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E'
PIU' CHE MAI ATTUALE IL MESSAGGIO
DI CHARLES DE FOUCAULD
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MEO
ELIA
La figura di Charles de Foucauld ha sempre esercitato in molti di noi un
indubbio fascino. La sua spiritualità, mediata in particolare dal testo
classico di René Voillaume, Come loro, ha avuto un influsso
particolare negli anni fecondi attorno al concilio. Oggi il clima ecclesiale
è cambiato: il minimo che si possa dire è che lo spirito e le scelte di
fratel Carlo non sembrano avere molto seguito. La chiesa sembra preoccupata di
altre cose. Ma, proprio per questo, crediamo che la sua testimonianza e il suo
messaggio siano "attuali" e possano offrire salutari richiami. Ne
hanno bisogno non solo la missione ad gentes, ma anche la pastorale
delle nostre chiese e, ancora prima, la stessa concezione della vocazione
cristiana nel nostro tempo.
Recenti interventi ecclesiali sembrano proporre un cambio di
tendenza. Segnaliamo, in particolare, la Novo millennio ineunte, gli
Orientamenti pastorali della Cei per il primo decennio del 2000,
l’Istruzione Ripartire da Cristo della Congregazione per gli istituti di
vita consacrata. Ad essi possiamo aggiungere il riconoscimento della
"eroicità delle virtù" di Charles de Foucauld (24 aprile 2001)
fatto che non solo autentica la sua vita spirituale ma anche la pone come
modello per tutti i cristiani d’oggi. Sono indicazioni importanti, che fanno
bene sperare.
"GRIDA
IL VANGELO CON LA TUA VITA"
Avevamo annunciato nel programma di M.O. per il 2002 un dossier dedicato a
Charles de Foucauld. Nel frattempo abbiamo iniziato questa rubrica,
nell’intento di aprire una riflessione sul "come" della missione,
ritenendola un’esigenza del particolare momento ecclesiale che stiamo
vivendo, non solo nel nostro paese. Ci è sembrato più opportuno, allora,
anziché un dossier già tutto compiuto e definito, dedicare la successione di
alcuni articoli della rubrica: a sottolineare la volontà di ricerca, di
confronto e di approfondimento anche con l’apporto, speriamo, dei nostri
amici.
Dal 24 al 26 maggio scorso si è tenuto nel monastero di Bose un
convegno internazionale di studi nel centenario dell’arrivo di Charles de
Foucauld nel deserto algerino. "Il convegno vuole testimoniare – diceva
la presentazione – come ancor oggi, più delle parole di uomini eloquenti e
della visibilità di grandi folle, sia feconda la testimonianza fedele e
silenziosa di chi non ha altro da offrire che la propria vita, vissuta secondo
l’Evangelo".
Viene qui indicato il centro della missione di fratel Carlo:
l’eloquenza di una vita secondo l’Evangelo. Sono due le dimensioni
fondamentali da cogliere: quella più facilmente avvertita è l’affermazione
dell’eloquenza dell’annuncio evangelico fatto con la vita; l’altra
dimensione, invece, è spesso dimenticata, con una superficialità che ha
conseguenze disastrose, perché rende evanescente e banalizza l’intero
messaggio di Charles de Foucauld: solo nella misura in cui una vita è secondo
l’Evangelo, ne è annuncio eloquente. È una condizione assoluta. Questo è
il problema: fratel Carlo ha vissuto l’Evangelo fino a diventare lui stesso
Evangelo, buona notizia per gli uomini, suoi fratelli.
Approfondiremo nei prossimi articoli questo
"presupposto", traendone le conseguenze per la missione e per la
vita cristiana. Per ora basti il richiamo a tenerlo presente in tutto quanto
andremo esponendo in queste pagine.
A PARTIRE
DALLA FEDE DEI MUSULMANI
La prima esperienza di "eloquenza della vita", Charles de Foucauld
l’ha fatta grazie all’islam. Giovane ufficiale, con alle spalle anni di
vita spensierata e del tutto lontana da ogni inquietudine religiosa, durante
la sua spedizione di ricerca in Marocco, si è trovato in contatto con il
senso di Dio e la testimonianza di fede del mondo musulmano: "L’islam
ha prodotto in me un turbamento profondo. La vista di questa fede, di queste
persone che vivono alla continua presenza di Dio, mi ha fatto intuire qualcosa
di più grande e di più vero delle occupazioni mondane. Mi sono messo a
studiare l'islam, e in seguito la bibbia" (Lettera a H. de Castries, 8
luglio 1901).
La seconda sua esperienza di "eloquenza della vita"
avviene al ritorno a Parigi, dove – racconta nella stessa lettera a H. de
Castries – rimane molto colpito dall’accoglienza calorosa della famiglia,
che non fa alcuna allusione al suo passato burrascoso ma solo esprime la gioia
di ritrovarlo: "Mentre ero a Parigi… mi trovai con persone molto
intelligenti, molto virtuose e molto cristiane; mi dissi che forse questa
religione non era assurda".
Il ruolo decisivo per la sua conversione è svolto dalla presenza
attenta e discreta di sua cugina, Marie de Bondy, di otto anni più anziana,
alla quale resterà legato da un profondo affetto durante tutta la vita. Il
suo influsso è tanto più efficace in quanto è silenzioso: "Ella ti
aiutava, mio Dio, ma con il suo silenzio, la sua dolcezza, la sua bontà. Era
trasparente: era buona e spandeva il suo profumo che attirava, ma non era lei
ad agire… Tu mi avevi attirato alla virtù attraverso la bellezza di
un’anima in cui la virtù mi era parsa così bella da rapire
irreparabilmente il mio cuore" (Scritti spirituali).
LA
SCOPERTA DELLA SUA VIA DI EVANGELIZZAZIONE
Nello stesso scritto appare un "pensiero" illuminante, che gli fa
intuire la portata missionaria che la sua vita avrebbe potuto avere: "Mi
facesti la grazia di ispirarmi questo pensiero: poiché quest’anima è così
intelligente, la religione che essa professa con tanta fermezza non può
essere una follia come penso io".
Osserva René Voillaume in una conferenza del 1° ottobre 1986:
"È attraverso l’irradiamento silenzioso della personalità cristiana
della cugina che Dio fece scoprire a Charles l’esistenza di una bellezza
morale e di una verità nel campo della fede. È lecito pensare che tale
esperienza abbia contribuito a fargli scoprire che la testimonianza silenziosa
di una vita può diventare una via di evangelizzazione. Ed è a una vita del
genere che egli si sentirà più tardi chiamato. Come avrebbe potuto non avere
dinnanzi agli occhi l’esempio che gli dava la cugina, quando scriveva: ‘Si
fa del bene non nella misura di ciò che si dice e di ciò che si fa, ma nella
misura di ciò che si è’? La venerazione che aveva per lei non poteva non
portarlo a imitarne l’esempio, concependo la propria vocazione come un
appello a gridare l’Evangelo con la propria vita" (R. Voillaume,
Conversione e vocazione di Charles de Foucauld, Bose 2002).
Il "pensiero", infatti, ricorre spesso quando progetta
le sue giornate. A Tamanrasset, nel 1909, scrive: "Il mio apostolato
dev’essere l’apostolato della bontà. Vedendomi si deve dire: ‘Poiché
quest’uomo è così buono, la sua religione dev’essere buona’. Se si
chiede perché io sono dolce e buono, devo dire: ‘Perché sono il servo di
uno assai più buono di me, se sapeste com’è buono il mio padrone’.
Vorrei essere buono al punto che si dica: ‘Se il servo è così, come sarà
il suo padrone?’ ".
Intende la sua presenza tra i tuareg come un "preparare i
non cristiani ad amare Gesù con il far loro apprezzare i suoi servi. Cioè:
mostrare cosa possa la potenza di Dio "nei suoi servi più
meschini", far vedere quali ricchezze gli si aprono.
Si può dire che il suo metodo di missione sia questo: vivere in
mezzo ai non cristiani la vita cristiana. I suoi atteggiamenti (simpatia per
ogni essere umano, il farsi tutto a tutti, l’amicizia offerta a chiunque…)
devono permettere agli altri di penetrare nel profondo della sua persona e
cogliervi la presenza del Dio salvatore. Attraverso la sua persona vuole
riuscire a mostrare il mistero di Gesù, il suo amore e la sua offerta di
salvezza. A ben vedere, è questo la missione: indicare, far percepire, far
cogliere la Sua presenza e la Sua auto-donazione.
LA
MISSIONE DI NAZARETH
Probabilmente è stata la sensibilità creata dall’influsso silenzioso ma
efficace della cugina Maria de Bondy per la sua conversione, a far cogliere a
fratel Carlo il mistero della presenza di Gesù a Nazareth, centro di tutta la
sua spiritualità apostolica. È una presenza salvifica ma silenziosa in mezzo
ai fratelli e sorelle suoi compaesani, senza particolari distinzioni da loro,
senza discorsi, senza miracoli, nella vita ordinaria, come tutti.
Decisiva è stata la meditazione sulla Visitazione. Sappiamo il
fatto: Maria compie un gesto familiare, si reca dalla cugina Elisabetta che
aveva bisogno di aiuto; proprio attraverso questo gesto spontaneo di affetto,
così ordinario, Maria si fa portatrice di Gesù in casa di Elisabetta.
