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 Il sogno del giostraio che si ribellò agli orchi nazisti

 

 

Hugo Höllenreimer, giostraio tedesco, nel 1943 aveva nove anni e uno di quei desideri ricorrenti, per metà sogno e per metà ossessione, tipici dei bambini della sua età: quello di poter viaggiare a lungo, un giorno, in treno. Niente però poteva fargli immaginare che molto presto il sogno, concretizzandosi, si sarebbe trasfigurato in incubo. Perché il primo treno della sua vita trascinò lui e la sua famiglia ad Auschwitz - Birkenau. Dove venne rinchiuso insieme a suo fratello Manfred prima nel Kinder Block e poi nella famigerata “Baracca 15”, quella dei bambini, soprattutto gemelli, sui quali Josef Mengele, il Dottor Morte del lager, eseguiva i suoi esperimenti pseudoscientifici.

Quando Hugo oggi racconta il buio di quei giorni e quelle notti, di lui che si è salvato e dei suoi familiari che sono scomparsi – lo ha fatto in una lunga video intervista concessa alla storica Giovanna Boursier – non usa mai la parola ebraica Shoah ma un’altra che è un suo sinonimo. Perché Hugo appartiene alla comunità dei sinti, quella che insieme ai rom e ai manush compone la grande famiglia “zingara” europea. E perché nella sua lingua, il romanes, il genocidio che devastò il suo popolo e che causò la morte di almeno 500 mila persone, viene chiamato Porrajmos, il Grande Divoramento.

A più di sessant’anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, è questa una delle parti della Storia rimaste ancora celate nell’ombra, di cui non tutto si conosce e ciò che si crede di sapere è a volte lacunoso o fuorviante.

Perché il regime nazionalsocialista pianificò, con volontà omicida pari solo a quella profusa nei confronti degli ebrei e dei disabili, lo sterminio di quelli che con secolare disprezzo venivano definiti “zigeuner”? E per quale motivo, almeno in un primo momento, la loro sorte non sembrò iscritta nello stesso albo nero di quelli che Heinrich Himmler definiva Scheinvolk, “psuedo popoli” destinati alla morte?

Nella complessa architettura ideologica nazista, che coniugava pregiudizi e rancori di antiche radici (come nel caso dell’odio atavico nei confronti degli ebrei) con quelle che allora erano considerate le più moderne teorie eugenetiche, ai sinti tedeschi venne riservata un’attenzione del tutto particolare. Poiché essi appartenevano pur sempre a un ceppo di arische Rasse, di razza indoeuropea e ariana, e di conseguenza la loro pur eclatante e irriducibile diversità non bastava a iscriverli automaticamente nel catalogo dei sub umani da eliminare.

Alle persecuzioni iniziate molto prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale (la prima deportazione nel campo di concentramento di Dachau è del 1936), si coniugherà così un’imponente lavoro di “ricerca” coordinato dal Centro di Igiene Razziale di Berlino. I suoi principali artefici, Robert Ritter, psichiatra e neurologo di Tubinga, e la sua assistente Eva Justin, dopo aver esaminato 148 bambini sinti ospitati in un orfanotrofio, prima elaborarono una delirante teoria secondo la quale il loro sangue sarebbe stato contaminato dal gene “del Wandertrieb”, a loro dire responsabile dell’animalesca pulsione al nomadismo, per poi arrivare, dopo ulteriori ricerche basate su criteri di misurazione e catalogazione antropometrica non dissimili da quelli utilizzati da Cesare Lombroso, alla conclusione che “…gli zigeuner risultano come un miscuglio pericoloso di razze deteriorate [...] che ha ben poco a che fare con gli zigeuner originari”.  

Scrive il dottor Ritter, il 20 gennaio del 1940: Gli zigeuner non sono affatto zigeuner, bensì ibridi con il sottoproletariato dei criminali e degli asociali tedeschi. [...] Ne segue che per un incrocio razziale indigeno, gli zigeuner si mescolano prevalentemente con vagabondi, asociali, criminali ed a causa di ciò si è prodotto un sottoproletariato (…) che è costato allo Stato somme incalcolabili per l'assistenza”.

E’ con queste parole, una vera e propria sentenza di morte, che il destino dei sinti tedeschi, anche di quelli già assimilati (come il padre di  Hugo Höllenreimer che lavorava nell’esercito), viene consegnato al Porrajmos, il Grande Divoramento. Una sorte che insieme a Hugo e ai suoi familiari, coinvolgerà decine di migliaia di piccole e grandi comunità in tutta Europa. La maggioranza delle quali eliminate direttamente sul posto dalle squadre speciali delle SS (tra le quali le famigerate Einsatzgruppen e le divisioni Totenkopf “testa di morto” che agirono nei territori orientali occupati dalla Wehrmacht), e solo in parte deportate nei campi della morte, tra i quali Chelmno e Auschwitz - Birkenau.

  E’ in quest’ultimo teatro dell’orrore che nella primavera del ’44 si concretizza uno dei rarissimi episodi di resistenza alla sopraffazione all’interno dei campi di concentramento nazisti. A raccontarlo è Marcello Pezzetti, docente dell’Università di studi sulla Shoah dello Yad Vashem di Gerusalemme e fondatore della videoteca del Centro di Documentazione Ebraica di Milano, nel dvd A forza di essere Vento.

