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Una bambina chiamata Africa
Piemme



 




A Giuseppe Pontremoli,

che riposa sulla Collina

 

 

Immaginate…

 

Immaginate di essere  sulla luna e di guardare verso Terra con un potente telescopio. Quel grande continente che si allunga tra l’Oceano Atlantico e l’Oceano Indiano è l’Africa. Ora guardate verso ovest, un po’ più su della linea dell’equatore. Quella piccola nazione incastonata tra la Guinea e la Liberia si chiama Sierra Leone. E’ qui che comincia la nostra storia. Ora guardate meglio. Vedete quell’intricata foresta? Ai piedi di un gigantesco albero c’è uno stregone che sta pronunciando strane formule magiche. E vicino a lui ci sono altre due persone che lo osservano. Il primo è un uomo alto e robusto, dalla carnagione nera come la notte. Il secondo invece è un ragazzino bianco che ha un’aria molto spaventata…

 

        



1

Il fru–fru della civetta

Nel quale conosciamo i protagonisti della nostra storia e veniamo a sapere che in Africa vivono gigantesche formiche carnivore chiamate magnan

 

 

 

lo stregone Balla si inginocchiò davanti al baobab e piegò tre volte il capo verso terra, pronunciando una fitta sequela di versi incomprensibili.

– Cosa ti ha detto prima quell’uomo? – chiese Robin a Suku Dumbuya.

– Ha detto che il fru–fru della civetta porta sfortuna – Suku Dumbuya sospirò e alzò lo sguardo verso il cielo. –  E che siccome la civetta ha fatto fru–fru tre volte lui ora dovrà recitare tre speciali formule magiche allo spirito del baobab, perché protegga il nostro cammino.

Robin osservò i gesti dello stregone Balla, che agitava verso l’albero un orribile amuleto ricavato dal teschio di uno scoiattolo o di un topo. Poi lanciò uno sguardo all’intrico di tronchi, rami e foglie che circondava la minuscola radura dove avevano trovato rifugio la notte prima. Pensò che se avesse chiuso gli occhi e contato sino a cento forse avrebbe scoperto che quello era un brutto sogno. Forse riaprendoli si sarebbe svegliato nella sua camera a Mantes–la–Jolie, in Francia, a pochi chilometri da Parigi. Avrebbe sollevato le palpebre alla luce morbida che ogni mattina entrava dalla finestra, da dove si poteva scorgere il pigro scorrere della Senna. E subito dopo avrebbe sentito la voce di mamma Sophie che lo chiamava per la colazione.

– Robin, caro! – gli avrebbe detto. – Cosa aspetti ad alzarti dormiglione? In cucina c’è una tazza di cioccolata calda tutta per te. Mmmm… E anche una fetta di torta allo yogurt…

Robin rivolse un’altra occhiata allo stregone, chiuse gli occhi e cominciò a contare sino a cento.

Ma una forte stretta sulla spalla lo costrinse a riaprirli subito.

– Faresti bene a raccogliere le tue cose – lo sollecitò bruscamente Suku Dumbuya. – Sembra che il nostro amico abbia finito i suoi scongiuri…

Lo stregone Balla trotterellò verso di loro.

– Ora noi andiamo via gnona–gnona… – disse, ballando sui due piedi e mettendo in mostra un sorriso sdentato.

Robin interrogò con lo sguardo il suo compagno.

– Ha detto che dobbiamo muoverci in fretta.

In fretta? Gnona–gnona? Non sarebbero andati da nessuna parte né in fretta né gnona–gnona. Come avrebbe fatto Suku Dumbuya, con il suo piede ferito? E anche se lui non si fosse fatto male nell’incidente, davvero quello strano ometto sarebbe riuscito a portarli in salvo?

– Robin… – Suku Dumbuya lo stava fissando. – Devi farti coraggio ragazzo…

Robin abbassò lo sguardo. Si sentiva mancare il fiato.

