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Arleppino a Frugolafru
Condaghes ed.

In collaborazione con Antoni Arca



 



La storia in una fiaba

Nonno Re Frugolafrù e il grande sporcaccione

 

di Alberto Melis

 

Sotto una nuvoletta bianca e sopra un praticello verde c’era una volta un paesino che si chiamava Frugolafrù.

Era un paesino piccolo piccolino: aveva dieci casette rosse, dieci casette blu e nemmeno una di più. Anche gli abitanti di Frugolafrù erano piccoli piccolini.

Sapete perché?

Perché erano tutti bambini. E tutti, quando il sole si svegliava al mattino per giocare col vento nelle grandi distese azzurre del cielo, sbadigliavano appena un po’, si stiracchiavano di qua e di là e poi si alzavano dai loro lettini.

Dopo di che, feliciosi e contentelli, correvano a giocare in un giardino che era niente affatto piccolino.

Era molto grande anzi, e sapete perché?

Perché era il giardino del Re.

Certo era un Re molto strano, il re di Frugolafrù.

Non aveva gambe e non aveva braccia. E neppure reggia, regina, scettro, corona e trono.

Il Re di Frugolafrù era solo un vecchio vecchissimo albero dalle foglie colorate di rosa, di giallo, di verde, di rosso e di blu.

E quando i bambini si sedevano a cavalcioni delle sue grandi radici, per gustarsi la colazione o gnam-gnare la merenda, raccontava loro le storie più incredibili e colorate del mondo.

Nonno Re Frugalafrù — così lo chiamavano i bambini seduti a cavalcioni delle sue radici - raccontaci una storia…

— Di che colore la volete? — chiedeva il vecchio albero.

— Una storia… celeste e blu! — rispondevano i bambini. - Oppure rossa e arancione. O arancione e verde. O verde e rosa. O rosa e gialla. O gialla e bianca a pallini viola. O viola e rosa e rossa e bianca e verde e gialla e arancione a pallini celesti e a strisce blu…

— Va bene — sussurrava nel vento Nonno Re Frugolafrù.

Così dicendo allungava i rami sino a sfiorare le teste dei bambini, per accertarsi che fossero ben attenti. Poi cominciava a raccontare le sue storie colorate, mentre tutti lo ascoltavano in silenzio.

 

Un brutto giorno però, anzi una brutta notte, nel paesino di Frugolafrù arrivò un ospite indesiderato. Arrivò col buio, perché nessuno lo vedesse, e in quattro e quattr’otto costruì una grande casa.

Era una grande casa davvero. Aveva centoundici piani, centoundici camere, centoundici porte e centoundici finestre. E faceva paura. Sapete perché?

Perché era la casa del nuovo Re.

Certo era un Re molto strano, il nuovo Re di Frugolafrù.

Non era un albero e neppure un bambino. Era invece un uomo grande grande grande. Così grande che quando i bambini lo videro camminare per le strade del paese, coi suoi stivaloni neri — bum!, bum!, bum!, bum! — si spaventarono e corsero in giardino da Nonno Re Frugolafrù.

— Nonno Re Frugolafrù — dissero tutti insieme. — È successa una cosa terribilosa e spaventevolissima…

— Davvero…!!?? - chiese il vecchio albero.

— Sì! Stanotte è arrivato un uomo grande grande grande. E ha costruito una casa grande grande grande. Ha grandi stivaloni  neri — bum!, bum!, bum!, bum! — ed è il nuovo Re di Frugolafrù…

Il vecchio albero incrociò i suoi rami sul petto e ci pensò un po’ su. Non si erano mai avuti due Re nel paesino di Frugolafrù.

— Bhe — disse. — Stiamo a vedere. Perché se è un buon Re, che male c’è?

Poi però, mentre i bambini riprendevano i loro giochi in giardino, il vecchio Nonno Re allungò i suoi rami e si grattò il naso.

A dire la verità era molto preoccupato.

Perché i Re con le braccia e con le gambe, grandi grandi grandi e con grandi stivaloni neri — bum!, bum!, bum!, bum! — facevano paura anche a lui. E se quello che temeva era vero, presto ci sarebbero stati un sacco di guai, per i bambini di Frugolafrù.

 

Il vecchio albero non si era sbagliato.

Perché già da quella prima notte il nuovo Re di Frugolafrù cominciò a combinarne di crude e di cotte.

A mezzanotte in punto, mentre tutti i bambini ron-ron dormivano nei loro lettini, aprì le centoundici finestre della sua grande casa e cominciò a buttare dabbasso tutti gli avanzi della cena. Torsoli di mela e bucce di pera, lische di pesce e ossa di pollo, piatti di plastica e bottiglie di vetro: fazzolettini unti di grasso e briciole di pane, bucce di banana e semi di zucca, avanzi di spaghetti al ragù, trippa, broccoli, fondi di caffè, buste di camomilla, cingomme masticate, caramelle succhiate a metà e, per sovrappiù, anche un intero pentolone di minestrone di ravanelli, spinaci, aglio, olio, sedano, prezzemolo e pupuzzolentissime cipolle!

Dopo di che, col suo vocione roco e spaventevole, cominciò a cantare a squarciagola una canzone che pressappoco faceva così:

Stivali Neri

Bum!, Bum!, Bum!

Chi è il nuovo Re di Frugolafrù?

Ma sono io

fulmini e tuoni!

ho gambe e braccia

muscoli e ciccia

son sporcaccione

e

ho anche un cannone!

—Un Cannone? — si domandarono i bambini, svegli e tremanti nei loro lettini. — Cosa vuol farne del suo Cannone, il nuovo Re di Frugolafrù?

 

L’indomani mattina i bambini corsero di nuovo dal vecchio albero Nonno Re.

— Che sporcaccione! Davvero ha un cannone? — chiese Nonno Re di Frugolafrù, quando i bambini gli raccontarono che razza di terribilosa e spaventevolissima notte avevano trascorso.

— A cosa mai gli servirà? Non ci son guerre a Frugolafrù!

Quella mattina, per la prima volta, a Nonno Re mancò la voglia di raccontare ai bambini una delle sue storie divertenti e colorate. Con le foglie dei rami arricciate e il tronco pieno di rughe, meditò invece a lungo su quello che era successo.

E anche i bambini, tristosi e sconsolati, si sparsero qua e là per il giardino. Chi seduto a cavalluccio di una chiocciola e chi sdraiato all’ombra di una margherita, non ebbero nessuna voglia di giocare. Rimasero perciò a guardare il sole che pian piano veniva su, e poi piano piano andava giù, chiedendosi a cosa serviva il gran cannone del nuovo Re di Frugolafrù.

 

Quando arrivò mezzanotte il nuovo Re di Frugolafrù spalancò di nuovo le sue centoundici finestre e buttò per strada gli avanzi della cena.

Poi, visto che c’era, scaraventò dabbasso tutto il ciarpame che aveva in più: vecchi piatti e sedie malmesse, lampadine rotte e libri senza pagine, giornali ammuffiti, tre frigoriferi, un materasso, sette calzini bucati, due mutandoni e, per sovrappiù, un intero minestrone di ravanelli, spinaci, aglio, olio, sedano, prezzemolo e pupuzzolentissime cipolle!

Dopodiché salì sul tetto e cominciò a cantare una canzone che pressappoco faceva così:

Stivali neri

Bum!, Bum!, Bum!

Chi è il nuovo re di Frugolafrù?

Ma sono io

fulmini e tuoni!

Son sporcaccione

e col mio cannone

in quattro e quattr’otto

vi cambio colore!

Così dicendo, il nuovo Re Sporcaccione caricò il suo cannone. Socchiuse un occhio, prese la mira e poi sparò venti bordate di vernice nera come la notte (e pupuzzolente come il minestrone di cipolle) sulle casette di Frugolafrù.

— Poveri noi! — si disperarono i bambini, svegli e tremanti nei loro lettini. E l’indomani, con la prima luce del sole, corsero da Nonno Re Frugolafrù.

 

Un disastro, Nonno Re, un vero disastro! — dissero al vecchio albero dalle foglie colorate. — Il nostro paesino è sommerso da rifiuti, schifezze, sporcizie, porcheriacce e luridume di ogni genere. Le nostre belle stradine pupuzzano di minestrone di cipolle. E le nostre deliziose casette rosse e blu sono ricoperte di un’orribile vernice buia e nera come la notte!

Nonno Re Frugolafrù divenne molto tristoso e sconsolato.

Allungò i rami, si asciugò una lacrima che gli faceva il solletico sul naso, e poi disse ai bambini di lasciarlo solo.

— Voi andate a giocare. Nel mentre io ci penso su, al nuovo Re di Frugolafrù.

Così mentre Nonno Re pensava e ripensava a come fermare il grande sporcaccione, i bambini ancora una volta si sparsero per il giardino, chi a cavalluccio di una chiocciola e chi all’ombra di una margherita.

Poi, mentre il sole già indossava il suo pigiamone giallo per andare a dormire da un’altra parte del cielo, il vecchio alberò chiamò i bambini a raccolta e disse loro:

— So ben io come fermare il nuovo Re di Frugolafrù. Ecco, prendete questa, questa, questa, questa e quest’altra ancora…

Così dicendo il Nonno Re diede ai bambini una foglia rosa, una gialla, una verde, una rossa e una blu.

— Quando il gran Re Sporcaccione aprirà le finestre — disse ancora il vecchio albero — e butterà giù in strada gli avanzi della cena, voi strofinate nelle vostre mani queste foglie. Poi state a vedere cosa succede….

I bambini così tornarono alle loro casette. Ma quando il buio si fece tondo e fondo, invece di infilarsi sotto le coperte, rimasero ben svegli ad aspettare la mezzanotte.

 

A mezzanotte in punto il nuovo Re di Frugolafrù spalancò le sue centoundici finestre e cominciò a buttare per strada gli avanzi della cena.

Ma non appena gettò dabbasso il suo pupuzzolentissimo minestrone di cipolle, i bambini strinsero tra le mani la foglia rosa e la foglia gialla e le strofinarono per benino. Ed ecco che nelle loro mani si formò un venticello rosa e giallo, leggero come una piuma di allodola e allegro come una cinciallegra su un albero di melagrane.

Lentamente il venticello si sollevò dalle mani dei bambini e soffiò e soffiò e soffiò, e poi crebbe e crebbe e crebbe sino a diventare un spaventevolissimo vento dalle grandi braccia possenti. Sollevò tutti i rifiuti per aria e li scaraventò dentro la grande casa del nuovo Re di Frugolafrù: che in quattro e quattr’otto si trovò sommerso da torsoli di mela e bucce di pera, lische di pesce e ossa di pollo, piatti di plastica e bottiglie di vetro e, per sovrappiù, anche da un intero pentolone di minestrone di ravanelli, spinaci, aglio, olio, sedano, prezzemolo e pupuzzolentissime cipolle!

 

— Accidentoli, accidentaccioli! — disse il Re Sporcaccione digrignando i denti. — Che pupuzza puzzosa, questo minestrone… Ma ora gliela farò vedere io, a quei marmocchi…

E subito cominciò a buttare dabbasso vecchi piatti e sedie malmesse, lampadine rotte e libri senza pagine, giornali ammuffiti, frigoriferi, materassi, calze bucate, mutandoni e, per sovrappiù, il solito pentolone di minestrone di ravanelli, spinaci, aglio, olio, sedano, prezzemolo e pupuzzolentissime cipolle!

Ma anche questa volta i bambini di Frugolafrù non si spaventarono.

E sapete perché?

Perché ormai ne sapevano una di più del nuovo Re!

Strofinarono la foglia verde e la foglia blu e nelle loro mani subito si formò un venticello verde e blu, leggero come un battito di ali di allodola e allegro come una cinciallegra su un albero di ciliegie.

Anche questa volta il venticello soffiò e soffiò e soffiò, e crebbe e crebbe e crebbe, sino a diventare un terribiloso e spaventevolissimo vento dalle grandi braccia possenti. Sollevò tutto il ciarpame e lo scaraventò dentro la grande casa del nuovo Re di Frugolafrù.

 

Ohi! Ahi! Ahi! — disse il Re Sporcaccione, quando il pentolone del minestrone lo colpì forte sul capoccione. — Che pupuzza puzzosa… Ma ora gliela farò vedere io a quei marmocchi e al loro Nonno Re…

Salì sul tetto e cantò a squarciagola una canzone che pressappoco faceva così: 

Stivali neri

Bum!, Bum!, Bum!

Chi è il nuovo re di Frugolafrù?

Ma sono io

rabbia rabbiosa!

Son puzzolone

e col mio cannone

a Nonno Re

io cambio colore!

Così dicendo socchiuse un occhio, prese la mira e puntò il Cannone sul vecchio albero Nonno Re.

Ma prima che potesse sparare i bambini strofinarono la foglia rossa. E questa volta, nelle loro mani, non comparve nessun venticello leggero e fresco.

