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                           Conversazioni di Carapigna             

 

William Henry Smyth

Conversazioni di Carapigna

L'800 in Sardegna e
l'invenzione dell'ospitalità alimentare

Di Alberto Melis e Antoni Arca

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PERSONAGGI:

BARBONE BIONDO
BARBONE BRUNO
UN CUOCO


FANTASMI DI VIAGGIATORI:
VITTORIO ANGIUS, sardo, religioso, geografo e politico
PASQUALE CUGIA, sardo, geometra, geografo
ALBERTO FERRERO DELLA MARMORA, piemontese, esiliato in Sardegna, geografo
EMMANUEL DOMENECH, francese, religioso, antropologo
CHARLES EDWARDES, inglese, scrittore
FRA IGNAZIO, sardo, Santo
FRANCESCO D'AUSTRIA ESTE, arciduca
DAVID HERBERT LAWRENCE, inglese, scrittore
PAOLO MANTEGAZZA, lombardo, antropologo
DIEGO MELE, sardo, religioso, poeta
ANONIMO, piemontese, presumibilmente militare di carriera
WILLIAM HENRY SMYTH, inglese, ufficiale di marina
JOHN WARREN TYNDALE, inglese, avvocato, militare
ANTOINE-CLAUDE PASQUIN VALERY, francese, bibliotecario, classicista e romantico

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La scena rappresenta un'anonima strada metropolitana vista frontalmente, senza auto parcheggiate, ma con un grosso cassonetto dei rifiuti urbani così colmo che un mucchietto di nere e lucide buste dell'immondizia sono lì accanto; illumina la strada un'insegna intermittente, non si accendono tutte le lettere insieme, ma dovrebbe trattarsi di un ristorante. Al centro della scena, ma decentrata a sinistra, una panchina, sulla quale dorme BARBONE BRUNO, con le spalle poggiate allo schienale e le gambe allungate. I suoi fagotti sono per terra; alla sua destra la panchina è illuminata dalla luce fioca di un lampione. Dietro al cassonetto s'odono dei rumori, è BARBONE BIONDO che fruga tra i rifiuti..
Dopo aver finito di frugare nel cassonetto BARBONE BIONDO si avvicina alla panchina con una busta di plastica in mano; si siede, dà un'occhiata a BARBONE BRUNO addormentato e sorride verso il pubblico, ammiccando con la testa. Fruga un po' dentro la busta, poi si risolleva e indicando BARBONE BRUNO comincia a parlare.

BARBONE BIONDO: Ha già cenato, il professore... (Si allunga sui suoi fagotti, per terra alla sua sinistra, e tira fuori un fazzoletto che dispiega sulle ginocchia, e poi un pezzo di cifraxiu, che è già tagliato a metà, pronto per essere imbottito. Lo poggia sulle ginocchia e questa volta dalla busta tira fuori mezza fettina di carne, evidente resto di un pasto. La annusa:) Manzo..., no, vitella, fesa di vitella... (La allunga sotto il naso di BARBONE BRUNO che dorme ancora:) Voi che ne dite?... Ma già, fate finta di non sentire voi!... (Poggia la fettina sul pane e, odorandola più volte, si rivolge all'altro:) Fesa di vitella in salsa, due cucchiai d'olio d'oliva, 200 grammi di pomodori, quattro acciughe diliscate, una tazza di farina, un pugno di olive nere snocciolate, mezzo bicchiere di vernaccia, rondelle di limone a volontà e poi aglio, cipolla, prezzemolo e chiodi di garofano. Senza neanche un pizzico di curry... (Fa per addentare il pane, ma si ferma e si rivolge all'altro:) Personalmente devo dire che non ho niente in contrario. Niente curry con le olive, sulla fesa di vitella... (Fa di nuovo il verso di mangiare, poi si riferma:) A mio parere certe convinzioni vanno rispettate... In teoria, ma sottolineo in teoria, badate bene, potremmo levare le olive nere e aggiungere il curry, oppure sottrarre la cipolla, raddoppiare i chiodi di garofano e aggiungere un pizzico appena di cerfoglio... S'intende che la misura è tutto. Per quanto capisce, in materia di sapori, di spezie e di misure, bisognerebbe sempre controllare, verificare, assodare, mettere a confronto e poi ponderare, prima di... (Si blocca, basito, con le mani che stringono il pane allungate sulle ginocchia, poi dopo qualche secondo di silenzio, parla direttamente al pubblico:) Quella volta..., sì, quella volta si consumarono 26 vitelle e 50 libre di spezie... Ma c'erano anche... Aspettate, lasciatemi controllare... (Poggia il pane sulla panchina e allunga la mano verso i suoi fagotti, ne tira fuori un vecchio quadernetto sgualcito, di quelli neri coi bordi rossi, gira le pagine:) ...ecco, ricordavo bene: C'erano 26 vitelli e 50 "libre" di spezie. Ma le 50 libre di spezie servirono anche per 22 tra bovi e vacche, 28 caprioli e cinghiali, 300 capretti e porci da latte, 600 galline, 300 agnelli, 5.000 ovi, 3.000 pesci e 100 libre di datili. (Si alza e si muove in direzione del pubblico:) Ma chi ci assicura che le 50 libbre di spezie siano state utilizzate uniformemente per ogni piatto, nella giusta misura, per tutti i 2.500 invitati alla Messa Nuova del "dotor Antiogo Marcello" a Mamoiada, sul finire del del secolo decimo sesto o giù di lì! (Batte sul quaderno:) Ho scritto tutto, io...