 – Ricordati di prendere la borsa con la tua attrezzatura fotografica – gli disse ancora il suo compagno. – Non vorrai lasciarla qui, vero?…

 

Mamma Sophie aveva regalato a Robin la sua nuova attrezzatura fotografica qualche settimana prima, in occasione del suo compleanno. Una Nikon digitale con tre obiettivi intercambiabili, tra i quali un potente teleobiettivo che doveva essere costato un occhio della testa.

Robin in quel momento aveva fatto uno sforzo terribile per non fare i salti di gioia. Aveva finito di scartare il pacco regalo, aveva lanciato uno sguardo volutamente indifferente alla macchina fotografica e poi aveva ripreso a sfogliare l’album con le vecchie foto di suo padre e di mamma Sophie.

– Gli affari all’Oasi di Aladino stanno andando molto bene, vero? – aveva sibilato velenosamente.

– Dì un po’ giovanotto… – mamma Sophie si era messa le mani sui fianchi. – Se questo è il modo di ringraziarmi per… – ma subito si era zittita. Mamma Sophie era troppo intelligente per non capire che anche in quel momento Robin stava mettendo in atto le sue schermaglie.

Aveva arricciato il labbro superiore. – Io ora vado in negozio – aveva detto. – Perché non vieni anche tu? Potresti provare la nuova macchina fotografica sulle tartarughine trachemys. Ne sono arrivate un’altra dozzina stamattina…

– No grazie. Preferisco stare qui –. Robin si era immusonito ancora di più: – A vedere le foto del mio papà – aveva aggiunto, calcando la voce sulla parola papà.

La mamma era uscita dalla sua stanza. Erano quasi le cinque del pomeriggio e doveva tirare su le saracinesche dell’Oasi di Aladino, il negozio di animali e di accessori per animali che gestiva con l’aiuto della signora Brusson, la sua commessa e donna tuttofare. Ma neanche quando era rimasto solo Robin aveva mostrato più interesse per quel magnifico regalo. Un po’ perché aveva paura che lei rientrasse all’improvviso e lo cogliesse sul fatto. E un po’ perché aveva bisogno di ragionare su una certa cosa.

Mancavano solo tre settimane al 30 ottobre. E difficilmente il suo sogno si sarebbe realizzato.

Aveva tirato fuori dal cassetto del tavolino la carta geografica sulla quale aveva tracciato una lunga linea rossa che correva da Parigi a Conakry, la capitale della Guinea, in Africa. Il volo sarebbe durato circa sei ore. E ad attenderlo avrebbe trovato suo padre. Poi insieme a lui avrebbe raggiunto con un altro volo una città dell’interno chiamata Kissidougou e da lì avrebbero proseguito su una jeep sino alla Riserva naturale dei Monti Nimba, la loro meta finale.

Robin aveva rimesso nel cassetto la carta e aveva riletto attentamente l’ultima lettera di suo padre. Era una lettera piena di “se”. Se riuscirai ad avere un po’ di vacanze dalla scuola. Se riuscirai a farti fare in tempo il passaporto. Se riuscirai a convincere tua madre…

Non sarebbe mai riuscito a convincere mamma Sophie.

– No! Non se ne parla neanche…! – aveva sbottato lei rossa in viso, quando lui aveva affrontato per la prima volta l’argomento. – Lasciarti andare in Africa? Da solo?

– Ma non andrei da solo! – aveva obiettato Robin. – Il 30 ottobre parte da Parigi una nuova missione di medici e di infermieri. Papà ha già preso contatto con loro e loro sarebbero disposti ad accompagnarmi sino a Conakry. E una volta arrivati lì…

– No! No no no no!… – la mamma si era messa le mani sulle orecchie per non sentire più le sue parole. – Solo a tuo padre poteva venire in mente un’idea simile. Ah! Chiedere a un ragazzino di neanche undici anni di raggiungerlo in Africa! Ma siamo matti? Se davvero vuole vederti si decida a rientrare lui, in Francia!

Già. Era quello il punto.

Robin non vedeva suo padre Albert da quasi due anni.