Comparve invece, rosso non poco, un grande fulmine vestito di fuoco. Si levò in alto, prese la mira, poi si scagliò sul Re Puzzolone: lo colpì in basso, lo colpì in alto, lo colpì in pieno… sul sederone!

Fu così che il nuovo Re Sporcaccione fuggì a gambe levate. Fuggì di corsa, lontano lontano, e mai nessuno lo vide più: il nuovo Re di Frugolafrù.

 

L’indomani mattina i bambini spazzarono per bene le stradine del paesino, dipinsero di nuovo di rosso e di blu le loro casette e poi buttarono giù la grande casa del Re Sporcaccione. Perché non avevano affatto bisogno di case grandi grandi grandi, loro che erano così piccolini.

 Fatto questo corsero in giardino a portare la buona notizia al vecchio albero.

— Nonno Re Frugolafrù — gli dissero saltellando e facendo le capitombole — il Re Sporcaccione ormai non c’è più!!

Nonno Re li fece sedere a cavalcioni delle sue radici, li accarezzò dolcemente coi suoi rami, uno per uno, e poi raccontò loro una storia colorata.

Di che colore?

Ma di tutti i colori naturalmente! E sapete perché?

Perché nel cielo, fresco e sereno, era spuntato… l’arcobaleno!

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Frugolafrù

Il paese dei colori

 

Da un racconto di Alberto Melis

 

Drammaturgia di Antoni Arca
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Personaggi:

 

Bambino 1.

Bambino 2.

Bambino 3.

Bambino 4.

Re Albero

Sole

Luna

Vento

Colore Rosso

Colore Blu

Colore Giallo

Re Sporcaccione

Buccia di Cipolla

Cingomma Masticata

Spaghetti Scotti

Buccia di Banana

Lische di Pesce

Stivale Destro

Stivale Sinistro

Cannone


1.   Bambini.

Cantano La canzone del paese dei colori, prima di mettersi al letto.

 

Bambini (Cantano):

Qui nel paese di Frugolafrù,

il sole splende sempre lassù.

Abbiamo dieci casette rosse,

abbiamo dieci casette blu…

ma nemmeno una di più.

 

La notte poi c’è la Luna,

e tutta l’aria s’imbruna,

e non abbiamo paura,

della notte più scura.

 

Ogni mattina sempre alle otto,

noi mangiamo un dolce biscotto.

Noi siamo allegri e pure contenti,

perché all’ora di prendere il tè,

ci aspetta l’Albero Re.

 

La notte poi c’è la Luna,

e tutta l’aria s’imbruna,

e non abbiamo paura,

della notte più scura.

Bambino 1.: Buona notte Numero 2, Numero 3, Numero 4!

Bambino 2.: Buona notte Numero 1, Numero 3, Numero 4!

Bambino 3.: Buona notte Numero 1, Numero 2, Numero 4!

Bambino 4.: Buona notte Numero 1, Numero 2, Numero 3!

 

Si addormentano.

 

2.   Luna, Sole.

La Luna si gode il centro della scena e si dispiace quando il Sole la obbliga ad andare via.

 

Sole: Che cosa ci fai ancora qui, non sai che quest’ora è mia?

Luna: Ah sì, perché, che ora è?

Sole: Sono le sei! 

Luna: Di sera?

Sole: No, di mattina, altrimenti avrei detto le ore diciotto! 

Luna: Quante cose che sai, tu, Sole.

Sole: Eh sì, ho studiato, io, mica come certa gente, che sui banchi di scuola dormiva. 

Luna: Davvero, in quale scuola hai studiato?

Sole: Nella scuola della Mercede, perché me lo chiedi?

LUNA: Perché una brava come me, a scuola non ci va!  

Sole: Se sei un’ignorante nata, non è mica colpa mia! 

 Luna: Ah sì, lo sai che ti dico, io sono campionessa di sci !  

Sole: E io di basket! Faccio molti canestri.  

Luna: Io sono campionessa del mondo!

Sole: Basta con le chiacchiere, stiamo solo perdendo tempo, vattene subito!

Luna: No, caro, io non me ne vado, senza discutere!

Sole: E invece te ne vai, capito!

Luna: Perché, che fai, mi picchi? Io non ho paura di te!

Sole: Figurati se picchio una strega come te! Al limite ti butto giù dal cielo.

Luna: Non vuoi batterti solo perché hai paura di me, vero?

Sole: Che cosa vuoi dire, strega, imbecille, stupida. Vattene o ti ammazzo!

Luna: Tu sei antipatico, vanitoso, imbecille, e non vuoi ammettere che io sono bella!

Sole: E tu non sai neanche l’alfabeto! Vero, luna vanitosa come una gallina? Vattene a casa tua! Capito, strega?

Luna: Ma che cosa stai dicendo, io l’alfabeto lo so, ascolta: F, E, R, H, I, B, V. Visto che lo so? Sono più brava di te!

Sole: Ma che sciocchezze dici? L’alfabeto è così: A, B, C, D, E, F, G, H, I, L, M, N, O, P, Q, R, S, T, U, V, Z.

Luna: Caro Sole, puoi farmi qualsiasi scherzo, tanto io non me ne vado!

Sole: Vattene e basta, capito, è tardi!

Luna: Va bene io me ne vado, ma stasera tornerò presto! (Ride:) Ah ah ah ah ah ah! (Esce.)

Sole: Meno male che è andata via, quella gallina!

 

3.   Sole, bambini.

I bambini si svegliano allegri.

 

Bambino 1.: Buona giorno Numero 2, Numero 3, Numero 4!

Bambino 2.: Buona giorno Numero 1, Numero 3, Numero 4!

Bambino 3.: Buona giorno Numero 1, Numero 2, Numero 4!

Bambino 4.: Buona giorno Numero 1, Numero 2, Numero 3!

Bambino 1.: Andiamo a salutare il Sole!

Bambini.: Sì, andiamo!

 

Vanno dal Sole compiendo semplici movimenti coreografici.

 

Sole: Buongiorno bambini, come state? Cosa fate questa mattina?

Bambino 1.: Buongiorno Sole, noi stiamo bene, stiamo andando a giocare. E tu come stai? 

Sole: Io sto molto bene, e sono contento che siate venuti a trovarmi .  

Bambino 2.: Vuoi venire a giocare con noi?  

Sole: Mi piacerebbe, ma se vengo a giocare diventerebbe tutto buio.

Bambino 3.: Peccato! Ci sarebbe piaciuto molto che tu venissi a giocare con noi!  

Sole: Dove andrete a giocare, da Re Albero o dal Vento?  

Bambino 4.: Penso che andremo proprio dal Re Albero! 

Sole: Bene, bambini, spero vi divertiate!

Bambino 1.: Sole, lo sai che sogno abbiamo fatto? Te lo possiamo raccontare?

Sole: Sì che potete raccontare!

Bambino 2.: Eravamo tutti quanti in un prato, per una merenda all’aperto…

Bambino 3.: Giocavamo a palla, quando, ad un tratto…

Bambino 4.: Arrivò un disco volante, grande grande…  

Bambino 1.: Ne discesero alcuni extraterrestri verdi e pieni di gambe e mani… 

Bambino 2.: Ci presero la palla e, dopo averci giocato tra di loro… 

Bambino 3.: Se ne andarono via restituendoci la palla tutta rotta e lasciando…

Bambino 4.: Un mucchio di sporcizie nere e grigie sparse per tutto il prato.  

Sole: Bambini, dite un po’, che cosa avete mangiato, ieri notte, prima di andare a dormire?  

Bambino 1.: Pane e mortadella!  

Bambino 2.: Pane e nuttella! 

Bambino 3.: Pane e salame! 

Bambino 4.: Yogurt ai mirtilli dell’Himalaya! 

Sole: Adesso capisco, bambini, andate, andate e non pensate più a questa brutta storia.

Bambini: Ciao, Sole!

Sole: Ciao, bambini, salutatemi Re Albero, il Vento, i Colori e divertitevi, ciao!

Bambini: Ciao!

 

Esce il Sole ed entrano gli altri mentre i bambini corrono via.

 

4.   Re Albero, colori, Vento.

I colori mettono le foglioline a Re Albero e il Vento le soffia dolcemente.

 

Re Albero: Qui, una fogliolina gialla qui, per favore.

Vento: Shhh, lililililiiiiiii…

Colore Rosso: Anch’io, anch’io voglio mettere le mie foglioline tutte rosse come gocce di corallo.

Colore Blu: No, io, io per primo voglio mettere le mie foglie colorate.

Colore Giallo (Cantilenando): Ha chiesto prima a me, ha chiesto prima a me…

 

I colori litigano infastidendo il Vento.

 

Re Albero: Non litigate per me, le foglie me le darete tutti.

Vento: Basta! Adesso vi spazzerò tutte via, perché mi avete stufato con questa cantilena.

 

I colori sono spaventati, ma continuano a litigare.

 

Colore Rosso: Signor Vento, abbia pietà di noi!

Colore Blu: Non credo che avrà pietà di noi.

Colore Giallo: Ma chi te l’ha detto che ci spazzerà via, non tutti sono cattivi come pensi tu!

Re Albero: Sì, Blu, Giallo ha ragione, e il Vento non è così cattivo come sembra, per questa volta vi perdonerà.

Vento: Non sono tanto sicuro di volerli perdonare.

Re Albero: Ehi, Vento, guarda là, vedo una brutta cosa che ha bisogno di essere soffiata via.

Vento: Va bene, per questa volta non vi spazzerò via perché sono troppo buono. (Scappa via a soffiare una busta di plastica.)

Colore Rosso: Avevi ragione tu!

Colore Blu: Il Vento è proprio scemo.

Colore Giallo: Avete visto che avevo ragione!

Re Albero: Però, adesso, Giallo, non vantarti troppo!

Vento (Rientrando ansimante): Sono tornato in un batter d’occhio ed ho sentito tutto. Ho proprio voglia di spazzarvi via. Conterò fino a tre: uno, due e tre (Soffia:) fllllllluuuuuuu!!!

Colore Rosso: Ahi, i mie piccioli!

Colore Blu: Ah, le mie belle foglie!

Colore Giallo: Che male!

Re Albero: Il Vento, quando soffia piano mi sta simpatico, invece, quando soffia forte mi sta antipatico.

Vento: Giallo, Blu, Rosso e Re Albero, io l’avevo detto che l’avrei fatto!

Colore Rosso: Vento, sei molto crudele.

Colore Blu: Rosso, ha ragione.

Colore Giallo: Avete ragione tutte e due, non c’è nessuno più stupido del Vento.

 

5.   Bambini, Re Albero, colori, Vento.

Entrano i bambini, allegri e canterini; tutti si tranquillizzano.

 

Bambini (Cantano):

Ogni mattina sempre alle otto,

noi mangiamo un dolce biscotto.

Noi siamo allegri e pure contenti.

perché all’ora di prendere il tè,

ci aspetta l’Albero Re.

 

La notte poi c’è la Luna ,

e tutta l’aria s’imbruna,

e non abbiamo paura,

della notte più scura.

Re Albero: Mi fa piacere che almeno voi siate allegri, bambini, perché noi eravamo un po’ nervosetti, fino a qualche istante fa.

Bambino 1.: Noi siamo sempre allegri quando veniamo da voi.

Bambino 2.: Con tutti questi bei colori.

Bambino 3 : Questo bel venticello.

Bambino 4.: Le tue storie straordinarie.

Re Albero: Grazie.

Bambino 1.: È vero, i tuoi racconti sono molto belli.

Bambino 2.: E vorremo sentirne uno nuovo.

Bambino 3 : Tutto pieno di colori.

Bambino 4.: Anche il Vento e Rosso e Giallo e Blu lo vorrebbero sentire.

Vento: È vero, anch’io voglio una storia.

Giallo: Sì, se racconti, io e gli altri colori ti metteremo le foglie più volentieri.

Rosso: Il mio rosso si spegnerà se non cominci a raccontare.

Blu: Il mio blu è come il mare, è sempre in movimento, ma diventerà un mare cattivo, se non racconti subito una bella storia.

Bambino 2.: Dai, facci felici, racconta!

Bambino 3.: Dai, dai!

Bambino 4.: Noi le adoriamo.

Bambino 1.: Zitti che comincia.

 

6.   Bambini, Re Albero, colori, Vento.

Mentre Re Albero parla, gli altri si siedono in tondo e ascoltano in silenzio.

 

Re Albero: A casa mia c’è una parete che si apre su un mondo speciale: ha il colore del cielo.

Ogni volta che posso, chiudo gli occhi e conto lentamente fino a quattro: uno, due, tre, quattro!

Il giallo del sole mi riempie lo sguardo.

Dalla terra salgono odori di erbe di giardino e di fiori d’arancio.

Un soffio leggero muove le foglie di un leccio e, lontano, una folaga grida il suo canto.

Accanto a me ho tutti gli animali dell'arca: due buoi, due leoni, due serpenti, due api, due mosche, due cavalli…

Il forte profumo della vita sale alle narici e posso volare nel cielo con ali di colomba; sul mare, sulle montagne, oltre la pioggia. Alla ricerca dell'olivo che dona la felicità.

