. – Saremmo noi i
ragazzi difficili?
–
Perché non lo siete? – lo zittisce bruscamente Angela. E
continua a leggere l’articolo, che dice che prof
Maccioni è stato incriminato per omessa vigilanza, per
procurato incidente, per ingiurie aggravate e per abuso
d’autorità, queste ultime accuse sorrette anche dalla
testimonianza di una giovane supplente che si è
presentata in procura.
L’articolo racconta anche di una vendetta sfumata solo
per caso. E della singolare coincidenza che ha visto la
giusta e i carramba presentarsi quasi
nello stesso momento a casa del prof, all’alba, i primi
per eseguire l’ordine d’arresto e i secondi chiamati
dallo stesso professore che voleva denunciare un
tentativo di incendio nel suo garage.
–
Chissà chi sarà stato a tentare di incendiare quel
garage, eh? – ora la voce di Angela si è fatta molto
seria. Li fissa uno per uno in volto. – Se penso che
avete solo dodici anni – sospira. – Non volete
raccontarmi come è andata?
– Solo
se tu ci racconti quello che hai detto a Matteo
all’uscita di chiesa – scuote la testa Sasso. – Lui non
ha voluto dircelo...
Matteo
si accorge che ora tutti lo guardano. Anche Luca che
dopo la fuga dal garage non gli ha più rivolto la
parola.
– Gli
ho detto che se aveste cercato di vendicarvi su prof
Maccioni, – gli spiega allora Angela – se gli aveste
fatto del male, sareste diventati come lui... Uguali a
lui...
–
Uguali a prof Maccioni? – chiede dubbiosa Monica. – A
cussa carrogna?
– Sì!
Delle bestie, cos’altro? –. E prima che Luca e Sasso
dicano la loro, Angela gira la pagina del giornale e
sotto gli occhi di tutti compare la foto di Ariel,
stampata in grande, a colori, su un campo di calcio con
l’erbetta verde, con indosso la maglietta numero 10 del
Cagliari.
–
Mizziga! – esclama Sasso. – Paridi
Zola!
E a
tutti loro per un attimo sembra di vedere Ariel correre
su quell’erba verde, con il sorriso sghembo stampato
sulla labbra.
Quel
sorriso da scemo che lo faceva ridere anche quando di
ridere non ne aveva voglia.
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