Fratel Carlo fa parlare il Signore così: "Io mi sono donato
al mondo, per la sua salvezza, nell’Incarnazione, ma prima ancora di nascere
lavoro alla santificazione degli uomini, e spingo la madre mia a lavorare in
quest’opera insieme a me, fin dal primo momento in cui sono in lei. Ma, come
lei, spingo anche tutte le anime a cui mi dono. Dico loro di santificare le
anime portandomi silenziosamente in mezzo ad esse; lavorate tutte, tutte, alla
santificazione del mondo; come la madre mia, senza parole, in silenzio. Andate
a stabilire i vostri devoti rifugi in mezzo a coloro che mi ignorano;
portatemi tra di loro, per mezzo di un altare, un tabernacolo; e portate
l’Evangelo non predicandolo con la bocca, ma con l’esempio; non con una
proclamazione, ma vivendolo" (Scritti spirituali).
Da questa illuminazione nacque una delle sue pagine più belle,
un inno alla testimonianza cristiana: "Tutta la nostra vita, per quanto
muta sia … dev’essere una predicazione dell’Evangelo fatta con
l’esempio. La nostra intera esistenza, tutto il nostro essere deve gridare
l’Evangelo sui tetti. Tutta la nostra persona deve traspirare Gesù. Tutti i
nostri atti, tutta la nostra vita deve gridare che noi apparteniamo a Gesù,
deve presentare l’immagine della vita evangelica. Tutto il nostro essere
deve diventare una predicazione viva, un riflesso di Gesù, un profumo di Gesù,
qualcosa che gridi Gesù, che faccia vedere Gesù, che risplenda come
un’immagine di Gesù" (MSE, 314 meditazione).
Non erano solo sentimenti lirici. Sappiamo che la sua vita
effettiva aveva i contenuti estremamente concreti dell’Evangelo, ripensati e
attualizzati nel contesto in cui viveva. Ne parleremo. Qui ci interessa
sottolineare che la decisione di fratel Carlo di dare testimonianza nel
silenzio ("preparando così – ripete spesso – la strada per la
predicazione diretta dell’Evangelo") non è solo occasionale, per il
fatto di trovarsi in un ambiente musulmano, ma era da lui avvertita come sua
personale vocazione. Era stato affascinato dalla forza di irradiamento
dell’Evangelo che poteva avere una presenza che "mostra"
l’Evangelo, "lo grida", con la propria vita.
SOPRATTUTTO
BISOGNA VEDERE IN OGNI ESSERE UMANO UN FRATELLO
Anche le sue "fraternità" le sognava così. Significativo è
l’ultimo progetto da lui concepito, l’Associazione di laici missionari
(piccoli commercianti, agricoltori …) che sognava in particolare per
l’Africa del Nord. Le pagine degli statuti e delle lettere dedicate a questo
progetto offrono forse la sintesi più organica della concezione che Charles
de Foucauld aveva della missione; poiché riflettono l’esperienza dei suoi
ultimi anni, sono le meno "idealizzate" e le più concrete. In esse
sembra descrivere la sua vita.
"Con il loro esempio, i fratelli e le sorelle devono essere
una predicazione vivente: ognuno di loro deve essere un modello di vita
evangelica. Guardandoli si deve vedere cos’è la vita cristiana, cos’è
l’Evangelo, cos’è Gesù. Devono essere un Evangelo vivente: le persone
lontane da Gesù devono, senza libri e senza parole, conoscere l’Evangelo
vedendo la loro vita. L’esempio è la sola opera esteriore attraverso la
quale essi possono agire sulle anime che non vogliono ascoltare le parole dei
suoi servitori, né leggere i loro libri, né ricevere il loro aiuto, né
accettare la loro amicizia, né comunicare in alcun modo con loro: l’unico
modo di intervento su di loro è attraverso l’esempio. Ma quest’azione
mediante l’esempio è ancora più forte in quanto non suscita alcuna
diffidenza, poiché da essa è stata tolta ogni apparenza d’inganno o di
seduzione. I fratelli e le sorelle si sforzino di essere un Vangelo vivente
per tutte le persone intorno a loro" (Direttorio per l’Associazione dei
fratelli e delle sorelle del S. Cuore, 1908-1909).
Scrive a Joseph Hours, uno dei primi membri dell’Associazione,
il 3 maggio 1912:
"… Essere apostoli, con quali mezzi? Con i migliori, a
seconda di coloro ai quali si rivolgono: con tutti quelli con cui sono in
rapporto, senza eccezione, con la bontà, la tenerezza, l’affetto fraterno,
l’esempio della virtù, con l’umiltà e la dolcezza che sempre attraggono
e sono così cristiane; con alcuni, senza mai dir loro una parola su Dio,
essendo buoni come è buono Dio, mostrandosi loro fratelli e pregando; con
altri, parlando di Dio nella misura in cui sono in grado di accettarlo …
Soprattutto bisogna vedere in ogni essere umano un fratello.
‘Voi siete tutti fratelli, voi avete un solo Padre che sta nei cieli’.
Vedere in ogni essere umano un figlio di Dio, un’anima riscattata dal sangue
di Gesù, amata da Gesù, che dobbiamo amare come noi stessi e per la cui
salvezza dobbiamo lavorare.
Bisogna bandire da noi lo spirito militante: ‘Io vi mando come
agnelli in mezzo ai lupi’, dice Gesù … Quale distanza tra la maniera di
fare e di parlare di Gesù e lo spirito militante di coloro che vedono dei
nemici da combattere invece di vedere dei fratelli malati che bisogna curare,
dei feriti stesi per la strada con i quali bisogna essere buoni samaritani.
Sarebbe necessario che i genitori … inculchino ai bambini, fin
dalla tenera età, tornando incessantemente su di esse, le seguenti verità:
ogni cristiano deve essere apostolo, è un dovere di carità; il cristiano
deve considerare ogni essere umano come un fratello amatissimo … I non
cristiani possono essere nemici di un non cristiano, ma un cristiano è sempre
tenero amico di ogni essere umano; egli ha per ogni persona i sentimenti del
cuore di Gesù.
Essere caritatevoli, miti, umili con tutti: è questo che abbiamo
imparato da Gesù. Non essere militanti con nessuno. Gesù ci ha insegnato ad
andare ‘come agnelli in mezzo ai lupi’, non a parlare con asprezza, con
rudezza, a ingiuriare, a prendere le armi. Farsi tutto a tutti per donare
tutti a Gesù, avendo con tutti bontà e affetto fraterni, prestando tutti i
servizi possibili, cercando con loro un affettuoso contatto, essendo fratelli
amabili con tutti, per condurre a poco a poco le anime a Gesù, praticando la
mitezza di Gesù".
Pochi mesi
prima aveva scritto a Luis Massignon, che invitava a raggiungerlo nella sua
vita monastica, e che in seguito diventerà animatore dell’Associazione:
"Farete conoscenza con la popolazione, non le parlerete di dogmi, ma vi
farete amare e diventerete amico di tutti, finché non suonerà un’ora più
felice" (11 sett. 1911).
ALCUNI
PRIMI INTERROGATIVI
Continueremo le riflessioni, approfondendo la testimonianza di fratel Carlo.
Già fin d’ora, alcuni interrogativi vengono spontanei e ci interpellano
seriamente:
Se la chiesa
oggi sembra "afona" e non parlare agli uomini e donne del nostro
tempo, non è perché parla troppo, parla continuamente, parla di tutto,
e dà peso solo ai princìpi, alle verità "verbali"?
Poiché l’essenza della vocazione cristiana è la sequela di Cristo, perché
non si prende di petto il problema, chiedendoci come far sì che l’Evangelo
raggiunga e trasformi la vita di quelli che accettano di essere suoi
discepoli? È nella misura in cui questo avviene, che l’Evangelo diventa
"percepibile" e "parlante" al nostro mondo. Diventa
indispensabile e significativo, allora, il completamento di una citazione di
Fratel Carlo fatta in precedenza: "Si fa del bene non nella misura di ciò
che si dice e di ciò che si fa, ma nella misura di ciò che si è, nella
misura della grazia che accompagna i nostri atti, nella misura in cui Gesù
vive in noi e attraverso di noi …". (Direttorio 1908-1909).
In fondo, la prima indicazione che possiamo cogliere da Charles
de Foucauld è questa: essere missionari non è altra cosa dall’essere
discepoli: persone, cioè, che senza arroganza e strombazzamenti, in semplicità,
si propongono di vivere l’Evangelo in mezzo a fratelli e sorelle che non lo
accettano o semplicemente non lo conoscono. Quello che poi potrà accadere è
lasciato al mistero di Dio.
· Non abbiamo troppo "istituzionalizzato" la vocazione
apostolica? Non l’abbiamo incapsulata in troppe preparazioni specialistiche,
in cento forme di ministeri e di mandati, in diplomi e certificati, in
programmazioni, metodi, analisi e revisioni?
Fratel Carlo parla del cristianesimo come di un
"profumo", che emana dalla semplice esistenza: qualcosa di
"normale" per ogni vita cristiana, qualunque sia il suo livello. Hai
incontrato il Signore Gesù? Non importa la tua ottusità o la tua debolezza:
esprimi, già da subito, la tua gioia per l’incontro con lui: lì dove sei,
come sei, tra i fratelli e le sorelle con cui ti trovi.
La
seconda indicazione che possiamo cogliere da fratel Carlo è, quindi, l’ordinarietà
della vita apostolica per ogni cristiano. È "un modo di essere":
per l’essenza della missione non è richiesto nulla in più che l’essere
discepoli del Signore Gesù. Ma che lo si sia sul serio. È a questo che
occorre puntare. È a questo che si devono orientare tutti, ma proprio
tutti, gli impegni ecclesiali: vedremo, in seguito, che la vita di fratel
Carlo ci offre valide prospettive e suggerimenti.
