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Ebrei,
i mea culpa di Papa Wojtyla

Più di cinquant'anni orsono ad Oswiecim, nella diocesi di Cracovia di cui
poi divenne arcivescovo, venne costruita la città infernale conosciuta
col nome tedesco di Auschwitz. Oggi Karol Wojtyla, Papa Giovanni Paolo II,
è stato definito il pontefice della teshuvà: parola ebraica che
significa pentimento. Un appellativo che esprime la straordinaria
rivoluzione posta in essere in questi anni dall'esponente più prestigioso
del clero polacco (storicamente il più visceralmente antigiudaico) e che
ben sintetizza il senso dell'ultima iniziativa da lui voluta sulla strada
della riconciliazione tra cristiani ed ebrei.
La Conferenza sulle Radici dell'antigiudaismo in ambiente
cristiano, svoltasi a porte chiuse in Vaticano qualche giorno fa, ha
riunito 60 saggi, alti prelati e teologi delle chiese cattolica e
protestante, col compito di porre le basi teologiche per quello che già
si annuncia come un evento epocale. Papa Wojtyla infatti, probabilmente
nel corso del prossimo anno e in vista del Giubileo del 2000, si pronuncerà
in termini inequivocabili sull'antigiudaismo cristiano e sulle
responsabilità che esso ha avuto nelle secolari persecuzioni antiebraiche
e in particolare nell'Olocausto.
Ma come si è arrivati alla vigilia di questo straordinario evento? E
perché nel saluto di apertura del cardinale Etchegaray è stato ribadita
l'attenzione sul termine antigiudaismo, più che sul generico e per molti
versi improprio antisemitismo?
La storia di questo sofferto ripensamento comincia prima ancora che
l'Olocausto avvenisse. E prima che l'operato di Pio XII, il papa che non
pronunciò una sola parola di pubblica condanna sul genocidio e sulla
deportazione degli ebrei di Roma, gettasse una macchia indelebile su tutta
la Chiesa. Fu infatti il suo predecessore, quel Pio XI temuto da Hitler e
odiato da Mussolini - al punto che i suoi discorsi venivano spesso
censurati nella stampa di regime - che per primo si assunse l'onere di un
pubblico pronunciamento sulle persecuzioni.
Racconta Rosetta Loy nel suo ultimo libro (La parola ebreo,
Einaudi) che Pio XI non solo condannò pubblicamente e con le
lacrime agli occhi le persecuzioni antiebraiche, ma commissionò al
gesuita franco-americano John La Farge la prima stesura di un'enciclica
contro qualsiasi forma di razzismo. Un'enciclica che purtroppo gli giunse
solo a poche settimane dalla morte, che ufficialmente non fu da lui mai
letta (il sospetto è che gli venne volutamente celata) e che con
l'avvento di Pio XII poi scomparve misteriosamente nel nulla.
Oggi questa encyclique cachéè, l'Humani Generis Unitas, è stata
pubblicata in Francia, dopo essere ricomparsa in un oscuro archivio negli
Stati Uniti, e presto verrà pubblicata anche in Italia. Fosse stata resa
nota, coi crismi papali, prima che la Shoah prendesse il suo avvio,
probabilmente avrebbe influito sulle coscienze delle decine di milioni di
europei di educazione e fede cattolica che chiusero gli occhi di fronte al
genocidio (commettendo quello che Broch ha definito crimine di
indifferenza bestiale), o che nei peggiori dei casi vi parteciparono
direttamente.
A guerra e sterminio ormai conclusi, si deve probabilmente anche a
uno studioso ebreo francese l'inversione di rotta operata da Papa Giovanni
XXIII. Jules Isaac, che al momento dell'occupazione nazista insegnava alla
Sorbonne di Parigi, cominciò la sua ricerca sin dal 1943, mentre sua
moglie e altri suoi congiunti venivano avviati alle camere a gas, nel
tentativo di rispondere ad alcune domande non più eludibili: "... Come
è possibile la follia sterminatrice nazista dopo quasi duemila anni di
predicazione cristiana in Europa? Cosa è stato insegnato ai cristiani,
agli europei, sugli ebrei?".
Lo studioso francese, di cultura e attitudini sino ad allora
laiche, si dedicò così agli studi teologici. Sopravvisse alla guerra.
Lavorò nelle commissioni miste, formate cioè da cristiani ed ebrei, che
si riunirono in Svizzera per prendere in esame le cause e i meccanismi
della Shoah. Scrisse infine la memoria Della necessità di una riforma
dell'insegnamento cristiano nei riguardi di Israele. E con questo
documento si presentò nel 1960, ormai ottantatreenne, a Papa Roncalli:
secondo Cesare Mannucci, autore di un fondamentale saggio sull'argomento (L'odio
antico, l'antisemitismo cristiano e le sue radici, edito da Mondadori),
è stato anche grazie alle sue istanze che si deve la dichiarazione sul
giudaismo presente al punto 4 del documento Nostra Aetate sui non
cristiani.
