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Conversazioni di Carapigna/2
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Alberto La Marmora |
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(...)
Si siedono sulla panchina. BARBONE BRUNO, mentre BARBONE BIONDO lo osserva in silenzio, tira fuori dalla sua bisaccia, nell'ordine: un tavolinetto con le gambe pieghevoli, una tovaglietta linda e ricamata, un piatto di plastica, le posate, un bicchiere, una bottiglia di vino, un enorme tovagliolo che si mette al collo e infine una gavetta il cui dubbio contenuto finisce in parte nel piatto e in parte per terra. Comincia a mangiare e BARBONE BIONDO osserva il contenuto del suo piatto.
BARBONE BIONDO (Col suo panino in mano): Agnellone arrosto?
BARBONE BRUNO (Facendo no con la testa): Mmmmm...
BARBONE BIONDO (Annusando, stupito): Capretto arrosto?
BARBONE BRUNO (Assentendo): Mmmmm...
BARBONE BIONDO (Dopo aver annusato un'altra volta): Capretto da latte, a fuoco lento, sulla brace?
BARBONE BRUNO (Assentendo): Mmmmm... (Con la bocca piena:) con mezzo pugno di lardo, fatto colare piano piano durante la cottura...
BARBONE BIONDO (Sognante): S'ozu porchinu, ottenuto sciogliendo al fuoco, dentro una pignatta di rame, la sugna e tutto il grasso tagliato a pezzetti dalle diverse parti del maiale. Nella pignatta il grasso si scioglie con acqua e sale e si rimesta in continuazione con un cucchiaione di legno. Quando il grasso è sciolto completamente si lascia raffreddare e poi, con un imbuto, si versa negli intestini della buona bestia, tenuti immersi nell'acqua di una bacinella per far penetrare meglio il grasso e impedire la rottura delle budella. Una volta pieni, messi a forma di rotolo e fatti raddensare per qualche giorno, si appendono alle travi della dispensa... (Guarda il suo panino, guarda il piatto del compagno e poi sospira. Improvvisamente, tendendo il suo panino):... Se volete approfittarne, non avete che da dirlo...
BARBONE BRUNO: Sa fàmini est su mezus condimentu!
BARBONE BIONDO: Prego?
BARBONE BRUNO: Secondo me, anche se
poco nota, qualche scaglia di tùvara sarebbe
la morte sua, come direbbero nella Terra Ferma
BARBONE BIONDO: La Tùvara, Angius, se ricordo bene... (Gli porge il quaderno.)
BARBONE BRUNO (Leggendo): "Tùvura. Sono così chiamati certa sorta di pomi di terra, che vegetano in molti siti del territorio di Mores, e nelle regioni arenose di Sorso, Oristano e di altri paesi. Parrebbero piccole patate, se non che tondeggian sempre in una forma regolare, e hanno l'epidermide nera e scabra di sabbia, e una polpa soffice. Sono deliziose al gusto, men farinose che le patate, e più simili alle trifole, ma più innocenti, perché non generano alcuna alterazione nel sangue. Quindi dagli stessi piemontesi sono preferiti alle loro trifole astesi e monferrine. La raccolta di questi pomi dipende dalle condizioni atmosferiche ne' due primi tempi della primavera. Se i tempi sieno piovosi e miti, raccogliesi gran copie di ottimi frutti; se secchi e freddi, la tùvura non si sviluppa restando uguale quasi alla galla, e immatura. Essa traesi in aprile maggio, purché opportuna la pioggia non lasci indurire la crosta del suolo. L'indizio di questo tartufo è una pianta ben conosciuta 'a paesani che stendentesi sulla terra in strisce lunghe alcuni passi. Il cercatore, con uno spiedo di legno, va pungendo qua e là il suolo coperto da questa pianta, e dove tocca il frutto esso geme così come quando pungasi un polmone. Allora con una zappetta levasi la terra, e si disuma la tùvura. I sardi, dopo averla pelata e tagliata in pezzetti, la cucinano ordinariamente in umido nel modo de' funghi, o l'aggiungono alla minestra di favette fresche dopo la prima bollitura". (Poggia il quadernetto sulla panchina.)
BARBONE BIONDO: 1833 - 1856, Vittorio Angius, estensore delle voci riguardanti la Sardegna nel Dizionario del Casalis... Ma a proposito di favette fresche... Ricordo che una volta, ai tempi della mia gioventù, per quanto di gioventù si possa parlare, tenendo conto che il dato anagrafico... Davvero non ne volete?
BARBONE BRUNO (Ridacchia, gli va un po' di traverso il boccone, tossisce, poi poggia forchetta e coltello, si gira verso la sua bisaccia, prende un altro piatto, altre posate e li passa a BARBONE BIONDO, ci versa dentro un po' di cibo dalla gavetta): E pappa e cittu!
BARBONE BIONDO (Comincia a mangiare ma non riesce a zittirsi): Pappa e cittu. Mangia e zitto! Curiosa espressione idiomatica. Alla quale potrei facilmente obiettare che il mangiare in silenzio è più da bestie che da uomini, sottintendo con ciò che la condivisione del piacere del cibo, in un desco che preservi ai convitati compostezza e moderazione, non può che esplicarsi con l'aperta e franca comunicazione verbale della percezione pur soggettiva dei sapori...
BARBONE BRUNO: Mmmm...
BARBONE BIONDO (Dopo aver deglutito): ... Cosa che inoltre influisce favorevolmente sulla stratificazione delle esperienze...
BARBONE BRUNO: Mmmm...