Giù, senza paura del vuoto, in direzione d'un fiore giallo e rosso sperduto tra l'erba verde e umida.

Vi arriverò piano piano, cullato dal vento caldo che mi sostiene come fossi una foglia.

Ho gli occhi perfettamente chiusi e vedo ogni cosa: il colore della terra, il rosso di una rosa, il bianco della luna, il verde di una foglia, l’arancione di una mela.

I colori, nell'azzurro del paesaggio, si mischiano tutti nel grigio delle nuvole.

Però, se tendo l'ala, se allungo la mano, la nuvola si apre, e ritorno al giallo del sole, al rosso del fuoco, all’arancio della luce.

E corro sospinto dal vento nell’azzurro immenso: come il mare, come il cielo, come il colore di pace della parete di casa mia.

 

Tutti dormono e “scivolano via”. Entrano il Sole e la Luna.

 

7.   Luna, Sole.

La Luna manda via il Sole, che accetta lo scambio; cantano.

 

Luna: È arrivato il mio turno, puoi andare!

Sole: Sicuro, mia cara amica.

Luna: Come sei gentile, signor faccia tonda, ma non m’incanti, questo è il mio turno, e tu te ne devi andare comunque.

Sole: No, io sono gentile di natura, non sono un antipatico come certa gente.

Luna: A quest’ora i bambini dormono tranquilli, e se tu rimanessi ancora un po’, con la tua orribile luce, rovineresti tutto, come al solito.

Sole: Non mi pare che sia proprio così. Comunque, solo i gentili d’animo possono essere sempre gentili, e siccome io lo sono, domani mattina mi lascerai il posto al più presto, gentilmente, oppure no, capito?

Luna: No, io me ne andrò se ne avrò voglia, caro il mio Sole, e tu non mi fai paura. E adesso, sbrigati, o ti prenderò a calci fino a quando sorgerai!

Sole: Luna, io vado, ma non fuggo, perché non ho paura di te, e sarò ugualmente gentile perché io, sono buono dentro!

Sole e Luna (Cantano):

Noi viviamo su nel Cielo,

siamo amici per un pelo.

 

Io faccio la terra più scura,

e do agli uomini paura.

Io porto luce e calore,

tolgo agli uomini il dolore.

 

Noi viviamo su nel Cielo,

siamo amici per un pelo.

 

Io porto luce e calore,

tolgo agli uomini il dolore.

Io faccio la terra più scura,

e do agli uomini paura.

 

Noi viviamo su nel Cielo,

siamo amici per un pelo.

 

Il Sole esce.

 

8.   Luna, Sporcaccione.

La Luna canta ma, quando arriva lo Sporcaccione cambia tono, è cattiva.

 

Luna (Canta):

Io faccio la terra scura,

per dare agli uomini paura.

Povera me tra poco me ne dovrò andare, ma perché?…

Sporcaccione (Entra cantando):

Stivali Neri

Bum!, Bum!, Bum!

Chi è il nuovo Re di Frugolafrù?

Ma sono io,

fulmini e tuoni!

Ho gambe e braccia,

muscoli e ciccia,

son sporcaccione

e ho anche un cannone!

Luna: E tu chi sei?

Sporcaccione: Sono il futuro re di Frugolafrù.

Luna: Ah, sei il figlio di Re Albero.

Sporcaccione: Ma che dici, io sono Sporcaccione, e non ho né padre né madre.

Luna: E come puoi diventare il nuovo re di Frugolafrù, se non sei parente del vecchio re?

Sporcaccione (Cantando):

Stivali neri

Bum!, Bum!, Bum!

Chi è il nuovo re di Frugolafrù?

Ma sono io

fulmini e tuoni!

Son sporcaccione

e col mio cannone

in quattro e quattr’otto

vi cambio colore!

Luna: Bene, bravo!

Sporcaccione: Grazie!

Luna: Re Sporcaccione, senti, posso chiamarti, re, non è vero?

Sporcaccione: Ma certo.

Luna: Senti, posso chiederti un favore?

Sporcaccione: Sicuro, mia fedele suddita.

Luna: Vorrei che mi aiutassi a sconfiggere il Sole.

Sporcaccione: D’accordo ti aiuterò, ma a una condizione, tu devi aiutare a me a diventare il nuovo re di Frugolafrù.

Luna: Sì, e adesso parlami un po’ di te.

Sporcaccione: Vedi, io sono una persona molto cattiva, mi piace essere sporco e, soprattutto, fare la guerra alla luce. Io amo il buio.

Luna: Ti adoro!!!

Sporcaccione: Ciao, adesso devo andare. (Esce.)

Luna: Ciao, mio re.

 

Entra il Sole.

 

9.   Luna, Sole.

La Luna, malgrado le insistenze del Sole, non va via.

 

Luna: Sole, io non vado via.

Sole: Perché?

luna: Perché mi piace così!

Sole: Senti, cara Luna Lunetta… Vattene via!

Luna: Non ci penso nemmeno!

Sole: Brutta gallina antipatica, vattene immediatamente, se non vuoi che diventi cattivo!

Luna: A sì, e che cosa potresti farmi?

Sole: Lo dico a Re Albero.

Luna: Poverino, il bambino!

Sole: Poverino lo dici ai tuoi crateri!

Luna: No, a te!

Sole: No, a te!

Luna: A te!

Sole: Non sono mai stato umiliato così! 

Luna: Sai che cosa me ne importa, di averti umiliato.

Sole: Invece te ne dovrà importare, perché, perché… (Piange.).

Luna: Bravo, piangi, così, magari ti spegni una volta per tutte.

Sole: Hai ragione, non devo piangere, devo essere caldo e lucente.

Luna: Bravo, luccica, luccica.

Sole: Vattene, via!

Luna: No!

 

Escono senza realmente uscire e i bambini entrano senza realmente entrare.

 

10.  Bambini.

Stanno per andare a salutare il Sole e si raccontano un brutto sogno.

 

Bambino 1.: Ho fatto un brutto sogno.

Bambino 2.: Anch’io.

Bambino 3.: Anch’io, ho fatto un brutto sogno.

Bambino 4.: Io invece, no, io ho avuto un incubo terribile.

Bambino 1.: Ho sognato che giocavo a nascondino con voi e, ad un tratto, un gigante ci prese e ci portò su un grande palazzo di 123 piani senza finestre e senza porte.

Bambino 2.: Nel mio sogno, c’era un serpente puzzolente che invece del veleno spruzzava sporcizia.

Bambino 3.: Nel mio c’era un mostro che lanciava fiamme dalle narici e carbonizzava qualsiasi cosa, soprattutto gli alberi.

Bambino 4.: Io ho sognato che non c’era più niente da mangiare, ma soltanto avanzi puzzolenti.

Bambino 1.: Presto, andiamo da Re Albero.

Bambino 2.: Sì, andiamo.

 

11.  Bambini, Luna, Sole.

I bambini scoprono che la Luna non è andata via.

 

Bambino 1.: Ciao, Sole.

Sole: Ciao, bambini.

Bambino 2.: Ehi, ma che cosa ci fa la Luna a quest’ora?

Luna: Sono affari miei.

Sole: Non se ne vuole andare, sembra diventata la padrona del cielo.

Bambino 1.: Ma se non se ne va, avremo l’eclissi.

Bambino 2.: Io dico che se vado là, la mando via a colpi di bastone.

Bambino 3.: Brutta disgraziata, se non te ne vai ti tiro un sasso in testa .

Bambino 4.: È mai possibile che non capisca che devi andartene via?

Luna: Io non me ne vado via, perché sono più luminosa.

Sole: Ah! Voglio proprio vedere chi è più luminoso Ah !Ah ! Ah! Sei una sbruffona e una bugiarda, non è vero bambini?

Bambino 1.: Sì, e vero!

Bambino 2.: Hai ragione!

Bambino 3.: Proprio così!

Bambino 4.: È il Sole il più luminoso!

Luna: Seeeh, tu sarai più luminoso, ma io sono la più affascinante e la più ammirata da tutti!

Sole: Cosa, tu la più affascinante e ammirata da tutti! proprio tu che sei la più brutta…

 

I due litigano senza più badare ai bambini.

 

Bambino 1.: Sentite, questi due andranno avanti a litigare tutta la vita…

Bambino 2.: Hai ragione.

Bambino 1.: Sapete che vi dico, che è meglio se andiamo subito a parlare con Re Albero.

Bambino 3.: Giusto.

Bambino 4.: Hai ragione.

Bambino 2.: Andiamo!

 

I bambini fingono di andare via mentre sono Luna e Sole a uscire intanto che Re Albero e i suoi amici entrano.

 

12.  Bambini, Re Albero, colori, Vento.

I bambini raccontano preoccupati, Re Albero cerca di calmarli.

 

Re Albero: Che cosa avete, bambini, mi sembrate un po’ agitati.

Bambino 1.: Ascolta Re Albero, la Luna non vuole spostarsi per dare spazio al Sole, e quindi non ci sarà più giorno ma solo ombra.

re Albero: Non preoccupatevi, troveremo qualcosa che convinca la Luna ad andare via.

Rosso: Ha ragione, ascoltatelo, faremo qualunque cosa per aiutare il nostro caro amico Sole.

Giallo: Io sono con voi, accetterò qualsiasi cosa da fare.

Bambini 2.: Sì, va bene, però, che cosa dobbiamo fare?

Blu: Anch’io ci sto, perché il Sole è mio amico e so che lui farebbe qualsiasi cosa per me.

Bambino 4: Sì, ma ritorniamo sempre allo stesso punto, che cosa dobbiamo fare per cacciare la Luna dal cielo?

Bambino 1.: Giusto, diteci cosa dobbiamo fare per salvare il Sole e noi lo facciamo.

re Albero: Lasciatemi pensare ancora un po’, non mi pare che siamo ancora pronti.

Blu: Per che cosa?

Bambino 2.: Quando saremo pronti per cacciare la Luna?

Bambini 3.: Voglio sapere quando sarà il momento preciso per farlo!

re Albero: Forse domani, o dopodomani, ma non adesso.

Rosso: Io voglio aiutare il Sole perché è amico di Re Albero.

Giallo: Anch’io voglio aiutare gli amici di Re Albero.

Blu: Io voglio aiutare il Sole perché, senza la luce, i nostri colori scompaiono.

 

Il Vento, che non è mai stato preso in considerazione, comincia a fare i dispetti ai colori che si affaticano a riattaccare le foglie.

 

Rosso: Basta Vento!

Giallo: Ma che cosa fai, lascia stare le mie foglie!

Blu: Finiscila, Vento, non è ora di giocare!

Vento: Io, io, io… Siete una banda di egoisti e a me non pensa mai nessuno.

Bambino 4: Il Vento si è arrabbiato.

Bambini 2.: Perché?

Bambini 3.: Forse perché… non lo so!

Bambino 1.: Magari perché ha freddo; senza Sole, tutti abbiamo un po’ freddo.

re Albero: Forse perché quando va via il Sole, l’aria si raffredda e il Vento diventa cattivo.

Vento: Cattivissimo… (Soffia via i colori.)

Rosso: Aiuto…

Giallo: Ci porta via…

Blu: Aiuto…

 

Escono tutti ed entrano Luna e Sporcaccione. È notte.

 

13.  Luna, Sporcaccione.

La Luna e Sporcaccione organizzano il piano.

 

Luna: Aaah, come sono contenta, il mio primo giorno di ventiquattro ore. Non mi sono mai mossa dal cielo. Che bello, peccato, però, che dodici ore le abbia dovute dividere con quell’orribile Sole. (Sente un rumore, si allarma:) Chi è là?

Sporcaccione: Sono il  re Sporcaccione?

Luna: Era ora, ti stavo aspettando.

Sporcaccione: Quand’è che l’ammazziamo?

Luna: Vuoi davvero ammazzarlo, quel povero vecchio di Re Albero?

Sporcaccione: Sì, perché è nostro nemico!

Luna: Va bene, sono d’accordo con te.

Sporcaccione: Andiamo subito.

Luna: Io gli spezzo i rami.

Sporcaccione: E io gli stronco il tronco.

Luna: Andiamo a cercarlo.

Sporcaccione : Io so bene dove sta.

Luna: Certo, nel paese dei colori…

Sporcaccione: A Frugolafrù, insieme a una banda di bambini insopportabili.

Luna: Senti, sei proprio sicuro di poterli sconfiggere? (Mentre lui canta, lei lo guarda e ballicchia.)

Sporcaccione : Certamente. (Canta):

Stivali Neri:

Bum!, Bum!, Bum!

Chi è il nuovo Re di Frugolafrù?

Ma sono io,

fulmini e tuoni!

Ho gambe e braccia,

Muscoli e ciccia,

son Sporcaccione

e ho anche un Cannone!

 

Stivali neri:

Bum!, Bum!, Bum!

Chi è il nuovo re di Frugolafrù?

Ma sono io,

rabbia rabbiosa!