BARBONE BRUNO (Senza dare cenno di essersi svegliato): Proprio come lo descrisse l'ambasciatore Martín Carrillo al re di Spagna Filippo III e il il barone e senatore del regno Giuseppe Manno lo raccontò al Cattaneo.

BARBONE BIONDO: Già, perché lui era come se ci fosse stato, pace all'anima sua. (Guardando gli appunti sul quaderno:) Consumarono anche 65 pani di zucchero, 280 starelli di grano, 100 libbre di riso, 50 piatti di mangiar bianco, una prodigiosa quantità di confetti e 25 botti di vino... Tutto diviso per 2.500 persone, ma le spezie...? Quali spezie, quali condimenti? E in che misura? Quanto cerfoglio, timo, peperoncino, aglio, prezzemolo, cipolla, pepe nero e pepe rosso, salvia, noce moscata, basilico, chiodi di garofano, rosmarino...? Negli arrosti, in padella, negli stufati... Sapete cosa vi dico? (Alza il tono di voce:) NON LO SAPREMO MAI!

BARBONE BRUNO (Come prima): Mai!

BARBONE BIONDO (Si rimette a sedere, mette il tovagliolo sulle ginocchia, ha le mani strette sul pane poggiato sulle ginocchia ma non le solleva. Sospira, guarda BARBONE BRUNO e rivolto al pubblico:) Ha già cenato, il professore! (Riprende in mano la busta di plastica, ne tira fuori una foglia d'insalata e la inserisce nel "panino":) E poi sapete che vi dico? A me di mangiare in compagnia di altre 2.499 persone non sarebbe piaciuto. Niente affatto. Ma pensa che disordine, che caos, che confusione, il cicaleccio sfrenato delle donne, e passami e questo e passami quello, e gli scoppi di risa alcoliche degli uomini, e il frignare dei bambini... Un brutto vizio, quello di mangiare in troppi e di mangiare troppo. Moderatezza, ci vuole... Per quanto, questo vizio di abbuffarsi, di rimpinzarsi, di sfrugoliarsi, di riempirsi lo stomaco sino a scoppiare, sia un vizio antico, di voi sardi... (Arresta per un attimo il suo parlare, avvicina il viso al viso dell'altro:) Mica lo dico io, eh!? (Alza la voce:) MICA LO DICO IO, EH!? (Si tira indietro, lo guarda come se quello avesse aperto gli occhi o avesse dato un minimo segno di diniego, batte adirato la mano sulle ginocchia e riprende il suo quaderno:) Sentite un po' qui... (Legge:) "La vita in Sardegna è pressappoco la stessa che si conduceva sotto Luigi XIV, con in più l'uso frequente del caffè. L'alimentazione ricca di carni produce un disturbo molto diffuso e delle forme di apoplessia anche nelle persone giovani; così si rendono necessari quei salassi mensili, quelle purghe violente che tormentavano anche i grandi uomini di quell'epoca, morti in gran parte a causa di un cattivo regime. Si pranza a mezzogiorno, e si può dire come Boileau: vengo di corsa, al suono di mezzogiorno, appena finita la messa". (Si alza col quaderno in mano, va verso il pubblico. Ma non riesce a parlare perché l'altro lo anticipa.)