Da dove può venire il rinnovamento del cristianesimo? Cosa può renderlo
significativo per il nostro tempo? La visibilità delle chiese? Il riscontro
delle piazze? La ricerca di avere peso e influenza nella guida della società?
I progetti culturali? Ancora: c’è da chiederci quale immagine di
cristanesimo presentino le folle di cristiani che hanno sempre più bisogno
del sensazionale, del miracolo, di apparizioni, di rivelazioni
"speciali".
Fratel Carlo ci dice che non è da un attivismo più forte che
possiamo aspettarci un rinnovamento: esso può venire solo dalla fedeltà
all’unico Evangelo di Gesù, fidandoci del suo esempio e del suo
insegnamento. E questo non porta allo spiritualismo, ma alla profezia. La
chiesa del terzo millennio è chiamata ad accettare il messaggio che le viene
dai suoi profeti. Basti pensare ai due problemi di fondo del nostro tempo: la
guerra e l’Evangelo della pace, la povertà nel mondo e la chiesa povera e
dei poveri.
Fratel Carlo dice, in sostanza, alle nostre comunità cristiane:
andate all’essenziale, insegnate come si diventa discepoli di Gesù di
Nazareth; fate incontrare la sua persona e la sua proposta; mostrate come
seguirlo effettivamente: nella quotidianità, nelle relazioni abituali, nelle
vicende della propria esistenza, a fianco dei fratelli e nella condivisione
dei loro drammi; con mezzi "poveri", cioè senza niente altro che la
propria persona, che la sua Parola raggiunge e plasma chi le si affida.
È possibile individuare degli itinerari formativi per questo
cammino? Lo chiederemo a fratel Carlo, nel seguito di questi articoli.
HA
VISSUTO L'EVANGELO
FINO A DIVENTARE LUI STESSO L'EVANGELO
MEO
ELIA
Secondo
articolo dedicato alla figura di Charles de Foucauld, nella rubrica
che si propone di riflettere sul "come" della missione.
Il messaggio che il mese scorso abbiamo colto in Charles de Foucauld era
l’affermazione dell’eloquenza dell’annuncio evangelico fatto con la
vita. È però necessario fare un passo in avanti e precisare: solo nella
misura in cui una vita è secondo l’Evangelo, ne è annuncio
eloquente.
Di Charles de Foucauld è stato detto che ha vissuto l’Evangelo
fino a diventare lui stesso Evangelo, buona notizia, per gli uomini
suoi fratelli. Sono rarissimi anche i santi di cui si possa realisticamente
dare questa definizione; Francesco d’Assisi e fratel Carlo sono tra questi.
Ma va detto che la conformazione a Cristo, ai suoi ideali più profondi, alle
sue scelte, ai suoi scandali e al suo stesso destino sono la prospettiva a cui
deve tendere ogni suo discepolo e la condizione per ogni forma di missione,
com’è affermato nella sana tradizione cristiana e come è rilanciato dai
due recenti testi programmatici, la Novo millennio ineunte, per tutta
la chiesa, e Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, dell’episcopato
italiano.
In questo articolo cerchiamo di cogliere come, attraverso
quali vie Charles de Foucauld è riuscito a rendersi somigliante a Cristo,
fino a diventare con la sua vita Evangelo per i fratelli. Fermeremo
l’attenzione su tre fattori particolarmente evidenti, che completeremo nel
seguito della nostra ricerca:
-
Fratel Carlo mostra l’importanza della conoscenza di Gesù storico,
attraverso un costante studio-meditazione-preghiera sui Vangeli. Non si
può amare una persona se non la si conosce. La conoscenza porta
all’amore, l’amore porta all’incontro, alla sequela e imitazione
profonda. Ed è da questo percorso che nasce anche il bisogno di
"far conoscere questa Persona", la missione. Nel 1902, dal
Sahara, scrive a un amico di liceo, rimasto agnostico: "L’imitazione
è inseparabile dall’amore… È il segreto della mia vita. Ho perso il
mio cuore per questo Gesù di Nazareth crocifisso millenovecento anni fa e
passo la mia vita a cercare di imitarlo, quanto lo può la mia
debolezza".
- L’itinerario di fratel Carlo è la prova del "passaggio" che
l’incontro con il Cristo storico provoca: porta inevitabilmente a
incontrarlo nei fratelli, in particolare i poveri. Scrive a Louis
Massignon il 1° agosto 1916, a quattro mesi esatti dalla morte: "Non
c’è, credo, un altro passo del Vangelo che mi abbia impressionato di più
e che abbia trasformato la mia vita più di questo: ‘Tutto quello che fate
a uno di questi piccoli, lo fate a me’ ".
- Tutta
l’esperienza spirituale di fratel Carlo richiama che la conformazione a
Cristo non è qualcosa che possiamo programmare noi. Possiamo anche
farlo, sapendo però che le cose andranno diversamente. Occorre, invece,
"affidarci a Dio", un Dio che opera negli eventi della nostra
vita.
I Vangeli, i fratelli, gli eventi: sono le tre componenti che, nelle mani di
Dio, forgiano il cammino spirituale di fratel Carlo, lo conducono dove non
aveva mai pensato di arrivare, conformandolo a Cristo, ma ad un Cristo molto
diverso da quello che inizialmente si era immaginato.
LE
TAPPE DI UN CAMMINO DI SOMIGLIANZA A CRISTO
Inizialmente, infatti, fratel Carlo è attaccato ad un progetto piuttosto
ristretto ed esteriore di imitazione di Gesù: desidera conformarsi in
un modo formale alla condizione di Gesù di Nazareth. Paradossalmente,
proprio a Nazareth, quando ha l’occasione di vivere alla lettera la vita
di lavoro e di nascondimento di Gesù, comincia a scoprire che Nazareth
è soprattutto un modo di essere e di vivere. Capisce che deve "stare
nel luogo in cui Gesù è, non correre nei luoghi in cui è stato"
(nov. 1897).
L’evoluzione lo porta nel Sahara, a condividere la vita dei
Tuareg e a farsi loro fratello: "La tua vita di Nazareth – scrive nel
1905 – può essere vissuta dovunque: tu vivila nel luogo dove può
essere più utile per il prossimo". Sempre nel 1905, parla del suo
cambio di direzione in una lettera al can. Caron: "I ritiri per il
diaconato e il sacerdozio mi hanno mostrato che la vita di Nazareth
bisognava condurla non nella Terra Santa tanto amata, ma tra le anime più
malate, le pecore più abbandonate. Il divino banchetto dovevo offrirlo non
ai parenti, ai ricchi vicini, ma agli zoppi, ai ciechi, ai poveri, ossia
alle anime che più hanno bisogno di preti".
La svolta era avvenuta al tempo dell’ordinazione sacerdotale
(9 giugno 1901). Scriveva, chiedendosi dove recarsi per fondare i piccoli
fratelli del sacro Cuore: "Non dove ci sarebbero più possibilità umane
di avere novizi, denaro, appoggi, no; ma nel luogo … dove andrebbe Gesù:
cioè verso la pecora smarrita, il fratello più malato, i più abbandonati,
quelli che hanno meno pastori…".
Nel Sahara avviene, non programmata, l’ultima tappa della
sua ricerca di imitazione di Gesù. Nel 1907 una lunga siccità ha
causato la carestia in tutta l’area. Fratel Carlo ha distribuito tutte le
sue provviste, per aiutare gli altri e a scapito della propria salute.
Spossato fisicamente e col morale a terra, ai primi di gennaio 1908 chiede
aiuti, ma non arriveranno che verso la fine del mese. Ma intanto i poveri
abitanti di Tamanrasset, nel vederlo distrutto dalla debolezza e dalla
febbre, si danno da fare e racimolano per lui tutto il latte di capra
reperibile nei dintorni. Il malato, a poco a poco, si riprende.
IL
MODELLO DELL’INCARNAZIONE
Solo in seguito coglierà, in parte, il significato che il fatto veniva ad
avere nel suo itinerario. Fino ad allora voleva essere povero, non chiedeva
nulla alla gente e non accettava nulla, per non essere condizionato. Al
contrario, era colui che distribuiva aiuti: agli occhi della gente
rappresentava l’avere, il potere coloniale e anche il sapere, con cui era
in grado di promuovere il progresso materiale. Ora, nella debolezza, nello
stato di annullamento in cui la malattia l’aveva ridotto, per i Tuareg non
era che un fratello nel bisogno.
Quando fratel Carlo scopre quello che i poveri hanno fatto per
lui – condividendo con lui tutto ciò che avevano, per salvarlo – la
relazione si inverte: colui che donava accetta ora di ricevere. Entra in
un rapporto di parità con i poveri. Anche grazie al lavoro linguistico
che sta facendo, inizia ad entrare in un vero dialogo, ad apprezzare
le persone e i tesori di un'altra civiltà, ad ascoltare, non solo a
trasmettere il proprio sapere e le proprie convinzioni. La sua è una vera e
propria "conversione", un salto di qualità per una vera
condivisione. È a questi livelli che è avvenuta l’Incarnazione, la kenosis
di Gesù (cfr. Fil 2). Non li aveva neanche immaginati: vi è stato
condotto.