Son Puzzolone

e col mio Cannone,

a Nonno Re,

io cambio colore!

 

14.  Luna, Sporcaccione, Sporcizie.

Entrano le Sporcizie, mettendo ognuna in evidenza le proprie, ripugnanti, caratteristiche.

 

Luna: Bene, fammi vedere come pensi di prendere il posto di Nonno Re.

Sporcaccione: Ho le mi armi, io, venite avanti, stivali!

Stivale Sinistro: Sono SS, Stivale Sinistro, e i miei calci fanno male.

Luna (Sarcastica): Mamma che paura!

Stivale Destro: Sono SD, Stivale Destro, e i miei calci fanno malissimo.

Luna: Caspita, che coppia di inutili sbruffoni!

Sporcaccione: Non ti basta? Entrino le mie sporcizie.

Lische di Pesce: Sono la terrrrribbbbile LDP, Lisca di Pesce, io sono indigeribile.

Luna (Delusa): Mi sa che andiamo male.

Sporcaccione: Aspetta, a parlare.

Buccia di Banana: Io sono Buccia Di Banana, su di me scivolano tutti, bambini e vecchi, i belli e i brutti.

Spaghetti Scotti: Io sono SS2, Spaghetti Scotti, faccio schifo anche ai più ghiotti.

Cingomma Masticata: Io sono CM, Cingomma Masticata, come mi attacco io non si attacca nessuno.

Buccia di Cipolla: Io sono BDC, Buccia Di Cipolla, faccio piangere anche i morti.

Luna: Senti, mio bel reuccio schifosillo, credo sia meglio che sciogliamo l’alleanza, perché con queste quattro tue schifezze, non andiamo da nessuna parte.

Sporcaccione.: Perché non hai visto la mia arma segreta. Vieni avanti, Cannone!

Cannone: Preparami Re Sporcaccione, che entro in azione!

Luna: Complimenti Re Sporcaccione, sono propria fiera di te!

 

Gli altri escono salutandola, poi entra il Sole.

 

15.  Luna, Sole.

Malgrado le insistenze del Sole, la Luna non va via.

 

Sole : Vattene Luna!

Luna: Neanche per sogno.

Sole: Basta, lunaccia, mi sono stancato, adesso mi scalderò fino a sciogliere tutte le tue montagne di ghiaccio.

Luna: No, no, mi fai paura.

Sole: Ti avevo avvertito, Luna, adesso ti sciolgo, e uno, e due, e tre….

 

16.  Luna, Sole, Sporcizie, poi anche Vento.

Il Sole è oscurato dalle sporcizie, poi arriverà anche il Vento a dar loro man forte.

 

Sporcaccione: Avanti mie sporcizie, all’attacco!

Lische di Pesce: Ti piacciono i miei graffi.

Buccia di Banana: Scivola, e scivola.

Spaghetti Scotti: Assaggia, assaggia quanto sono vomitevole.

Cingomma Masticata: Mastica la mia schifezza, aiò!

Buccia di Cipolla: E piangi, e piangi!

Sole: Non mi fate paura, insieme alla Luna scioglierò anche voi.

Sporcaccione: Presto, Stivali, via con le pedate!

Stivale Sinistro: Prendi, e prendi!

Stivale Destro: Calcio!

Luna: Non soffri? Neanche i calci ti fanno male?

Sole: Vi sciolgo tutti, mi farò venire un’eruzione e vi distruggerò per sempre.

Sporcaccione: Presto, Cannone, preparati.

Cannone: Arrivo, mio re!

 

Il Sole non ha paura, la Luna è preoccupata e anche gli altri cominciano a dubitare, ma arriva il Vento.

 

Vento: Fermi, senza il mio aiuto, non riuscirete mai a battere il Sole, bisogna prima raffreddarlo, per sconfiggerlo.

Sporcaccione: Bravo venticello mio.

Vento: E buff, e buff….

Sole: Aiuto, mi raffreddo, mi ammalo, mi spengo.

Vento: Buff, buff…

Sporcaccione: Spara, Cannone, e tu, Luna, fai venire il buio.

 

Escono senza uscire mentre i bambini entrano senza entrare.

 

17.  Bambini, Sporcizie, Vento.

I bambini sono entrati.

 

Bambino 1.: Andiamo a salutare il sole !

Bambino 2.: Sì, andiamo.

Bambino 3.: Buona idea .

Bambino 4.: Voglio proprio a vedere come sta.

 

Si accorgono di cosa sta accadendo e rimangono nascosti ad osservare

 

Luna: Evviva, evviva ho vinto, ho battuto il Sole.

Sole: Ma qualcuno verrà ad aiutarmi.

Vento: Se non stai zitto ti faccio volare.

Sporcaccione: Adesso sono il re di tutti quanti .

Cannone: Sono felice di essere un cannone, perché mi usa il mio padrone.

Stivale Sinistro: Quando il mio padrone mi userà: calci a tutti !

Stivale Destro: Io non so se potrò farlo, perché ho l’unghia incarnita.

Lische di Pesce: Io sono un mucchio di lische e faccio puzza in città.

Buccia di Banana : Io ho la buccia liscia e farò scivolare tutti quanti .

Spaghetti Scotti: Io faccio gli scherzi alle persone, faccio credere che sono un ammasso di vermi.

Cingomma Masticata (Al Sole): Fai il bravo, se non vuoi che ti appiccichi alla parete.

Buccia di Cipolla: Ubbidisci, se non vuoi lacrimare.

Bambino 4.: Non fate del male al Sole lasciatelo libero.

Luna: Adesso ci sarò per sempre io e solo io, a oscurare il cielo.

Sole: Non vincerai mai.

Vento: Da sola magari no, ma con il mio aiuto vincerà per sempre.

Sporcaccione: Ho voglia di schiacciare Re Albero.

Cannone: Io di sparargli.

Stivale Sinistro: Io di calciarlo.

Stivale Destro: Non mi fa più male il piede, sono guarito, anch’io voglio calciarlo.

Lische di Pesce: Adesso basta, vado, lo pungo e torno.

Cingomma Masticata: Alla guerra, io mi attacco!

Buccia di Cipolla: Lo farò piangere a morte.

Bambino 1.: Dobbiamo fare qualcosa.

Bambino 2.: Ma cosa?

Bambino 3.: Io lo so!

Bambino 4.: Che cosa fai?

Bambino 3.: Vedrete, l’effetto sorpresa sarà la nostra arma. Corriamo! (Entrano di corsa e creano scompiglio.)

Buccia di Banana: E chi è?

Spaghetti Scotti: Maleducati.

Cingomma Masticata: Fermi, mi fate appiccicare.

Buccia di Cipolla: E basta!

Sole: Lo sapevo che qualcuno sarebbe venuto in mio aiuto!

 

Fuggono portandosi via il Sole.

 

Luna: Fermateli!

Sporcaccione: Non ti preoccupare, non andranno lontano.

Bambini: Evviva, ce l’abbiamo fatta!

 

I bambini e il Sole corrono via, in realtà sono i cattivi ad uscire mentre entrano i buoni.

 

18.  Bambini, Re Albero, colori.

I bambini corrono da Re Albero e si odorano e si guardano, hanno salvato il Sole ma sono stati imbrattati.

 

Sole: Grazie, bambini, mi avete salvato.

Re Albero: Bravi, bambini, se nono fossi così preoccupato vi racconterei una bella storia.

Bambino 2.: Non importa, adesso ci basterebbe anche soltanto un po’ d’acqua.

Rosso: E sapone.

Bambino 1.: Avete ragione.

Blu: Che puzza!

Bambino 2.: È vero.

Bambino 3.: Anch’io la sento, questa orribile puzza…

Bambino 4.: Ma non possiamo ancora lavarci!

Re Albero: Mi dispiace, amici, ma non sono riuscito ancora a pensare niente.

Rosso: Re Albero, neanche io sono riuscito a pensare niente.

Blu: Neanche io!

Giallo: Io si!

 

19.  Bambini, Re Albero, colori, Stivali, Sporcizie, Vento.

Entrano il Vento e le Sporcizie.

 

Luna: A sì, e che cosa?

Sole: Aiuto, sono arrivati.

Vento: Vi farò volare via tutti.

Sporcaccione (Canta):

Stivali neri:

Bum!, Bum!, Bum!

Chi è il nuovo re di Frugolafrù?

Ma sono io,

rabbia rabbiosa!

Son puzzolone

e col mio cannone,

a Nonno Re,

io cambio colore!

Cannone: E io vi sparerò…

Stivale Sinistro: Io vi calpesterò…

Stivale Destro: Io invece vi prenderò a calci…

Lische di Pesce: Io vi pungerò…

Buccia di Banana: Io vi farò scivolare…

Spaghetti Scotti: E io vi schiferò!

Cingomma Masticata: Io mi attaccherò a voi.

Buccia di Cipolla: Io vi farò piangere.

Bambino 1.: Oh, oh!

Bambino 2.: Che c’è.

Bambino 3.: Ho un brutto presentimento.

Bambino 4.: Re Albero!

Re Albero: Non c’è la farete a sconfiggerci, perché vi combatteremo.

Rosso: Io combatterò.

Blu: Anch’io .

Giallo: Io pure.

Luna: Mi piace la guerra!

Sole: Vogliono imporci il nuovo re!

Vento: Uno che a me piace di più, come re di Frugolafrù: Re Sporcaccione!

Stivale Sinistro: Io vado a lucidarmi!

Stivale Destro: Anch’io vado a lucidarmi.

Sporcaccione: Adesso chiamo il mio Cannone!!

Cannone: Bum!!!

Sporcizie: All’attacco!!!

 

Dopo un po’ di baraonda i buoni escono.

 

20.  Sporcaccione, Sporcizie, Vento, Luna.

Fanno festa.

 

Luna: Accidenti, mi sento curva dalle botte che ho dato.

Vento: Sono stanco ma felice.

Sporcaccione: Abbiamo vinto, mie sporcizie, siamo i peggiori!

Cannone: Caricami, padrone, ho ancora voglia di distruggere!

Stivale Sinistro: Mi fanno un po’ male le dita del piede.

Stivale Destro: Vi riprenderemo a calci nel sedere!

Lische di Pesce: Vi lancerò le mie spine ad una ad una.

Buccia di Banana: Vi farò scivolare faccia a terra.

Spaghetti Scotti: Vi legherò e vi farò vomitare.

Cingomma Masticata: Vi attaccherò dappertutto.

Buccia di Cipolla: Vi farò piangere fino a formare un lago.

Luna: Quanto mi piacerebbe essere un boomerang, così mi farei lanciare e vi spaccherei la faccia due, tre, mille volte di seguito.

Vento: Soffierò cosi forte da farvi volare fino all’altro capo del mondo.

Sporcaccione: Distruggerò quelle vostre piccole e colorate linde casette.

Cannone: Mamma mia, che botto che farò!

Stivale Sinistro: Schiacceremo le loro casette, vero fratellino?

Stivale Destro: Puoi contarci, fratello!

Lische di Pesce: Le farò volare con un colpo di pinna.

Buccia di Banana: Faranno un volo che si romperanno la schiena.

Spaghetti Scotti: Riempirò di sugo le loro casette così profumate, così pulite.

Cingomma Masticata: Chiuderò per sempre le serrature delle loro porticine.

Vento: Soffierò così forte che spazzerò il cerume dalle orecchie di ogni bambino di Frugolafrù.

Sporcaccione: Ma no, così li pulisci!

Vento: Hai ragione, allora gli manderò la sabbia negli occhi.

Tutti: Bravo, così si fa! (Cantano:)

Stivali Neri:

Bum!, Bum!, Bum!

Chi è il nuovo Re di Frugolafrù?

Ma sono io,

fulmini e tuoni!

Ho gambe e braccia,

muscoli e ciccia,

son sporcaccione

e ho anche un cannone!

 

Stivali neri:

Bum!, Bum!, Bum!

Chi è il nuovo re di Frugolafrù?

Ma sono io,

rabbia rabbiosa!

Son puzzolone

e col mio cannone,

a Nonno Re,

io cambio colore!

 

21.  I bambini, Re Albero, colori, Sole.

Gli sconfitti si accingono a distruggere Re Albero.

 

Re Albero: Basta, ci hanno sconfitto, dobbiamo accettare i fatti, abbiamo perso.

Rosso: Non è vero, dobbiamo combattere, non possiamo arrenderci, così.

Blu: No, è vero, abbiamo perso, abbiamo perso.

Giallo: Finché c’è vita c’è speranza. Io dico che non dobbiamo arrenderci.

Sole: Io non ho più calore, mi sto spegnendo.

Bambino 1.: Se ci arrendiamo…

Bambino 2.: Ci toccherà vivere al buio…

Bambino 3.: Per sempre…

Bambino 4.: Ho paura.

Re Albero: Avete ragione, dobbiamo fare qualcosa per salvarci dal buio.

Sole: Ma cosa, la Luna ormai è troppo forte, il Vento e il Cannone caricato a sporcizia mi hanno completamente raffreddato e oscurato.