BARBONE BRUNO: Antoine-Claude Pasquin, meglio noto come Valery, francese, classicista e romantico!

BARBONE BIONDO (Al pubblico): Ha già cenato, il professore! (Fa il cenno di tornare indietro ma subito si rigira e a voce alta e col dito alzato continua a leggere in tono aulico:) "I banchetti degli eroi di Omero, la tavola dei cavalieri, i fasti gastronomici della Bretagna, dell'Alvernia o della Bresse non offrono un solo festino che sia paragonabile all'enorme pranzo sardo dato in occasione della prima messa del dottor Antiogo Marcello..." (Sfoglia una pagina e va avanti, abbassando il tono:) "...un mangiare e un bere così prodigiosi dipendono da un grado poco avanzato di civiltà. Più le società tendono allo stato intellettuale, più il mangiare e il bere diminuiscono. Da questo punto di vista noi francesi abbiamo fatto progressi: divoriamo molta meno carne che sotto Luigi XIV...". Così disse Monsieur Valery, Voyage en Corse, à l'ile d'Elbe et en Sardaigne, 1835! (A questo punto fa una riverenza di quelle che i cicisbei facevano alla corte dei Re e torna a sedersi sulla panchina. Con gesti bruschi si dà da fare sul suo "panino", aggiunge un altro pezzo di carne, leva la foglia d'insalata e richiude il pane.)

BARBONE BRUNO (Senza sembrare volersi svegliare ancora. Ridacchia): Troppa carne fa male, fa male al sangue, fa venire la gotta, non vorrai che ti venga la gotta?

BARBONE BIONDO (Lo osserva): Ha già cenato... Ma poi, a voi che importa, se io mangio o non mangio, o se mangio e mi abbuffo? (Alza un po' la voce:) E magari mi riempio lo stomaco sino a scoppiare, eh! E dovrei anche sentirmi in colpa, eh? Perché se io non mangio, qui con voi, ora, offendo il vostro senso dell'ospitalità! Maledetta ospitalità! (Abbassa la voce e si rivolge al pubblico in tono didascalico:) Perché se è vero che l'ospitalità resta un dato squisitamente antropologico, ovverosia la piena e appagante manifestazione del rappresentarsi di una comunità edell'individuo verso l'esterno, e insieme un'istanza che coniuga il mito al rito e che ricuce l'identità, dandole forma e colore, confini e spessore; come può, l'ospitalità, dico, come può farsi così vorace, ingorda, cannibalesca? (Si rivolge di nuovo a BARBONE BRUNO e cambia tono di voce:) "S'istranzu est su mere de domo mia!", dite voi. "Lo straniero è il padrone di casa mia". È vero. Siete ospitali fino alla morte. Ma la morte dell'ospite... (Riprende in mano il quaderno, sfoglia, torna indietro con le pagine, si arresta alza il viso e seccamente declama:) "In un'occasione, essendomi dimostrato ospite di prima classe con l'assaggiare qualcosa come otto o dieci pietanze, mentre mi congratulavo per le mie proprie prodezze e mi rallegravo perché stavo per alzarmi dalla tavola il mio ospite esclamò: "Bene, poiché non avete mangiato niente, ora potrete avere qualcosa di più gradito e di più piacevole".

