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Strabordanti euforie e autocompiacimenti

Dibattito: Letteratura, reading e dintorni in Sardegna

Unione Sarda 19.10.2004

Una confessione come una premessa. Quando ho letto l’articolo di Roberto Cossu sulla proliferazione dei festival letterari in Sardegna, ho pensato: meno male che almeno un giornalista dà prova di buon senso. Beninteso sottintendendo non che altri il buon senso l’abbiano perso completamente. Ma solo che a fronte di un fenomeno accompagnato sovente da strabordanti euforie e auto referenziali compiacimenti, quello del proliferare dei festival letterari in Sardegna, il fatto stesso di sollevare dubbi e mettersi fuori dal coro non solo è cosa opportuna ma anche buona e giusta.

Sì, tutto lascia prevedere che la Sardegna stia per diventare non solo l’isola dei disoccupati e insieme il pied à terre di vecchie e nuove bandane; non solo l’isola del silenzio degli intellettuali e insieme del malgoverno e della metodica rapina delle risorse locali. Probabilmente la Sardegna diventerà anche l’isola dei festival della letteratura come se piovesse. Ma non è scritto da nessuna parte che questo dato, di per sé, andrà poi a incidere in modo significativo sugli altri termini della realtà sarda: bandane, rapine e gattopardeschi assetti del potere.

L’articolo di Cossu ha semplicemente fotografato, peraltro assai bonariamente e con vezzo quasi antropologico, alcuni tratti non solo esteriori di quella che giustamente ha definito una movida. Ma insieme ha sollevato alcuni problemi meritevoli d’attenzione, perché tutti incentrati sullo snodo della reale qualità “culturale”, della sostanza viva del fenomeno. Per questo motivo è almeno singolare che le prime repliche, quelle di Giorgio Todde e Marcello Fois, proprio perché tra gli animatori delle importanti giornate di Gavoi, abbiano in qualche modo eluso questi problemi. Ribadendo qualcosa su cui persino i sassi ciechi e sordi sarebbero d’accordo, e cioè che incontrarsi e parlare di libri e sui libri è comunque meglio che continuare ad assistere al pavido ristagnare delle intelligenze. E però cucendo nel contempo, a questo dibattito, un abito che a mio parere è almeno in parte improprio e fuorviante.

Sapienza e virtù imporrebbero a tutti noi scrittori, ammalati come siamo di sottile vanità (tutti, quelli per ragazzi che si accontentano di qualche decina di migliaia di copie vendute, quelli di “genere” e non che di copie ne tirano centomila e quelli che con le case editrici sarde ne stiracchiano tremila), almeno un po’ di prudenza. Soprattutto rispetto all’incidenza che il proprio fare determina sulla realtà circostante. Ed ecco perché suonano un po’ stonate, per esempio, alcune dichiarazioni di Fois. In Sardegna è davvero nato e cresciuto un gruppo di scrittori che fa scuola? Può darsi. Anzi è vero. Sia nella letteratura adulta che in quella cosiddetta per ragazzi. Ma da qui ad affermare che questo insieme si sia caratterizzato sinora per la sua capacità di gridare ai quattro venti che il Re è nudo, e anzi di costituirsi in qualche modo come baluardo, anche felicemente utopico, della società civile contro ogni vessazione del Principe, ce ne passa.

Se non altro per vizio di paradigma e di forma. A chi si riferisce Fois? Agli scrittori sardi, o a un gruppo di essi, come intellettuali tout court? O ancora, invece, al contenuto vivo e pulsante delle loro opere? E in questo caso non dovremmo ricominciare a parlare di libri per davvero, fuori da ogni richiamo festivaliero, per domandarci se uno dei caratteri della nuova scuola sarda, e perché no insieme della “vecchia”, sia davvero “anche” quello resistenziale, inteso nella sua accezione letteraria più alta e più vasta?