BARBONE BIONDO: ...e sul progressivo raffinarsi del gusto! Per esempio, in merito alla scelta di cucinare questo capretto alla brace, per quanto ciò risponda alle tradizioni e al vostro antico canone, ci sarebbe parecchio da dire. Perché, senza voler apparire ipercritici, mi pare che essa denoti mancanza di inventiva e incapacità di sperimentazione. Un buon capretto in umido, per dire, con olive verdi, un bicchiere di vernaccia, pomodoro, prezzemolo, cipolla, aglio e una manciata di capperi, non solo solleciterebbe nel palato la capacità di accogliere sapori più delicati, ma eviterebbe l'eccessivo dilungarsi dei tempi di cottura. Cosa che a me, ospite... (Prende il quadernetto:) Permettete... (Legge:) "Una peculiarità della Sardegna, mortalmente irritante, è il modo crudele con cui un uomo viene lasciato morire di fame fino all'ora del banchetto. Anche se un ospite arriva alle due del pomeriggio, non vi sarà per lui nulla da mangiare fino alle nove o alle dieci. Certamente il vino scorrerà, ma non si può trovare conforto nel vino. Qui a Ballao, per esempio, passai ore fameliche tra i numerosi bambini della casa che giocavano, assieme ai gatti, ai maiali e al pollame, sul pavimento della stanza, mentre il molenti in un cantuccio contribuiva con la musica della macina ad aumentare il baccano". Charles Edwardes, Sardinia and de sardes, 1889...
BARBONE BRUNO (Gli strappa letteralmente il quaderno di mano, lo sfoglia rapidamente e leggendo e masticando insieme:) "Quando i pastori vogliono far cuocere un vitello, un cinghiale o un capriolo, scavano una gran buca in terra; per appianare e consolidare il terreno, battono il fondo e i fianchi di questa buca, che, così preparata, diviene il clibanum biblico e degli antichi. Riempitala quindi di rami secchi (di piante aromatiche, se è possibile) vi accendono il fuoco. Spentosi il fuoco, e rimasta solo la brace e la cenere calda, collocano sulla cenere un vitello ben pulito, che ha racchiuso nel ventre un agnello o un porchetto di latte - e se la bestia da arrostire è un cinghiale o un capriolo, lo imbottiscono più comunemente colle pernici e coi merli - poi accendono sopra la bestia un altro fuoco, il cui calore e gli aromi penetrano dentro la carne che si cuoce così nel proprio sugo". Emmanuel Domenech. (Sarcastico:) E qualcuno poi si lamenta, dell'attesa! (Lancia il quadernetto che va a finire oltre BARBONE BIONDO, ma sempre sulla panchina, poi, irritato, raccoglie il suo tavolino e imprecando sottovoce va a mangiare più in là, utilizzando i sacchi colmi e neri dell'immondizia come comodi e postmoderni puf.)
BARBONE BIONDO
(Si gira, prende il
quadernetto e continua a parlare imperterrito): Cosa che a me, ospite, dicevo,
una attesa non eccessivamente lunga, non potrebbe che dare sollievo! Perché se
c'è un insopportabile travaglio a cui voi ci sottoponete...(Prende
improvvisamente atto, con fastidio, che BARBONE BRUNO si è allontanato, e
continua ammiccando al pubblico:) Eccolo!. Pappa e cittu! Se l'ospite invece
parla, se ha qualcosa da dire, cosa fanno loro? Loro si offendono, permalosi
come i loro asini permalosi e ostinati! Ma io lo dico lo stesso... (Si alza in
piedi e alzando il tono di voce:) Se c'è un insopportabile travaglio a cui voi
sottoponete l'ospite, voi sardi, è proprio quello dell'attesa! Dell'attesa che
il rito si compia, il sacro rito della cottura a fuoco vivo, vivo ma lento... (Prende il suo quadernetto, si siede e rivolto al
pubblico): C'era una volta un
capretto "squartato, appiattito e infilzato come un piatto ventaglio su un
lungo stelo di ferro".
Avrebbero potuto certo tagliarlo a pezzi e metterlo in tegame, rapidamente, per
sfamare gli ospiti, e invece no!
"L'intero capretto scuoiato era lì, la testa ripiegata contro la spalla,
le tozze orecchie, gli occhi, i denti, i pochi peli delle narici; e le zampe
arrotolate in modo strano, come un animale che metta le zampe davanti sopra la
testa curva all'ingiù, e le zampe posteriori girate in su, in modo
indescrivibile; tutto infilzato, piatto, sulla lunga asta di ferro, in una
struttura completamente piatta. Ricordava terribilmente quegli animali distorti,
simili a cani dalle membra sottili che sono raffigurati negli antichi ornamenti
lombardi, distorti e stranamente ripiegati su se stessi. Anche le miniature
celtiche hanno queste creature distorte, involute...". (Si alza e va verso
il pubblico; un faro illumina solo lui mentre tutto il resto della scena rimane
al buio; racconta:) "Il vecchio agitava il capretto piatto come una
bandierina, mentre sistemava il fuoco. Poi infilzò la punta dell'asta in un
lato del camino. Si accovacciò sulla pietra del focolare, nella penombra
all'altra estremità del camino, tenendo in mano la lunga asta di ferro. Così
il capretto fu allungato davanti al fuoco, come un parafuoco. E lo faceva
ruotare a suo piacimento. Ma il buco nel muro del camino non andava bene. La
punta dell'asta continuava a scivolare, e il capretto cadeva sul fuoco. (...)
Gli chiedemmo se il capretto era per la cena, e lui rispose di sì. Doveva
essere buono! Disse di sì e guardò mortificato quel po' di cenere sulla carne,
lì dove era scivolata. È una questione d'onore che non tocchi mai la cenere.