BARBONE BRUNO: John Warren Tyndale, inglese, avvocato, The Island of Sardinia, 1849.
BARBONE BIONDO (Si alza, va verso il pubblico e parla inizialmente con tono basso, come se stesse raccontando una storia capitata a lui): "Alle parole più gradito e piacevole il mio cuore associò, sospirando, il pensiero di un letto, riposo e quiete essendo l'unica mia interpretazione della sua espressione. Fui così portato a credere che fossimo sul punto di ritirarci dalla tavola, ma subito la porta si aprì ed il servitore anziché portare i lumi per il letto si precipitò dentro violentemente con un immenso piatto, il cui contenuto quasi cadeva sul mio grembo come se fosse stato predestinato a una mia particolare porzione. Un intero cinghiale selvatico giaceva innanzi a me! Sospirando silenziosamente per la fatica che mi si appressava io, istintivamente ma inconsciamente, misi una mano sul mio stomaco come per un atto di difesa e compassione, ma colui che mi ospitava, vedendo il mio gesto e interpretandolo sfortunatamente come un gesto di piacere, esclamò: "Oh, quanto sono contento che mi sia capitato di avere un cinghiale oggi! Ve ne darò un pezzone!". E facendo seguire le parole all'atto, vi piantò coltello e forchetta. Prima che avessi il tempo di rimettermi dallo sbalordimento un piatto era davanti a me con una porzione dell'animale che sarebbe stata sufficiente a soddisfare l'appetito di sei tedeschi ad un Jagdschmaus! Rimasero vane tutte le preghiere e le scuse per potermi liberare di quarantanove parti del pezzo; sebbene nel mangiare la cinquantesima feci un grande sforzo nel porgere il mio tributo al senso di ospitalità del mio padrone di casa, mi accorsi che contemporaneamente facevo il più grande appello all'auto sacrificio che mai sia stato fatto da uno stomaco!"

BARBONE BRUNO (Senza che BARBONE BIONDO se ne accorga si mette seduto sulla panchina, ha ancora gli occhi chiusi:) The Island of Sardinia: Tyndale.

BARBONE BIONDO (Sfoglia ancora il quaderno, con la mano fa un cenno verso il pubblico, perché aspetti, e legge): "Nei palazzi, perché talvolta si dà questo nome a case abbastanza grandi e brutte, la servitù vi bacia la mano quando arrivate; siete accolti con l'abbraccio di tutta la famiglia e con un "ben arrivato" accompagnato subito dal grazioso "s'accomodi", un idiotismo dei costumi e della lingua italiana, intraducibile nei nostri costumi e nella nostra lingua contegnosa". Allo stesso modo "Nella capanna del pastore e alla sua tavola vi gridano "a sa parte segnore, a sa parte", condivida con noi, e subito una pecora viene presa, uccisa, scuoiata e arrostita per un pasto alla maniera degli eroi di Omero..."... (Si zittisce e allarga le mani davanti al pubblico, come a sottolineare l'evidente invadenza dell'ospitalità sarda.)

BARBONE BRUNO (Prima di parlare tocca la spalle all'altro): Antoine-Claude Pasquin...?

BARBONE BIONDO: Per servirla, Valery, francese, classicista e romantico...