Bambino 1.: Ma ci deve essere qualcosa che possiamo fare!

Bambino 2.: Ci deve essere.

Bambino 3.: Non è possibile che non ci sia.

Bambino 4.: Non è possibile.

Blu: Re Albero, che cosa facciamo?

Giallo: Io non dispero, vedrete che qualcosa ci verrà in mente.

Rosso: Lo so io, che cosa ci vuole, un bel fuoco che li possa bruciare tutti: sporcizie, stivali, cannoni e Luna compresa.

Sole: Sì, un fuoco sarebbe l’ideale, ma i miei raggi sono ormai così deboli.

Re Albero: So io come ottenere un bel fuoco.

Tutti: Come?

Re Albero: Bruciando i miei rami e le mie radici.

Tutti: No, non lo faremo mai…

Bambino1.: Non voglio uccidere il nostro Re Albero.  

Bambino 2.: Fratellino, sono d’accordo con te.

Bambino 3.: Anch’io…

Bambino 4.: Io pure.

Blu: Invece, credo che Re Albero abbia ragione, se non lo faremo, moriremo tutti, e non solo lui.

Giallo: È terribile ammetterlo, ma è così.

Sole: Credo che abbiate ragione.

Rosso: Che cosa aspettiamo, prendete le asce, forza.

I bambini: Addio, nonno Albero.

 

22.  I bambini, Re Albero, colori, Sole, Vento.

Armati di asce e altri arnesi da taglio si accingono a distruggere Re Albero quando arriva il Vento.

 

Vento: Ah, ah, volete distruggerlo per accendere un fuoco, ma bravi, uccidetelo pure, ma otterrete da lui soltanto altra sporcizia, perché io spargerò i suoi resti per tutta Frugolafrù e vi impedirò di bruciarlo.

 

Il Vento confonde i colori e questi, alla pallida luce del Sole, si mischiano.

 

Bambino 1.: Ragazzi, guardate!

Bambino 2.: Hai ragione…

Bambino 3.: I colori non sono più tre…

Bambino 4.: Ma migliaia!

I colori: È vero, ci stiamo moltiplicando.

Re Albero: Fermi ragazzi, non tagliatemi più, credo di avere trovato la soluzione.

 

Entrano tutti i cattivi a passi lenti e aggressivi.

 

23.  Tutti.

Attacco finale e rovesciamento di fronti.

 

Bambino 1.: Siamo alla fine della nostra battaglia contro il Re Sporcaccione…

Bambino 2.: Dobbiamo mettercela tutta…

Bambino 3.: Hai ragione, dobbiamo vincere assolutamente…

Bambino 4.: State tranquilli, adesso siamo più di mille.

Re Albero: Vinceremo di sicuro, ve lo prometto.

Rosso: Noi colori moltiplicheremo le nostre forze.

Blu: Io mi mischio subito con Giallo.

Giallo: E io con Rosso.

 

Vanno all’attacco delle Sporcizie.

 

Luna: Ma cosa volete fare?

Sole: Vogliamo sconfiggere il Re Sporcaccione.

Sporcaccione: Mi vogliono sconfiggere, impossibile!

Cannone: Ora vi buttero qualche sporcizia addosso!

Vento: Non c’è bisogno, aspetta che soffi un po’!

Sporcaccione: Mie sporcizie, spazzateli via.

 

I colori si moltiplicano riempiendo la scena.

 

Stivale Sinistro: Ehi, ma quanti sono.

Stivale Destro: Dieci, cinquanta, un milione!

Lische di Pesce: Sono troppi, aiuto!

Buccia di Banana: Scivolo!

Spaghetti Scotti: Mi state spiaccicando!

Cingomma Masticata: Io mi attacco a te, stivaleeee!

Buccia di Cipolla: Mi fanno piangere.

Sporcaccione: Dove andate? Aspettatemi!

Luna: Vengo con voi, vigliacconi.

Stivale Sinistro: A chi vigliacco?

Stivale Destro: A chi?

Luna: A me, ma scappiamo, presto.

 

I cattivi escono in fuga disordinata.

 

Tutti: Evviva, se ne vanno!

Vento: Avete visto come li ho spazzati via?

Rosso: Ma tu, non eri passato dalla parte delle sporcizie?

Vento: Io, ma quando?

Giallo: Ma lo senti, Re Albero?

Blu: Che cosa ci si può aspettare, dal Vento!

Bambino 3.: Allora sei con noi, adesso?

Vento: Sono sempre stato con voi.

Sole: Ma sì, ragazzi, abbiamo vinto, e il Vento è il vento.

Re Albero: Ha ragione il Sole, abbiamo vinto, e il resto non conta.

Tutti: Evviva Re Albero, viva il paese dei colori, viva Frugolafrù!

 

24.  Tutti i buoni.

Grande festa e canzone Il furto dell'arcobaleno.

 

Tutti: (Cantano):

Uou-uou-uou-o, dip-dip-dip-dip-dì

 

Datemi i colori dell'arcobaleno!

Strillava lo gnomo guardando verso il treno.

Del nero e del bianco ne faccio anche a meno,

ma datemi i colori dell'arcobaleno.

 

Comincia così, questa storia bislacca,

ora la racconto dalla bi alla acca.

Comincia così, questa storia a due piani,

e mentre cantiamo battete le mani.

 

Chiusi in una pentola, in un bosco irlandese,

dormivano i colori, sognavano da un mese;

il piccolo gnomo, che stava di guardia,

dormiva solo un poco e si lisciava la barba.

 

Da tempo la luna aveva deciso

di togliere al mondo il colore e il sorriso;

mandò sulla terra il suo agente migliore,

un gatto segreto privo di colore.

 

Il gatto Ciliegia, di cognome Formaggio,

si prese la pentola con molto coraggio;

di corsa salì, sul treno di passaggio,

sulla luna tornò il gatto Formaggio.

 

Il sole e la luna ormai erano uguali,

non mandavano luce nemmeno i fanali;

e al suo risveglio, lo gnomo, piccolino,

confuse la notte con il mattino.

 

La fata Morgana, che viaggiava sul treno,

rideva del furto dell'arcobaleno:

«Mio piccolo gnomo, non piangere più,

ti porto tre colori e gli altri li fai tu!».

 

Prendi un po' di giallo e un poco di azzurro:

colora di verde il tuo pane e burro;

prendi un po' di rosso e un poco di giallo:

colora di arancione la cresta del gallo;

prendi un po' di azzurro e un poco di rosso:

colora di viola il confine del fosso.


La storia in una fiaba (antefatto)

Arleppino e Turchesina

 

Tanto tempo fa, a Venezia, al teatro La Fenice, rappresentarono due spettacoli, uno della compagnia di Pinocchio e l’altro della compagnia di Arlecchino.

Alla fine della serata i due attori andarono a cena. C’era anche Arlecchina e tutti si divertirono molto.

Pinocchio e la sorella di Arlecchino si piacquero subito: amore a prima vista. Arlecchino, però, era contrario, e i due innamorati dovettero frequentarsi di nascosto.

Una mattina all’alba, con la gondola del teatro, Pinocchio e Arlecchina scapparono in Spagna.

A Barcellona si sposarono e misero compagnia insieme, allestendo lo spettacolo: “L’innamorata di Pinocchio”, regia della Fata Turchina.

Qualche mese dopo nacque il loro primo figlio, Arleppino, ed anche la fata, poco dopo, mise al mondo una bambina avuta dopo un misterioso incontro con uno stregone.

La piccola Turchesina e Arleppino crebbero insieme ma non andavano molto d’accordo; continuamente si stuzzicavano e si facevano dispetti.

Un giorno, però, quando già avevano compiuto sedici anni, scoprirono di avere tante cose in comune. Si innamorarono ma tennero la cosa segreta.

Quando, molto tempo dopo, si decisero a dirlo ai genitori, Pinocchio e Arlecchina ne furono contenti, ma la Fata Turchina si mise a urlare. Disse che i figli delle fate non possono sposarsi con gli umani.

Arleppino fece notare che nemmeno lui era tanto umano, essendo figlio di un burattino di legno e una maschera teatrale.

Allora, la Fata disse che era indispensabile il parere del Consiglio Superiore dei Maghi.

In attesa del giudizio fatato, Arleppino fece talmente tante buone azioni e si comportò in modo talmente assennato che ricevette una sentenza del tutto favorevole.

Non potendo più rifiutare il suo consenso, la Fata Turchina organizzò una grande festa di fidanzamento per Turchesina e Arleppino nella sua grande villa al centro del Paese dei Balocchi.

 

La classe 5B

 


Arleppino e la Giorgina rapita

tragicommedia in un atto per televisione, attori e/o pupazzi

 

 di Antoni Arca

 

Personaggi in ordine alfabetico

 

Ardimentoso, il rapitore

Arlecchina, sorella d’Arlecchino

Arleppino, figlio della sorella d’Arlecchino e di Pinocchio

Bambini

Buon Parroco, l’intermediario

Cameraman

Giorgina, la bambina rapita

Giorgione, il padre ricco

giornalista

Grande Politico, il mediatore

Madri

mascherato (poi Luccignolo, il mandante)

Nonno

Pinocchio

Schermo televisivo

turchesina, figlia della fata dai capelli turchini

Vecchi

 

1.   Giornalista e bambini.

La scena non è ancora del tutto illuminata, l’unica cosa chiara è che un televisore (o più televisori) trasmetterà in continuazione ciò che accade sulla scena. Entrano  Giornalista e Cameraman per intervistare i bambini sui loro gusti in fatto di letture e personaggi fantastici, intanto i loro primi piani passano su uno schermo televisivo.

 

Giornalista: Sentiamo un po', tu chi preferisci?

Bambino 1.: L’uomo dello spazio.

Bambino 2.: Il guerriero del sottomarino.

Giornalista: No, trai personaggi come si deve, trai classici d’una volta?

Bambino 3.: Cioè?

Giornalista: Insomma, Don Chisciotte, Robinson Crusoe…

Bambino 1.: Chi?

Giornalista: D’accordo. Arlecchino, sapete tutti chi è Arlecchino?

Bambino 2.: Arlechè?

Giornalista: Va bene… Pinocchio, ricordate Pinocchio, la fata dai capelli turchini?

Bambino 3.: Io no, e tu?

Bambino 1.: Mi pare, credo che fosse una specie di robot…

Giornalista: Quasi, era un bambino di legno!

Bambino 2.: Non era un asino?

Giornalista: Anche!

Bambino 3.: Che veniva ingoiato da una balena…

Giornalista: Sì!

Bambino 3.: No, non mi ricordo…

Bambino 2.: È vero, aveva un amico forte, uno mitico, che non voleva mai andare a scuola, e che lo portò in un luogo dove si poteva soltanto giocare…

Giornalista: Sì, ma quello era l'amico cattivo, nella storia rappresenta l'esempio che non si deve imitare…

Bambino 1.: Io ci sono stato in quel paese!

Giornalista: Non è possibile, non esiste il Paese dei Balocchi…

Bambino 3.: Stai zitto, asino di un giornalista che non conosci Diseneyword!

Giornalista: Che cosa?

Bambini (Ragliando): Y-o! Y-o! Y-oooo! Giornalistaaaaa! (Pernacchia.)

 

2.   Cameraman e Giornalista, poi entra Nonno.

Dentro il televisore passano immagini pubblicitarie che Cameraman attraverso un videoregistratore; Giornalista, dietro una scrivania, si prepara a dare le notizie truccandosi e parlando al telefonino.

 

Giornalista: Certo…, certo, amore mio, anima del mio cuore… Sei la cosa più preziosa che ho, luce degli occhi miei… Un bacino… Prima tu… No, prima tu… Insieme, allora. Uno, due, tre… bacccc! (Si accorge che sta per andare in onda:) Devo dare le notizie. A dopo, ciao!

Cameraman: Tirotirotirotiii. Tirotirotirotiii. Telegiornale vero. Notizie fresche dal mondo.

 

Entra Nonno.

 

Nonno: Al temps meu, no n’hi havia de rádio i de televisió, les notícies s’escoltaven en plaça de la boca de la gent, o a l’iglésia de les paraules del capellà.

Cameraman: Altri tempi. Ciò che adesso circola in piazza sono soltanto voci e illazioni, altro che notizie, e la chiesa… e la chiesa è la chiesa.

Nonno: Bella escoberta, aquesta sí que m'és agradada.

Giornalista: Veniamo alle notizie. Meglio, alla notizia.

Nonno: Aió!

Giornalista: Dopo tre mesi non abbiamo alcuna notizia…

Nonno: Bella notícia, tres mesos que no saps res. Pròpio un  bell giornalista sés!

Giornalista: Tre mesi che non si hanno notizie della bambina sequestrata in Sardegna, Giorgina Pischeddu, ultimogenita del noto imprenditore del cavolo Giorgione Pischeddu.

Nonno: Com has dit?