Aveva tirato fuori dalla busta le due foto che lui gli aveva mandato. Chi le aveva scattate non doveva essere un esperto fotografo perché erano ambedue sovresposte, cioè troppo chiare. Nella prima si vedeva un panorama chiazzato dal verde delle foreste e dal giallo ocra delle savane. Dietro il papà aveva scritto a matita: “L’altopiano dei Monti Nimba”. Nella seconda c’era invece il papà davanti a un ospedale da campo, con il camice bianco.

Era abbronzantissimo e aveva i capelli legati sulla nuca a coda di cavallo. Dietro la foto aveva scritto: “Ospedale da campo dei Medici senza Frontiere a Vavoua, Costa d’Avorio [1]. Suo padre negli ultimi due anni aveva fatto il medico girovago in Costa d’Avorio, in Liberia, in Mali, in Sierra Leone e in chissà quali altri sperduti paesi dell’Africa nera. Attualmente lavorava in un piccolo ospedale di Kissidougou, in Guinea. Ma gli capitava ancora di doversi spostare in altre città o addirittura in altre nazioni, se qualcuno aveva bisogno del suo aiuto.

Robin aveva preso la lente d’ingrandimento per osservare meglio il suo viso. Ma in quel momento aveva sentito di nuovo la voce di mamma Sophie.

– Robin, puoi scendere per favore? Subito…

A Robin era sembrato di cogliere una nota d’allarme nella sua voce. Come mai non era ancora andata ad aprire l’Oasi di Aladino?

Si era precipitato giù dalle scale.

– Abbiamo una visita – gli aveva detto la mamma, tormentandosi con una mano i corti riccioli biondi.

Seduto in soggiorno sulla grande poltrona di pelle, quella preferita dal papà, Robin aveva visto il suo amico più caro, il dottor Suku Dumbuya.

– Ciao Robin – l’aveva salutato l’uomo. – Sono appena tornato dall’Africa. Ho qui una lettera per tua madre…

E Robin tra sé e sé, prima ancora di rispondere al suo saluto, si era detto che forse non tutto era perduto. E che nel giro di due settimane forse avrebbe rivisto finalmente suo padre, il dottor Albert Rafarin.

 

– Perché no? E’ kif kif!

Lo stregone tese una mano verso nord, dove un sentiero si apriva nella foresta. Poi indicò un secondo sentiero che piegava invece verso ovest.

Kif kif – ripeté allargando le braccia. − E’ uguale!

Suku Dumbuya osservò l’imboccatura dei due sentieri. Lui e lo stregone Balla non erano d’accordo su quale sarebbe stato meglio percorrere.

– Possiamo fare una sosta? – s’intromise Robin.

Suku Dumbuya assentì con un cenno del capo. Robin lasciò andare a terra lo zainetto. I muscoli delle gambe gli facevano molto male.

Avevano camminato per diverse ore seguendo una pista nel folto della foresta e ora si trovavano in un punto in cui gli alberi si erano diradati.

– No. Non sederti lì – Suku Dumbuya gli indicò una macchia nera brulicante tra il fogliame. – Quelle sono magnan, formiche scacciatrici…

Robin si tirò indietro di scatto. Poi si riavvicinò e si chinò a guardare la colonia di formiche. Non ne aveva mai visto di così grandi. Alcune superavano i tre centimetri di lunghezza e tutte avevano due robuste tenaglie simili a quelle di certi coleotteri.

– Sii prudente – gli disse ancora il suo compagno. – Sono carnivore e il loro morso è molto doloroso…

Robin si allontanò e dopo aver ispezionato accuratamente il terreno si sedette a poca distanza da un albero. Suku Dumbuya e lo stregone Balla lo imitarono e ripresero a discutere, senza che Robin capisse bene ciò che dicevano.

Suku Dumbuya aveva spiegato a Robin che lo stregone Balla apparteneva alla tribù dei Temne, una delle tante che popolano la Sierra leone. E che quel suo strano modo di parlare, un miscuglio tra il suo dialetto africano, il francese e il pidgin, l’inglese strascicato parlato dagli indigeni del posto, era tipico di questi strani personaggi che girovagavano di paese in paese e di regione in regione, cercando di vendere alla gente ogni sorta di amuleto magico e compiendo non di rado truffe e imbrogli di ogni genere.