BARBONE BRUNO (Gli prende di mano il quadernetto): Appunto, Valery, francese, classicista e romantico. (Legge con la mano sollevata in alto, col dito indice alzato, come a voler far lezione e facendo lunghe pause lì dove gli sembra che "lo studente" debba fermarsi a riflettere:) "Ho cercato di descrivere le premure, la grazia dell'ospitalità còrsa e certo non ho nessuna voglia di smentirmi: (Pausa:) ...ma c'è in questa ospitalità qualcosa della vanità francese. (Pausa:) L'ospitalità sarda ha tutto un altro carattere: è se si può dirlo, più primitiva, più antica, più semplice, più universale. (Pausa lunga:) La Sardegna che ha mantenuto il nome che aveva fin dai tempi eroici, conserva ancora un gran numero di tratti caratteristici che ricordano le virtù e i costumi degli antichi popoli.  L'ospitalità è allo stesso tempo una tradizione, un gusto e quasi un bisogno per il Sardo.  Il cavalier Orrù di Sardara, dal quale ebbi l'onore di essere ricevuto, mi raccontava che il defunto conte suo padre, modello dei vecchi costumi sardi, per quanto vivesse in seno a un'amabile e numerosa famiglia, era al colmo della gioia quando gli capitavano una dozzina di ospiti e che era triste e di cattivo umore quando non aveva nessuno a cena: allora andava a invitare i vicini, oppure chiamava qualche passante per tenergli compagnia e bere insieme...". Antoine-Claude Pasquin, per servirla... (Poi, come se soltanto adesso si rendesse conto di essersi appena svegliato, si stiracchia e compie gesti e smorfie che sottolineano il suo avvenuto "risveglio"; il tutto mentre l'altro riprende il suo quaderno, alza la mano e agita l'indice teso, come a dire "no, no signor mio!, poi lo sfoglia e ricomincia a parlare.)

BARBONE BIONDO: ...Vorrei che lo ascoltaste ancora, messieur Pasquin: "Si può tuttavia sottolineare, che essa si spiega, l'ospitalità, con il fatto che la vita del paese sia a buon mercato, e che sia poco cara per i proprietari, anche per quelli di modesta fortuna, e che non possiedano, come il conte Orrù, fino a undicimila maiali. Ognuno fa il pane in casa, e con il suo grano; il pesce si vende alla libbra come in Inghilterra, ma non costa più di due o tre soldi; la carne è a un soldo. Un eccellente capretto, nutrito con le erbe aromatiche della montagna, è costato, a uno dei miei compagni di viaggio, un mezzo reale, dieci soldi insomma, e la pelle ne vale cinque; una costoletta in un ristorante di Parigi è quindi più cara di questo tenero animale...".

BARBONE BRUNO: Lampu cuaddu!

BARBONE BIONDO: Come avete detto?

BARBONE BRUNO: Stronzate! Non si è mai trattato di una questione di soldi! (gli prende il quadernetto, lo sfoglia velocemente e comincia a leggere eccitato:) "Dopo aver girato a lungo, la famiglia finì per scoprire una piccola casa nella quale fu ricevuta con quella ospitalità caratteristica dei Sardi, e così vantata presso gli scozzesi da coloro che non hanno mai messo piede nella Scozia.
La situazione apparve assai piacevole, e divertiva soprattutto le giovani signore che ridevano gaiamente; ma queste risa furono subito interrotte da grida di uomini che battevano con forza alla porta chiedendo di entrare. Rifiutar questo, era esporsi a veder la porta schiantarsi sotto i loro colpi. Si aprì; i banditi, armati di fucili e di pugnali, entrarono e, scorti i bauli e le valigie, li visitarono minutamente. Alcuni della famiglia, nel parossismo della paura, dissero ai banditi: "prendete tutto ciò che volete, ma risparmiateci la vita". A queste parole, i banditi rimisero il loro bottino nei bauli; poi, in piedi, appoggiati sulla canna dei loro fucili: "noi siamo dei proscritti, risposero, ma le leggi dell'onore e dell'ospitalità ci sono sacre".
Detto questo se ne andarono, e gli Inglesi, rimessisi dal terrore, finirono gaiamente di mangiare. Ma siccome i banditi non lasciano mai nulla a mezzo, tornarono subito dopo con le loro donne e i fanciulli, in abiti da festa, e si misero a danzare e a cantare per rassicurare gli Inglesi, per intrattenerli e far loro trovare gradevole il soggiorno nelle montagne della Gallura". (Restituisce il quadernetto all'altro)

BARBONE BIONDO (Leggendo dal quaderno il nome e annuendo con la testa): Emmanuel Domenech, Bergers et Bandits. Souvenir d'un voyage en Sardaigne, 1867.