Giornalista: Giorgione Pischeddu, imprenditore del cavolo. Ma è tempo di collegarci col nostro inviato in Sardegna, Arleppino. Arleppino, mi senti?

3.   Cameraman, Nonno, Arleppino.

Giornalista scompare dietro Arleppino, anche se fa di tutto per farsi notare.

 

Nonno: Manco mal que n’hi ha un bo!

Arleppino: Salute a tutti. Da Cáulufioridu è il vostro Arleppino che vi parla. Come sapete, la piccola Giorgina, figlia del noto imprenditore conserviero Giorgione Pischeddu che ha lanciato in Sardegna, in Italia e nel mondo la passione per i cavoli in scatola aromatizzati al mirto, è stata vilmente rapita. All'uscita di scuola, Giorgina, come ogni giorno aspettava l'autista di famiglia in Rolls Royce e invece è arrivata una carrozza tirata da quattro cavalli bianchi e tutti hanno pensato a una nuova trovata del miliardario del cavolo in scatola Giorgione Pischeddu, senza sospettare che potesse trattarsi di un rapimento. E che di questo si trattasse, lo si è capito subito. Poche ore dopo l'accaduto, infatti, un chiaro messaggio alla famiglia è stato inviato dai rapitori attraverso tutti gli organi di stampa.

Nonno: Giorgione Pischeddu magnacáuli…

Arleppino: Se vuoi riavere tua figlia viva…

Nonno: Paga de pressa cinquanta miliardos de francs…

Arleppino: Paga in fretta cinquanta miliardi di lire…

Nonno: Que oh  si no ta filla és morta…

Arleppino: Che altrimenti tua figlia è morta. E dillo pure a tutti, che ti abbiamo rapito la figlia, tanto nessuno ci denuncerà…

Nonno: Que tu sés massa odiós. Giorgione Magnacáuli.

 

Sullo schermo appare il primo piano di Nonno e gli altri escono.

 

4.   Nonno e vecchi.

Nonno cerca di cambiare programma, ma c’è sempre la sua faccia in primo piano. Entrano altri vecchi, anche i loro volti vanno in televisione.

 

Nonno: No era així, primer, no, no.

Vecchio 1.: No que no era així.

Nonno: Primer era diverso.

Vecchio 1.: Mala sort si era diverso!!

Vecchio 2.: Eia!

Vecchio 3.: Ma che dite, prima era uguale, come oggi, come domani. Non cambia mai niente. Mai, non cambiano mai le cose degli uomini.

Nonno: Cosa sés dient?

Vecchio 1.: Prima, c'era la macchina del caffè espresso?

Vecchio 2.: Aió, a que hi era?

Vecchio 3.: Non c'era!

Nonno: Prima, c'erano i missili?

Vecchio 3.: Non c'erano!

Nonno: I manco mal que l'has dit tu mateix que te sés esballat.

Vecchio 1.: Manco mal.

Vecchio 2.: Raios!

Vecchio 3.: No, non mi sono sbagliato. Il fatto che prima una cosa non ci fosse, non significa che non avrebbe potuto esserci.

Nonno: I cosa vol diure?

Vecchio 1.: Boh!

Vecchio 3.: È semplice, ciò che oggi c'è e ieri non c'era non è il risultato del cambiamento dell'uomo o delle cose ma è la semplice evoluzione sociale.

Nonno: No te comprenc.

Vecchio 3.: L'uomo sognava di volare?

Vecchio 1.: Sí!

Vecchio 3.: Si è fatto crescere le ali per questo?

Nonno: No.

Vecchio 1.: Ha fabricat l'aeroplano.

Vecchio 3.: Esatto. L'uomo voleva nuotare nel fondo del mare, si è fatto spuntare le branchie?

Vecchio 2.: No.

Vecchio 1.: Ha fet lo submergible.

Vecchio 3.: Perciò non è l'uomo a essere cambiato, ma le cose di cui si serve. Per il resto è rimasto uguale: dorme, sogna, mangia, beve e… tutto il resto come gli uomini della preistoria.

 

5.   Gli stessi più i bambini.

Uno o più bambini chiassosi, anche loro in primo piano sullo schermo, attraversano la piazza andando addosso sui vecchi ed escono.

 

Nonno: Los hómens sigueran sempre el mateix, ma les criatures, però, són diverses assai assai.

Vecchio 1.: Mals.

Vecchio 2.: Sense respecte.

Vecchio 3.: Esattamente come due o diecimila anni fa.

Vecchio 2.: Boh!

Nonno: Eh, que cent anys ara, non la foren robada a Giorgina Pischeddu.

Vecchio 1.: Això ja és ver.

Vecchio 2.: A ver, així!

Nonno: Lo pare d’ella, Giorgione Magnacáuli és mal, feo i antipátic però, primer, ningú la fóra robada en aquella pobra filla.

Vecchio 3.: E per cinquanta miliardi, poi!

Nonno: Pròpio.

Vecchio 3.: E no, per cinquanta miliardi nessuno l'avrebbe rapito un bambino, cento anni fa. Sicuro, perché cinquanta miliardi non li aveva nessuno.

 

6.   Gli stessi più i bambini.

I bambini entrano ed escono chiassosi finché i nonni si stancano e vanno via.

 

7.   Bambini e mamme.

Una dopo l'altra entrano le mamme, in primo piano sullo schermo, per portare via i bambini.

 

Mamma 1.: Dove vai, vieni qui, fermati una buona volta.

Mamma 2.: Preso! E dove scappi, adesso?

Mamma 3.: Quante volte ti ho detto che non voglio che tu esca da solo per strada. È pericoloso!

Mamma 1.: Non protestare. Non importa se tu hai finito i compiti. Non voglio che stai in strada e basta!

Mamma 2.: Non discutere con me. Corri in casa e chiuditi a chiave. Accendi pure la televisione.

Mamma 3.: Vai, vai, vai, vaiì! Guarda tutta la tivù che ti pare ma non stare per strada che è pericoloso. Non discutere. Vai, vai, vai, vaiì!

 

I bambini escono; primo piano pianissimo sullo schermo.

 

Mamma 1.: Signora mia, non si può più vivere, non si può.

Mamma 2.: A chi lo dice, poverette di noi.

Mamma 3.: Ma ha visto a che cosa mi sono ridotta? Dopo anni passati a dire non guardare la tivù, basta con la televisione, guarda che ti fa male, quattro ore al giorno sono troppe ne bastano due e mezzo: adesso, appena escono da scuola e fino all'ora di andare a dormire…

Mamma 1.: Mettiti davanti alla tivù e stai zitto!

Mamma 2.: E tutto per colpa di quel Giorgione Pischeddu dei cavoli al mirto.

Mamma 3.: Beh, beh, caso mai dei rapitori di Giorgina Pischeddu, figlia del magnate dei cavoli al mirto.

Mamma 1.: E no, signora mia, che se Giorgione invece di farsi i cavoli degli altri si fosse fatto i cavoli suoi, a quest'ora nessuno gliela toccava la sua Giorgina.

Mamma 3.: Non capisco.

Mamma 1.: Ma mi capisco io, mi capisco.

Mamma 3.: Perché non fate capire anche me?

Mamma 1.: Eh, una storia lunga è!

Mamma 3.: Dite, dite, che di tempo ne ho tanto.

Mamma 2.: Guardi, glielo dico io in due parole. Giorgione come li ha fati i soldi?

Mamma 3.: Con i cavoli!

Mamma 1.: I cavoli di chi?

Mamma 3.: E che ne so?

Mamma 1.: Di sua moglie Angelica Dei Maiali.

Mamma 3.: E allora?

Mamma 2.: Ma come, non lo sa?

Mamma 3.: Non lo so!

Mamma 1.: Angelica Dei Maiali non lo voleva a Giorgione.

Mamma 3.: Ma davvero?

Mamma 2.: Davvero, davvero.

Mamma 3.: E allora?

Mamma 1.: Giorgione rapì Angelica, la tenne sequestrata venti giorni e la liberò soltanto quando i genitori di lei accettarono il fatto compiuto e li fecero sposare.

Mamma 3.: E Angelica Dei Maiali?

Mamma 1.: Angelica cosa?

Mamma 3.: Era d'accordo con Giorgione o no?

Mamma 1.: No!

Mamma 2.: Per niente, anzi, lei era innamorata di un altro.

Mamma 3.: Ma perché acconsentì a sposarlo, allora?

Mamma 1.: Perché allora era così.

Mamma 2.: Ci si sposava per amore o per forza.

Mamma 3.: E Angelica Dei Maiali si sposò per forza?

Mamma 1.: Per forza!

Mamma 3.: Ma che c'entra questo con la povera Giorgina rapita da tre mesi?

Mamma 1.: Se lei fosse il vecchio fidanzato di Angelica Dei Maiali…

Mamma 2.: O il figlio del vecchio fidanzato…

Mamma 1.: Non glielo farebbe un dispetto a quel vecchio sequestratore…

Mamma 2.: Di Giorgione Pischeddu dei cavoli in scatola al gusto di mirto?

Mamma 3.: Mamma mia che orrore!

 

Escono.

 

8.   Cameraman e bambini.

Cameraman cambia la cassetta e manda messaggi tipo "compra, desidera, pretendi"; i bambini guardano la tivù.

 

Bambino 1.: Shmm. Ptim!

Bambino 2.: Muori, mostro atomico.

Cameraman: Comprate mortadella e prosciutto Vecchioscarpone. Tra un libro e un gelato, che cosa è più buono e rinfresca di più? Gelati Tasso Barbasso.

Bambino 1.: Ti ammazzo orrido orco orrendo!

Bambino 2.: Ti prendo a pugni, ti strozzo, ti spacco, ti riduco in polpette.

Cameraman: Per le tue polpette, per i tuoi hamburger: cavoli al mirto del cavalier Pischeddu. I cavoli di Giorgione Pischeddu sono anche cavoli tuoi. Fatti i cavoli al mirto di Pischeddu.

Bambino 1.: Hai sentito?

Bambino 2.: Che cosa?

Cameraman: Ma della bambina rapita, no? Tontijeddu!

Bambino 1.: Di Giorgina.

Bambino 2.: Poverina, Giorgina, che pena che mi fa.

Bambino 1.: E perché, peggio per lei che è nata ricca. Se fosse nata povera, nessuno l'avrebbe rapita.

Bambino 2.: Non c'entra niente, questo. Non sai che fino a pochi anni fa, venivano rapiti anche i bambini poveri?

Bambino 1.: E perché?

Bambino 2.: Per venderli come schiavi.

Cameraman: Vero, e dirò di più, in molte parti del mondo, ancora adesso è così. Rapiscono i bambini poveri per venderli ai ricchi.

Bambino 1.: E che se ne fanno?

Bambino 2.: Non lo so.

Cameraman: Io lo so ma non ve lo posso dire.

Bambini: Stupida televisione che non dici mai del tutto la verità.

Cameraman: Andate a dormire bambini, su, andate via.

Bambini: Televisioneeee… (Pernacchiona.)

Cameraman: Tirotirotirotiii. Tirotirotirotiii. Telegiornale vero. Notizie fresche dal mondo. (Ai bambini:) Maleducati!

Bambini: A ritelevisione… (Spernacchiano.)

 

9.   Cameraman, Giornalista, Arleppino.

Dentro lo schermo televisivo appare Giornalista che compie gli stessi gesti della scena 2.; poi entra e si prepara a dà le notizie, Arleppino sta dietro Cameraman.

 

Giornalista: Buona sera buona sera, buona sera a tutti. Dopo quattro mesi di serrate indagini e trattative non si hanno notizie della piccola Giorgina figlia di Giorgione magnate del cavalo.

Arleppino: Al mirto!

Giornalista: Chi è che parla?

Cameraman: Arleppino, l'inviato speciale del telegiornale.

Giornalista: Arleppino, sei tu, sei già in linea?

Arleppino: Altro che linea, forte e asciutto come un vero atleta, sono io.

 

10.  Gli stessi, Pinocchio e Arlecchina.

Cameraman e Giornalista rimangono in secondo piano e Arleppino appare come il diavoletto che è, pronto a parlare con il pubblico; sullo schermo è in primo piano.

 

Arleppino: Buon giorno spettabile pubblico. Non vi ricordate di me? Sono Arleppino. Pino perché mio padre è Pinocchio, e Arle perché mia madre è la sorella di Arlecchino. Non ci credete? Ma non vedete come sono vestito, e che naso che ho?

 

Entra Pinocchio; campo lungo sullo schermo.

 

Pinocchio: Salve, gente, mi chiamo Pinocchio, sono la moderna maschera italiana più famosa nel mondo. Impossibile dimenticarmi. Sono Pinocchio, il burattino che dice sempre la verità. (Balla.)

 

Entra Arlecchina e lo picchia col bastone; campo lungo sullo schermo.

 

Arlecchina: Via di qui, bugiardo d'un bugiardo. L’unica maschera italiana famosa nel mondo è quella di mio fratello: Arlecchino. E io sono sua sorella: Arlecchina.