Vivere Nazareth ormai non è più uno sforzo solo umano
per riprodurre un modello, ma un lasciarsi invadere, sempre più, da Gesù e
lasciare a lui tutti i comandi. La vita di fratel Carlo è diventata più
semplice, di una serenità radiosa, di un'estrema bontà e di un'umile
mitezza, dicono quanti l’hanno avvicinato negli ultimi otto anni. È una
vita centrata sull’essenziale, lasciando che Gesù viva in lui il suo
mistero d’Incarnazione in questi luoghi più abbandonati, perché i
poveri in lui ricevano la Parola.
L’UNITÀ
DI UNA VITA
C’è un’itineranza continua, fisica e spirituale, in fratel Carlo, ma la
sua vita è come unificata dall’amore appassionato verso la Persona
di Cristo, che lo spinge non solo a volerlo sempre più conoscere, imitare e
amare, sia direttamente che nei fratelli, ma anche a cercare un rapporto
personale con lui. Cristo per lui è una Persona viva, con la quale, a
partire dai testi evangelici, dialoga e di cui vuole far propri i pensieri,
i progetti, le scelte.
Il suo è spesso il linguaggio dei mistici, potremmo dire degli
innamorati, che parlano di unione delle persone, di scambi profondi, quasi
di fusione. È il linguaggio di un altro appassionato, Paolo di Tarso:
"Io vivo, ma non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me"
(Gal 2,20). Questo lo porta a volere come "continuare misticamente
l’Incarnazione di Cristo", osserva p. Peyriguère, uno dei suoi primi
discepoli a El Kbab, Marocco.
Già la Scuola spirituale francese (a cui si era formato l’abbé
Huvelin, guida fondamentale nell’itinerario di Charles de Foucauld)
presentava queste prospettive, ma fratel Carlo le ha vissute, con una
concretezza tutta sua. "Dobbiamo essere uno in Cristo…
Chiediamogli solo questo, che viva in noi, che ci faccia pensare i suoi
pensieri, dire le sue parole, compiere le sue azioni" (Lettera a p.
Jérôme, 1897).
Va notato che siamo lontani dall’intimismo. È una
spiritualità estremamente concreta, radicale nelle sue esigenze: si tratta
di offrire la propria umanità a Cristo perché egli possa, oggi, dove ci
troviamo, attraverso la nostra solidarietà rendere storicamente
presente la Sua solidarietà, attraverso la nostra vicinanza rendere
percepibile la Sua vicinanza, attraverso la nostra tenerezza far
sentire la Sua tenerezza. "In ognuno di noi – dice fratel Carlo –
tu, Signore Gesù, continui a essere presente tra i nostri
fratelli… Lasciamolo vivere in noi, permettiamogli di prolungare in noi
la sua vita di carità universale… rendendo le nostre parole, i nostri
pensieri, le nostre azioni, non più nostre ma di Gesù" (RD, 304).
"Vivere Cristo – commenta p. Peyriguère – è forse il
modo più efficace di proclamarlo: ci sono troppi apostoli che lo
diffondono, ma non abbastanza che lo vivono".
IL
SEGRETO
Nelle lettere a Louis Massignon, a cui fratel Carlo si apriva fraternamente
sperando che diventasse il suo continuatore tra i Tuareg, ripete spesso:
"Gesù ti guidi, ti illumini, viva sempre più in te: sempre più non
sia tu a vivere, ma sia lui a vivere in te".
Proprio a Louis Massignon fratel Carlo, al termine della sua
vita, confida quello che potremmo definire il segreto per imparare a "vivere
Cristo". È un consiglio di estremo interesse, in un tempo
in cui non era frequente che un ecclesiastico raccomandasse a un laico di
leggere la Scrittura1:
"Cercate
di trovare il tempo per leggere qualche riga dei Santi Vangeli, continuando
giorno per giorno, di modo che in un certo periodo passino interamente
sotto i vostri occhi, e dopo la lettura (che non deve essere lunga, dieci,
quindici, venti righe, mezzo capitolo al massimo) meditate per qualche
minuto, mentalmente o per iscritto, sugli insegnamenti contenuti in ciò
che avete letto… Bisogna cercare di impregnarci dello spirito di Gesù
leggendo e rileggendo, meditando e rimeditando incessantemente le sue
parole e i suoi esempi: devono passare nelle nostre anime come la
goccia d’acqua che cade e ricade su una pietra, sempre nello stesso
punto".
Frate Carlo parla di una meditazione "mentalmente o per iscritto".
Sappiamo, infatti, che nei primi anni dopo la sua conversione egli usava
scrivere le sue meditazioni sui Vangeli, in forma di riflessione e di
preghiera, ricavandone giovamento. In seguito ricorrerà alla meditazione
scritta solo in qualche occasione, particolarmente quando faceva più
fatica a concentrarsi nella preghiera.
ALCUNE
CONCLUSIONI
Grazie a Dio, oggi le chiese non hanno più paura della Scrittura e sempre
più insistono sulla centralità della Parola nella vita cristiana e
nell’attività evangelizzatrice. Il dato forse più significativo della Novo
millennio ineunte e di Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia è
la loro convergenza nel porre dinnanzi ai cristiani non tanto questa o
quella formula di pastorale, quanto semplicemente l’esigenza di vivere
l’Evangelo nella chiesa e in mezzo agli uomini del nostro tempo. Da
qui l’insistenza sul primato dato all’ascolto della Parola, a
livello personale e di comunità, il richiamo alla contemplazione del volto
e delle scelte di Cristo e alla necessità di assumere uno stile missionario
conforme a quello del Servo.
L’esperienza di fratel Carlo valorizza e potenzia questa
impostazione "rivoluzionaria":
1°
- Ci invita ad avere il coraggio di porre davvero al centro di tutto (della
pastorale, della catechesi, delle omelie, della missione e dell’intera
vita cristiana) l’evento Gesù nella sua storica concretezza. Tutto
il resto dovrebbe passare in second’ordine.
I cristiani sono testimoni della sua Persona, non di una dottrina. Per
comunicarsi a noi, Dio ha mandato suo Figlio, non un catechismo. Siamo
chiamati a conoscere lui, ad ascoltare lui, a proporre lui, a vivere lui.
La narrazione dei Vangeli è "normativa": ci rivela
innanzitutto non cosa noi dobbiamo fare per Dio, ma come lui si pone davanti
a noi, chi è per noi, correggendo le false idee di Dio che abbiamo in
mente; ci racconta come Dio, quando viene tra noi, vive la nostra vita
umana, con quale logica, con quali valori, con quali comportamenti; ci
mostra che le scelte fatte da Cristo sono a volte in totale capovolgimento
del "buon senso" o dell’andazzo del nostro mondo. Sono questi i
criteri con cui il cristiano è chiamato a camminare nel nostro mondo e
interpretare la realtà d’oggi, operando scelte che possono anche
risultare scandalose. Siamo chiamati a vivere come lui ha vissuto, fidandoci
della sua logica, anche quando i potenti dicono che in certe situazioni, ad
esempio di violenza e di menzogna, è opportuno metterla da parte.
2°
- Ci invita a scoprire che il Gesù dei Vangeli è un Gesù
"salvatore" e che diventare suoi discepoli è essere coinvolti
nella sua stessa passione per il Progetto del Padre, che riguarda la
salvezza, cioè l’auto-donazione della sua vita, per tutte le sue
creature.
Il 19 settembre 1911, fratel Carlo scriveva a Louis Massignon: "Insisto
sul fatto che qui troverete una maniera di conciliare felicemente il vostro
desiderio di una vita consacrata a Dio e impegnata ad amarlo e a servirlo
con tutto il cuore – servirlo, cioè lavorare per la salvezza delle anime,
essere salvatore, nella misura del possibile – secondo i desideri del
vostro Padre, desideri la cui realizzazione è uno dei metodi migliori per
fare del bene alla propria anima". A parte il linguaggio del tempo, la
definizione di cosa significhi "servire Dio" è chiara.
L’anno seguente, il 1° maggio 1912, gli scrive ancora, per
aiutarlo a capire la propria vocazione: "…È amando gli uomini che si
impara ad amare Dio. Il modo di ricevere la carità di Dio, è praticarla
nei confronti degli uomini. Io non so cosa Dio chieda a voi in particolare;
so però a cosa chiami tutti i cristiani, uomini e donne, sacerdoti e laici,
celibi e sposati: a essere apostoli, apostoli attraverso l’esempio,
attraverso la bontà, attraverso un contatto benefico, attraverso un amore
che richiede reciprocità e che porta a Dio: come Paolo oppure come
Priscilla e Aquila, ma sempre apostoli, ‘facendosi tutto a tutti per tutti
portare a Cristo’ ".
Non è la carenza di questa autocoscienza di chiesa e di
cristiano che permette il perdurare o addirittura il moltiplicarsi di forme
di un cristianesimo individualistico e d’evasione, in cui domina la
ricerca di emozioni e la fuga dalle responsabilità nei confronti degli
altri e della storia?
Infatti, è proprio l’incontro con Gesù di Nazareth e con la
concretezza della sua vicenda che fa sfuggire a fratel Carlo il rischio di
una pietà individualistica: vede nel Gesù storico colui che dà la vita
per tutti gli uomini e capisce che seguirlo significa entrare nella dinamica
dell’amore che si dona, che si spossessa di sé per vivere totalmente
proteso al Progetto del Padre suo, la cui gioia è l’incontro con ciascuno
dei suoi figli.
3°
- Ci invita a "unificare" la vita cristiana nella sequela di Gesù
di Nazareth e nella sua missione.