Personalmente, a prescindere da alcune significative eccezioni, ho qualche dubbio. E mi sembra che sul versante resistenziale, ostinatamente, si stia invece distinguendo maggiormente in Sardegna, da molti anni, la cosiddetta letteratura per ragazzi. Da quell’autentica fucina di antipedagogismo che è Bianca Pitzorno a Gianfranco Liori; da Bruno Tognolini all’ormai adottato Massimo Carlotto degli shorts e a quell’impagabile cultore dell’anarchico sberleffo esopico che è Francesco Enna. Ma, sarà a causa dello storico pregiudizio crociano - la cui ostinata pervicacia è pari solo a quella dei cultori dei pregiudizi sulla letteratura cosiddetta di genere – in pochi pare se ne siano accorti.

Altro punto controverso di questo dibattito, pare sia poi quello dell’eziologia, per alcuni più trionfalisticamente della paternità, di questo nuovo fenomeno. La cui portata, anche nei suoi dilaganti termini quantitativi, dovrebbe comunque suggerire di provare a ipotizzare (che è termine dialogico per eccellenza) delle cause più remote e più vaste che non quelle residenti nella volontà dei singoli. Come d’altra parte mi pare abbia fatto egregiamente Mario Argiolas, ricostruendo un percorso il quale non può essere cominciato né ieri né avanti ieri.

E al quale mi permetto però di porre come postilla, più che un ragionamento, una semplice sensazione. Scriveva Massimo Dini, in quel delizioso volume che è Alla fine del mare, di quel debilitante morbo che è “l’islomania”. I cui primi sintomi, secondo Matvejevic, sarebbero “introversione e senso di separatezza”, e i cui esiti, per usare invece le parole di Lawrence Durrel condurrebbero a “conversazioni iniziate e lasciate in sospeso, viaggi progettati e mai fatti, appunti e studi raccolti per libri mai scritti”. Ovvero a perniciose “carenze strutturali del pensiero. Un abbandono ozioso e oblioso, un desiderio costante di rimandare la vita».

Ecco, può davvero darsi che di questo morbo fossimo tutti un po’ affetti. E potrebbe persino darsi che oggi, in questo superattivismo “letterario” che si rinfocola tra offerta e richiesta, da questo morbo ci siamo definitivamente affrancati. Ma forse solo perché la nostra isola semplicemente non è più un’isola. Perché nella concreta percezione, mi si passi l’ossimoro, dell’appartenenza al villaggio globale, anche i “bisogni” culturali finiscono per non divergere più di tanto da quelli di Busto Arsizio, di Napapiiri in Finlandia o di Helston in Cornovaglia. Con però, in più, un rischio latente. Che nella Sardegna meravigliosa cartolina delle vacanze, dove chi viene da fuori e chi ci vive dentro è sempre più soggetto alla frenesia di consumo dell’evento per l’evento (sarà poi un caso che i festival si affollino soprattutto d’estate?), la merce libro entri a far parte di una partita di giro, come tante altre meno nobili, i cui risvolti non è detto saranno tutti positivi.

Certo il gioco vale la candela. E non c’è dubbio che le offerte si differenzieranno strada facendo per le motivazioni e per il rigore che le animeranno. Per ora però sarebbe bene coltivare prudentemente il sacro dono dell’ironia e dell’autoironia.

Da parte mia devo dire che assisto a volte straordinariamente divertito a certe manifestazioni che fanno da corollario allo scintillio da show che come ha scritto Cossu pervade le nostre nuove estati culturali. Il promotore di uno dei festival, peraltro uno dei più riusciti, nell’invitarmi a partecipare si è così espresso: "Allora, lei mi assicura una performance...". Una che? ho detto io. "Una performance". Al che gli ho ricordato che io non so proprio niente di performance. Che semplicemente, qualche volta, scrivo libri e che al massimo, qualche volta, “ne parlo”. Sospetto anche che il solerte stesse per usare l’ormai super professionale parola reading. Ma si è fermato in tempo perché a quel punto mi stavo un po’ alterando.

Alberto Melis  

 

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