Preparavano tutta la carne in quel modo? Disse di sì. E non era difficile
sistemare il capretto in quel modo sull'asta di ferro? Disse che non era facile,
e guardò attentamente la bestia, tastò una delle zampe anteriori e disse che
non era sistemato a dovere. Parlava in un mormorio sommesso, difficile da
cogliere e sempre di lato, mai diritto verso di noi. (...) Poi prese la candela
e scrutò il capretto. Era evidente che era nato per fare l'arrosto. Con la
candela in mano, guardò a lungo il lato sfrigolante della carne, come se ci
leggesse presagi. Poi rimise lo spiedo sul fuoco. Ed era come se il tempo
immemorabile si stesse abbrustolendo un altro pasto. Io seduto, reggevo la
candela...".
La luce si spegne per riaccendersi poco più indietro, su BARBONE BRUNO che, nella penombra, fino a qualche attimo prima armeggiava con una "corda" intorno al suo collo; adesso siede in cima al cassonetto, al collo ha una "cravatta" sgargiante e in mano una candela accesa. È come estraniato, come se non fosse lui a parlare.
BARBONE BRUNO: Io, David Herbert Lawrence, seduto, reggevo la candela. "Apparve allora una donna giovane che aveva sentito delle voci. Aveva la testa avviluppata in uno scialle, un'estremità del quale era tenuto sopra la bocca così che ne emergevano solo gli occhi e il naso. L'Ape Regina pensò che avesse mal di denti, ma lei rise e disse di no. (...) Portava il costume di tutti i giorni, una gonna marrone scuro arricciata, un corpino bianco arricciato e un piccolo panciotto o corsetto. Nel suo caso, questo piccolo corsetto era diventato niente più che una cintura sagomata, con graziose, rigide punte sotto i seni, come lunghe foglie diritte. Era grazioso, ma tutto sporco. Anche lei era graziosa, ma con un modo di fare impudente, per niente gradevole. (...) Quando se ne fu andata chiesi al vecchio se era sua figlia. Bruscamente, nel suo mormorio sommesso, lui rispose di no. (...) La cottura del capretto intanto procedeva molto lentamente, poiché la carne non era mai molto vicina al fuoco. Di tanto in tanto l'arrostitore sistemava quella caverna di radici infuocate. Poi aggiungeva altre radici. Faceva molto caldo. E lui girava il lungo spiedo e io continuavo a reggere la candela..."
Buio. Poi la luce si accende soltanto su BARBONE BIONDO, che si è messo in testa un elegante borsalino, sta in piedi sulla panchina e recita rapito.
BARBONE BIONDO: E lui girava il lungo spiedo e io, David Herbert Lawrence, "nella Locande del Buon Risveglio, a Sorgono, in una fredda notte di gennaio, continuavo a reggere la candela. (...) Il vecchio puntellò il suo arrosto e scomparve per un po'. La sottile candela sgocciolava e il fuoco non era più fiammeggiante ma rosso. L'arrostitore riapparve con una nuova asta, più corta, più sottile, e con un grosso pezzo di grasso di maiale crudo infilzato in cima. E ficcò questo nel fuoco rosso. Sfrigolò, fumò e schizzò grasso, ed io ero curioso. Cercò a tentoni sulla pietra del focolare i pezzetti di ramoscelli con cui era stato acceso il fuoco. Ficcò nel grasso questi mozziconi di rametti, poi lo rimise al fuoco. E questa volta prese fuoco, ed era una torcia fiammeggiante che colava in basso una sottile pioggia di grasso incandescente. Adesso era soddisfatto. Tenne la torcia di grasso, coi suoi scoppiettii gialli sopra il capretto che si abbrustoliva e che lui mise orizzontale per l'occasione. Le gocce fiammeggianti caddero su tutto l'arrosto, finché la carne divenne tutta lucida e abbrustolita. Lo rimise sul fuoco, tenendo il grasso che si andava consumando, e ancora bruciava nella sua fiamma bluastra, sopra il capretto, tutto il tempo nell'aria sovrastante... Mentre avveniva tutto ciò entrò un uomo con un tonante Buona sera. (...) Quest'uomo aveva portato con se una nuova atmosfera, vivace, che non piaceva all'uomo dell'arrosto. Comunque gli feci posto sulla bassa panca... Si sedette a una estremità ed entrò nel cerchio di luce. (...) Pensai potesse essere un mercante del luogo o un agricoltore. Fece alcune domande con tono gioviale, confidenziale, poi andò via di nuovo. Riapparve con un piccolo spiedo di ferro, un'asta sottile in mano, e nell'altra due pezzi di capretto e una manciata di salsicce. Infilzò il suo capretto nell'asta. Ma il nostro arrostitore teneva ancora l'interminabile capretto appiattito davanti al rosso fuoco, ormai senza fiamma. La torcia di grasso si era esaurita e il tizzone era stato spinto nel fuoco. Un rapidissimo guizzo di fiamma, poi il rosso, di nuovo l'intenso rossore, e il nostro capretto lì davanti, come una grande mano scura. "Eh!" disse il nuovo arrivato che chiamerò il girovago "È cotto. Il capretto è cotto. È cotto". L'arrostitore scosse la testa lentamente, ma non rispose. Stava seduto, simile al tempo e all'eternità, sulla pietra del focolare... (...) "Su, su!" disse il girovago. "Lascia il fuoco agli altri" (...) Ma sì, è certamente cotto" dissi io, perché erano già le otto meno un quarto. Il vecchio sacerdote dell'arrosto borbottò e tirò fuori il coltello dalla tasca. Infilò la lama lentamente, lentamente dentro la carne, in profondità, fin dove il coltello può arrivare in un pezzo di capretto. Era come se stesse tastando la carne all'interno. E disse che non era cotto. Scosse la testa e rimase lì, come il tempo e l'eternità alla fine della strada...".
INSIEME: David Herbert Lawrence, Sea and Sardinia,1921.