Gesù porta sempre al Padre: ci innesta nel suo rapporto filiale con il
Padre, nel suo totale riceversi dal suo amore e nel suo offrirsi a lui con
infinita fiducia. Così facendo ci mette a conoscenza della passione del
Padre, del suo desiderio di incontro; e ci coinvolge nella sua missione, che
è il lavoro perché l’incontro si realizzi.
Queste dimensioni di fondo del cristiano sono bene espresse in
una meditazione di fratel Carlo del 1896, da cui in seguito è stata tratta
la nota preghiera di abbandono. Ne presentiamo, a lato, in nostra
traduzione, il testo integrale. Riteniamo che é da queste radici che
possono nascere i discepoli di Gesù che "dicono qualcosa" al
nostro mondo: profeti con le scelte concrete della propria vita.
La
figura di Charles de Foucauld ha sempre esercitato in molti di noi un indubbio
fascino. La sua spiritualità, mediata in particolare dal testo classico di
René Voillaume, Come loro, ha avuto un influsso particolare negli anni
fecondi attorno al concilio. Oggi il clima ecclesiale è cambiato: il minimo
che si possa dire è che lo spirito e le scelte di fratel Carlo non sembrano
avere molto seguito. La chiesa sembra preoccupata di altre cose. Ma, proprio
per questo, crediamo che la sua testimonianza e il suo messaggio siano
"attuali" e possano offrire salutari richiami. Ne hanno bisogno
non solo la missione ad gentes, ma anche la pastorale delle nostre
chiese e, ancora prima, la stessa concezione della vocazione cristiana nel
nostro tempo.
Recenti interventi ecclesiali sembrano proporre un cambio di
tendenza. Segnaliamo, in particolare, la Novo millennio ineunte, gli
Orientamenti pastorali della Cei per il primo decennio del 2000,
l’Istruzione Ripartire da Cristo della Congregazione per gli istituti di
vita consacrata. Ad essi possiamo aggiungere il riconoscimento della
"eroicità delle virtù" di Charles de Foucauld (24 aprile 2001)
fatto che non solo autentica la sua vita spirituale ma anche la pone come
modello per tutti i cristiani d’oggi. Sono indicazioni importanti, che fanno
bene sperare.
"GRIDA
IL VANGELO CON LA TUA VITA"
Avevamo annunciato nel programma di M.O. per il 2002 un dossier dedicato a
Charles de Foucauld. Nel frattempo abbiamo iniziato questa rubrica,
nell’intento di aprire una riflessione sul "come" della missione,
ritenendola un’esigenza del particolare momento ecclesiale che stiamo
vivendo, non solo nel nostro paese. Ci è sembrato più opportuno, allora,
anziché un dossier già tutto compiuto e definito, dedicare la successione di
alcuni articoli della rubrica: a sottolineare la volontà di ricerca, di
confronto e di approfondimento anche con l’apporto, speriamo, dei nostri
amici.
Dal 24 al 26 maggio scorso si è tenuto nel monastero di Bose un
convegno internazionale di studi nel centenario dell’arrivo di Charles de
Foucauld nel deserto algerino. "Il convegno vuole testimoniare – diceva
la presentazione – come ancor oggi, più delle parole di uomini eloquenti e
della visibilità di grandi folle, sia feconda la testimonianza fedele e
silenziosa di chi non ha altro da offrire che la propria vita, vissuta secondo
l’Evangelo".
Viene qui indicato il centro della missione di fratel Carlo:
l’eloquenza di una vita secondo l’Evangelo. Sono due le dimensioni
fondamentali da cogliere: quella più facilmente avvertita è l’affermazione
dell’eloquenza dell’annuncio evangelico fatto con la vita; l’altra
dimensione, invece, è spesso dimenticata, con una superficialità che ha
conseguenze disastrose, perché rende evanescente e banalizza l’intero
messaggio di Charles de Foucauld: solo nella misura in cui una vita è secondo
l’Evangelo, ne è annuncio eloquente. È una condizione assoluta. Questo è
il problema: fratel Carlo ha vissuto l’Evangelo fino a diventare lui stesso
Evangelo, buona notizia per gli uomini, suoi fratelli.
Approfondiremo nei prossimi articoli questo
"presupposto", traendone le conseguenze per la missione e per la
vita cristiana. Per ora basti il richiamo a tenerlo presente in tutto quanto
andremo esponendo in queste pagine.
A PARTIRE
DALLA FEDE DEI MUSULMANI
La prima esperienza di "eloquenza della vita", Charles de Foucauld
l’ha fatta grazie all’islam. Giovane ufficiale, con alle spalle anni di
vita spensierata e del tutto lontana da ogni inquietudine religiosa, durante
la sua spedizione di ricerca in Marocco, si è trovato in contatto con il
senso di Dio e la testimonianza di fede del mondo musulmano: "L’islam
ha prodotto in me un turbamento profondo. La vista di questa fede, di queste
persone che vivono alla continua presenza di Dio, mi ha fatto intuire qualcosa
di più grande e di più vero delle occupazioni mondane. Mi sono messo a
studiare l'islam, e in seguito la bibbia" (Lettera a H. de Castries, 8
luglio 1901).
La seconda sua esperienza di "eloquenza della vita"
avviene al ritorno a Parigi, dove – racconta nella stessa lettera a H. de
Castries – rimane molto colpito dall’accoglienza calorosa della famiglia,
che non fa alcuna allusione al suo passato burrascoso ma solo esprime la gioia
di ritrovarlo: "Mentre ero a Parigi… mi trovai con persone molto
intelligenti, molto virtuose e molto cristiane; mi dissi che forse questa
religione non era assurda".
Il ruolo decisivo per la sua conversione è svolto dalla presenza
attenta e discreta di sua cugina, Marie de Bondy, di otto anni più anziana,
alla quale resterà legato da un profondo affetto durante tutta la vita. Il
suo influsso è tanto più efficace in quanto è silenzioso: "Ella ti
aiutava, mio Dio, ma con il suo silenzio, la sua dolcezza, la sua bontà. Era
trasparente: era buona e spandeva il suo profumo che attirava, ma non era lei
ad agire… Tu mi avevi attirato alla virtù attraverso la bellezza di
un’anima in cui la virtù mi era parsa così bella da rapire
irreparabilmente il mio cuore" (Scritti spirituali).
LA
SCOPERTA DELLA SUA VIA DI EVANGELIZZAZIONE
Nello stesso scritto appare un "pensiero" illuminante, che gli fa
intuire la portata missionaria che la sua vita avrebbe potuto avere: "Mi
facesti la grazia di ispirarmi questo pensiero: poiché quest’anima è così
intelligente, la religione che essa professa con tanta fermezza non può
essere una follia come penso io".
Osserva René Voillaume in una conferenza del 1° ottobre 1986:
"È attraverso l’irradiamento silenzioso della personalità cristiana
della cugina che Dio fece scoprire a Charles l’esistenza di una bellezza
morale e di una verità nel campo della fede. È lecito pensare che tale
esperienza abbia contribuito a fargli scoprire che la testimonianza silenziosa
di una vita può diventare una via di evangelizzazione. Ed è a una vita del
genere che egli si sentirà più tardi chiamato. Come avrebbe potuto non avere
dinnanzi agli occhi l’esempio che gli dava la cugina, quando scriveva: ‘Si
fa del bene non nella misura di ciò che si dice e di ciò che si fa, ma nella
misura di ciò che si è’? La venerazione che aveva per lei non poteva non
portarlo a imitarne l’esempio, concependo la propria vocazione come un
appello a gridare l’Evangelo con la propria vita" (R. Voillaume,
Conversione e vocazione di Charles de Foucauld, Bose 2002).
Il "pensiero", infatti, ricorre spesso quando progetta
le sue giornate. A Tamanrasset, nel 1909, scrive: "Il mio apostolato
dev’essere l’apostolato della bontà. Vedendomi si deve dire: ‘Poiché
quest’uomo è così buono, la sua religione dev’essere buona’. Se si
chiede perché io sono dolce e buono, devo dire: ‘Perché sono il servo di
uno assai più buono di me, se sapeste com’è buono il mio padrone’.
Vorrei essere buono al punto che si dica: ‘Se il servo è così, come sarà
il suo padrone?’ ".
Intende la sua presenza tra i tuareg come un "preparare i
non cristiani ad amare Gesù con il far loro apprezzare i suoi servi. Cioè:
mostrare cosa possa la potenza di Dio "nei suoi servi più
meschini", far vedere quali ricchezze gli si aprono.
Si può dire che il suo metodo di missione sia questo: vivere in
mezzo ai non cristiani la vita cristiana. I suoi atteggiamenti (simpatia per
ogni essere umano, il farsi tutto a tutti, l’amicizia offerta a chiunque…)
devono permettere agli altri di penetrare nel profondo della sua persona e
cogliervi la presenza del Dio salvatore. Attraverso la sua persona vuole
riuscire a mostrare il mistero di Gesù, il suo amore e la sua offerta di
salvezza. A ben vedere, è questo la missione: indicare, far percepire, far
cogliere la Sua presenza e la Sua auto-donazione.
LA
MISSIONE DI NAZARETH
Probabilmente è stata la sensibilità creata dall’influsso silenzioso ma
efficace della cugina Maria de Bondy per la sua conversione, a far cogliere a
fratel Carlo il mistero della presenza di Gesù a Nazareth, centro di tutta la
sua spiritualità apostolica. È una presenza salvifica ma silenziosa in mezzo
ai fratelli e sorelle suoi compaesani, senza particolari distinzioni da loro,
senza discorsi, senza miracoli, nella vita ordinaria, come tutti.
