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 Rincuoriamoci

Alcuni buoni motivi per apprezzare oggi il libro più noto di Edmondo De Amicis

Che c’entra un libro di Peter Bichsel dal titolo assai bizzarro, Al mondo ci sono più zie che lettori, insieme a una “zia” in carne ed ossa intenta ad acquistare un romanzo in libreria, con le celebrazioni per il centenario della morte di Edmondo De Amicis, avvenuta l’11 marzo 1908 in quel di Bordighera?

C’entra eccome. Sia il saggio di Bichsel che la “zia”  in carne ed ossa, sono citati da Giuseppe Pontremoli in Elogio delle azioni spregevoli, il suo illuminante manifesto sulla letteratura e sull’infanzia. Il primo per ricordare, questa la tesi di Bichsel, che sulle letture destinate ai ragazzi troppo spesso vertono minacciosamente le costrizioni degli adulti. E la seconda, incontrata realmente da Pontremoli in una libreria di Milano, a fare da sponda per descrivere un uso soavemente feroce del romanzo più amato e insieme più vituperato dello scrittore ligure, ovvero il libro Cuore.

Racconta Pontremoli che tale “zia”, di fronte alla richiesta di un suo nipote che pretendeva di avere in regalo un romanzo di suo piacimento – presumibilmente un Piccolo Brivido o un simil Simpson o altra “robaccia” di sotto genere – gli affibbiava invece il libro Cuore, ammonendolo “che lei su quel libro aveva fatto un numero infinito di pianti, e ora era arrivato il suo turno”.

Premesso che Pontremoli nelle sue pagine, più del libro Cuore, intendeva mettere alla berlina il comportamento degli adulti che impongono a mano armata i loro gusti ai giovani lettori, non c’è dubbio che anche l’episodio da lui narrato restituisca l’alone di negatività con cui, ormai da decenni, viene percepito il “capolavoro” di De Amicis. La stessa pessima reputazione di cui, in questi giorni di intense celebrazioni, discutono intere schiere di critici, i più ancora propensi a condannare “Edmondo dai Languori/ il capitan cortese”, come già il Carducci definì sprezzantemente De Amicis, per i reati di piagnucoloso pedagogismo, di fallace visione dell’infanzia, di reazionaria interpretazione del mondo e soprattutto, per dirla con Arbasino e Sanguineti, di irrefrenabile sadismo.

 Eppure, in questa Italia ancora divisa tra i molti accesi collodiani innamorati dell’alterità di Pinocchio (a cui giustamente si perdona perfino l’edificante finale riscritto a uso dei suoi editori, dato che il picaresco burattino nella prima stesura finiva impietosamente impiccato), e i pochi ostinati difensori del libro Cuore, a me pare che, oggi più che mai, sia sacrosanto stare quantomeno “anche” dalla parte di questi ultimi.

 Non tanto per particolare simpatia per De Amicis, che sotto l’austera divisa da intellettuale era anche scrittore attento al suo mercato – “Ah! Lo vedranno i fabbricanti di libri scolastici come si parla ai ragazzi poveri e come si spreme il pianto dai cuori di dieci anni, sacro Dio!”, scrisse nel 1886 ai suoi editori -, quanto per l’innegabile attualità del libro Cuore.

De Amicis è stato accusato, anche da Umberto Eco, di proporre una visione quasi lombrosiana dell’essere umano, vizio del quale sarebbe figlio, per esempio, il sottoproletario Franti, carognesco per stigmate di natura e già condannato ad assumere il destino e il nome d’arte di un Gaetano Bresci. Con lo stesso piglio, all’autore di Cuore non è stata perdonata la creazione di  un microcosmo dove lacrime, sangue, patriottismo e senso del dovere tracimano “sadicamente” da ogni pagina.

In realtà, tutto ciò per cui Edmondo dai Languori è stato messo alla gogna, certe volte con un vezzo che maleodora di rivoluzione culturale in sedicesimo, poiché d’estrazione borghese e al tempo della scrittura del libro non ancora approdato al bel socialismo tutto “Cuore e Critica” di Turati, è soprattutto figlio della mentalità dell’epoca.

E paradossalmente è proprio nella stessa lettura storicistica negata ai suoi vizi, che si possono cogliere le migliori virtù del testo. Quella di restituire sulla carta le aspirazioni di una società post-risorgimentale che ancora non era né comunità né nazione. Quella di negare  dignità alle ventate reazionarie religiose che dai palazzi di Oltretevere continuavano a minacciare il nuovo Stato. Quella di dare valore all’istituzione scuola che allora nasceva nella sua forma obbligatoria e gratuita. Quella di dettare ai più giovani un cifrario etico profondamente laico e di suggerire, per quanto in forma pesantemente pedagogica, una comune appartenenza fondata sulla solidarietà, sulla responsabilità individuale e sulla dignità del lavoro.

E allora come non cogliere in queste stesse virtù, se è vero che la letteratura ha anche il compito di gridare che il Re è nudo e che le piaghe dei sudditi sono purulente, la straordinaria attualità del libro Cuore?

Se il buon De Amicis dovesse, per miracolo o per magia pagana, ricomparire nell’Italia di oggi, ovvero nella nazione assediata da torme di facinorosi che ne disconoscono l’Unità, da integralismi religiosi che assediano lo Stato laico, da folle agguerrite di io-non-pago-le-tasse punto e basta, da un esercito di grulli parlanti che una legislatura sì e l’altra pure pontificano su come meglio disarticolare la scuola pubblica,  e anche, non ultimi, da una nutrita schiera di bamboccioni invecchiati anzitempo e con ideali e valori civici pochi e confusi, non ho dubbi che riprenderebbe in mano la sua pedagogica e un po’ “sadica” penna.

E che ancora una volta, magari con meno romanticismi tardo ottocenteschi e meno scivoloni lombrosiani e militaristi, proverebbe a ridisegnare un microcosmo sociale ideale e idealizzato. Certo diverso da quello patetico di Enrico, della maestrina dalla penna rossa e del buon Garrone, ma comunque ancora propenso all’utopia, anche se moderata e minore, anche se gravemente imperfetta.

Va da sé, però, che dato che miracoli o magie pagane sono alquanto improbabili, male non sarebbe provare a rileggere il libro Cuore. Il quale non mancherà di riservare qualche sorpresa in termini di ritmo del linguaggio e di cifra stilistica, che al contrario di numerosi altri testi ottocenteschi restano entrambi capaci di destare interesse ed empatia con i personaggi che lo animano.

Per la cronaca, qualche anno fa, in occasione della presentazione del saggio di Francesco Tronci Letteratura senza tempo, edito da La Nuova Italia e dedicato anche al libro Cuore, un attore lesse per intero il brano “La madre di Franti”. E ricordo che alla fine tra il pubblico, più che adulto e più che vaccinato,  diverse persone avevano la gola serrata e gli occhi umidi.

Come dire che il buon De Amicis, o il diabolico Edmondo dai Languori, continua a dimostrarsi capace di solleticare quelle corde nascoste che rianimano in noi vuoi commozione, vuoi riso, pianto o indignazione.

Che non è sadismo, ma solo buona letteratura.

Alberto Melis

 

 

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