Luce. Riprendono a muoversi come se l'intermezzo Lawrenziano li avesse spossati e facessero molta fatica a tornare nei loro panni; ora seduti sulla panchina hanno freddo, stringono le braccia sul petto. BARBONE BRUNO tira fuori una fiaschetta, che evidentemente contiene qualcosa di corroborante, e ne offre un sorso a BARBONE BIONDO.
BARBONE BIONDO (Restituendo la fiaschetta): In fondo, a me la carne non piace, io preferisco il pesce.
BARBONE BRUNO: Non hai che da servirti! (Gli prende il quaderno, lo sfoglia veloce e legge): "Tre uomini giovani, belli e robusti ad un cenno del signor Carta si cambiarono in tanti Adami: si legarono intorno al corpo una cordicella e fra essa e la pelle si piantarono una spada di legno, che sembrava piuttosto la spatola tradizionale d'Arlecchino. Gettatisi a capofitto nella laguna con quel legno e quel filo si diedero alla loro pesca che aveva del prodigioso, del magico. Ognuno d'essi si tuffava sotto le acque, e dopo pochi secondi usciva con un grosso muggine, nelle mani, che apriva convulsamente le branchie scarlatte, tentando di sfuggire a quella robusta presa; ma in quell'istante la spada d'Arlecchino dava due o tre colpi sul capo, e il pesce era infilato nella cordicella attaccata al corpo del pescatore. Un nuovo tonfo, un nuovo pesce, una nuova martellata sul capo e via così di seguito senza posa".
BARBONE BIONDO: Paolo Mantegazza, antropologo, Profili e paesaggi, 1869.
BARBONE BRUNO (Ancora leggendo): "Nei mari di Alghero è copiosissima la pesca delle acciughe e delle sardelle, che, salate, vengono esportate. Abbondantissimi e squisiti i pesci ed i crostacei do ogni qualità; il mercato dei pesci in questa città è uno dei primi d'Italia".
BARBONE BIONDO: Pasquale Cugia, geografo, Nuovo itinerario dell'Isola di Sardegna, 1892.
BARBONE BRUNO (Ancora leggendo): "Il pesce che non si può vendere a fresco viene seccato al fumo come le aringhe, lasciandolo per qualche tempo nel sale, poi tenendolo sospeso nelle baracche ben chiuse, facendovi un gran fumo per qualche giorno (...) Un'altra maniera di preparare questo pesce - il muggine - è quella che appellano merca. Si fa bollire il pesce nell'acqua di mare, indi si avvolge in un erba che germoglia nell'orlo dello stagno, detta zibba: questa erba è una specie di salicornia che dicesi di dare un buon gusto al pesce che si conserva in questo modo per alcuni giorni".
BARBONE BIONDO: Alberto Ferrero della Marmora, uomo in esilio e geografo per volontà, Itinèraires de l'ile de Sardaigne, 1860.
BARBONE BRUNO: (Beve un altro sorso dalla fiaschetta:) A l'ischis su contu de fra Ignatziu e su pische de Aristanis?
BARBONE BIONDO: Come dite?
BARBONE BRUNO: Scusa, dimentico sempre che, dopo tanti anni che sei qui da noi, ancora non hai imparato la nostra lingua.
BARBONE BIONDO: Non è vero, qualcosa capisco, è che adesso mi avete preso alla sprovvista.
BARBONE BRUNO: Come no!
BARBONE BIONDO: Sì, sì, potete continuare a parlare in sardo, vi seguo perfettamente, davvero! (Prende il quadernetto e questa volta non legge ma scrive, utilizzando un mozzicone di matita che prima inumidisce con un po' di saliva sulla punta.)
BARBONE BRUNO: Duncas, fra Ignatziu fit su cucineri de su conventu, e s'est postu a coghinare unu pische mannu gai...
BARBONE BIONDO: Fra Ignazio era cuoco e cucinava un pesce grande così...
BARBONE BRUNO: Su superiore at pensadu chi Ignatziu si fiat fatu contentu cun su brou e, sos áteros frades, chi in totu fint bàttoro...
BARBONE BIONDO: Il superiore pensò di dare a Ignazio il brodo e agli altri frati, del convento che in tutto erano... bàttoro?
BARBONE BRUNO: Quattro! L'at nadu, a chie mi narat una massima "iniziale" li apo a dare su cabu, a chie mi nde narat una " centrale", e a chie nde allegat una "finale", sa coa de su pische.
BARBONE BIONDO: Dunque, chi avesse saputo esordire con una massima che contenesse in sé un avvio avrebbe avuto la testa del pesce, chi avesse espresso una massima, diciamo... "centrale" il corpo del pesce e chi una massima di chiusura, la coda.
BARBONE BRUNO: Su primu. "Chie primu comintzat, primu principiat". A tie su capu de su pische de Aristanis.
BARBONE BIONDO: Chi ben comincia, ecc. La testa del pesce.
BARBONE BRUNO: "In camminu si acontziat barrio". A tie sa parte 'e mesu.
BARBONE BIONDO: Per strada si sistema tutto. E quindi il corpo del pesce...
BARBONE BRUNO: Rie beni chie si presentat a últimu.
BARBONE BIONDO: Ride bene chi ride ultimo...
BARBONE BRUNO: Istaíant a puntu de si papai su pische cando nd'est intradu fra Ignatziu cun sa vasía de su brou galu buddinde e los beneitos e totu!
BARBONE BIONDO: Stavano già per mangiare ognuno la sua parte di pesce quando entrò fra Ignazio e... li ha benedetti, e basta?
BARBONE BRUNO: Sì, ma col brodo bollente!
BARBONE BIONDO: E quelli, gli altri frati?
BARBONE BRUNO: Si che sunt fuidos, e fra Ignatziu s'at papadu totu su pische de Aristanis.
BARBONE BIONDO: E fra Ignazio si è mangiato tutto solo quel grande muggine!