BARBONE BRUNO (Si è avvicinato al cassonetto, ma invece di frugarci dentro, lo usa come cassa per battere il tempo, canta. L'altro non potrà resistere dall'accennare a qualche passo di danza):

Eh, li padró,
at la cárigga, li padró?
A cantemmu a li tre Re?
Ah, cantemmu a li tre Re!
Deu tzi díat dogna bé.
A cantemmu a li tre Re?
Deu tzi díat dogna bé.
Cantu n'at datu a mi nannu,
eddu era cotzu e lagnu
e bibíat brodu di nappa,
malandada la so cappa,
ma erat péjus lu sombreri.
Lu babbu sottu a Figheri
e la mamma sirvidora.
La figliola era signora,
l'at purtada a passigià.
L'at purtada a passigià
e li puníani li bozi.
"Dedizi carigga e nozi
e prunalda si vi n'è!"
E prunalda si vi n'è,
a cantemmu a li tre Re?

BARBONE BIONDO (Affannato per la danza): Bella, Bellissima... Volete essere così cortese da tradurla? Vi prego. Anzi no, aspettate, ci voglio provare da solo. Lo capisco il sardo, sa?!

BARBONE BRUNO: Non è sardo, è sassarese.

BARBONE BIONDO: Se io sbaglio voi correggete, d'accordo? Li padró, padroni, avete fichi secchi, padroni? Dai, cantiamo ai tre re... Quali re?

BARBONE BRUNO: I re magi.

BARBONE BIONDO: Allora è una canzone natalizia, anche questa strabordante di cibo. Non pensate altro che a mangiare, voi sardi!

BARBONE BRUNO (In tono professorale):

Dio ci dia ogni bene,
quanto ne diede al nonno,
che era povero e magro,
e beveva brodo di rapa,
e se malandata era la cappa,
peggio ancora era il cappello.
Il padre faticava a Figheri,
la madre era serva,
ma la figlia era signora,
e la portavano a passeggio.
Per farsi cantare dietro.
"Dacci fichi secchi e noci,
e prugne, se ne hai".

BARBONE BIONDO: E prugne, se ne hai! (torna alla panchina mentre BARBONE BRUNO gira alla ricerca di qualcosa.)

BARBONE BRUNO: Qualcuno ha scritto che sono strani, i sassaresi...

BARBONE BIONDO: In che senso, "strani"? Rispetto agli altri sardi, volete dire?

BARBONE BRUNO: Sono strani e basta, secondo Domenech...

BARBONE BIONDO: Sacerdote, missionario, antropologo francese del secolo scorso (gli passa il quadernetto).

BARBONE BRUNO (Leggendo): "I dintorni di Sassari, fertili, ridenti, mostrano una prodigiosa forza di vegetazione. Gli oliveti e gli agrumeti vi sono molto estesi. Nel giardino del duca dell'Asinara si vedono quattro mirti sotto i quali quaranta persone possono ripararsi durante un uragano senza paura di bagnarsi. In un podere di proprietà dei gesuiti colsi un grappolo d'uva che pesava undici chili, e non era il più pesante né il più grosso. Intorno alla città e quasi fino alle mura si stendono dei campi, di tabacco e di lattughe. Quando fa caldo, i Sassaresi si riversano in campagna, mangiano sul luogo, per pochi centesimi, tante lattughe quante vogliono, immergendo prima di mangiarle ciascuna foglia nell'acqua fresca. Queste lattughe sono tagliate tre volte in una stagione, e rigermogliano con una sorprendente rapidità".

BARBONE BIONDO (Si alza e si riprende il quadernetto): Avete già mangiato, professor...?

BARBONE BRUNO: Smettila di chiamarmi in quel modo!

BARBONE BIONDO: Scusate.

BARBONE BRUNO non gli risponde, si è messo a cercare nella spazzatura.

BARBONE BIONDO (Rivolgendosi al pubblico): Ha già mangiato... E bevuto, magari... Bianco o rosso?

BARBONE BRUNO: Bianco o rosso, non significa niente.

BARBONE BIONDO: Va bene, vermentino o cannonau?