Pinocchio: Ma che dici, Arlecchino è nato in un teatro francese.

Arlecchina: Io in Francia? E tu, allora, che sei diventato famoso a Hollywood!

Pinocchio: Quello non era teatro, era cinema.

Arlecchina: Come dico io, la sola maschera famosa a teatro è quella di mio fratello, cioè la mia famiglia, quindi io stessa.

Pinocchio: Io sono il più famoso dei libri.

Arlecchina: Ma chi vuoi che legga, oggigiorno!

Pinocchio: I bambini. (Al pubblico:) È vero che leggete molto?

Arlecchina: Non ci credo, saranno tutti bugiardi come te!

Pinocchio: No, questo no, io non sono più bugiardo.

Arlecchina: A no?

Pinocchio: No, da quando mi sono innamorato.

Arlecchina: Disgraziato d’un disgraziato, di chi ti sei innamorato?

Pinocchio: Di te, sciocchina.

Arlecchina: Di me?

Pinocchio: Sì, della madre di mio figlio.

Arlecchina: E io del padre di mio figlio.

 

Si baciano.

 

Arleppino: Non vi preoccupate bambini, questi due personaggi fanno parte della mia immaginazione, non esistono, perciò, se chiudete gli occhi e contate fino a tre, scompariranno per sempre. Pronti: uno, due, tre!

 

Pinocchio e Arlecchina escono.

 

11.  Arleppino, Cameraman, Giornalista.

 

Arleppino: Spariti, non ci sono più. Bene, riprendiamo… Che stavo dicendo? Ah, sì, che sono Arleppino, figlio di Pinocchio e nipote di Arlecchino. Dei due ho preso la parte migliore: il naso e il vestito di toppe. Che dite? … Che cosa?… La fata? Certo, anche la fata dai capelli turchini ha contribuito alla mia educazione. … Dov'è adesso? Non lo so, immagino che si trovi all'assemblea annuale delle fate delle fiabe. … Ma no, non mi sono dimenticato di lei. E come potrei? È la mamma della mia fidanzata, Turchesina. Sì, Turchesina, la figlia della fata dai capelli turchini. Ah, dolce, la mia Turchesina. Quanto mi manchi… È solo per amor tuo che sono diventato giornalista. (Prende una cornice senza foto e sospira, muove la cornice di qua e di là e la mette in modo che Turchesina vi si possa “affacciare”. Alla “foto”:) Perché tu sei certa che io sia l'unico personaggio di fantasia in grado di risolvere questo difficile e intricato caso del cavolo al mirto. Ah, Turchesina mia! (La bacia. Poi mette via la cornice ed è di nuovo solo:) Dove ero arrivato? Primo l’ho detto, secondo anche. Terzo, non è vero che sono un giornalista. … Che hai detto? Che mi hai visto dentro la tivù? E che cosa vuol dire, in televisione si vedono cani e porci e non è perché si è visto in televisione che un cane diventa un giornalista e un porco un presentatore. Unu cane, sempre cane est, e su porcu, sempre porcu.

 

Un bambino grugnisce.

 

Arleppino (A Cameraman e Giornalista): Sono Arleppino l'inviato speciale e sto per iniziare la trasmissione di uno special tivù dedicato al sequestro in Sardegna; titolo: È un problema del cavolo o è un problema di soldi? A parte il giornalista ci saranno Giorgione, il riccone padre di Giorgina, Buon Parroco che ha fatto da primo intermediario e Signor Politico che ha fatto da secondo intermediario.

 

12.  Cameraman, Giorgione, Buon Parroco, Signor Politico, Giornalista, Arleppino, bambini.

Dentro lo schermo appaiono Giorgione, Buon Parroco, Signor Politico e Giornalista che dà loro la parola colpendoli col microfono sulla testa.

 

Cameraman: Tirotirotirotiii. Tirotirotirotiii. Telegiornale vero. Notizie fresche dal mondo. Oggi ci sarà lo special: La bambina rapita e il babbo del cavalo. Fu vera gloria?

Giornalista: Buona sera, buona sera a tutti. Grazie al nostro Arleppino siamo riusciti ad avere con noi in studio i principali protagonisti di questa amara vicenda del cavolo.

Arleppino (Ai bambini): Non mi piace questo giornalista. A voi piace? È bello, elegante, sa parlare bene, ma ha qualcosa che non mi piace.

Giornalista: Presentiamo i nostri ospiti. Buon Parroco, l'eroico sacerdote che si è offerto come ostaggio alternativo a Giorgina nelle mani dei banditi. (Lo colpisce sulla zucca con il microfono:) Perché non l'hanno voluta, ci dica? Dopo, dopo, ce lo dice dopo. E da quest'altra parte abbiamo Signor Politico. L'eroico mediatore che ha consegnato nelle mani dei banditi ben 10 miliardi dei 50 che ne avevano chiesto. (Lo colpisce sulla zucca con il microfono:) Signor Politico, erano tutti suoi, quei soldi? È vero che sono andati nelle mani sbagliate? Dopo, ce lo dice dopo. E infine, affranto dal dolore abbiamo il padre di Giorgina. Giorgione Pischeddu che ha fatto i soldi vendendo cavolate in scatola a tutta la Sardegna.

Giorgione: Cavolate sì, ma al gusto di mirto. Eh, balla!

Giornalista (Lo colpisce sulla zucca con il microfono): Dopo, signor Giorgione, dopo. E ci dica, soffre molto per il rapimento di sua figlia? Piange? Piange sempre? Pianga, signor Giorgione, pianga.

Giorgione: Non ne ho voglia.

Giornalista: Non faccia così, non pianga, non è giusto per i nostri spettatori. Ma adesso una breve interruzione e poi riprendiamo il nostro programma in diretta.

 

13. Gli stessi.

Lo schermo si riempie di colori e di musiche pubblicitarie.

 

Cameraman: Hai un problema con il tuo vicino? Il tuo capoufficio non riconosce i tuoi meriti? Il tuo compagno di banco è un rompino? Pistole e fucili Ammazzatelitù! Ammazzatelitù, e la tua vita sarà più serena.

Arleppino (Ai bambini): Certo, al camposanto! Avete capito perché non mi piace questo giornalista e questa tivù? Bravi! Perché sono falsi. Perché per loro tutto quanto fa spettacolo. Tutto fa brodo se serve a guadagnare soldi. Non mi piace, non mi piace.

 

Fine della pubblicità.

 

Giornalista: Buon Parroco, ci dica la verità, lei conosce i banditi?

Buon Parroco: Io conosco tutti, in paese.

Giornalista: Sì, va bene, però, i rapitori di Giorgina, lei sa chi siano?

Buon Parroco: Questo non lo posso dire.

Giornalista: Ma si rende conto che, non dicendo tutto quanto lei sa, lei ostacola la giustizia?

Buon Parroco: Forse, però preferisco stare zitto, piuttosto che correre il rischio che Giorgina venga uccisa.

Giorgione: E io pago.

Signor Politico: Veramente, l'unico che ha pagato, fino adesso sono io, dieci miliardi. Chi non fint sémenes de pedrusímula, ráju!

Giornalista: Come dice, può ripetere? Chi sarebbe questo signor Pietro Simula?

Signor Politico: E ite Pietro Simula e Pietro Simula, pedrusímula, tutto attaccato. Prezzomolo.

Giornalista: Se ho capito bene, lei ha comprato 10 miliardi di prezzomolo da un tal Pietro Simula, ma che politico è, lei?

Signor Politico: Como mi ses buriende. Ho detto che ho pagato 10 miliardi ai banditi, e che erano soldi veri, mica semi di prezzemolo. Ha capito?

Giornalista: Costa così caro il prezzemolo in Sardegna?

 

14. Gli stessi.

Sullo schermo è come prima.

 

Cameraman: La vostra fidanzata vi ha lasciato? La maestra vi sgrida in continuazione? Vostra madre non vi dà più da mangiare? Sparatevì! Sparatevì il profumo che cambia la personalità.

Arleppino (Ai bambini): Non mi piaghet a mie custa zente. Non mi piace questo modo di fare, non mi piace, non mi piace. Che cosa ci faccio qua io? Ve lo dico subito. Mi ha mandato Turchesina. Ma che avete capito. Turchesina non vuole che io faccia l'inviato speciale, vuole che salvi Giorgina. Perché Turchesina mia guarda la televisione come tutti, ma capisce quali sono le cose che contano davvero. E qui c’è soltanto una cosa che conti: salvare Giorgina dalle mani dei banditi. Per questo mi sono travestito da giornalista reporter. Per poter entrare nelle case, fare domande a tutti e non insospettire nessuno. Zitti, adesso. Zitti!

 

Cameraman smette di mandare pubblicità.

 

Giornalista: Bene, siamo tornati in diretta da studio. Per chi si fosse messo in ascolto soltanto adesso, ricordo che questo è uno speciale del telegiornale sulla bambina rapita in Sardegna. I nostri ospiti sono Buon Parroco… (Microfonata sulla zucca.) Signor Politico… (Microfonata sulla zucca.) E Giorgione del cavolo. (Microfonata sulla zucca.)

Giorgione: Del cavolo in scatola e al gusto di mirto. Precisiamo!

Giornalista: Per Buon Parroco ciò che conta è la vita della bambina, per Signor Politico ciò che conta è il prezzemolo e per il padre di Giorgina?

Giorgione: Che tutto vada per il meglio?

Buon Parroco: Che Giorgina ritorni sana e salva?

Signor Politico: Che possa recuperare tutti i miliardi?

Giorgione: Eh! Unu e s'átteru!

Giornalista: Ci dica, signor Pischeddu, è vero che lei rapì sua moglie contro la di lei volontà per costringerla a un matrimonio riparatore?

Giorgione: Altri tempi.

Giornalista: Ed è vero che nelle sue imprese si lavora senza rispettare le norme di sicurezza e che se qualcuno si fa male lei, semplicemente, lo licenzia?

Giorgione: Gli affari sono affari.

 

15.  Gli stessi.

 

Arleppino: Spettabile pubblico, sapete che vi dico, che io questa Tivù la spengo. (Prende il bastone e fa cadere i quattro a bastonate sulla zucca:) Ecco qua, spenta. Ma non pensiate che in tutto questo tempo io sia rimasto con le mani in mano. Ho scoperto molte cose. Tante. Come ho fatto? Semplice, ho dimenticato la telecamera in tutte le case del paese.

Sì!, per un'intervista, tutti mi aprivano le porte di casa, ma poi non dicevano niente, volevano soltanto essere inquadrati come nei filmini dei compleanni, mica intervistati. Allora, senza che se ne accorgessero, lasciavo la telecamera accesa e andavo via. Poi tornavo e dicevo di averla dimenticata. In questo modo ho registrato ore e ore di chiacchiere familiari.

Nel novanta per cento dei casi non ho scoperto nulla di nuovo, a parte che i cavoli al gusto di mirto non piacciono a nessuno. Ma nel restante dieci per cento, ho scoperto qualcosa di molto interessante. E questa è l'ultima cassetta che mi rimane da visionare. Adesso la infilo qua dentro e, tutti quanti insieme, scopriremo il mistero.

 

16.  Arleppino, Ardimentoso, Giorgina.

Arleppino mette la cassetta dentro il televisore e appaiono Giorgina, legata e imbavagliata, e Ardimentoso, armato di coltelli, pistole e bombe a mano.

 

Ardimentoso: A tuo padre non gliene importa niente di te. Perché non gli importa niente di nessuno. È interessato soltanto ai suoi soldi e ti odia, perché per colpa tua dovrà pagare e pagare, e lui non vuole mai pagare.

Giorgina (Non pronuncia le consonanti): (N)o(n) è (v)e(r)o (n)ie(nt)e, (m)io (p)a(dr)e (m)i (v)uo(l)e (b)e(n)e.

Ardimentoso: Parla bene che non capisco un’acca di ciò che dici!

Arleppino: E toglile il bavaglio, imbecille.

Giorgina (Come prima): (T)o(gl)i(m)i i(l) (b)a(v)a(gl)io, (sc)e(m)o!

Ardimentoso: No, non ti tolgo il bavaglio, perché non voglio sentire nemmeno una parola di ciò che dici. E ti assicuro che se non fosse stato per quella santa donna di tua madre, ti avrei già fatto a fettine. Che tu e tuo babbo non meritate niente.

Arleppino: E scioglila, cretino!

Ardimentoso: Va bene, ti sciolgo, perché sono troppo buono.

Giorgina: Grazie.

Ardimentoso: Non c'è di che.

Giorgina: Come ti chiami?

Ardimentoso: Non ti interessa.

Giorgina: Scusa, facevo tanto per dire.

Ardimentoso: Meglio così.

Giorgina: Senti?

Ardimentoso: Éia!

Giorgina: Se non è per i soldi, perché mi hai rapito?

Ardimentoso: Lo vuoi davvero sapere?

Giorgina: Sì!

Ardimentoso: Davvero davvero?

Giorgina: Davvero davvero!

Ardimentoso: Perché tuo padre è cattivo.

