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Il catalogo degli orrori dei nuovi orchi   

Unione Sarda 23.5.2004

Forse dovremmo prenderne coscienza una volta per tutte. Dietro le elaborate architetture delle società più avanzate, dietro le fragili impalcature delle società in via di sviluppo, e anche dietro i decaloghi che lungo il corso della storia hanno sancito cos’è il bene e cos’è il male, questo mondo nasconde ancora un cuore di tenebra.

A nessun altra conclusione si potrebbe arrivare dopo aver letto il nuovo poderoso saggio di Aldo Forbice, vicedirettore del Giornale radio Rai, conduttore del programma Zapping e già autore di un volume dedicato alla pena di morte.

Orrori – I crimini sui bambini nel mondo” (Sperling & Kupfer Editori, pagg. 237, euro 16,00), è qualcosa di più del solito libro dedicato alle sofferenze dell’infanzia tradita. E, fortunatamente, niente ha a che vedere con i carnets giocati a metà strada tra la pietà pelosa e il voyeurismo mediatico. E’ invece un lucido resoconto, ricco di cifre e testimonianze dirette, di quanto di più inaccettabile succede a molti, troppi bambini, soprattutto nei paesi in via di sviluppo ma anche nei paesi industrializzati.

Cifre. Trecento milioni di bambini sono costretti oggi a lavorare, anche per 10-12 ore al giorno, o a prostituirsi o a combattere le guerre al posto degli adulti. Undici milioni muoiono ogni anno per malattie che sarebbero curabili con il costo di un solo villaggio turistico di lusso nei paesi tropicali. Centocinquanta milioni soffrono di malnutrizione. Due milioni sono morti negli ultimi dieci anni a causa delle 35 guerre in atto nel mondo. Venti milioni hanno abbandonato le loro case. Tredici milioni sono rimasti orfani a causa dell’Aids, soprattutto in Africa. Un milione vengono venduti ogni anno al mercato della schiavitù.

Cifre. E cose in fondo risapute. Alle quali però Forbice non permette questa volta di smarrirsi, come a volte si smarrisce la nostra attenzione davanti ai numeri delle grandi tragedie, quando è più difficile focalizzare il senso di ogni singola sofferenza. Ecco allora che insieme a un esaustivo riepilogo delle norme giuridiche e delle convenzioni internazionali poste a tutela dei diritti dell’infanzia (fondamentale quella approvata nel 1989 dall’assemblea delle Nazioni Unite), e insieme alla descrizione dei gravi problemi che affliggono l’infanzia anche nei paesi sviluppati (violenze e abbandono), Aldo Forbice sostanzia con testimonianze dirette l’approfondimento di tre particolari tematiche. La condizione dei bambini soldato, quella delle piccole schiave del mercato del sesso e quella delle bambine infibulate.

E’ qui che il libro ci porta a toccare con mano ciò che di solito non si scrive e non si dice. Perché una cosa è sapere, per esempio, che solo in Africa 120 mila minori sono stati rapiti e costretti a combattere nelle guerre civili. E altra è “sentire” la voce di Susan, bambina ivoriana, che racconta in che modo è stata costretta, pena la propria morte, a uccidere a bastonate un suo piccolo amico. O quella di Abbas, che racconta di una donna incinta, durante un’incursione in un villaggio, aperta in due per vedere il sesso del bambino”. O quella della piccola Edith, stuprata, drogata e schiavizzata: “Un giorno c’era poco da mangiare, non c’erano più cani nel villaggio; li avevamo già ammazzati tutti. Allora Bobson (l’adulto capo del reparto, N.d.R.) ha sparato a un bambino e mi ha ordinato di cucinarglielo. Avrei voluto morire”.

Davanti alle grida dall’abisso di questi bambini - bambini come tutti gli altri bambini del mondo, con gli occhi da cerbiatto e timidi sorrisi, prima di venire arruolati dagli adulti alla ferocia e alla morte – non è più possibile far finta di niente. Né continuare a ignorare una semplice verità. Che la ferocia che batte e pulsa nell’Africa nera in disfacimento, o in certi paesi dell’America Latina e dell’Asia, è anche l’ombra vicaria di quella ferocia algida e dai guanti bianchi che questi paesi ha portato allo sfacelo. Quella dei grandi interessi geopolitici o economici, non sempre e non solo occidentali, che aizzano le guerre civili. Quella di chi sui conflitti combattuti in prima linea dai bambini, lucra in potere, in diamanti e petrolio, in oro e colton e argento e rame e legni pregiati.

Aldo Forbice (che in questi giorni è impegnato con la sua trasmissione in una nuova campagna contro la tortura), non si limita però a suggerire quali dinamiche possano a volte nascondersi dietro i contesti che più pongono a rischio il benessere dei bambini. E giustamente punta l’indice sul persistente disconoscimento di essi come soggetti portatori di diritti. Un trait d’union il cui disvalore accomuna culture diverse e diversi tipi di violenza sull’infanzia. Se infatti è la miseria, ancora per esempio, a spingere centinaia di migliaia di bambine asiatiche sul mercato della prostituzione, e se dietro questo fenomeno agiscono potenti clan criminali, è anche vero che i “beneficiari” di tale mercato (sono complessivamente 6 milioni i minori costretti a prostituirsi nel mondo) altri non sono che “adulti” che considerano i bambini né più né meno che oggetti. E tra questi adulti, spiccano gli europei e gli italiani: persone apparentemente “normali”, spesso con figli, che una volta all’anno salgono sull’aereo per trasformarsi, a Cuba, in Brasile o in Thailandia, in stupratori di bambine di soli otto o dieci anni.

Nel catalogo degli orrori denunciati da Forbice, contro i quali ancora non bastano né le convenzioni Onu, né le nuove severe leggi approvate in tutta Europa (sono in aumento esponenziale tanto la pedofilia on line quanto la soppressione dei minori per l’espianto degli organi), uno spazio tutto suo ha il grande dramma dell’infibulazione, sul quale agisce un doppio disconoscimento delle vittime: vuoi in quanto minori, vuoi in quanto donne.

Anche sull’infibulazione questo libro riporta cifre, dati storici e cause culturali remote: ovvero la volontà di controllo dell’uomo sulla sessualità femminile, considerata per natura troppo “esuberante”, sino al suo completo annichilimento. Cosa sia realmente l’infibulazione, quella del tipo più praticato, è, dal punto di vista del danno permanente e della sofferenza, quasi indescrivibile: l’asportazione degli organi genitali esterni e la cucitura del condotto vaginale sino a lasciare un’apertura non più grande “di un seme di miglio”.

Ma ancora una volta Forbice lascia la parola alle testimonianze dirette, le uniche che possano restituirci il senso del diritto negato e della sofferenza individuale. Racconta Kadi Koita, senegalese oggi presidente di un network europeo impegnato contro l’infibulazione: “Avevo sette anni quando sono stata mutilata. Ricordo solo che mi fecero la doccia (…) e mi portarono a casa della nonna. Poche ore dopo ero immobilizzata su un tavolo. Due donne mi tenevano per le spalle, altre due mi bloccavano le caviglie spalancandomi le gambe, una quinta affondava il coltello…”.

Alberto Melis

 

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