BARBONE BRUNO (Canticchia rilassato):
Su mare candu est nettu
bi passizat su moru
cun d'un'udrone 'e ua,
cun d'un'udrone 'e ua.
Quando il mare è pulito, ci passeggia su il moro, con in mano un grappolo
d'uva.
BARBONE BIONDO: I mori mangiavano l'uva?
BARBONE BRUNO: Anche i sardi, uva fresca, rossa o bianca, con pane e formaggio, con pane e prosciutto... E poi fichi e figumorisca, i fichi d'india, melograne e albicocche, ciliegie, mele, pere, susine... E arance...
BARBONE BIONDO: Arance belle tonde... (Sfogliando veloce il quadernetto:) "In Francia non si ha un'idea del numero delle arance, cadute naturalmente dagli alberi, che un uomo possa mangiare in pochi minuti. Ho visto spesso, a Sassari, presso il Castello, gruppi di studenti circondare i venditori ambulanti, e inghiottire ciascuno fino a trenta arance senza sentirsi male. Chi paga tutto, nel gruppo, è generalmente chi ne mangia meno. Altre volte paga chi nelle arance ha un minor numero di spicchi". Emmanuel Domenech.
BARBONE BRUNO (Canticchiando):
Dammi su mucaloru,
a ti lu samunare,
in s'abba de su nie,
in s'abba de su nie.
Dammi il tuo fazzoletto, te lo laverò nell'acqua di neve...
Le donne di Aritzo, le donne delle montagne, conoscevano il segreto della neve;
l'estate scendevano a valle e la vendevano fresca e buona ai vecchi, ai bambini,
a tutta la gente di pianura che si radunava per la festa del santo patrono.
BARBONE BIONDO (Il suo tono ora è pacifico, amicale, quasi complice): Le donne di Aritzo conoscevano il segreto della neve, e le dame di Cagliari si riunivano e conversavano...
BARBONE BRUNO: Le donne di Arizto facevano i gelati, sa Carapigna...
BARBONE BIONDO: (Prende a leggere dal quadernetto:) "Generalmente le donne sarde portano per copricapo un velo bianco di mussola, fermato in testa da una spilla d'oro o d'argento, spesso un piccolo grappolo di ribes o d'uva di corallo. I loro fianchi sono chiusi da una specie di pettorale o giubettino molto basso, di broccato o di altro genere, di seta tessuta con oro o argento, e con larghi disegni di color rosso e turchino. Questo giubettino è allacciato davanti con cordoni o nastri di seta rossa o turchina: qualche volta è sostituito da una cintura alta di forma antica. Stretto sopra, una camicia o una camicetta di tela molto fine, aperta davanti e bassa, nasconde il seno che disegna più su del giubettino. L'apertura della camicia è chiusa da due bottoni sferici lavorati, d'oro o d'argento, l'uno all'altro attaccati da una catena dello stesso metallo. Sulla camicetta, le donne portano una piccola veste greca, di panno scarlatto, che lascia libero il petto e il pettorale in vista. Le maniche, come in quelle del corittu, sono molto larghe, aperte nelle costure, per lasciare vedere quelle della camicia; su tutta la larghezza dell'apertura vi è un gallone d'oro, d'argento o di seta turchina con una guarnitura da sei a dodici bottoni simili a quelli della camicia. La gonna è di panno scarlatto, a pieghette come il rocchetto dei preti. Nella parte inferiore della gonna sono cuciti uno più galloni d'oro, in argento o in seta turchina". Domenech.
BARBONE BRUNO: Le donne e le bambine in gruppo, sulle falde del Gennargentu, a raccogliere la neve... Gelati di neve...
BARBONE BIONDO: Sa
Carapigna. E le
dame di Cagliari... (Sfoglia il suo quadernetto e parla e legge in tono quasi
fraterno, con un braccio sulla spalla di BARBONE BRUNO:) "Nelle Città
Principali di Cagliari, e Sassari si è principiato a formare delle Lotterie tra
i Parenti, ed Amiche le quali si ridunano or in casa dell'una, ed or dell'altra
nelle sere che non c'è visita. Delle Conversazioni di Visita ve ne sono di più
specie: cioè le ordinarie, e quelle che diconsi di Carapigna. A queste sì le
Dame, che li Cavalieri intervengono vestiti a galla. (...) In tutte queste
conversazioni si giuoca generalmente, ed è ispezione della Dama che riceve il
cercar la partita a quelle, che la favoriscono, se non se la sono già formata
da esse medesime. La padrona in queste adunanze deve ricevere, e bacciare tutte
quelle che intervengono, e le medesime far il giro della camera per bacciarsi
vicendevolmente. Molte vecchie sono dispensate da questo Cerimoniale.
Li Giuochi che sono in uso sono li Ganellini, la Picicogna con le carte
francesi, il Goffo, la Cascara e il Tresette, e qualche volta il Tarocchi detto
delle tre Carte. (...) Queste conversazioni che cominciano all'entrar della
notte durano fino alle ore dieci di Francia. Li Piemontesi vi sono accolti con
piacere specialmente dalle Dame Giovani, perché col loro trattare più aperto
moderano il serio de' Mariti, e delle Vecchie. Diconsi conversazioni di
Carapigna perché servono sorbetti biscottini. Queste sono di molta spesa attesa
la straordinaria quantità de' medesimi che vi vuole non solo per motivo del
grande concorso che per l'avidità della nazione per il dolce. Vi sono chi
prende sino dodici tazze di sorbetti avendo io veduto prenderne da una persona
sola 15 in una sera. Questi sorbetti sono di limone latte d'amandole, e canella,
e sono molto dolci. Li biscottini e dolci si servono in gran bacile ed in un
batter d'occhio sono vuote. In quest'occasione la Padrona di Casa deve aver
attenzione di mandar li rinfreschi alle Parenti che non hanno potuto per qualche
impedimento intervenirvi come sì al Medico, all'Avvocato di Casa".