Dopo aver parlato con lui, la notte prima, Suku Dumbuya aveva spiegato a Robin anche altre cose. La regione dove si trovavano si chiamava Koinadugu, una delle province settentrionali della Sierra Leone. E per mettersi in salvo loro avrebbero dovuto camminare verso nord–est e raggiungere la frontiera meridionale della Guinea.

– E’ molto lontana questa frontiera? – gli aveva chiesto Robin, con la voce che gli incespicava in gola. – E perché dobbiamo per forza raggiungerla? Non c’è qui una città dove possiamo chiedere aiuto?…

– Sì. Ma tentare di raggiungerla potrebbe essere un grave errore. Questa zona della Sierra Leone purtroppo non è poi così sicura…

Robin per il momento aveva rinunciato a fargli altre domande. Ma per tutta la notte, steso vicino al fuoco, non era riuscito a prendere sonno. Forse anche per questo adesso si sentiva così stanco.

Si domandò che cosa stesse dicendo lo stregone Balla. L’uomo parlava nel suo dialetto incomprensibile e il tono stridulo della sua voce aveva fatto zittire il concerto degli uccelli sugli alberi. Aveva tracciato una mappa sul terreno e in un certo punto aveva fatto una croce, sulla quale ora puntava il dito.

Suku Dumbuya si rivolse a Robin:

– Il nostro amico dice che anche se deviamo per un breve tratto verso ovest non allungheremo di molto il nostro cammino. E che prima di accompagnarci alla frontiera deve incontrare una persona che conosce meglio di lui questo territorio e che potrà esserci d’aiuto… Deve incontrarlo in un posto chiamato il Cappello dell’Elefante…

Lo stregone Balla spazzò con un rapido movimento della mano la mappa che aveva disegnato sul terreno. La sua pelle era scura come quella di Suku Dumbuya. Ma a differenza di Suku Dumbuya, che aveva i tratti del viso regolari e un sorriso aperto che incuteva da subito rispetto e fiducia, lui aveva il naso schiacciato e un sorriso sornione che gli stava appeso di traverso sulle grosse labbra sporgenti. Indossava un lunga tunica rossa che chiamava bubù, sotto alla quale nascondeva decine e decine di amuleti. Altri amuleti ancora li teneva appesi a una cintura di cuoio. Minuscole statuine intagliate nel legno, sacchetti di pelle pieni di polveri colorate, ossicini di animali, collanine di perle di vetro color blu e amaranto e certe grosse conchiglie bianche e nere chiamate cauri. Possedeva anche un fucile da caccia che portava a tracolla, una vecchia carabina con il calcio di legno scheggiato.

Quando lo stregone si allontanò dicendo che sarebbe andato in cerca di qualche frutto da mettere sotto i denti, un mango o una papaia, Suku Dumbuya poggiò la schiena contro il tronco dell’albero.

– Non abbiamo scelta – sospirò. – Dobbiamo fare come dice lui…

Robin gli si avvicinò. Pensò che la ferita al piede dovesse fargli molto male. Poi sollevò gli occhi sulle cime verdissime degli alberi, dove gli uccelli avevano ripreso il loro concerto.

– L’Africa è molto diversa da come me l’ero immaginata… – sussurrò.

Suku Dumbuya si girò verso di lui.

– Mi dispiace immensamente Robin. Se solo avessi immaginato… Non riesco neanche a pensare a quanto possa essere preoccupata ora tua madre…

Robin non lo lasciò continuare.

– Forse potrei scattare qualche foto a quelle formiche magnan… – borbottò. Si alzò, tirò fuori la macchina fotografica e si riavvicinò alla colonia di formiche scacciatrici.

Non voleva pensare ora a mamma Sophie. Perché se l’avesse fatto non sarebbe più riuscito a trattenere le lacrime. E non voleva pensare neanche a suo padre, che contrariamente a quello che gli aveva promesso non si era presentato all’appuntamento a Conakry.

 



[1] Medici senza Frontiere è una associazione internazionale, nata in Francia, che si occupa di assistenza medica gratuita e volontaria soprattutto nei Paesi sottosviluppati.



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