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La
vendetta dello Zingaro
Contro
la tendenza all’omologazione forzata delle minoranze che ha una
lunga storia e raggiunse il culmine sotto il regime nazista
Unione
Sarda 17.6.2004
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I
dirigenti di un’associazione benefica in odor di pedofilia. Due
bambini zingari rapiti. Un brutale omicidio che da il via a una
singolare vendetta e i versi della parabola del seminatore
dell’evangelista Matteo posti in epigrafe ai diversi capitoli.
C’è tanto quanto basta, nel romanzo di Mario
Cavatore, Il seminatore (Einaudi, pagine157, euro 11),
per sollevare il legittimo sospetto, già alla lettura della
seconda e terza di copertina, di trovarsi davanti a un
guazzabuglio. Ovvero di fronte all’ennesimo noir più o meno di
cassetta, di cui francamente non si sarebbe sentita la mancanza.
E invece il romanzo d’esordio di Cavatore, 56 anni e una
lunga sequenza di professioni svolte dopo “un’adolescenza
inquieta” che lo portò a conoscere da vicino l’etnia zingara,
sembra fatto apposta prima per sorprendere e poi per lasciare una
profonda traccia.
Racconta Cavatore, con una scrittura scarna sino al limite
dell’essenziale, la storia di Lubo Reinhardt. È lui il
“seminatore”. Uno jenische svizzero. Uno zingaro al
quale la polizia, sul finire degli anni Trenta,
ha ucciso la moglie, rea di essersi opposta armi alla mano al
prelievo dei suoi due figli, per i quali i giudici hanno ordinato
l’affido a un’associazione di tutela dei piccoli nomadi, la
Kinder der Landstrasse.
Lubo, a cui qualcuno spiega che i figli gli sono stati portati via
a causa dello stile di vita nomade a cui erano costretti nella
comunità jenische, metterà in atto la sua vendetta. Si
trasformerà in un brutale assassino, assumerà una nuova identità
e, metodicamente, sedurrà un gran numero di donne gagé, di donne
non zingare, con l’obiettivo di “inseminarne” il più
possibile. Ovvero di riprodurre grazie a loro e a loro insaputa i
geni della sua etnia jenische.
È in questa prima parte del romanzo che il lettore più
attento comincia a scorgere le tracce di un disegno narrativo
sottile e complesso. Vuoi per quegli inquietanti versetti
dell’evangelista Matteo posti man mano in epigrafe ai diversi
capitoli. Vuoi per lo sfondo storico sul quale si muove la
vicenda.
Cavatore, mutuando il fine delle mashal ebraiche, delle
parabole tanto utilizzate da Cristo (“…parlo loro in parabole,
perché, vedendo, non vedono; e udendo, non odono né
comprendono”), sembra quasi volerci mettere sull’avviso.
Ovvero richiamare la nostra attenzione su uno dei peggiori crimini
contro l’umanità commessi nel ventesimo secolo. E insieme sul
peccato di rimozione collettiva che fece sì che questo crimine
potesse attuarsi in un ampio periodo che va da molto prima a molto
dopo la Seconda guerra mondiale.
L’Opera di soccorso Kinder der Landstrasse (Bambini della
Strada), emanazione della potentissima associazione benefica Pro
Juventute, iniziò realmente la sua attività nel 1926 ed operò
soprattutto nei cantoni di lingua tedesca. Fondata e diretta da
Alfred Siegfried, un convinto assertore di quelle stesse teorie
eugenetiche di difesa della razza che in Germania poi portarono
alla Shoah ebraica, allo sterminio di almeno mezzo milione di
zingari e alla “eutanasia” di centinaia di migliaia di
handicappati, ebbe un unico obiettivo. Quello di distruggere la
piccola comunità jenische. Estirpando dal suo seno la pratica del
nomadismo attraverso il rapimento legale di centinaia e centinaia
di bambini e la loro “rieducazione” forzata presso istituti o
buone famiglie borghesi.
La Kinder der Landstrasse cessò la sua attività solo
negli anni Settanta. E la successiva inchiesta ordinata dal
governo federale elvetico (che risarcì i superstiti della ormai
disfatta comunità con 11 milioni di franchi), portò alla luce,
ormai troppo tardi, l’inconfessabile verità. Siegfried, un uomo
con tendenze pedofile animato da un odio viscerale per gli
zingari, che definiva nei suoi rapporti “psicopatici e
inferiori” per natura, si avvalse nel suo crimine del diretto
apporto finanziario dello stato elvetico (che impose anche la
sterilizzazione coatta delle donne zingare) e operò, con la
complicità di polizia e magistratura, in assoluta libertà e
onnipotenza.
Violenze, torture, segregazioni in carcere e negli ospedali
psichiatrici furono le leve su cui agì nel tentativo di
trasformare i bambini jenisches tarati dal gene del nomadismo (che
a suo dire si trasmetteva per via materna) in “buoni
cittadini”. Un universo di dolore e sopraffazione, di cui non
c’è traccia nei libri di storia, che decretò, per molti
bambini zingari, destini di pazzia, vera devianza e infelicità.
Destini ai quali Mario Cavatore, con un poderoso scarto
stilistico che in certe pagine raggiunge livelli di altissima
capacità espressiva, dedica tutta la seconda parte del suo
romanzo. I semi piantati da Lubo, così come quelli innestati
dalla violenza della Kinder der Landstrasse, hanno dato frutti in
esistenze comunque segnate.
Teneri e indifesi, violenti e diversi, non sono i frutti
del buon pastore cresciuti sul buon terreno cantato dalla mashal
cristiana, ma solo figli sopravvissuti alla gramigna: alla storia
dell’uomo e alle sue mancanze individuali e collettive. Anche ad
essi però la vita darà un’opportunità di essere vissuta.
Soprattutto grazie all’intervento di un nuovo deus
ex-machina, impersonato da un commissario di polizia capace di
guardare il male negli occhi e sino in fondo, che restituirà
loro, se non la felicità, almeno una parvenza di giustizia.
Il che non è poco, almeno sul piano letterario. Visto che
nella realtà, come Mario Cavatore ricorda in una dettagliata
postfazione, i crimini delle politiche eugenetiche razziali, di
quelli almeno che non si spinsero sino ai limiti estremi della
barbarie nazista, sono rimasti non solo per buona parte impuniti
ma addirittura misconosciuti. Nella civilissima Svezia, per
esempio, dal 1935 al 1996, 230 mila donne considerate devianti
sono state sterilizzate con la forza. E negli Stati Uniti (fu lo
Stato dell’Indiana a promulgare nel 1907 la prima legge al mondo
di igiene razziale), la pratica della sterilizzazione forzata
venne vietata solo nel 1973 in seguito a una delibera di una
commissione d’inchiesta presieduta da Ted Kennedy.
Il valore civile del bel romanzo di Cavatore non sta però
solo nell’aver riportato alla luce i misfatti delle politiche
eugenetiche razziali e un etnocidio dimenticato. Sta soprattutto
nella stigmatizzazione della tendenza all’omologazione forzata
della minoranza zingara. Che in Europa ha una lunga storia (già
l’imperatrice Maria Teresa d’Asburgo ordinò il ratto di
migliaia di bambini zigeuners e la loro “civilizzazione”
forzata) e che ogni tanto fa di nuovo capolino.
Magari con tutti i crismi della motivazione caritatevole.
Come quando, ancora oggi, si chiede che i bambini zingari vengano
sottratti alle loro famiglie per essere educati ai “buoni”
valori della nostra storia e della nostra società.
Alberto
Melis
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