BARBONE BIONDO E BARBONE BRUNO (Si guardano negli occhi, poi riabbassano contemporaneamente lo sguardo sul quaderno, rialzano gli occhi e guardandosi dicono): 1759, Anonimo Piemontese, Descrizione della Sardegna.
BARBONE BIONDO (Si alza, cammina avanti e indietro con le mani allacciate dietro la schiena, si ferma e dice): Eppure manca ancora qualcosa, manca qualcosa... E non capisco...
BARBONE BRUNO: Cosa non capisci, che non si riescano a trovare numerose e brillanti pagine sul nostro formaggio?
BARBONE BIONDO: Sì! Cioè no..., cioè forse...
BARBONE BRUNO: O preferiresti il dolce al formaggio, o tutti e due?
BARBONE BIONDO (China il capo di lato): Mmmm......
BARBONE BRUNO: Come si può concludere un buon pranzo senza dolci e senza formaggio? Ma quei rozzi viaggiatori dell'800 erano talmente usi a ingozzarsi di carni arrosto che i formaggi e i dolciumi arrivavano in un momento del pasto in cui il loro raggio visivo era ormai ottenebrato dalla sazietà più completa.
BARBONE BIONDO: Forse... magari, vorrei dire, perché restavano vittime di un eccesso di ospitalità... "I Sardi esercitano molto l'ospitalità verso li forestieri, o viaggiatori. Se un forestiere è solo un poco conosciuto per nome, o raccomandato a qualcuno o anche un viaggiatore che passi, se si annunzia sia presso i Vescovi, o Parrochi, Rettori, o presso il Nobile, cavaliere di villaggio, è ben ricevuto, benissimo trattato, alloggiato, trattato anzi con un pranzo, grandissimo, che è spesso ritardato per li molti preparativi che fanno, ma che poi è abbondantissimo di piatti, nel che mettono un lusso; sono poi cordiali, e civili col forestiere; e lo instradano, gli procurano cavalli, etc. e tutto a gratis senza domandare, né accettar nulla". "Basta a dire che per un pranzo così di viaggio in un luogo a due forestieri si servirono 30 polli; e questo è uso generale in Sardegna: faranno economia tutto l'anno, e spendono senza misura per un lauto pranzo per forestieri". Francesco D'Austria-Este.
BARBONE BRUNO (Ride): Vuoi sentirne un'altra di fra Ignazio?
BARBONE BIONDO: Sì, magari.
BARBONE BRUNO: Fra Ignatziu fit
andadu a pedire in sa pinneta de su pastore: "A nde
tenes de casu?" E s'ómine malu, chi nde teníat unu muntonu bene cuadu,
l'at nadu...
BARBONE BIONDO (Mentre cerca di prendere appunti): Aspettate! Il frate va dal pastore e chiede formaggio, ma quello, che ne aveva un mucchio...?
BARBONE BRUNO: Nascosto!
BARBONE BIONDO: Ecco, l'ha nascosto!
BARBONE BRUNO: Li narat: "Mi dispiaghet, fra Ignà, ma non nde tenzo!" "Cand'est gai" li narat Ignatziu, "ténidi tue custu mossu de pane e beneita siat sa domo tua!" e cando su frade si fia andende, pum, totu su muntone de casu si nd'est faladu e s'est postu a li caminare in fatu...
BARBONE BIONDO: Sì, sì, fra Ignazio si è impietosito e ha fatto lui, l'elemosina al pastore, l'ha anche benedetto, ed è andato via, ma in quel momento, PUM!
BARBONE BRUNO: Le forme di cacio sono
rotolate giù e sono andate dietro al santo
frate...
BARBONE BIONDO: Come nel pifferaio magico!
BARBONE BRUNO: Più o meno. E su pastore s'est post a boghinare: "Fra Ignà, oh fra Ignatziu! Su casu miu, su casu miu!
BARBONE BIONDO: E il pastore : Fra Ignà, il mio formaggio, il mio formaggio!!
BARBONE BRUNO: E su frade: "E cale casu, si tu non nde tenías de casu, ite casu boles? Custos chi sunt benzende cun megus sunt criaturas de Nostru Segnore, inue lu ides su casu?" (Ride.)
BARBONE BIONDO: Ma quale casu e casu, se tu non ne avevi? Queste che vedi venirmi dietro sono creature del Signore!
BARBONE BRUNO (Cantando):
"In Olzai non campat piùs matzone
ca nde li ant leadu sa pastura,
sa zente ingolumada a sa dulzura
imbentat sapa dae su lidone".
BARBONE BIONDO: Non vorrei deludervi, ma non ho capito un'acca!
BARBONE BRUNO: Diego Mele, poeta e parroco di Olzai, fino al giorno della sua morte avvenuta nell'ottobre del 1861, prendeva in giro i suoi parrocchiani per i loro peccati di gola.
BARBONE BIONDO: Davvero? (Pronto a prendere appunti.)
BARBONE BRUNO: Qualcuno aveva provato a ricavare la sapa dallo sciroppo di corbezzolo.
BARBONE BIONDO: Sapa?
BARBONE BRUNO: Certo, il ripieno delle tiliche, che normalmente si fa col mosto...
BARBONE BIONDO: Tiliche, casadinas, pirichitos, papassinas...
BARBONE BRUNO: Basta!
BARBONE BIONDO: Scusate.
BARBONE BRUNO: E avendo saccheggiato tutte le siepi di corbezzolo, la volpe non aveva più rifugio, e perciò... (Parlando questa volta un po' più lentamente, in modo che Barbone Biondo comprenda:)
"Unu forte inimigu capitale
pro sa sapa de nou ant irritadu;
matzone pro istintu naturale
contra de sos porcheddos at giuradu,
como dae sa famem apretadu
furat e tene doppia regione".
