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Il brutto anatroccolo che creò la fiaba moderna

Hans Christian Andersen, una vita come una favola nel segno della sofferenza

In un articolo pubblicato qualche anno fa sulla rivista ècole, a firma di Giuseppe Pontremoli, si citavano i nomi dei grandi scrittori il cui nome andrebbe iscritto d’ufficio in una sorta di “Galleria del dolore”. Tra essi,  insieme a Stevenson e a Silvio d’Arzo, a Kipling e a Roald Dahl, a Ted Hughes, a Janusz Korczak e a Kenneth Grahame (tutti colpiti in un modo o nell’altro da dolori e sventure), spiccava quello di Hans Christian Andersen. Ovvero dello scrittore danese artefice della reinvenzione del genere fiabesco in chiave moderna, di cui oggi si celebra in tutto il mondo il bicentenario della nascita, la cui vita fu impregnata davvero da una invasiva e irrisolta sofferenza.

Sul percorso esistenziale e letterario di Andersen esiste oggi una bibliografia tanto sterminata quanto variegata. Le cui tante voci finiscono però sempre per convergere su quello che è diventato un vero e proprio assioma. Ovvero che dietro le mille sembianze dei suoi personaggi “altri e diversi”, scaraventati in un ambiente la cui apparente normalità si sostanzia di per sé in ostilità ed emarginazione (vuoi brutti anatroccoli che sono perle tra i porci o sirenette dalla confusa identità di genere), a celarsi trasfigurato sulla carta c’era sempre e solo  lui. Andersen, ancora oggi lo scrittore più tradotto nel mondo, nacque nel 1805 nei bassifondi di Odense da un ciabattino e da una lavandaia alcolizzata. Ebbe una sorellastra che esercitò la più antica professione del mondo, restò orfano a undici anni e a alla stessa età divenne uno dei tanti schiavi del lavoro minorile, irriso e perseguitato per la sua bruttezza fisica, per il suo carattere introverso e per il manifestarsi delle prime inclinazioni omossessuali. Ebbe in altre parole una postura, ancora sulla linea di partenza della vita e rispetto alla società ingessata e borghese dell’Ottocento, già in qualche modo resa storta e disabile dalla congiura tra biologia e classe sociale di appartenenza. O se si vuole da quella doppia diversità, di cui ha recentemente scritto Goffredo Fofi sul Sole 24 ore, che finì però con sostanziarsi non solo in un persistente dolore, ma anche nel tessuto connettivo sul quale crebbe e si sviluppò uno straordinario punto di vista artistico.

Ripresi e conclusi gli studi grazie all’intervento filantropico di Jonas Collin, uno dei direttori del Royal Theater, Andersen si dedicò in un primo momento alla carriera di attore e cantante. Approdò alla scrittura nel 1829 con la pubblicazione di quello strano arabesco letterario che è “Viaggio a piedi dal canale di Dolmen alla punta orientale di Amager” e ottenne il suo primo grande successo nel 1835 con il romanzo L’improvvisatore. E’ in questo romanzo per adulti, scritto dopo un viaggio in Italia e nella stessa penisola ambientato, tra l’altro alla vigilia della pubblicazione del suo primo libro di fiabe, che se si vuole si può già ritrovare tutto Andersen. Nell’irresistibile propensione a riversare sulla carta niente altro che le stigmate della propria sofferta biografia  (il romanzo racconta le vicende di un ragazzo “povero” alla ricerca di sé e del proprio riscatto), e nell’enfatizzare le dinamiche tra libero arbitrio individuale e bizzarrie del destino.

Propensioni ed enfasi che più avanti, prima che il suo genio narrativo venisse formalmente riconosciuto, trovarono non pochi ostacoli e non pochi detrattori. Vuoi nel caso di altri suoi romanzi dedicati agli adulti (Solo un violinista, del 1837, scatenò i commenti al vetriolo del filosofo Kierkegaard), vuoi soprattutto nel caso delle fiabe. Che formalmente erano dedicate ai bambini (ne compose 156 dal 1835 al 1874), ma che nel contempo strizzavano l’occhio al mondo adulto e che poco o niente avevano a che fare con i tradizionali racconti popolari sino ad allora conosciuti. Né con le fiabe e con le favole della tradizione contadina nord europea, né con le favolette moraleggianti di scuola francese, né con i più truci racconti di weltanschauung tedesca che i fratelli Grimm avevano da appena qualche decennio dato alle stampe.

Si trattava in tutta evidenza di qualcosa di originale che irrompeva nel panorama letterario europeo. Qualcosa che riecheggiava delle mirabilia delle Mille e una notte e che in controluce non si vietava a volte il retrogusto irriverente e un po’ anarchico degli sberleffi esopici. E che proprio in virtù di queste sue caratteristiche, venne accolto spesso come “inadatto ai piccini e poco edificante”. Alcuni si lagnarono che fossi regredito a un genere cosí infantile” raccontò poi lo stesso Andersen. “Altri suggerirono che, se proprio volevo cimentarmi in quel settore, avrei fatto bene a studiare prima i modelli francesi”. Ciò che disturbava il sonno di critici letterari e pedagogisti, in un contesto storico nel quale ogni forma narrativa dedicata all’infanzia doveva contenersi nei limiti di un ragionato ammonimento educativo, era a volte l’assoluta scompostezza dei sui personaggi fiabeschi – principesse che corrono a cavallo di porci e bambini che oppongono il contropotere della Verità alla nudità di ogni Re e di ogni Potere -, e a volte ciò che di più inquietante si percepiva dietro il velo fiabesco. L’incolmabile dolore degli umili e dei docili, che era lo stesso del piccolo Hans Christian; la denuncia dei destini di separatezza dei diversi (Andersen scrisse quello straordinario piccolo poema che è La sirenetta nel momento più angosciante del suo amore non corrisposto per l’amico Edward Collin); la consapevolezza che non tutto può avere necessariamente un lieto fine, non su questa terra, come accade per esempio ne La piccola fiammiferaia.

