Molti
villaggi sono stati abbandonati. Alcuni capifamiglia si sono
tolti la vita per la vergogna di aver perso le mandrie
simbolo di ricchezza e benessere
Il
suicidio dei tuareg decimati dalla carestia
In
Niger la fame colpisce le popolazioni nomadi e il loro
bestiame
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Un
bambino malnutrito in Niger (Ansa)
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DAL
NOSTRO INVIATO
TANZAI (Niger) — Non ci
sono bambini festanti, né capre puzzolenti ad accoglierti a
Tanzai. Il villaggio, a poco più di trecento chilometri da
Agadez, isolato in mezzo al semideserto, è vuoto. Le sue
misere abitazioni di fango e paglia sono state abbandonate in
fretta. Si può entrare e vedere. Resta qualche straccio che
serviva come giaciglio, un fornellino di fil di ferro pieno di
cenere, un otre. Le porte quasi tutte aperte, segno che il
padrone di casa e la sua famiglia non torneranno. Quello che
impressiona di più è il silenzio, inusuale e inquietante.
Normalmente, un villaggio come questo alle 9 del mattino è
pieno di vita. Qui, nulla. Solo davanti a una porta, ben
legata a un cespuglio, c’è una capretta striminzita. Sembra
faccia la guardia alla stamberga, la sola con la porta coperta
da un telo svolazzante, sporco fino all’inverosimile.
Nell’unica stanza ci sono due bambini. Il più grande, avrà
10 anni, alla vista del visitatore bianco, che fa capolino
dalla porta scostando la tenda, resta impietrito dalla paura.
Ci vogliono cinque o sei minuti — e mezza baguette di
pane—perché capisca che non ha niente da temere. Si chiama
Babai: «I miei genitori sono andati via emi hanno lasciato
questo cestino di cibo—racconta mostrando un recipiente
pieno di cetrioli selvatici. Poi indicando un altro bimbo, che
avrà sì e no tre anni, raggomitolato su una stuoia — . Io
e mio fratello Awalu siamo ammalati. Per questo non ci hanno
portati con loro». I genitori hanno preso con sé gli altri
sei figli, raccattato tutti gli animali e sono andati nella
città più vicina, Tanout, a vendere tutto. Loro torneranno a
prendere i due ragazzini, come tornerà il marito di Absatu,
20 anni, anche lei nascosta con la suocera Jaru e il suo bimbo
di 10 giorni, Mamasani, in una delle abitazioni di Tanzai,
ridotta da duecento a cinque anime. Ma gli altri, quelli che
dietro non si sono lasciati niente, loro non torneranno più.
La
carestia in Niger non ha colpito tutti. La maggior
parte dei villaggi vive in buone condizioni. Gli adulti,
soprattutto, non hanno grandi problemi. Nessuno di loro
rischia di morire. Nella cultura africana, assai diversa dalla
nostra, se c’è un tozzo di pane non lo si dà al bimbo che
deve crescere, mapiuttosto al padre e alla madre che devono
lavorare e procurare il cibo per l’indomani. Qui i problemi
legati alla fame sono provocati, più che dalla carestia e
dalle cavallette, che hanno colpito il Paese l’anno scorso,
dalla povertà. I prezzi sono saliti e la gente più indigente
non ha soldi per comprare miglio, riso e altri generi
alimentari. Così — quando ce li ha—è costretta a vendere
gli animali. Un disonore, soprattutto per le popolazioni
nomadi del nord del Paese, i tuareg e i poel (chiamati anche
fulani), che perdono così il simbolo della loro condizione
sociale, della ricchezza e del benessere. Chi non ha animali
viene considerato un inetto, un incapace, uno sciocco da
deridere.
Raccontano
che nei pressi di Agadez, la capitale dei tuareg,
alcuni capifamiglia non abbiano saputo resistere alla vergogna
di essere rimasti senza le loro mandrie e, piuttosto che
muoversi (e farsi vedere) senza capre, asini e cammelli, si
siano suicidati. «È vero — c o n f e r m a Mohammed Azohor,
capo di Kelferuar, villaggio a 700 chilometri da Niamey, la
capitale del Niger —. La crisi è cominciata l’anno
scorso, quando gli animalimorivano perché non avevano nulla
da mangiare. Uno di noi ha perso 59 cammelli. Ora stanno
scomparendo anche i capi che hanno resistito alla carestia
dello scorso anno. Sono deboli e ammalati. Nonostante la
pioggia e l’erba che ricresce non riescono lo stesso a
sopravvivere». Jandù lavora a Radio Niger. Fa il
corrispondente da Aderbissinat, un grosso centro tuareg a 200
chilometri da Agadez. «Ad Aderbissinat—sottolinea—
abitano 43 mila persone. Le autorità hanno inviato solo 50
tonnellate di mais e miglio, cioè poco più di un chilo a
testa!». Ma la distribuzione del cibo da sola non può
risolvere la situazione. Per i nomadi, che rappresentano il
20% della popolazione, più che il miglio e il riso, sono
importanti il latte e la carne. «Ripopolare le loro mandrie,
decimate per il 70 per cento, non significa solo dar loro da
mangiare, ma riabilitare il loro sistema di vita, basato
essenzialmente sull’allevamento», sostiene LauraBellinger
dell’organizzazione umanitaria Care International.
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