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Cresce nel Ciad l'ateneo sardo
Nelle classifiche stilate annualmente dalle agenzie delle Nazioni Unite incaricate di monitorare le condizioni dei paesi sottosviluppati, occupa stabilmente uno degli ultimi posti. Speranza di vita 47 anni, mortalità infantile 200 su mille (che tradotto significa che malnutrizione e malattie uccidono un bambino ogni cinque nati), 64 abitanti ogni cento ancora privi d'acqua potabile, 92 su cento senza assistenza sanitaria. Se si dovesse scegliere una tra le tante nazioni dell’Africa nera quale esempio e simbolo del fallimento di cinquant'anni di decolonizzazione e delle politiche di sviluppo eterodirette dall’Occidente, non c’è dubbio che tale scelta ricadrebbe sul Ciad. Un paese vasto quattro volte l’Italia, con il consueto patrimonio d'immense ricchezze celate nel sottosuolo (petrolio, diamanti, oro, uranio, tungsteno), e con l’altrettanto consueto catalogo degli orrori compilato a più mani tra croniche debolezze e scorie tossiche di vecchi e nuovi conflitti. Duecentomila ammalati di Aids, altrettanti profughi in fuga dal genocidio islamista nel confinante e sempre minaccioso Sudan, una democrazia incompiuta che ancora si dibatte tra padrinaggi neocoloniali e ribellioni locali, un nutrito nugolo di child soldiers, fortunatamente in via di smobilitazione, e la costante incertezza a farla da despota su ogni singolo destino. Ecco allora perché di fronte a questa drammatica situazione, sempre più sottaciuta e ignorata dai media occidentali – come se l’Africa dolorante e stracciona riesca a turbarci ormai solo quando si avvicina su una barca clandestina alle nostre coste -, colpisce positivamente un’iniziativa di solidarietà che ha mosso i suoi passi dalla Sardegna e che si contraddistingue per la sua originalità e per le sue solide basi etiche e culturali. Un piano d’intervento, promosso e coordinato dalla 3P (Piccoli Progetti Possibili) di Villacidro, associazione onlus diretta da padre Angelo Pittau e già impegnata in Honduras, in Tanzania e in Vietnam, che prevede la costruzione di una Libera Università Agro-Zootecnica nella zona meridionale del paese, con un corpo centrale a Bongor e un distaccamento sperimentale a Gounou-Gaya. Un progetto che così sintetizzato ha quasi i tratti del sogno, abituati come siamo a immaginare i possibili interventi in Africa sotto forma di aiuti buoni tutt’al più ad arginare un’emergenza sanitaria o alimentare, a costruire un pozzo o una singola aula in uno sperduto villaggio, se non fosse per l’impegno, le professionalità e le sinergie che su di esso convergono. A partire dal diretto coinvolgimento di due associazioni ciadiane, la Guidawa di Bongos e la A.O.P.K. di Gounou-Gaya, che già svolgono un importante ruolo logistico, per continuare con quello dello stesso governo del Ciad, che ha concesso alla Onlus sarda i cento ettari di terreno sul quale sorgeranno le strutture universitarie, e, tornando alla Sardegna, del Dipartimento di Teorie e Ricerche dei Sistemi Culturali dell’Università di Sassari, che dal 2000 è partner fondamentale del progetto. L’impostazione data all’iniziativa da padre Angelo Pittau, da Celeste Loi, rappresentante in Ciad della P3, dagli altri volontari e dal professor Mario Atzori, direttore del dipartimento universitario di Sassari, è stata principalmente quella di non avventurarsi nel vuoto. E di costruire con le popolazioni locali, in virtù di un punto di vista squisitamente paritetico, ovvero di una solidarietà da fondarsi sulla conoscenza e sull’accettazione dell’altro da sé, un rapporto che non fosse solo di cessione di beni e competenze, ma anche di confronto e scambio umano e culturale.Ecco allora spiegato perché di pari passo all’individuazione dei partner locali e alla elaborazione del progetto edilizio e di quello tecnico-didattico, negli anni scorsi si è costruita una fitta rete di attività tese a comprendere non solo quali fossero i bisogni reali di una nazione alla deriva, e non solo su quali potenzialità occorresse puntare per creare un vero sviluppo, ma anche la cultura delle popolazione autoctone e in particolare dei due maggiori gruppi etnici interessati: i Masa e i Mousey. I volontari della 3P e gli africanisti dell’Università di Sassari, avvalendosi della collaborazione di due missionari da tempo presenti nella regione (uno dei quali è il padre saveriano sardo Antonio Melis), si sono così relazionati con le popolazioni locali anche su un piano squisitamente etnografico e antropologico: hanno compilato un primo dizionario Masa-Francese (una delle due lingue ufficiali, l’altra è l’arabo); sono penetrati in punta di piedi nell’universo mitico-religioso tradizionale; hanno bivaccato intorno ai fuochi in ascolto delle voci del millenario patrimonio orale; hanno approfondito le conoscenze sui ruoli, gli equilibri e i modi di operare che vertono al rapporto dei ciadiani con l’agricoltura e l’allevamento. Un nuovo modello di approccio a uno sviluppo reale, non traumatico e soprattutto sostenibile, che ha permesso così di puntare in alto. Tanto in alto da ipotizzare per la costituenda Libera Università Agro – Zootecnica di Bongor uno standard qualitativo non inferiore a quello europeo. Con la possibilità di accogliere in un campus 120 studenti, che verranno supportati non solo da docenti locali (tra i quali tre giovani masa da tempo ospiti in Sardegna e a un passo dalla laurea alla Facoltà di Agraria di Sassari), ma anche da docenti stranieri che opereranno in regime di comando – distacco dalle rispettive università europee. Certo, perché il progetto si concretizzi fino al suo obbiettivo finale, quello di formare valenti esperti locali che diffondano su tutto il territorio le conoscenze acquisite in ambito agricolo e zootecnico, provincia per provincia e villaggio per villaggio, occorrono ancora tempo e soprattutto mezzi. Occorrono, come non si stanca di ripetere Celeste Loi, volontari che portino a termine la costruzione degli edifici dell’Università (la prima pietra è stata posata nel gennaio 2006); occorre che la Regione Sardegna si dimostri in solido ancora orgogliosa di partecipare alla straordinaria opera portata avanti dalle sue associazioni di volontariato e dalle sue istituzioni universitarie (un primo finanziamento è stato concesso nel 2005); occorre anche, e forse prima di ogni altra cosa, che questo progetto trovi finalmente la visibilità e il sostegno che merita anche tra le piccole amministrazioni locali e la gente comune. Perché il sogno si tramuti in opera, perché la speranza si concretizzi in realtà.
Alberto Melis
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