Decisiva è stata la meditazione sulla Visitazione. Sappiamo il
fatto: Maria compie un gesto familiare, si reca dalla cugina Elisabetta che
aveva bisogno di aiuto; proprio attraverso questo gesto spontaneo di affetto,
così ordinario, Maria si fa portatrice di Gesù in casa di Elisabetta.
Fratel Carlo fa parlare il Signore così: "Io mi sono donato
al mondo, per la sua salvezza, nell’Incarnazione, ma prima ancora di nascere
lavoro alla santificazione degli uomini, e spingo la madre mia a lavorare in
quest’opera insieme a me, fin dal primo momento in cui sono in lei. Ma, come
lei, spingo anche tutte le anime a cui mi dono. Dico loro di santificare le
anime portandomi silenziosamente in mezzo ad esse; lavorate tutte, tutte, alla
santificazione del mondo; come la madre mia, senza parole, in silenzio. Andate
a stabilire i vostri devoti rifugi in mezzo a coloro che mi ignorano;
portatemi tra di loro, per mezzo di un altare, un tabernacolo; e portate
l’Evangelo non predicandolo con la bocca, ma con l’esempio; non con una
proclamazione, ma vivendolo" (Scritti spirituali).
Da questa illuminazione nacque una delle sue pagine più belle,
un inno alla testimonianza cristiana: "Tutta la nostra vita, per quanto
muta sia … dev’essere una predicazione dell’Evangelo fatta con
l’esempio. La nostra intera esistenza, tutto il nostro essere deve gridare
l’Evangelo sui tetti. Tutta la nostra persona deve traspirare Gesù. Tutti i
nostri atti, tutta la nostra vita deve gridare che noi apparteniamo a Gesù,
deve presentare l’immagine della vita evangelica. Tutto il nostro essere
deve diventare una predicazione viva, un riflesso di Gesù, un profumo di Gesù,
qualcosa che gridi Gesù, che faccia vedere Gesù, che risplenda come
un’immagine di Gesù" (MSE, 314 meditazione).
Non erano solo sentimenti lirici. Sappiamo che la sua vita
effettiva aveva i contenuti estremamente concreti dell’Evangelo, ripensati e
attualizzati nel contesto in cui viveva. Ne parleremo. Qui ci interessa
sottolineare che la decisione di fratel Carlo di dare testimonianza nel
silenzio ("preparando così – ripete spesso – la strada per la
predicazione diretta dell’Evangelo") non è solo occasionale, per il
fatto di trovarsi in un ambiente musulmano, ma era da lui avvertita come sua
personale vocazione. Era stato affascinato dalla forza di irradiamento
dell’Evangelo che poteva avere una presenza che "mostra"
l’Evangelo, "lo grida", con la propria vita.
SOPRATTUTTO
BISOGNA VEDERE IN OGNI ESSERE UMANO UN FRATELLO
Anche le sue "fraternità" le sognava così. Significativo è
l’ultimo progetto da lui concepito, l’Associazione di laici missionari
(piccoli commercianti, agricoltori …) che sognava in particolare per
l’Africa del Nord. Le pagine degli statuti e delle lettere dedicate a questo
progetto offrono forse la sintesi più organica della concezione che Charles
de Foucauld aveva della missione; poiché riflettono l’esperienza dei suoi
ultimi anni, sono le meno "idealizzate" e le più concrete. In esse
sembra descrivere la sua vita.
"Con il loro esempio, i fratelli e le sorelle devono essere
una predicazione vivente: ognuno di loro deve essere un modello di vita
evangelica. Guardandoli si deve vedere cos’è la vita cristiana, cos’è
l’Evangelo, cos’è Gesù. Devono essere un Evangelo vivente: le persone
lontane da Gesù devono, senza libri e senza parole, conoscere l’Evangelo
vedendo la loro vita. L’esempio è la sola opera esteriore attraverso la
quale essi possono agire sulle anime che non vogliono ascoltare le parole dei
suoi servitori, né leggere i loro libri, né ricevere il loro aiuto, né
accettare la loro amicizia, né comunicare in alcun modo con loro: l’unico
modo di intervento su di loro è attraverso l’esempio. Ma quest’azione
mediante l’esempio è ancora più forte in quanto non suscita alcuna
diffidenza, poiché da essa è stata tolta ogni apparenza d’inganno o di
seduzione. I fratelli e le sorelle si sforzino di essere un Vangelo vivente
per tutte le persone intorno a loro" (Direttorio per l’Associazione dei
fratelli e delle sorelle del S. Cuore, 1908-1909).
Scrive a Joseph Hours, uno dei primi membri dell’Associazione,
il 3 maggio 1912:
"… Essere apostoli, con quali mezzi? Con i migliori, a
seconda di coloro ai quali si rivolgono: con tutti quelli con cui sono in
rapporto, senza eccezione, con la bontà, la tenerezza, l’affetto fraterno,
l’esempio della virtù, con l’umiltà e la dolcezza che sempre attraggono
e sono così cristiane; con alcuni, senza mai dir loro una parola su Dio,
essendo buoni come è buono Dio, mostrandosi loro fratelli e pregando; con
altri, parlando di Dio nella misura in cui sono in grado di accettarlo …
Soprattutto bisogna vedere in ogni essere umano un fratello.
‘Voi siete tutti fratelli, voi avete un solo Padre che sta nei cieli’.
Vedere in ogni essere umano un figlio di Dio, un’anima riscattata dal sangue
di Gesù, amata da Gesù, che dobbiamo amare come noi stessi e per la cui
salvezza dobbiamo lavorare.
Bisogna bandire da noi lo spirito militante: ‘Io vi mando come
agnelli in mezzo ai lupi’, dice Gesù … Quale distanza tra la maniera di
fare e di parlare di Gesù e lo spirito militante di coloro che vedono dei
nemici da combattere invece di vedere dei fratelli malati che bisogna curare,
dei feriti stesi per la strada con i quali bisogna essere buoni samaritani.
Sarebbe necessario che i genitori … inculchino ai bambini, fin
dalla tenera età, tornando incessantemente su di esse, le seguenti verità:
ogni cristiano deve essere apostolo, è un dovere di carità; il cristiano
deve considerare ogni essere umano come un fratello amatissimo … I non
cristiani possono essere nemici di un non cristiano, ma un cristiano è sempre
tenero amico di ogni essere umano; egli ha per ogni persona i sentimenti del
cuore di Gesù.
Essere caritatevoli, miti, umili con tutti: è questo che abbiamo
imparato da Gesù. Non essere militanti con nessuno. Gesù ci ha insegnato ad
andare ‘come agnelli in mezzo ai lupi’, non a parlare con asprezza, con
rudezza, a ingiuriare, a prendere le armi. Farsi tutto a tutti per donare
tutti a Gesù, avendo con tutti bontà e affetto fraterni, prestando tutti i
servizi possibili, cercando con loro un affettuoso contatto, essendo fratelli
amabili con tutti, per condurre a poco a poco le anime a Gesù, praticando la
mitezza di Gesù".
Pochi mesi
prima aveva scritto a Luis Massignon, che invitava a raggiungerlo nella sua
vita monastica, e che in seguito diventerà animatore dell’Associazione:
"Farete conoscenza con la popolazione, non le parlerete di dogmi, ma vi
farete amare e diventerete amico di tutti, finché non suonerà un’ora più
felice" (11 sett. 1911).
ALCUNI
PRIMI INTERROGATIVI
Continueremo le riflessioni, approfondendo la testimonianza di fratel Carlo.
Già fin d’ora, alcuni interrogativi vengono spontanei e ci interpellano
seriamente:
Se la chiesa
oggi sembra "afona" e non parlare agli uomini e donne del nostro
tempo, non è perché parla troppo, parla continuamente, parla di tutto,
e dà peso solo ai princìpi, alle verità "verbali"?
Poiché l’essenza della vocazione cristiana è la sequela di Cristo, perché
non si prende di petto il problema, chiedendoci come far sì che l’Evangelo
raggiunga e trasformi la vita di quelli che accettano di essere suoi
discepoli? È nella misura in cui questo avviene, che l’Evangelo diventa
"percepibile" e "parlante" al nostro mondo. Diventa
indispensabile e significativo, allora, il completamento di una citazione di
Fratel Carlo fatta in precedenza: "Si fa del bene non nella misura di ciò
che si dice e di ciò che si fa, ma nella misura di ciò che si è, nella
misura della grazia che accompagna i nostri atti, nella misura in cui Gesù
vive in noi e attraverso di noi …". (Direttorio 1908-1909).
In fondo, la prima indicazione che possiamo cogliere da Charles
de Foucauld è questa: essere missionari non è altra cosa dall’essere
discepoli: persone, cioè, che senza arroganza e strombazzamenti, in semplicità,
si propongono di vivere l’Evangelo in mezzo a fratelli e sorelle che non lo
accettano o semplicemente non lo conoscono. Quello che poi potrà accadere è
lasciato al mistero di Dio.
· Non abbiamo troppo "istituzionalizzato" la vocazione
apostolica? Non l’abbiamo incapsulata in troppe preparazioni specialistiche,
in cento forme di ministeri e di mandati, in diplomi e certificati, in
programmazioni, metodi, analisi e revisioni?
Fratel Carlo parla del cristianesimo come di un
"profumo", che emana dalla semplice esistenza: qualcosa di
"normale" per ogni vita cristiana, qualunque sia il suo livello. Hai
incontrato il Signore Gesù? Non importa la tua ottusità o la tua debolezza:
esprimi, già da subito, la tua gioia per l’incontro con lui: lì dove sei,
come sei, tra i fratelli e le sorelle con cui ti trovi.
