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Il
brutto anatroccolo che creò la fiaba moderna Hans Christian Andersen, una vita come una favola nel segno della sofferenza
In
un articolo pubblicato qualche anno fa sulla rivista ècole, a
firma di Giuseppe Pontremoli, si citavano i nomi dei grandi scrittori il
cui nome andrebbe iscritto d’ufficio in una sorta di “Galleria del
dolore”. Tra essi,
insieme a Stevenson e a Silvio d’Arzo, a Kipling e a Roald Dahl,
a Ted Hughes, a Janusz
Korczak e a Kenneth Grahame (tutti colpiti in un modo o nell’altro da
dolori e sventure), spiccava quello di Hans Christian Andersen. Ovvero
dello scrittore danese artefice della reinvenzione del genere fiabesco in
chiave moderna, di cui oggi si celebra in tutto il mondo il bicentenario
della nascita, la cui vita fu impregnata davvero da una invasiva e
irrisolta sofferenza. Sul
percorso esistenziale e letterario di Andersen esiste oggi una
bibliografia tanto sterminata quanto variegata. Le cui tante voci
finiscono però sempre per convergere su quello che è diventato un vero e
proprio assioma. Ovvero che dietro le mille sembianze dei suoi personaggi
“altri e diversi”, scaraventati in un ambiente la cui apparente
normalità si sostanzia di per sé in ostilità ed emarginazione (vuoi
brutti anatroccoli che sono perle tra i porci o sirenette dalla confusa
identità di genere), a celarsi trasfigurato sulla carta c’era sempre e
solo lui. Ripresi
e conclusi gli studi grazie all’intervento filantropico di Jonas Collin,
uno dei direttori del Royal Theater, Andersen si dedicò in un primo
momento alla carriera di attore e cantante. Approdò alla scrittura nel
1829 con la pubblicazione di quello strano arabesco letterario che è “Viaggio
a piedi dal canale di Dolmen alla punta orientale di Amager” e
ottenne il suo primo grande successo nel 1835 con il romanzo L’improvvisatore. Propensioni
ed enfasi che più avanti, prima che il suo genio narrativo venisse
formalmente riconosciuto, trovarono non pochi ostacoli e non pochi
detrattori. Vuoi nel caso di altri suoi romanzi dedicati agli adulti (Solo
un violinista, del 1837, scatenò i commenti al vetriolo del filosofo
Kierkegaard), vuoi soprattutto nel caso delle fiabe. Si
trattava in tutta evidenza di qualcosa di originale che irrompeva nel
panorama letterario europeo. Qualcosa che riecheggiava delle mirabilia
delle Mille e una notte e che in controluce non si vietava a volte
il retrogusto irriverente e un po’ anarchico degli sberleffi esopici. E
che proprio in virtù di queste sue caratteristiche, venne accolto spesso
come “inadatto ai piccini e poco edificante”. La
fama e il successo che cambiarono definitivamente il destino di Hans
Christian Andersen, del ragazzo dei bassifondi di Odense che finì “per
bere la cioccolata con la regina, seduto allo stesso tavolo, davanti a lei
e al re”, come scrisse in “La fiaba della mia vita”, non
dovette niente né alla critica letteraria del tempo né all’aiuto di
chicchessia. Piuttosto all’entusiastica accoglienza delle sue
“storie” da parte dei bambini e delle bambine di tutta Europa. Uno
straordinario fenomeno di adozione che forse trova la sua spiegazione nei
meccanismi di riconoscimento e di empatia che i bambini pongono in atto
verso tutto ciò che sentono più vicino al proprio sentire e alla propria
natura. E quindi verso tutto ciò che nella loro fragilità e diversità
dal mondo adulto, sempre inconosciuto e sempre ostile, colgono come
occasione di identificazione di sé e di catarsi: anche nelle vicende di
un brutto anatroccolo il cui vero nome era Hans Christian Andersen. Quei magici racconti sempre sul filo dell'autobiografia Titoli noti e sconosciuti
Tra
i tanti titoli pubblicati o ripubblicati in Italia in occasione del
bicentenario della nascita di Andersen, almeno due, oltre a La
favolosa vita di Hans Christian Andersen di Hjordi Warmer (ed. Il castoro, pp.111, 16 euro), sono
veramente meritevoli di essere presi in considerazione. E’
da considerarsi ugualmente un preziosissimo inedito (data la pessima
traduzione che il libro ebbe nella sua unica uscita nel 1879) quello dato
alle stampe dall’editore Fazi grazie alla determinazione del traduttore
e curatore Lucio Angelini, che ha voluto ostinatamente riportarlo in
Italia. Solo un violinista (pp. 363, euro 16,50), è forse quello
che tra i sei romanzi scritti da Andersen (o sette se si considera tale
“Il viaggio”), più rispecchia la sua visione della vita e
dell’arte. Fu poi intorno a questo romanzo che dopo la sua pubblicazione si scatenò la nota querelle tra Andersen e il suo coetaneo Soren Kierkegaard. Il filosofo, il quale prima promise ad Andersen una più accurata e più positiva recensione di quelle ottenute sino ad allora, finì per cambiare idea e per pubblicare un vero e proprio libello contro di lui, intitolato “Dalle carte di uno ancora in vita” (oggi disponibile nelle edizioni Morcelliana, pp. 144, euro 8,26). Andersen, scrisse Kierkegaard, “scocciato e scontento com’è del mondo reale, cerca di avere nell’avvilimento delle sue proprie creature poetiche quasi un risarcimento per il suo”. Giudizio al vetriolo che poi lo scrittore di Odense ricambiò scrivendo la commedia “En Comedie i det Gronne” (1840), nel quale compare un filosofo terribilmente confuso e impacciato. La
bellezza di questo romanzo, per quanto alcune critiche non fossero forse
del tutto fuori luogo, come mette in risalto lo stesso Lucio Angelini, va
colta soprattutto all’interno delle contraintes, delle
regole-costrizioni “d’ingaggio”, proprie del periodo del Romantisme.
Alle quali le controverse vicende di Christian e Noemi – stupende le
pagine dedicate al loro amore bambino -, così come gli squisiti affreschi
sul popolo degli tzigani o la drammatica descrizione di quello che
realmente fu l’ultimo pogrom contro gli ebrei di Danimarca, non potevano
certo sottrarsi. |
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