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Charles
de Foucauld fratello dei tuareg
La StampaWeb 3/12/2005
 
http://www.lastampa.it/_settimanali/ttl/estrattore/Tutto_Libri/art10.asp
<<Da
quando ho saputo della morte del nostro amico, vostro fratello Charles, i miei
occhi si sono chiusi, tutto è oscuro per me; ho pianto e ho versato molte
lacrime e sono in grande lutto. La sua morte mi ha dato tanto dispiacere, più
che a lei ... Charles il marabutto non è morto solo per voi, è morto anche
per tutti noi. Che Dio gli dia la misericordia e che ci incontriamo con lui in
paradiso».
Così scriveva il musulmano Musa agg Amastan a Marie de Blic, sorella di
Charles de Foucauld, all'indomani della morte violenta di quel nobile
irrequieto ex militare francese che si era ritirato a vivere povero tra i
poveri nell'Hoggar algerino. Oggi, a distanza di quasi novant'anni da quella
morte e a poche settimane dalla beatificazione di fr. Charles, può essere
estremamente prezioso ripercorrere i rapporti tra questo "fratello
universale" e l'islam: possiamo scoprire in questa intensa, travagliata
esperienza, una pista di riflessione e di comportamento per la nostra
situazione di difficile dialogo tra culture e religioni. Perché in realtà
Charles de Foucauld non ha incontrato l'islam, una realtà disincarnata e
monolitica, ma ha incontrato uomini, donne e bambini di fede islamica, suoi
fratelli e sue sorelle in umanità. Così è, del resto, ancora oggi per
ciascuno di noi, in questa nostra società che in modo sovente scomposto e
riluttante si avvia ad accettare di essere multiculturale, multietnica e
multireligiosa: nel nostro quotidiano non incontriamo mai una dottrina, un
sistema di dogmi, un insieme di postulati, ma piuttosto dei credenti in carne
e ossa, degli esseri umani che si interrogano sul senso della loro esistenza e
che cercano - e, a volte, trovano - risposte nella fede tramandata loro dalle
generazioni che li hanno preceduti. È quanto emerge come filo conduttore del
coinvolgente percorso intrapreso da piccola sorella Annunziata di Gesù negli
scritti e nella vita di fr. Charles. Ne emerge il ritratto di un uomo che,
affascinato dal mondo magrebino già negli anni della turbolenta giovinezza
militare, vi ritorna come discepolo di Gesù di Nazaret alla ricerca non di
una solitudine sempre più estrema, ma di una comunione ogni giorno più
profonda, di un abbandono sempre più fiducioso in Dio, in mezzo ai poveri e
agli ultimi, "abbandonati" al Dio clemente e misericordioso. Così
osserva acutamente l'autrice: fr. Charles «si era lasciato coinvolgere
personalmente, contagiare, addirittura “sedurre” dall'atteggiamento di
fede di persone e gruppi concreti con i quali era venuto a contatto, ed era
stato proprio il suo primo incontro concreto con l'islam a suscitare in lui
una crisi spirituale profonda ... e a indurlo a tornare, da cristiano, tra
quei credenti nel Dio unico per testimoniare loro, con la vita, Gesù e il suo
Vangelo... Intendeva ricambiarli del dono ricevuto in gioventù, ma attraverso
una presenza discreta e silenziosa, senza imposizione e spirito di conquista,
senza clamore e ostentazione, nello spirito di “farsi tutto a tutti per dare
tutti a Gesù”». E quei semplici credenti lo avevano capito. Così Musa agg
Amastan conclude la sua testimonianza su fr. Charles: «La gente dei
tuareg-Hoggar l'amava molto profondamente durante la sua vita, e anche ora
amano la sua tomba come se fosse vivo. Così le donne, i bambini, i poveri,
chiunque passi accanto alla sua tomba lo saluta dicendo: “Che Dio elevi il
rango del marabutto in paradiso, perché ci ha fatto del bene durante la sua
vita”».
Enzo Bianchi
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