BARBONE BIONDO: Un nemico capitale a causa della sapa è stato irritato; volpe per istinto l'ha giurata ai porcetti, perché pressato dalla fame ruba, e con doppia ragione!
BARBONE BRUNO: Già!
BARBONE BIONDO: Ma siete sicuro che il buon parroco parlasse di marmellate e non di terreni confiscati?
BARBONE BRUNO: E io che ne so?
BARBONE BIONDO: Scusate, non volevo irritarvi.
BARBONE BRUNO: Ne vuoi ancora? (Gli offre il pastone della gavetta.)
BARBONE BIONDO: No, vi ringrazio! Ed anzi vorrei dirvi, ad onor del vero, che in questa lunga notte, valutando i pro e i contro, il detto e il non detto, il supposto e l'immaginato, il mio povero stomaco...
BARBONE BRUNO: Craba chi non bicat, bicau at!
BARBONE BIONDO: Come dite?
BARBONE BRUNO: Andiamo a dormire!
BARBONE BIONDO: Agli ordini! Dove preferisce, sopra o sotto?
BARBONE BRUNO: Hai bevuto molto, oggi?
BARBONE BIONDO: Niente, non ho bevuto niente!
BARBONE BRUNO: Allora sotto. Buona notte! (Si sdraia sotto la panchina.)
BARBONE BIONDO: Buona notte! (Si stende, Sfoglia per un'ultima volta il quadernetto, si solleva su un gomito, legge:) "Finalmente la camera fu sbarazzata, i bambini vennero messi in un unico grande letto, l'asino sciolto e annunciata la cena. Ci sedemmo in quattro a tavola: la padrona di casa e la più grande delle sue graziose figlie dagli occhi neri si unirono a noi. (...) Appena il pasto fu terminato, la signora si alzò in piedi, mi offrì il lume che aveva illuminato il nostro festino e ci augurò "Buon riposo". Ma il buon riposo era, a dir poco, fuori discussione. Innanzi tutto io dovevo dividere il letto con l'ex brigante, il quale scivolò dentro le lenzuola senza lavarsi, svestito di null'altro che gli stivali. In secondo luogo, la nostra rispettabile padrona di casa, per dimostra la sua riconoscenza per la nostra visita, aveva raccolto tutti gli orologi della casa, aveva chiesto in prestito, io credo, quelli dei vicini e li aveva appesi alle pareti, da dove essi si facevano sentire ticchettando fortemente l'uno contro l'altro come fosse una scommessa". Charles Edwardes, Sardinia and the Sardes, 1889.
BARBONE BRUNO (Voltando appena il viso e rimanendo sdraiato): "L'Albergo di Villanova dove andai a riposarmi, si componeva di due camere. In una stavano quattro cavalli e una mezza dozzina di contadini addormentati per terra. Nell'altra vi erano due enormi letti, un tavolino sciancato e molto basso, due sedie, e un braciere sul quale cuocevano sei sardine che dovevano servirmi di cena col latte di pecora che mi portarono in una gran ciotola. Una mola per macinare e un ciuco, completavano questo strano mobilio. I due letti occupavano metà della stanza; l'asino e la macina l'altra metà. Il tavolino, le sedie e il braciere stavano nel mezzo.Quando finii la mia cena frugale, mi coricai nel letto di destra, riservato ai forestieri. Quattro o cinque persone vi potevano dormire con comodità, senza toccarsi né udirsi russare. Verso le dieci di sera, la numerosa famiglia del proprietario dell'albergo si coricò al completo nel letto di sinistra". Emmanuel Domenech. (BARBONE BIONDO si stende sopra la panchina; dopo qualche attimo di silenzio silenzio:) Dormi?
BARBONE BIONDO: No!
BARBONE BRUNO: Passami il coso!
BARBONE BIONDO (Dandogli il quadernetto): Prego!
BARBONE BRUNO: Grazie. (Sfoglia velocemente:) "L'abate che era arciprete di un'altra diocesi, ma nativo di Alghero e proprietario della casa in questione, accettò volentieri. Ci accompagnò a casa sua, diede a ciascuno la propria camera e dopo aver dato ordini perché fossimo sistemati correttamente e perché fossero preparati i nostri letti, ci disse che eravamo aspettati a cena dal governatore per le nove(...) Alle nove precise mi recai dal Governatore, il quale non era in casa. Ritornai alle dieci, poi alle undici, il Governatore era assente. Infine, verso mezzanotte mio presentai di nuovo; mi fecero aspettare un po' prima di aprire e dovetti attendere ancora più a lungo nell'anticamera, perché il Governatore stava andando a letto. Arrivò poi, con la cuffia da notte in testa, in vestaglia e in pantofole, per chiedermi con aria stupita cosa volessi ad un'ora così avanzata della notte(...) Uscii ancora un momento in città per comprare un po' di pane, perché il mio compagno ed il mio cane da caccia avevano divorato tutto sino all'ultima briciola, e russavano tutti e due tranquillamente(...) Dovetti coricarmi senza aver mangiato niente dal giorno prima a mezzogiorno..." Alberto Ferrero Della Marmora.
BARBONE BIONDO (Sbadigliando): 1939, Voyage en Sardaigne.
Le luci dell'insegna si illuminano
tutte, effettivamente si tratta di un "Restaurant: Sa rocca".
Dopo qualche minuto BARBONE BRUNO ridacchia.
BARBONE BIONDO: Cosa avete?
BARBONE BRUNO (Ride): ...
BARBONE BIONDO: Vi sentite bene?
BARBONE BRUNO: Eh? Ah, sì, scusa, stavo sognando. Stavo sognando di essere il sindaco di Bono il giorno in cui fu offerto un sontuosissimo pranzo al re Carlo Alberto.