Fu così cancellata l'accusa di deicidio. Dalle preghiere del
venerdì santo scomparve anche la terribile diciturai "perfidia
giudaica". Venne riconosciuto il legame con la stirpe di Abramo.
Vennero soprattutto ripudiati l'antisemitismo e "qualsiasi
discriminazione o persecuzione per motivi di razza o di colore, di
condizione sociale o di religione".
Il resto è ormai storia dei giorni nostri. Storia delle
parole e dei gesti di un Papa che nella Shoah ha visto scomparire molti
visi conosciuti e amici e che, contro il parere delle fasce più
integraliste delle gerarchie ecclesiastiche, ha riconosciuto lo Stato di
Israele, ha visitato in forma ufficiale la sinagoga di Roma, ha definito
gli ebrei nostri fratelli maggiori ed ora ha dato il via a una
riflessione la cui portata, anche fuori dalle contingenti attese create
nell'opinione pubblica mondiale, lascia immaginare una scalata ad
orizzonti assolutamente da vertigine.
Se si fosse trattato solo di mondare artificiosamente la
coscienza della chiesa cattolica da quello che è stato il suo più
inconfessabile male, non c'è dubbio che ciò sarebbe avvenuto senza il
bisogno di scomodare i 60 saggi. Ma basta scorrere i titoli delle
relazioni tutte incentrate sulle figure e i testi sacri del cristianesimo,
per capire che anche le più che legittime paure del mondo ebraico su un
eventuale e opportunistico aggiustamento delle posizioni in vista di nuovi
tentativi di evangelizzazione, siano in questo caso, così come è
augurabile, probabilmente infondate. E che anzi il meccanismo che si è
messo in moto appare tutto interno alla chiese cristiane, e sarà con ogni
probabilità dei non più facili da governare.
Il semplice sottolineare che Gesù era un ebreo, il
prendere in esame i vangeli domandandosi di quanto antigiudaismo siano
essi portatori, o ancora il definire Miriam, Maria, figlia di Sion (come
ha fatto Aristide Serra della facoltà Teologica di Roma nel titolo del
suo intervento), già di per sé, a prescindere anche dai paletti che
Karol Wojtyla porrà nella dichiarazione a venire, ripropongono di fatto,
intenzionalmente o meno, domande rimaste sinora eluse e più o meno
etichettate col marchio dell'eresia.
Le stesse che si è posto Hans Kung nella sua ricerca sulla dimensione
storica e teologica di un Cristo figlio del giudaismo. Le stesse che hanno
portato l'ecclesiastico anglicano Samuel G. F. Brandon, autore di Il
processo a Gesù, a considerare Cristo come appartenente al filone
giudaico apocalittico (un uomo, ha scritto Cesare Mannucci, che "opera,
soffre e muore animato da fede e speranze giudaiche"). Le stesse
sollevate tanto da studiosi di educazione cristiana, come la statunitense
Paula Fredriksen che ha messo in rilievo la radicale contrapposizione tra
i vangeli canonici e il pensiero di quelli che allora erano i seguaci
palestinesi di Gesù, quanto da studiosi di area ebraica come i Winter, i
Carmichael e i Lapide.
Sono domande che suggeriscono ben altre risposte rispetto a
quelle sinora date sulla frattura tra giudaismo e cristianesimo - anche
uno studioso non in odore di eresia come Paolo Sacchi ha ribadito in Storia
del Secondo Tempio (SEI editrice) come sia "difficile non
considerare ebraico tutto il Nuovo Testamento"; domande che non
possono esaurirsi in ambito teologico, ma che si riflettono con luce
propria e a molteplici livelli anche sui più terribili avvenimenti
storici e in particolare sullo sterminio hitleriano.
Di fronte all'inumanità dell'ideologia nazista, del suo far
leva sui sentimenti antigiudaici cattolici e protestanti per pianificare
una strategia di morte che fondamentalmente restava anche anticristiana,
tornano in mente non solo alcune ipotesi che indicavano proprio nella
comunità cristiana, perché così intimamente legata al giudaismo, la
probabile prossima vittima del genocidio, ma anche altre sconvolgenti
considerazioni. Queste considerazioni, riportate da Léon Poliakov
nell'ormai storico Il nazismo e lo sterminio degli ebrei (Einaudi),
furono in qualche modo premonitrici dello sterminio e portano la
firma dell'ebreo Sigmund Freud e del cattolico Jacques Maritain. I quali
individuarono nell'antisemitismo originale innanzitutto la rivolta dei mal
battezzati. Una ribellione contro la legge morale, un odio frenetico e
inconfessabile contro il Cristo (e contro quella Croce che secondo Henrich
Heine restava l'unico talismano capace di addomesticare l'Europa e la
Germania) destinato a "volgersi, unico sfogo lecito e autorizzato,
verso lo sconcertante popolo di Dio".
È proprio contro quest'odio dalle radici millenarie che oggi
Papa Wojtyla ha chiamato a raccolta le chiese cristiane: l'inizio di un
cammino in ricerca della verità, ed anche delle proprie origini, che si
annuncia tanto sofferto quanto di grandissimo e lunghissimo respiro.
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