Ai primi di maggio il nuovo responsabile del campo, Josef Kramer, decide l’eliminazione dei deportati rom e sinti, intere famiglie con un numero altissimo di bambini, reclusi nello Zigeunerlager. Ma a questo punto accade qualcosa di fuori dall’ordinario. «Uno dei comandanti del campo – spiega Pezzetti - avverte gli zingari di quello che sta succedendo. E quando il 16 maggio le SS si presentano per liquidare il campo, scoppia una resistenza tanto imprevedibile quanto incredibile. Qualcosa di straordinario. Gli zingari, praticamente a mani nude, con dei piccoli coltelli e con piccole armi improprie, contrastano la volontà delle S.S. di portarli allo sterminio. Le madri si lanciano contro di loro per salvare i bambini. È qualcosa di immenso, qualcosa di cui si dovrebbe sempre parlare in modo iperbolico, quando si parla di resistenza: perché solo pochi altri atti eroici di resistenza sono paragonabili a questo».

La disperata volontà dei padri e delle madri rom e sinti, non avrà comunque un esito positivo. Perché la liquidazione dello Zigeunerlager sarà solo rimandata di qualche mese. «Abbiamo molte testimonianze, anche di ebrei italiani, - racconta ancora Pezzetti - che hanno assistito sia allo scoppio della rivolta sia alla liquidazione del due agosto. Tutti ricordano questi fatti come i più tristi e tragici. (…) Perché la presenza dei bambini zingari dava vita all’intero campo e dopo il due agosto non c’era davvero più vita».

Solo un assoluto, assordante silenzio.

 

Alberto Melis

 

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 Grande Divoramento - I libri e i Dvd sulla tragedia oscura

L’idea di produrre un Dvd sul Porrjamos è stata di Paolo Finzi, storico direttore di A – Rivista Anarchica di Milano, grande amico di Dori Grezzi e Fabrizio De André, che al popolo rom dedicò Khorakhanè, una delle sue più belle e struggenti canzoni.

A forza di essere Vento (Edizioni A, due Dvd più un volume di 72 pagine, 30 euro), il cui titolo è stato mutuato dal testo della composizione del cantautore genovese, è oggi il documento più completo sul Grande Divoramento esistente in commercio. Perché oltre alla lunga video intervista a Hugo Höllenreimer, il giostraio sinto che da bambino venne torturato da Josef Mengele, e a un’altra parimenti significativa al rom Mirko Levak, anch’egli sopravvissuto ai lager, presenta una grande mole di materiali storici, la registrazione di un concerto – denuncia di Moni Ovadia e la precisa cronistoria dello Zigeunerlager di Auschwitz II - Birkenau ricostruita da Marcello Pezzetti.

Disponibili per un approfondimento del tema, in prossimità della Giornata della Memoria, sono anche diversi volumi. Tra i quali si distinguono Zigeuner, lo sterminio dimenticato (Sinnos ed., 92 pag, euro 10,50), di Giovanna Boursier, Massimo Converso e Fabio Iacomini, nel quale vengono ripercorse le tappe dello sterminio, e il racconto autobiografico La lente focale – Gli zingari e l’Olocausto (Marsilio ed. 148 pag, euro 12,39), del sinto Otto Rosemberg.

Tra le opere di narrativa dedicate ai ragazzi, oltre All’ombra del lungo camino di Andrea Molesini (Mondadori, pag. 117, euro 7,50), tutto giocato sulla virtù del coraggio e il potere dell’immaginazione, imperdibile è Misha corre (ancora Mondadori, pag. 212, euro 12), del grande scrittore statunitense Jerry Spinelli, dove si narra la storia di un bambino rom che lotta per la sopravvivenza nel Ghetto di Varsavia.Dedicato anche agli insegnanti che a scuola intendono affrontare l’argomento è invece Sissel e gli altri (Condaghes ed., pag. 204, euro 7), che offre, oltre a molto materiale documentario sulla Shoah e sul Porrajmos, il resoconto di un percorso didattico incentrato sulla metodologia dell’apprendimento cooperativo, dimostratasi efficace nel gestire le difficoltà psicologiche dei bambini e dei ragazzi nell’approccio a una storia così intrisa di dolore e violenza.

Da consigliarsi invece solo agli adulti e ai ragazzi più maturi è l’accesso a internet, che pure offre numerosi materiali di grande pregio. A cominciare dal documentario girato da Paolo Poce e Francesco Scarpelli Porrajmos – una persecuzione dimenticata (scaricabile all’indirizzo www.ngvision.org/mediabase/284), per continuare con le testimonianze proposte dal sito Olokaustos (www.olokaustos.org) e da Radioparole (www.radioparole.it).

Chi invece volesse mantenersi aggiornato su come la comunità dei rom e dei sinti italiani si appresta a celebrare la Giornata della Memoria, in un clima di rinnovato pregiudizio che pesa come una cappa anche sui più giovani, può esplorare il sito Everyone (www.everyonegroup.com). Qui troverà anche una storia di oggi, quella di Rebecca Covaciu, una ragazzina romnì dotata di straordinarie capacità artistiche i cui disegni sono stati esposti nel Museo di Arte Contemporanea di Hilo, negli Stati Uniti, ma che stenta ancora a trovare una sua patria, un luogo - rifugio dover poter vivere e crescere serenamente.

A.M.

 

 

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