La fama e il successo che cambiarono definitivamente il destino di Hans Christian Andersen, del ragazzo dei bassifondi di Odense che finì “per bere la cioccolata con la regina, seduto allo stesso tavolo, davanti a lei e al re”, come scrisse in “La fiaba della mia vita”, non dovette niente né alla critica letteraria del tempo né all’aiuto di chicchessia. Piuttosto all’entusiastica accoglienza delle sue “storie” da parte dei bambini e delle bambine di tutta Europa. Uno straordinario fenomeno di adozione che forse trova la sua spiegazione nei meccanismi di riconoscimento e di empatia che i bambini pongono in atto verso tutto ciò che sentono più vicino al proprio sentire e alla propria natura. E quindi verso tutto ciò che nella loro fragilità e diversità dal mondo adulto, sempre inconosciuto e sempre ostile, colgono come occasione di identificazione di sé e di catarsi: anche nelle vicende di un brutto anatroccolo il cui vero nome era Hans Christian Andersen.


Quei magici racconti sempre sul filo dell'autobiografia

Titoli noti e sconosciuti

 

Tra i tanti titoli pubblicati o ripubblicati in Italia in occasione del bicentenario della nascita di Andersen, almeno due, oltre a La favolosa vita di Hans Christian Andersen di Hjordi Warmer (ed. Il castoro, pp.111, 16 euro), sono veramente meritevoli di essere presi in considerazione. Con una doverosa premessa. La migliore e più completa edizione delle fiabe e dei racconti dello scrittore danese resta tutt’ora quella curata da Bruno Berni, vincitore del premio H.C. Andersen 2004, edita per i tipi della casa editrice Donzelli. Fiabe e storie (pp. 1016, 48,55 euro), presenta i testi anderseniani nella loro versione integrale e si avvale di una robusta e illuminante introduzione di Vincenzo Cerami. Dobbiamo invece alla casa editrice Iperborea la pubblicazione di uno dei due titoli rimasti sinora inediti in Italia. Peer fortunato (pp.128, euro 9,50), fu l’ultimo romanzo scritto da Andersen. Definito in quarta di copertina “il romanzo del genio riconosciuto”, si nutre dei noti spunti autobiografici della produzione anderseniana, ma si illumina questa volta, almeno parzialmente, con il riscatto del protagonista. Ovvero con il successo che Peer Fortunato, ragazzo povero ma baciato sin dalla nascita dal sacro fuoco dell’arte, riuscirà a ottenere in vita. Salvo poi, in virtù del rituale e pessimistico colpo di coda a cui Andersen raramente riusciva a sottrarsi, morire, o restare incantato, dopo aver ottenuto ciò a cui più anelava.

E’ da considerarsi ugualmente un preziosissimo inedito (data la pessima traduzione che il libro ebbe nella sua unica uscita nel 1879) quello dato alle stampe dall’editore Fazi grazie alla determinazione del traduttore e curatore Lucio Angelini, che ha voluto ostinatamente riportarlo in Italia. Solo un violinista (pp. 363, euro 16,50), è forse quello che tra i sei romanzi scritti da Andersen (o sette se si considera tale “Il viaggio”), più rispecchia la sua visione della vita e dell’arte. Non a caso il suo protagonista si chiama Christian, Non a caso è nato in una famiglia umile e si dibatte per tutta la sua esistenza tra avversi destini e amori non corrisposti (lo scrittore danese non ebbe mai fortuna né con gli uomini né con le donne di cui si innamorò perdutamente). Non a caso egli sarà destinato a restare, come tanti altri artisti baciati sì dal genio ma non dalla mano fatata delle favorevoli circostanze - il romanzo fu scritto nel 1836 e quindi ben prima che lo scrittore consolidasse il suo successo e la sua fama – nient’altro che “un violinista ambulante”.

Fu poi intorno a questo romanzo che dopo la sua pubblicazione si scatenò la nota querelle tra Andersen e il suo coetaneo Soren Kierkegaard. Il filosofo, il quale prima promise ad Andersen una più accurata e più positiva recensione di quelle ottenute sino ad allora, finì per cambiare idea e per pubblicare un vero e proprio libello contro di lui, intitolato “Dalle carte di uno ancora in vita” (oggi disponibile nelle edizioni Morcelliana, pp. 144, euro 8,26). Andersen, scrisse Kierkegaard, scocciato e scontento com’è del mondo reale, cerca di avere nell’avvilimento delle sue proprie creature poetiche quasi un risarcimento per il suo”. Giudizio al vetriolo che poi lo scrittore di Odense ricambiò scrivendo la commedia “En Comedie i det Gronne” (1840), nel quale compare un filosofo terribilmente confuso e impacciato.

La bellezza di questo romanzo, per quanto alcune critiche non fossero forse del tutto fuori luogo, come mette in risalto lo stesso Lucio Angelini, va colta soprattutto all’interno delle contraintes, delle regole-costrizioni “d’ingaggio”, proprie del periodo del Romantisme. Alle quali le controverse vicende di Christian e Noemi – stupende le pagine dedicate al loro amore bambino -, così come gli squisiti affreschi sul popolo degli tzigani o la drammatica descrizione di quello che realmente fu l’ultimo pogrom contro gli ebrei di Danimarca, non potevano certo sottrarsi.

 

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