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L'enfasi di un giorno e il pentolone dell'antisemitismo
Dà
da riflettere, quanto lo scrittore Alessandro Piperno ha scritto qualche
giorno fa sul Corriere della Sera: “Sono ostile al Giorno della
Memoria. Non per quello che rappresenta ma per quello che è diventato. C'è
qualcosa di estetizzante nella commozione delle scolaresche sgambettanti
sui prati di Auschwitz, ma ancor più nell'enfasi con cui i loro
insegnanti la reclamano al grido: «Non dimenticate»! Inoltre ho il
sospetto che i più pronti a sdilinquirsi sui sei milioni di ebrei
trucidati siano i primi a indignarsi con il settimo milione superstite la
cui prole oggi costituisce lo Stato di Israele”. Sì,
dà da riflettere. Non tanto per aver espresso a chiare lettere quella
sensazione di disagio che a volte ci coglie di fronte all’esponenziale
moltiplicarsi di iniziative che col rigore e la sobrietà con cui andrebbe
celebrato il ricordo della Shoah poco hanno a che fare (e che altre volte
più che d’incenso puzzano di zolfo e di business: editori che si fanno
in quattro per avere in catalogo almeno un testo di un sopravvissuto;
conferenzieri retribuiti a peso d’oro; guitti e saltimbanchi lesti come
non mai a confezionare piece strappalacrime a buon mercato da
rifilare a scuole ed enti locali). Quanto,
dà da riflettere, per aver messo il dito nella piaga della superficialità
e della non coerenza che è il vero vulnus della Memoria. Ovvero nella
propensione a manifestare tutta l’empatia possibile con le sofferenze
delle vittime di 60 anni fa nel carnaio Europa. E nel contempo ad essere
disinteressati o incapaci di prendere coscienza di quello che continua a
ribollire oggi nel pentolone dell’antisemitismo. Che
è esattamente, come lo è sempre stato in passato, fetido e proteiforme.
Nel perpetrarsi del pregiudizio ideologico “antisionista” nei
confronti di quel “milione superstite” che ha dato vita ad Israele.
Nella persistente e ostinata rimozione delle responsabilità
dell’antigiudaismo cristiano nel conformarsi della Shoah. Nella non
volontà di farsi argine, barriera ad ogni costo mai più valicabile,
contro i venti anti ebraici che spirano forte dal Medio Oriente al Vecchio
Continente. La
stessa indignazione che ci colpisce quando riandiamo con la memoria
alle vittime del nazionalsocialismo, dovrebbe far levare alte le nostre
voci, oggi, contro i Mahmoud Ahmadinejad di turno che negano lo
sterminio e predisponendosi ad armarsi con l’atomica predicano la
distruzione di Israele. Contro il moltiplicarsi degli atti di violenza nei
confronti delle comunità ebraiche europee. E anche contro chi in Italia,
all’ombra dei grandi numeri della maggioranza in Parlamento, predica
bene ma continua come sempre a razzolare male. Non vietandosi persino di
proporre una legge che parifichi gli aguzzini di Salò – “militari
belligeranti” che con le deportazioni degli ebrei italiani nel lager
ebbero molto a che fare – ai partigiani che combatterono loro e i loro
complici nazisti. Alberto
Melis
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