La
seconda indicazione che possiamo cogliere da fratel Carlo è, quindi, l’ordinarietà
della vita apostolica per ogni cristiano. È "un modo di essere":
per l’essenza della missione non è richiesto nulla in più che l’essere
discepoli del Signore Gesù. Ma che lo si sia sul serio. È a questo che
occorre puntare. È a questo che si devono orientare tutti, ma proprio
tutti, gli impegni ecclesiali: vedremo, in seguito, che la vita di fratel
Carlo ci offre valide prospettive e suggerimenti.
Da dove può venire il rinnovamento del cristianesimo? Cosa può renderlo
significativo per il nostro tempo? La visibilità delle chiese? Il riscontro
delle piazze? La ricerca di avere peso e influenza nella guida della società?
I progetti culturali? Ancora: c’è da chiederci quale immagine di
cristanesimo presentino le folle di cristiani che hanno sempre più bisogno
del sensazionale, del miracolo, di apparizioni, di rivelazioni
"speciali".
Fratel Carlo ci dice che non è da un attivismo più forte che
possiamo aspettarci un rinnovamento: esso può venire solo dalla fedeltà
all’unico Evangelo di Gesù, fidandoci del suo esempio e del suo
insegnamento. E questo non porta allo spiritualismo, ma alla profezia. La
chiesa del terzo millennio è chiamata ad accettare il messaggio che le viene
dai suoi profeti. Basti pensare ai due problemi di fondo del nostro tempo: la
guerra e l’Evangelo della pace, la povertà nel mondo e la chiesa povera e
dei poveri.
Fratel Carlo dice, in sostanza, alle nostre comunità cristiane:
andate all’essenziale, insegnate come si diventa discepoli di Gesù di
Nazareth; fate incontrare la sua persona e la sua proposta; mostrate come
seguirlo effettivamente: nella quotidianità, nelle relazioni abituali, nelle
vicende della propria esistenza, a fianco dei fratelli e nella condivisione
dei loro drammi; con mezzi "poveri", cioè senza niente altro che la
propria persona, che la sua Parola raggiunge e plasma chi le si affida.
È possibile individuare degli itinerari formativi per questo
cammino? Lo chiederemo a fratel Carlo, nel seguito di questi articoli.
CHARLES
DE FOUCAULD
ALLA SCOPERTA DELL' "ALTRO"
Sarebbe del tutto fuorviante immaginare un Charles de Foucauld contrario
all'annuncio verbale del Vangelo. Niente gli stava più a cuore. Concepisce,
infatti, tutta la sua presenza nel Sahara come una "preparazione"
per renderlo possibile. Sarà fatto in futuro, non da lui ma da altri: è
necessario crearne le condizioni.
Si era stabilito in un paese musulmano, l'Algeria, prima a Beni
Abbès e poi a Tamanrasset, tra il popolo tuareg, che ha una cultura specifica
ben definita. La prima condizione era posta non solo dalle differenze
culturali, ma anche dal solco creato da secoli di pregiudizi, diffidenza,
inimicizia, e forse soprattutto dalla recente conquista coloniale e dalla
mentalità che ne era alla base. Alla popolazione doveva apparire ributtante
l'occupazione del proprio territorio e l'imposizione di un'altra civiltà.
Oltretutto, il popolo tuareg era noto per l'orgogliosa coscienza della propria
identità.
LA CONQUISTA COLONIALE
Della conquista coloniale fratel Carlo critica, anche aspramente,
molti comportamenti1, senza però mai avvertire la necessità di mettere in
discussione il principio che la reggeva. Anche se questo atteggiamento era
comune nei missionari del tempo, non erano però mancate fra loro alcune
significative eccezioni. Ad impedire al Foucauld di essere tra queste,
probabilmente era il suo passato di ufficiale e anche il legame di amicizia
con vari ex compagni d'armi, in particolare il colonnello Laperrine, divenuto
comandante delle oasi sahariane francesi. Suo era stato l'invito personale al
Foucauld ad unirsi ad una spedizione nel Sahara interno: senza di lui, a
fratel Carlo non sarebbe stato possibile insediarsi nell'Hoggar.
Il fatto che una persona "evangelica" come fratel Carlo
non sia pervenuta a mettere in causa il principio della "conquista"
coloniale, sta a dimostrare come il Vangelo non basti, da solo, per dirci le
scelte da compiere nelle diverse situazioni storiche. Occorre,
contemporaneamente, anche una lettura della realtà, lettura che il proprio
contesto culturale può impedire o rendere difficile. Per questo può essere
necessario l'apporto di altre voci, fuori del proprio ambiente culturale e
sociale, che aiutino a oggettivarci e a "prendere le distanze",
criticamente, dal nostro stesso paese. Nel caso del colonialismo, in
particolare, sarebbe stato indispensabile mettersi dalla parte e dall'ottica
dei popoli "conquistati".
Si sa che le motivazioni vere del colonialismo non erano proprio
quelle umanitarie e filantropiche che i paesi europei ostentavano nei
confronti dei popoli che conquistavano. È fondamentale salvaguardare sempre
la propria capacità di giudizio critico di fronte ai poteri di turno: valeva
allora, come continua a valere anche oggi.
Tutta la cultura europea del tempo era fortemente impregnata di
una presunta superiorità ed era comune il postulato che tutta l'umanità si
sarebbe rimodellata sull'immagine dell'Occidente. Lo stesso Hegel, con tanto
di analisi "oggettive", arrivava ad affermare "una superiorità
indiscussa e palese dell'Occidente". Una citazione ancora del noto
filosofo, per mostrare come, a partire da queste premesse, giungeva logico il
passaggio a ritenersi "destinatari di un compito di civilizzazione"
nei confronti degli altri popoli: "L'Africa è il paese infantile,
avviluppato nel nero colore della notte, al di là del giorno della storia
consapevole di sé. Il negro rappresenta l'uomo naturale nella sua totale
barbarie e sfrontatezza, che è tale da escludere ogni possibilità di
annodare relazioni con esso" (Hegel).
Tutto questo è per aiutarci a comprendere il contesto storico in
cui operava fratel Carlo. Scriveva all'amico Henry de Castries nel maggio
1909: "Sto per riprendere il mio lavoro quotidiano: familiarizzare con i
tuareg, con gli indigeni di ogni razza, cercando di dare loro, io o altri, un
principio di educazione intellettuale e morale, non rivolgendomi ai bambini,
ma ai grandi, e lavorando, con pazienza e dolcezza, a civilizzare
materialmente, intellettualmente, moralmente. Tutto questo per portare, Dio sa
quando, forse tra secoli, al cristianesimo… Bisogna fare di loro i nostri
eguali, intellettualmente e moralmente, questo è il nostro dovere. Un popolo
ha nei confronti delle proprie colonie i doveri dei genitori nei confronti dei
figli: renderli, attraverso l'educazione e l'istruzione, uguali o superiori a
ciò che è il popolo stesso… L'opera è difficile e lunga; servirebbe
l'impegno enorme di molte persone per molto tempo: dove sono?".
IL FRATELLO UNIVERSALE
Ma proprio in questo contesto - che a noi oggi appare
segnato da un'ambiguità di fondo, ma che allora fratel Carlo non è stato in
grado di avvertire - egli ha individuato il ruolo a cui lo chiamava il suo
desiderio appassionato di imitare i comportamenti di Gesù a Nazareth:
lavorare nel silenzio al superamento di questo solco di diffidenza e di
inimicizia, attraverso una presenza fraterna, amicale e di sincera
condivisione. È forse la dimensione più sottolineata quando si parla di
fratel Carlo: uno stile di presenza che avrà nella chiesa un largo seguito,
in tutti i contesti, in una gamma infinita di attuazioni. In concreto, la sua
vita - che si fa sempre più vicinanza alle persone e tesse relazioni di
uguaglianza e fraternità - viene a risultare una contestazione all'interno
stesso della conquista coloniale. Le relazioni di cui Hegel "escludeva
ogni possibilità" erano, invece, un dato di fatto.
"Desidero abituare tutti gli abitanti, siano essi cristiani,
musulmani, ebrei o idolatri, a considerarmi come loro fratello, il fratello
universale. Essi già cominciano a indicare la nostra casa la fraternità, e
questo mi riempie di tenerezza… Gli ospiti, i poveri, gli schiavi, i
visitatori non mi abbandonano un momento. Da quando la casetta degli ospiti è
terminata, tutti i giorni abbiamo ospiti a cena, a dormire, a pranzo. Senza
contare un vecchio infermo in pianta stabile. Molto spesso, per non dire
sempre, ricevo da 60 a 100 visite al giorno…" (Lettere dal 29 nov. 1901
al 7 feb. 1902).
"Sapete cosa voglio fare con i tuareg: familiarizzare con
loro, farmeli amici, far cadere a poco a poco quel muro di pregiudizi, di
ombre, di diffidenza, di ignoranza, che li separa da noi… Non è un lavoro
di un giorno; io inizio a dissodare, gli altri che verranno dopo di me faranno
il resto" (Lettera a H. de Castries, 28 ott. 1905).
"Desiderate sapere cosa posso fare per gli indigeni; non
bisogna parlare loro direttamente di Nostro Signore, significherebbe farli
fuggire. Bisogna metterli a loro agio, farseli amici, fare piccoli favori,
dare buoni consigli, stringere legami di amicizia, esortarli discretamente a
seguire la religione naturale, dimostrare che i cristiani li amano…"
(Lettera a M. de Bondy, 16 dic. 1905).