Giorgina: Non è vero!

Ardimentoso: E invece sì. E te lo posso dimostrare.

Giorgina: Non ci credo.

Ardimentoso: Mio padre, che il cielo lo abbia in gloria, era fidanzato segretamente con tua madre.

Giorgina: Non ci credo.

Ardimentoso: E tuo padre la rapì, portandogliela via.

Giorgina: Peggio per lui che non la rapì per primo.

Ardimentoso: Poi, quando tuo padre, con i soldi di tua madre, aprì la fabbrica di cavoli in scatola, assunse mio padre come operaio semplice.

Giorgina: E allora?

Ardimentoso: E siccome non c'erano controlli e ogni cosa era fatta al risparmio, a causa delle esalazioni di cavolo, mio padre si prese una brutta malattia.

Giorgina: E beh?

Ardimentoso: E quando andò a farsi visitare, il medico si era messo d'accordo con tuo padre per far risultare che la malattia di mio padre non c'entrava niente con la puzza di cavoli. Così tuo padre licenziò mio padre che morì subito dopo lasciando una moglie e un figlio nella povertà più assoluta.

Giorgina: E io che cosa c'entro?

Ardimentoso: C'entri perché tuo padre la deve pagare cara.

Giorgina: Cinquanta miliardi per un po' di puzza di cavoli.

Arleppino: Avete sentito? Non mi convince questa storia, non mi convince del tutto. Mandiamo la cassetta in avanti veloce.

 

17.  Gli stessi più Mascherato.

Le immagini scorrono rapide fino all'ingresso, solo virtuale (entrerà in scena dopo l’ingresso di Arleppino dentro lo schermo), di un nuovo personaggio: Mascherato, un uomo in doppiopetto con in testa un cappuccio. Arleppino rimette le immagini a velocità normale.

 

Arleppino: Lo sapevo io, che le cose non potevano essere così semplici.

Ardimentoso: Buongiorno, capo.

Mascherato: Come sta la bambina?

Giorgina: Male.

Ardimentoso: Zitta, che non ha chiesto a te!

Giorgina: Sto male e voglio andarmene a casa.

Mascherato: Quando tuo padre si deciderà a pagare.

Ardimentoso: Capo, ma il padre ha già pagato. I soldi sono arrivati. Anche quelli di Signor Politico. Siamo ricchi, capo.

Mascherato: Zitto, imbecille.

Arleppino: Ite? Qui c'è sotto qualcos’altro.

Giorgina: Che cosa state bofonchiando?

Ardimentoso: Zitta, tu! Capo, però la bambina ha ragione, se i soldi ci sono già, che cosa aspettiamo per liberarla, quattro mesi sono tanti!

Mascherato: Lo so io chi aspetto, lo so io.

Arleppino: Ragazzi, io non posso più aspettare, ho visto troppo ed entro dentro, mi armo di microfono speciale e li intervisto a colpi in testa. Aiò! (Il suo viso adesso si può vedere in tivù insieme agli altri:) Buongiorno, sono della televisione, vi posso intervistare? (Riempie di botte Ardimentoso che cade a terra tramortito.)

 

Entra Mascherato e lo prende alle spalle.

 

Mascherato: Fermo! Non toccare la bambina.

Giorgina: Non gli badare, salvami e scappiamo.

Mascherato: Fermo, ti ho detto, Arleppino!

Arleppino: Chi sei, come fai a conoscere il mio nome?

Mascherato: Perché io sono Luccignolo, il solo che avrebbe dovuto esserti padre. (Si toglie il cappuccio e gli spuntano le orecchie d'asino.)

Arleppino: Non è vero, il mio vero padre è Pinocchio, non sono figlio di un ladro di bambini, io!

Luccignolo: No, tu dovevi essere fglio mio, Arleppino. La fata dai capelli turchini non doveva salvare quel miserabile pezzo di legno chiamato Pinocchio, ma me, Luccignolo, un bambino in carne e ossa che per colpa della malvagità della fata venne trasformato in asino. Sono dovuto scappare dall'inferno per venire sin qui. E se tu vuoi davvero salvare Giorgina, hai un solo modo: venire all'inferno con me. Una vita per una vita, Arleppino.

Giorgina: Salvami, Arleppino, salvami. Tanto tu sei vecchio e Turchesina è una bruttona.

Arleppino: Ragazzi, che cosa faccio, sacrifico me stesso o quest'antipatica di Giorgina?

Luccignolo: Deciditi, Arleppino, o vi prenderò tutti e due.

Arleppino: Che cosa faccio, vado o rimango?

Giorgina: Vai, Arleppino, vai.

Arleppino: Io vado, ragazzi, dite ad Turchesina che l'amo. Addio per sempre.

Luccignolo: Bravo Arleppino, vieni con me all'inferno, c'è un così bel calduccio.

 

18.  Cameraman, Gran Politico, Buon Parroco, Giorgione, Giorgina, Giornalista.

Lo schermo manda le immagini del programma speciale; ci sono Signor Politico, Buon Parroco, Giorgione, Giorgina e Giornalista che prende tutti a microfonate in testa.

 

Cameraman: Tirotirotirotiii. Tirotirotirotiii. Telegiornale vero. Notizie fresche dal mondo.

Giornalista: Tutto è bene ciò che finisce bene!

Buon Parroco: Sia lodato il cielo!

Signor Politico: Ed anche il mio partito.

Giorgione: Evviva i cavoli, al mirto e senza.

Buon Parroco: Figlioli, raccogliamoci in preghiera e lodiamo l’Altissimo.

Signor Politico: Iscrivetevi al mio partito, L.I.L.T.: Libero io, liberi tutti.

Giornalista: E tu, piccina, che cosa vuoi dire?

Giorgione: Comprate cavoli in scatola del cavalier Pischeddu.

Giorgina: Io, io, io… (Piange.)

Cameraman: Che grande momento di televisione. Un primo piano sulla lacrima e poi vai con la pubblicità.

Giorgina: Grazie, Arleppino!

 

19.  Gli stessi.

Lo schermo si riempie di colori e di musiche pubblicitarie.

 

Cameraman: Per le vostre lacrime calde, fazzoletti alla cipolla Lacrimin.

 

Dopo qualche momento pirotecnico, la scena finisce, lo schermo si oscura e tutti escono.

 

20.  mamme, bambini.

Entrano le mamme e spingono i bambini fuori di casa.

 

Mamma 1.: Presto bambini, uscite per strada, correte.

Mamma 2.: Dai dai dai dai. A giocare in piazza, andate, che non c’è più pericolo.

Mamma 3.: Su figlio mio, basta televisione, vai a giocare, corri.

Mamma 1.: Signora mia, come sono contenta che sia tutto finito.

Mamma 2.: Giorgina è tornata sana e salva.

Mamma 3.: La fabbrica del cavolo ha ripreso a pieno ritmo.

Mamma 1.: Tutto come prima.

Mamma 2.: Come se mai fosse accaduto qualcosa.

Mamma 3.: Venite andiamo a scaldarci al sole.

 

21.  Gli stessi e vecchi.

Entrano i vecchi.

 

Nonno: Non és més com a primer.

vecchio 1.: Just.

Vecchio 2.: Éia.

Vecchio 3.: Perché lo dite?

Nonno: Que  al temps meu, lo pare de Giorgina no fóra vivit en pau fins a matar-los tots, los lladres de la filla.

Vecchio 1.: Tutti li avrebbe ammazzati, un babbo onesto.

Vecchio 2.: Tutti quanti.

Vecchio 3.: Bei tempi, i vostri.

Nonno: Belli, sì!

 

22.  Gli stessi e Turchesina.

Entra Turchesina, è agitatissima, chiede a tutti se abbiano notizie di Arleppino ed ognuno le risponde con un diniego.

 

Turchesina: Caro vecchietto, ha visto il mio Arleppino?

E tu, piccolino, hai visto il mio Arleppino?

E lei, signora, l’ha visto il mio Arleppino?

È bello, alto, forte, coraggioso e soprattutto onesto.

Non l’avete visto?

E voi, spettabile pubblico, l’avete visto?

Come farò, senza il mio amore, come farò?

 

Buio.

 

23.  Turchesina, Arleppino.

Lo schermo si illumina appena, dentro, come nella pancia della balena, appare Arleppino.

 

Arleppino: Turchesina, Turchesina.

Turchesina: Chi mi chiama?

Arleppino: Sono io, Arleppino, l’amore tuo.

Turchesina: Arleppino, dove sei?

Arleppino: Sono qui, dentro la televisione.

Turchesina: Non ti vedo, è spenta.

Arleppino: E tu accendila.

 

Turchesina pigia qualche tasto e poi tutto s’illumina.

 

Turchesina: Ecco fatto. Arleppino, amore mio, come sei finito lì dentro?

Arleppino: Se ti dicessi che è opera d’una fata, ci crederesti?

Turchesina: Penso di no.

Arleppino: Brava, fai bene, però è proprio così.

Turchesina: E chi sarebbe.

Arleppino:….

Turchesina: Parla!

Arleppino: Tua madre, la fata che trasformò il burattino di legno Pinocchio in un ragazzino di buon cuore.

Turchesina: Impossibile, non ci credo.

Arleppino: Anch’io stento a crederlo.

Turchesina: Sei peggio di tuo padre, non dici mai la verità.

Arleppino: Senti, Turchesina cara, il vero problema, non è capire chi dice il vero o chi mente, ma capire come ne posso uscire. Per adesso, facciamo una bella cosa, tu, prenditi questo televisore e portalo a casa tua, così, per l’intanto, almeno rimaniamo insieme, poi, col tempo, si vedrà, magari ci viene una bella idea e riesco a ritornare nella realtà.

Turchesina: Va bene, Arleppino mio, ti carico nel portabagagli dell’automobile e ti porto via.

Arleppino: Brava Turchesina, sei un tesoro.

 

Buio.

 

24.  Luccignolo.

Quando tutto sembra finito, compare Luccignolo, si toglie il cappuccio e illuminato da uno spot canta La canzone dei cattivi.

 

Luccignolo (Canta):

Io amo la malvagità,

ammazzo i gatti se mi va,

non ho paura e sono ingrato,

vado col vento e me ne sbatto.

 

Io dico no e sempre no,

io con i buoni non ci sto,

se tu no sai che voglio dire

è perché tu non puoi capire.

 

Ah, fata che salvi i più buoni,

non mi porti mai i torroni,

perché sono stato cattivo,

perché io non ti capivo.

 

Sono malvagio sono odioso,

se non stai male son nervoso,

e casa tu mi lasci solo,

ma col pensiero volo, volo.

 

Ah, fata turchina dei cieli,

il mio cuore è pieno di veli,

e non ho un cervello di legno,

ti prego mandami un segno.

 

Sono cattivo, un perdente,

ho avuto esempi, sai, da niente,

ma tu lo sai sono un bambino,

sono io cattivo o tu cretino?

 

Ah, fata che salvi i più buoni,

non mi porti mai i torroni,

e non ho un cervello di legno,

ti prego mandami un segno.


Per un allestimento in classe

 

Forse non sono stato abbastanza chiaro nella prefazione: non c’è nessuna indicazione per un allestimento alternativo, questi due testi nascono già come “copioni” per essere recitati dagli scolari. Eventualmente, avremmo dovuto prevedere una sezione intitolata: “per un allestimento da palcoscenico”. Ma, francamente, non mi permetterei mai di dare nessun consiglio teatrale a una compagnia professionista.

Allora, mio caro lettore, potresti pensare, ma questo capitolo ché l’hai inserito a fare, potevi risparmiartelo!?!

Volevo farlo, ma poi, ho pensato che non sarebbe stato giusto non dirti una piccola cosa però, per me, importantissima.

Il teatro, come sai, è un gioco, e a scuola, non deve esserlo semplicemente perché inglesi e francesi traducono il nostro verbo “recitare” con il loro verbo “giocare”, ma perché sia gioco nel senso più ricreativo del termine: giocare per stare insieme, per fare allegria.

Ecco, il teatro scolastico per me è soltanto questo, un gioco bello, divertente, appassionante e intelligente. E i due testi che trovi nel libro, servono a ciò, a permettere a te e ai tuoi alunni di giocare a inventarsi altre psicologie e a scherzare (esorcizzare) le brutture della vita.

Per cui ti suggerisco un percorso fatto

·         di lettura a voce alta del testo,

·         illustrazione grafica delle sequenze sceniche,

·         drammatizzazione delle stesse senza badare troppo al testo ma piuttosto ai movimenti e ai toni di voce,

·         costruzione degli elementi che costituiranno la scenografia utilizzando materiali di recupero,

·         ideazione e costruzione dei costumi, sempre con materiali di recupero,

·         lettura collettiva del testo con le parti già assegnate,

·         interpretazione di tutto o parti del testo teatrale sottoforma di gioco regolamentato ma non severo, alla stregua di un nascondarello o di una mosca cieca.

E il saggio finale?

E chi ha mai parlato di saggio finale?

 

A. A.





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