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Guerre dimenticate

Unione Sarda 2004

Che i conflitti armati non fossero in fondo che la “prosecuzione della politica”, lo scrisse una volta un certo generale prussiano, messo forzatamente a riposo, a cui tutti riconobbero un’esemplare, seppur cinica capacità di sintesi. Che però le guerre avrebbero continuato a imperversare per il mondo, praticamente senza alcuna soluzione di continuità, persino dopo quella vera e propria ecatombe che fu il secondo conflitto mondiale, forse nemmeno il generale Karl Von Clausewitz l’avrebbe immaginato.

Dal 1945 alla fine del secolo scorso, ci dicono le statistiche degli organismi internazionali, sono stati più di 170 i conflitti armati che hanno insanguinato il mondo. Provocando qualcosa come 28 milioni di morti, il 90 per cento dei quali rigorosamente civili, e almeno 35 milioni di profughi.

 Ciò che invece le statistiche non ci dicono, è che la maggior parte delle guerre ancora oggi in atto, sono guerre dimenticate. Guerre alle periferie dell’impero, o degli imperi, che raramente bucano gli obiettivi delle telecamere del primo mondo.

Il lungo elenco dei conflitti invisibili, o resi tali, quelli cioè che non usufruiscono di una costante attenzione e analisi da parte dei media occidentali – ormai imbrigliati tra gli 11 settembre, gli 11 marzo e le loro irrisolte appendici in Irak e Afghanistan – comincia con il nome di una oscura provincia dell’isola di Sumatra. Nell’Aceh, dal 1976, si confrontano senza esclusione di colpi l’esercito indonesiano e il movimento indipendentista GAM. Con più di cinquantamila vittime civili e con un singolare primato: quasi 500 scuole di ogni ordine e grado metodicamente distrutte solo nell’ultimo anno. Altrettanto sottaciuti sono rimasti sinora il conflitto in Nepal, scenario dello scontro tra le formazioni vetero-maoiste del leader Prachanda e la controversa monarchia di re Gyanendra; quello nello Sri Lanka, dove la recente tregua tra la maggioranza cingalese e l’etnia Tamil già comincia a scricchiolare; quello nella Colombia della più lunga guerra civile mai conosciuta (300 mila i morti, quasi tutti campesinos, nello scontro tra i governi parafascisti che si succedono l’uno all’altro e i ribelli ex-marxisti sempre più in odore di narcotraffico); quello nel Burundi, che negli ultimi dieci anni ha avuto un uguale numero di vittime tra le etnie Tutsi e Hutu e quello nel Sudan, dove l’esercito arabo e islamista di Karthoum ha trucidato sotto la bandiera della sharia due milioni di persone tra le tribù nere e cristiano-animiste del sud del paese.

Se è vero che per trovare notizie aggiornate di questi conflitti è necessario accedere ai bollettini delle Nazioni Unite, o a quelli delle Organizzazioni non governative, forse bisognerebbe cominciare a domandarsi quanto la tanto decantata informazione del villaggio globale sia realmente libera e puntuale. O quanto invece essa sia selettiva al punto da far scomparire quei conflitti dietro ai quali spesso si nascondono o clamorosi fallimenti o inconfessabili complicità. Fallimenti come il precipitoso ritiro del contingente Onu dalla Somalia, paese da dieci anni abbandonato ai signori della guerra e al fondamentalismo islamico. O complicità, non solo delle maggiori potenze occidentali, in quell’immenso carnaio a cielo aperto che è diventata negli ultimi anni l’Africa nera.

Dietro i conflitti a intermittenza in Liberia, Sierra Leone, Costa d’Avorio, Repubblica Centroafricana e Uganda – quelli che mai cessano veramente e di cui a volte si parla per il feroce coinvolgimento dei bambini soldato – non si cela solo il compiuto disfacimento dell’utopia di rinascita dall’oppressione coloniale. Si celano anche gli inconfessabili appetiti sulle risorse naturali che hanno fatto delle caste al potere delle vere e proprie compagnie commerciali pronte a svendere sul mercato tutto il vendibile. E per comprendere dove a volte si nascondano complici, partners d’affari e burattinai, come da anni denunciano l’associazione Mani Tese e la rivista Nigrizia dei padri comboniani, basterebbe esaminare la lista dei paesi fornitori d’armi: i maggiori paesi occidentali, ma anche diverse potenze regionali arabe, tra le quali la Libia.

Quanto complessi, oltre che sanguinari, siano poi questi conflitti, lo si può ben evincere da quella che con un riuscito ossimoro viene chiamata la Guerra Mondiale Africana. Che anche in questi giorni si combatte sul territorio della neonata Repubblica Democratica del Congo per il controllo delle risorse naturali delle province orientali (oro, diamanti, legni pregiati, petrolio e colton, un minerale usato nei telefonini cellulari) e che vede coinvolti, oltre alle forze armate di Ruanda, Uganda, Angola, Namibia e Zimbabwe, una miriade di gruppi tribali quali i Mai Mai, i Donos, i Kamajors e i miliziani Hutu Interahamwe ruandesi. Con il risultato di oltre tre milioni e mezzo di vittime civili dall’estate del 1998 ad oggi (secondo le stime di Amnesty International e della Croce Rossa internazionale), vuoi per pallottole o vuoi per le epidemie e le carestie provocate direttamente dalla guerra.

Numeri, quelli delle vittime, sempre in crescita, ma anche numeri davanti ai quali non si può non parafrasare quanto lo scienziato tedesco Benno Muller – Hill scrisse a proposito dei genocidi avvenuti nel vecchio continente durante la seconda guerra mondiale: anche in questo caso, il sangue innocente versato, viene rimosso dalle coscienze con una intensità che è direttamente proporzionale ai milioni di volte in cui viene versato.

Di fronte al persistere e al moltiplicarsi esponenziale dei conflitti e dei focolai di guerra - dall’Algeria che vede un nuovo nodo di crisi in Cabilia, al Kashmir sul quale pesano le minacce atomiche di India e Pakistan, al Laos, al Marocco/Saharawi e ai martoriati Israele e Palestina -, spicca inoltre la sempre più manifesta incapacità delle Nazioni Unite di assumere un ruolo a lungo immaginato ma mai realizzatosi pienamente. Quello di risolvere ancora sul nascere i contrasti tra le nazioni, o tra gruppi armati all’interno di una stessa nazione, e di poter operare anche concretamente, anche con forze proprie, in base a un diritto internazionale che sia effettivamente riconosciuto da tutti gli stati membri.

Un ruolo oggi messo in crisi non solo dai mutamenti geopolitici e violentemente ideologici di grandi aree del mondo (tra i quali il mortifero revanchismo islamista che corre ormai dai paesi arabi ai paesi asiatici del lontano oriente), ma prima ancora dall’aperto disconoscimento, che nel caso della guerra “preventiva” contro l’Irak ha preso i toni di un’irriverente e insopportabile sberleffo, operato dalle maggiori potenze mondiali. Eppure, oggi, l’Irak e la Cecenia dovrebbero far scuola: non territori pacificati, non nazioni portate o riportate nel consesso dei paesi democratici, ma vere e proprie palestre e zone franche messe a disposizione del più feroce terrorismo internazionale.

Per il quale in questo modo risulta assai più facile bussare alle nostre porte: avendo anch’esso ben imparato la lezione di un certo generale prussiano.

Alberto Melis

 

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