I LAVORI LINGUISTICI
Contemporaneamente a questo stile di presenza, fin dai
primi contatti con i tuareg, fratel Carlo avvia una serie di lavori
linguistici e la traduzione dei Vangeli in tuareg. Per lui era una seconda
modalità per superare il solco di pregiudizi e di ignoranza reciproca.
All'inizio pensava che la lingua tuareg fosse "molto facile, cento volte
più facile dell'arabo" e pensava di cavarsela con qualche mese di
lavoro.
Già nel settembre 1904 aveva consegnato a mons. Guérin,
prefetto apostolico dell'area, una copia della traduzione dei Vangeli, insieme
ad un quaderno, Chez les tuareg, che raccoglieva le sue ricerche sui vari
gruppi, la loro organizzazione, la vita sociale, la famiglia, i costumi. Era
sul tipo d'analisi fatte in passato con il libro Reconnaissance au Maroc, che
gli aveva dato una certa fama di studioso e di esperto.
Abitualmente, dai biografi di Charles de Foucauld non viene dato
molto risalto ai suoi lavori linguistici, mentre in realtà hanno occupato
quasi la totalità del suo tempo nel Sahara. Un noto geografo, E.F. Gautier,
agnostico e anticlericale, che ebbe a incontrare fratel Carlo nel 1905 mentre
lavorava al dizionario e alla grammatica tuareg, era stupefatto per la mole di
lavoro fatto e per quello che aveva progettato. Lo vede come mosso da un
"fuoco sacro laico, intellettuale, la rabbia del conoscere".
Questo spirito, che lo spingeva a non lasciare mai le cose a metà
e a cercare sempre il massimo di perfezione, lo fece ricorrere all'aiuto di
esperti. Primo fra tutti è stato il francese Motylinski, specialista in arabo
e in berbero. L'influsso su fratel Carlo sarà determinante per aprirgli nuovi
orizzonti. Rimase solo quattro mesi con fratel Carlo, nell'estate 1906,
dapprima per rivedere con lui i lavori precedenti, poi per un lavoro
itinerante di ricerca e di ascolto. Motylinski morirà per tifo nel marzo
1907, ma fratel Carlo ha voluto che tutte le sue pubblicazioni fossero
attribuite a lui, anche se fatte negli anni seguenti alla sua morte. Non era
solo per la stima che fratel Carlo nutriva nei suoi confronti, ma anche per il
rifiuto assoluto di notorietà e la ricerca di nascondimento, come scriverà
in alcune lettere a mons. Guérin, che insisteva perché le pubblicazioni
portassero il nome di Foucauld.
Dopo, fratel Carlo cercò altri collaboratori: dapprima Ben
Messis, poi Ba Hammou, segretario dell'amenokal (capo dei tuareg dell'Hoggar),
Mussa Ag Amastan, suo grande amico. Ba Hammou era un fine letterato, sia in
arabo che nella lingua tuareg. Il suo apporto è stato fondamentale. Come
prima con Motylinski, anche con lui fratel Carlo rivedrà i suoi lavori.
In una lettera a M. de Bondy, il 24 giugno 1908, fratel Carlo scrive: "Il
tuareg con cui lavoro viene ogni giorno, escluse le domeniche, dalle 5 del
mattino a mezzogiorno e dalle 15 alle 17 della sera. Vorrei finire quest'anno
i lavori del vocabolario e della grammatica e così, il prossimo anno,
accingermi alla traduzione di una parte dei Libri Santi".
UNA CULTURA DA SALVARE
Per renderci conto della mole di lavoro richiesto,
occorre tener presente l'indirizzo dato da Motylinski a fratel Carlo: quello
dell'ascolto della gente, la ricerca attraverso i racconti orali degli anziani
e delle donne, raccogliendo le espressioni della cultura tuareg: i proverbi,
le leggende, le poesie.
Fratel Carlo si era accinto a questo lavoro di ricerca.
Particolarmente ampia è la raccolta delle poesie (572, di varia ampiezza, per
un totale di 30.000 versi), ciascuna con data, nome del referente e gruppo di
appartenenza, ritmi, introduzione esplicativa, traduzione francese parola per
parola. "Passo ore e ore ad annotare nel mio quaderno, sotto un albero o
in una tenda, tra bambini che si rincorrono… Sono felice di questi contatti
familiari: sono un primo passo, anche se piccolo, per far cadere pregiudizi,
rigetti, diffidenze" (Lettera a mons. Guérin, 21 maggio 1907).
Alla raccolta seguiva il lavoro su ciascuna poesia, il ricavo dei
vocaboli nuovi. Le poesie tuareg hanno, infatti, una grande importanza per
conoscere la lingua, dato che sono gli unici testi fissi, anche se orali, e
contengono esempi grammaticali sicuri, oltre che molti vocaboli non abituali.
Ma esse non sono meno importanti per entrare nella cultura tuareg. Avendo
accompagnato tutti gli eventi della storia tuareg, sono una fonte di primario
valore per conoscere le tradizioni e l'anima di questo popolo.
Tutti questi lavori confluiscono nel dizionario tuareg-francese e
ne fanno una vera e propria enciclopedia del mondo tuareg, che consisterà in
quattro volumi. Il bello è che, dopo tutto questo, nel 1913 afferma: "Ciò
che ho fatto mostra quanto c'è ancora da fare" (Lettera a R. Basset). Più
avanza e più scopre nuove ricchezze di una lingua e cultura che il mondo
ignora e che rischia di sparire, essendo realtà fragile, portata da un popolo
minacciato sia dalla modernità che dalle pressioni del mondo arabo. Una
cultura da salvare con urgenza.
LA SECONDA CONVERSIONE
Tra le righe, chi legge avrà già percepito che sia a
livello della sua vita spirituale che a livello dei suoi studi linguistici, c'è
in fratel Carlo una progressione incessante, una maturazione in profondità. I
biografi più attenti parlano di una "seconda conversione", avvenuta
verso la fine del 1907 e gli inizi del 1908, che gli ha fatto compiere un
"salto", non programmato ma frutto della sua ubbidienza agli eventi,
attraverso cui Dio agisce.
Già abbiamo richiamato (M.O. nov. 2002) la conversione avvenuta
nelle sue relazioni con la gente: quando, seriamente malato e depresso, senza
cibo e senza medicine, era stato preso in cura dai suoi vicini, che l'avevano
soccorso e fatto rivivere. Era diventato un fratello nel bisogno, uno che non
solo donava ma anche riceveva. Era, non programmato, il superamento dell'uomo
coloniale, che nonostante tutto aveva continuato a esistere in fratel Carlo.
Anche nell'ambito della sua evangelizzazione e dei lavori
linguistici avviene, in quello stesso periodo, uno sconvolgimento molto
simile: è la scoperta dell'altro, che da semplice oggetto della propria opera
(di evangelizzazione o di studio), uno da indottrinare, da convincere o da
convertire, diventa un soggetto che interagisce, che interpella, che
arricchisce con quello che forma la sua identità più specifica.
Nei quattro mesi di lavoro insieme a fratel Carlo, Motylinski gli
aveva fatto cambiare la prospettiva: lui che pensava di giungere a possedere
in pochi mesi la lingua tuareg perché "povera e facile", s'accorge
che per la conoscenza di quella lingua e della cultura che esprime "sono
richiesti almeno trent'anni di lavoro". Il cambiamento era avvenuto perché
aveva capito la necessità dell'ascolto (anche letteralmente, tramite le
ricerche itineranti) di una realtà viva, ricca e complessa2 , che sfugge ai
nostri schemi precostituiti: solo l'ascolto attento permette di scoprire il
mondo infinito che essa racchiude.
È il superamento, dentro di sé, della logica dell'uomo
coloniale: l'altro, lo straniero, il differente non è più un oggetto di
conquista, uno di cui appropriarsi; è un mistero da riconoscere e a cui
aprirsi, da scoprire con rispetto, da accogliere con attenzione come un altro
se stesso: davvero come un fratello.
PER CONCLUDERE
Vorrei concludere questi incontri con fratel Carlo con
un'impressione molto personale. Penso che per conoscere il vero Charles de
Foucauld sia limitante dare un peso quasi esclusivo ai suoi "scritti
spirituali", che sono certo sincere espressioni del suo animo ma
idealizzano alquanto i suoi desideri, quasi senza riscontri nel reale.
Fondamentali e realistiche sono, invece, le relazioni della sua presenza nel
Sahara: ci mostrano il suo volto, le sue maturazioni, la sua umanità,
lavorata non solo dalla sua sete di imitazione di Gesù a Nazareth, ma anche,
nello stesso tempo, dagli eventi e dagli incontri con gli altri.
Il Charles de Foucauld delle Lettere o quale ci viene descritto
da chi l'ha incontrato nel periodo algerino, particolarmente dal 1908 alla
morte (1916), è forse meno "lirico" nelle sue aspirazioni, ma è un
uomo consenziente al reale: meno rigido con se stesso e meno
"volontaristico"; più debole, fragile e bisognoso degli altri, è
più ricco di compassione e di umanità. In una parola, è più vicino a noi.
Ci dice che la sequela di Cristo e una vita di fraternità sono possibili
anche a noi, grazie alla stessa Forza a cui fratel Carlo si è affidato.
Ma rimane il problema di affidarsi davvero a questa Forza, a
questa Persona. È il grande insegnamento di Charles de Foucauld.
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