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Il Papa chiese perdono a tutti

Le colpe della Chiesa espiate guardando alla storia

 

     Ridurre la grandezza e la complessità del papato di Karol Wojtyla ai soli gesti simbolici con i quali più volte ha chiesto perdono per gli errori commessi in passato dalla Chiesa Cattolica, sarebbe certamente un errore. Vuoi perché la vera cifra dell'operato del Papa venuto dall'est andrà comunque iscritta su più piani, da quello politico e geopolitico, a quello storico e sociale a quello più squisitamente teologico. Vuoi perché all'emblematicità di quei gesti ha corrisposto non di rado un percorso iniziato da altri papi, e in particolare da Papa Giovanni XXIII per quanto riguarda il riconoscimento delle colpe nei confronti degli ebrei e nel conformarsi dei pregiudizi cristiani antigiudaici che oggettivamente favorirono la Shoah. 

     Detto questo però, non c'è alcun dubbio che la via maestra che Papa Wojtyla ha ostinatamente voluto percorrere nei quasi tre decenni di questo suo straordinario pontificato, sia stata esattamente quella del gesto simbolico reiterato ed eclatante. Quello di Capo della Chiesa, ma insieme di Maestro spirituale, che all'alba della definitiva trasformazione del mondo in mondo globalizzato e secolarizzato, e prima ancora che la sua stessa comunità potesse comprendere pienamente le sue intenzioni, ha condotto tutti a fare i conti con la propria storia e con una memoria tanto dolorosa quanto pervicacemente e spesso strumentalmente rimossa. Da qui la richiesta di perdono per il male supremo dell'Inquisizione; per la strage degli Ugonotti e per le sanguinose guerre con il mondo protestante; per le nefandezze commesse dai cattolicissimi spagnoli nelle Americhe; per lo schiavismo e soprattutto per le sofferenze, dirette e indirette, provocate agli ebrei "fratelli maggiori". 

     Sull'operato di questo Papa che chiede perdono come l'ultimo degli uomini, che istituisce commissioni di ricerca interreligiose e dà l'imprimatur a straordinari documenti (come quello intitolato "Noi ricordiamo: una Riflessione sulla Shoah" che nel 1998 portò a compimento ciò che Papa Roncalli iniziò nella Dichiarazione Nostra Aetate), hanno pesato in tutti questi anni le resistenze e i dubbi di chi dentro e di chi ai margini dalla Chiesa cattolica ha vissuto a volte come dirompenti, e altre volte come quantomeno parziali e contradditori, questi suoi gesti. Così che al progressivo e paradossale rafforzarsi di una burocrazia vaticana che non di rado ha tentato di ridimensionare la carica rivoluzionaria dei messaggi papali (basti ricordare le pubbliche dichiarazioni di alcuni alti prelati tese a ridimensionare o relativizzare i mali dell'Inquisizione), ha corrisposto la critica di chi invece avrebbe voluto, come il teologo svizzero Hans Küng in perenne odore di eresia, che Karol Wojtyla facesse ancora di più. Affondando il coltello con più incisività non solo nel passato della Chiesa cattolica, ma anche nel suo presente: nell'operato delle sue correnti più reazionarie e integraliste, nelle censure perpetrate ancora negli anni scorsi contro gli esponenti della Teologia della Liberazione e nella sua persistente intolleranza alla libera ricerca teologica. 

     Anche gli strali di Hans Küng, il quale tacciò la nuova disponibilità al pentimento della Chiesa come "confessione halbherzig", confessione fatta "con mezzo cuore", cedono però il passo di fronte alla struggente e immensa grandezza del Karol Wojtyla uomo e Uomo di Cristo. Una grandezza che si ritrova negli episodi meno conosciuti della sua biografia, come quando da giovane sacerdote si rifiutò di battezzare un bambino ebreo i cui genitori erano stati fagocitati dalla Shoah, restituendolo ai suoi correligionari. E anche nel suo rendere pubblica, partecipata e non protetta da alcuno schermo regale, o se si vuole "papale", la debolezza e la sofferenza provocategli dalla malattia. Che è poi l'esatto e cosciente compenetrarsi nel paradosso e insieme nel "segno" più distintivo della religione di un Dio-Uomo la cui debolezza e le cui piaghe sulla croce cambiarono definitivamente, tanto per i credenti quanto per i non credenti, la storia e la cultura del mondo.

 

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Su L'Unione Sarda del 05.11.1997 - Ebrei, i mea culpa di papa Wojtyla