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E l'ottavo giorno Dio si dedicò alla letteratura  

L'unione Sarda 29.2.2004

E arrivati a questo punto, “non avendo più niente da perdere”, ha confessato di averlo fatto. “Con donne, con ragazze, con bambine, con vecchie. Con uomini, e ragazzi, e bambini, e vecchi. Con morti. Con animali. Con fantasmi. Con vittime. Con carnefici. Con uno, con due, con sette, con sedici, con duecentotrenta, con mille e una, con sei milioni. Con partners di una vita, quintessenza d’amore…”.

Giuseppe Pontremoli, insegnante, scrittore e uno dei massimi critici della letteratura per ragazzi in Italia (sua è l’edizione Einaudi sugli scritti giovanili di Elsa Morante), non poteva che descrivere in questo modo il suo compenetrarsi con la lettura. Lettura come approdo all’ottavo giorno della creazione – quando anche Dio si fermò e tacque per ascoltare le storie inventate dagli uomini -, ma anche come dono fatto a chi è disposto “ad ascoltare”.

Se Elogio delle azioni spregevoli (Ed. L’ancora del Mediterraneo, pp. 158, euro 13,50), non si presentasse nel suo formato cartaceo, con la sua copertina un po’ austera, già dopo la lettura dei suoi primi capitoli si avrebbe l’impressione di trovarsi davanti a una sfera di cristallo. Nella quale si agitano e si ricompongono, in un “cammina cammina” borgesiano tra i grandi libri e le grandi storie, le diverse sfaccettature di un unico, ostinatamente arbitrario e politicamente anarchico,  punto di vista sulla letteratura e in particolare sulla letteratura per ragazzi. Che essenzialmente è questo: “leggere” aiuta non solo a vivere meglio, ma anche a meglio capire il mondo. E alle storture del mondo opporsi “resistenzialmente”, con gioia impudica, ma anche con capacità, sin da bambini, poiché come diceva il jagunço del Grande Sertão di João Guimarães Rosa, “…vivere è una faccenda molto pericolosa”.

Chi già conosceva il Pontremoli di Linea d’Ombra, e chi ha continuato a seguirlo sulla rubrica “Leggere negli anni verdi” della rivista école, non si stupirà di ritrovare in queste pagine le tante voci della sua personale Bibbia letteraria. A partire da quelle dedicate all’antipedagogia della lettura, che giocando sui personaggi, tra gli altri, di Silvio d’Arzo (il signor Corcoran del premiato Collegio Minerva), di Dickens (i suoi innumerevoli feroci maestri) e di Rainer Maria Rilke (altro istitutore in odor di censura in Storie del Buon Dio), elogiano con una lucidità e una forza ben più travolgenti di quelle di Rodari e Pennac l’esercizio della più “spregevole” delle azioni. Cioè leggere, soprattutto da bambini, senza alcun altro scopo – morale, didattico o pedagogico – che non sia squisitamente auto referenziale.

E per dimostrare come la lettura in sé sia un atto “concreto” di astrazione che apre sempre nuovi orizzonti, che struttura e destruttura paradigmi e suggerisce ipotesi e decisioni, Pontremoli va persino oltre il Calvino dei Sentieri di Nido di Ragno (“in gioventù ogni libro nuovo che si legge è come un nuovo occhio che si apre e modifica la vista degli altri occhi o libri-occhi che si avevano prima”), per affermare che in realtà ciò che si investe nella lettura “è tutto il cosiddetto corpo”. Ben lo sapevano, per esempio, gli antichi greci che leggevano ad alta voce, o i monaci che nella ruminatio “mangiavano il testo”, o, ancora, i rabbini medioevali che cospargevano di miele le parole scritte su una lavagnetta, in modo che il bambino che iniziava a leggere potesse gustarle e assimilarle anche col corpo.

Lo scrittore parmense, non si limita però a far emergere nelle sue pagine una teoria dell’approccio alla lettura che si svincoli dalle morbosità di ogni mero utilitarismo. E anzi, in verità, questo saggio che si legge come un romanzo, ha il suo miglior pregio nel suggerire dei percorsi di lettura che vuoi perché partono direttamente dalle esperienze dell’autore (bellissime le pagine dedicate all’ascolto delle storie truci e contadine dell’infanzia), vuoi perché ci riconducono alle più belle pagine della letteratura mondiale (da Singer, a Rushdie, da Pasolini a Melville, a Henry Roth, ad Atxaga, a Queneau a Faulkner), ci appaiono anche fortemente legate alla realtà. Vista certo in controluce attraverso le pagine dei libri, ma anche rivisitata in punta di spada per parlare di bambini e di guerra; di bambini e alienazione nelle metropoli; di bambini e distruzione dell’ambiente; di bambini e paure, e conflitti con gli adulti e di tutto ciò che fa dei “puri e primordiali” le prime vittime di ogni congiura di biologia e storia.

Non è insomma solo con la capace mano del critico letterario, che Pontremoli ha scritto questo saggio. E’ anche con lo sguardo illuminato di un illuminato Maestro di scuola. Che soprattutto in questo periodo di devastanti controriforme, di abissali travisamenti sulla natura stessa dell’infanzia (con tutti i feticci sui bambini “cognitivi” schierati a gareggiare per arrivare primi nella società della competizione e dell’impresa), ribadisce invece la sua sostanziale alterità: il suo bisogno di libertà, la sua sete di fantasia, e avventure e Buone Storie da ascoltare, anche a scuola, lette ad alta voce, per imparare e per imparare a difendersi, perché la vita è davvero “una faccenda molto pericolosa”.

Pontremoli scrive che ai suoi bambini, nella sua aula scolastica, racconta soprattutto “Storie”. Ma avverte anche della necessita che dietro il raccontare “ci sia qualcosa di enorme, come il senso stesso della propria esistenza. Una passione vera, almeno, che muova e accompagni — che perséguiti, forse; che non lasci respiro al respiro affannoso, all’arrancare, e che aliti invece il proprio respiro ampio. Si può chiamare amore, dolore, Dio — ognuno ha la propria storia —: non è il nome che conta, quel che è essenziale è che la rivelazione ci sia e sia mantenuta viva e alimentata: con passione, con disponibilità a stupirsi e a rinnovare lo stupore.”

Lo stesso stupore archetipo che si rinnova intatto dentro ognuno di noi, di fronte a ogni buon libro e a ogni buona Storia.

Alberto Melis

 

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