BARBONE BIONDO: Aspettate!
BARBONE BRUNO: Lascia stare, non scrivere niente.
BARBONE BIONDO: Come volete.
BARBONE BRUNO: Alla fine del pranzo, avevano mangiato a sazietà variando tra mille portate, arrivò un pastore con un cesto immenso colmo di fichi d'india. Una dama del seguito reale ne prese uno e si punse. Il re chiese di cosa si trattasse e il vecchio pastore, invece di rispondere a parole, con abilità estrema, prese a sbucciare quei frutti succulenti. Il re, naturalmente, faceva il prezioso, ma poi si lasciò convincere e ne assaggiò uno, e gli piacque talmente che ne mangiò un sacco e una sporta! Ma quando si rese conto che il suo non era esattamente un comportamento regale, si fermò e disse che non poteva più mangiarne. Anche se era chiaro che ne avrebbe fatti fuori un'altra decina. Al che, il pastore, per metterlo a suo agio: "Mandighet, oh su re, chi de custa cosa in campagna nde creschet gai tanta chi nois la damus a sos porcos!" (Ride.)
BARBONE BIONDO: Mangiate, mangiate, o Re, che di questa frutta ne cresce così tanta che noi la diamo ai maiali. (Ride.)
BARBONE BRUNO: Buona notte!
BARBONE BIONDO: A domani, buona notte.
Dal pubblico entra un uomo vestito da cuoco, ha in mano un piatto pieno di cibo e va verso il palcoscenico, sale e mette il piatto al centro della scena.
CUOCO: Mussi mussi mussi... vieni, guarda quante cose ti ho portato da mangiare, una cena degna di un re... vieni, micio... mus, mus, beni mussitta! (Si allontana verso le quinte e ritorna con un cartello che apre a libro, su un cartone bianco è scritto in rosso: "Domani: "pecora bollita". Nascosto dietro il cartello l'uomo parlotta col gattino che è appena arrivato:) Bella mussitta mia, bella e galana ses, mandiga, mandiga chi ti faches manna...
cala il sipario
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Bibliografia consultata:
"Viaggiatori" citati:
Vittorio Angius, La voce "Sardegna" in Dizionario storico geografico
di G. Casalis, Torino 1833 - 1856.
Pasquale Cugia, Nuovo itinerario dell'Isola di Sardegna, Ravenna 1892.
Alberto Ferrero della Marmora, Voyage en Sardaigne, Turin - Paris 1839.
Alberto Ferrero della Marmora, Itinèraires de l'ile de Sardaigne, 1860.
Emmanuel Domenech, Bergers et Bandits. Souvenirs de Sardaigne, Paris 1867.
Emmanuel Domenech, Banditi e pastori, traduzione e cura di Raimondo Carta Raspi,
Il Nuraghe, Cagliari 1930.
Charles Edwardes, Sardinia and de Sardes, London 1889.
Francesco d'Austria Este, Descrizione della Sardegna (1812), ristampa anastatica
della prima edizione del 1934, Roma, a cura di Giorgio Baldanzellu, Della Torre,
Cagliari 1993.
David Herbert Lawrence, Sea and Sardinia, London 1921.
Paolo Mantegazza, Profili e paesaggi della Sardegna, Milano 1869.
Diego Mele, Satiras, a cura di Salvatore Tola, Della Torre, Cagliari 1984.
Anonimo Piemontese, Descrizione dell'Isola di Sardegna (1759), a cura di
Francesco Manconi, cagliari 1985.
William Henry Smyth, Sketch of the present state of the Island of Sardinia,
London 1828.
John Warren Tyndale, The Island of Sardinia, London 1849.
Antoine-Claude Pasquin Valery, Voyage en Corse, à l'ile d'Elbe et en Sardaigne,
Paris 1835.
Antoine-Claude Pasquin Valery, Viaggio in Sardegna (1835), ristampa anastatica
dell'edizione del 1936, Cagliari, tradotta e curata da Raimondo Carta Raspi,
Della Torre, Cagliari 1995.
2. Studi sui libri dei viaggiatori:
Albero Boscolo (a cura di), I viaggiatori dell'Ottocento in Sardegna, Fossataro,
Cagliari 1973.
Leo Nepi Modona, Viaggiatori in Sardegna, Fossataro, Cagliari 1971.
Antonio Budruni, Yvette Gagliano, Splendori e miserie. Alghero nelle cronache
dei viaggiatori dell'Ottocento, EDES, Sassari 1991.
Myriam Cabiddu, La Sardegna vista dagli inglesi (I viaggiatori dell'800), ESA,
Cagliari 1982.
3. Altre opere:
Chiarella Addari Rapallo (a cura di), Il bandito pentito e altri racconti
popolare sardi, EDES, Cagliari 1977.
Mario Atzori, Antonio Vodret (a cura di), Vino di-vino, EDES, Sassari senza
data.
Mario Atzori, Antonio Vodret (a cura di), Olio cacro e profano, EDES, Sassari
1995.
Gino Bottiglioni, Vita sarda, ristampa anastatica dell'edizione del 1925,
Milano, a cura di Giulio paulis e Mario Atzori, Dessì, Sassari 1978.
Alberto maria Cirese, Enrica Delitala, Chiarella Rapallo, Giulio Angioni (A cura
di), Pani tradizionali, arte effimera in Sardegna, EDES, Sassari 1994.
Tonino Oppes, Paristorias. Miti e Racconti della Sardegna, AM&D, Cagliari
1998.
Giuseppina Perisi, Cucine di Sardegna, Muzzio, Padova 1989.
Max Leopold Wagner, La vita rustica, a cura di Giulio Paulis, Ilisso, Nuoro
19??.
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