BARBONE BRUNO: Così va meglio, ma ancora non ci siamo.

BARBONE BIONDO: Devo specificare?

BARBONE BRUNO: Sì. Bianchi D.O.C.?

BARBONE BIONDO: Nasco di Cagliari, Nuragus di Cagliari, Vermentino di Gallura, Vermentino di Oristano.

BARBONE BRUNO: Rossi?

BARBONE BIONDO: Arborea, Campidano di Terralba, Cannonau di Sardegna, Carignano del Sulcis, Girò di Cagliari, Mandrolisai, Monica di Cagliari, Monica di Sardegna.

BARBONE BRUNO: Non male, e che ne pensi della Vernaccia di Oristano?

BARBONE BIONDO: E della malvasia di Bosa? ...

BARBONE BRUNO (Citando a memoria): "Il vino bianco di Bosa è ottimo, e la sua celebre malvasia, meno forte ma più dolce di quella di Cagliari, può paragonarsi ai migliori vini dell'Europa meridionale, e, invecchiando, li sorpassa".

BARBONE BIONDO: Valery.

BARBONE BRUNO (Sognante): ... meno forte ma più dolce...

BARBONE BIONDO: Di quella di Cagliari! Pochi alberghi, poche locande, per gli ospiti stranieri, ma taverne a profusione. 107 nel quartiere Marina, nel 1826... (prende il quaderno, lo sfoglia e continua:) 86 nel quartiere di Castello, di cui 25 nella sola strada de Su Carnazeri; e poi 95 a Villanova, di cui 53 tutte insieme nella strada di Jesus; 102 nell'appendice di Stampace e 13 nel borgo extra-muros di Sant'Avendrace, per un totale di...

BARBONE BRUNO: 390...

BARBONE BIONDO: Un popolo di bevitori, quindi, se non di alcolizzati, se voi permettete, con rispetto parlando...

BARNONE BRUNO: Bevitori, ma capaci... (gli prende il quaderno, cerca la pagina, glielo ridà e aggiunge:) Leggi qui...

BARBONE BIONDO: Francesco D'Austria d'Este, Descrizione della Sardegna, 1812: "I Sardi bevono molto vino, ma lo sopportano bene, e non ne sono intemperanti a segno d'ubbriaccarsi, pochissimi ubbriachi si vedono, sono più intemperanti del mangiare, che del bevere, eppure essendo cattiva l'acqua a Cagliari, perfino le donne bevono più vino che acqua, ma tutto insieme non bevono poi molto...".

BARBONE BRUNO (prende lui il quadernetto trattenendo il respiro; ha trovato la pagina giusta, legge): E ancora: "I Sardi tengono molto ai piaceri della tavola, banchettano molto volentieri ma di rado trasmodano; bevono vini di diversa qualità, cordiali e sorbetti, ma la birra è appena conosciuta fuori di Cagliari..."

BARBONE BIONDO: Niente birra, solo vino...

BARBONE BRUNO: Vino e buon pane... (gli passa il quadernetto:) Leggi, leggi ancora, William Henry Smyth, Sketch of the present state of the Island of Sardinia, 1828...

BARBONE BIONDO (Legge:) "I campidanesi di qualunque rango mangiano un pane piuttosto pesante ma di una bianchezza inarrivabile. Si dice che minacciar qualcuno di ridurlo al pane nero è cosa poco meno temuta che il mandarlo in galera! Il buon pane di grano è tuttavia usato in molte altre parti, poiché quello di qualità grossolana ed ordinaria si conosce solamente tra i pastori della Gallura ed i montanari dell'Ogliastra; questi ultimi vi sostituiscono spesso quello fatto di ghiande, che, negli anni di carestia, hanno occasionalmente mischiato con un particolare genere di creta".

BARBONE BRUNO: Leggi ancora, più avanti.

BARBONE BIONDO: Dove?

BARBONE BRUNO (Prendendogli il quaderno di mano): Lascia stare. (Legge:) "Il Sardo ama mangiare molto pane, e solo pane bianchissimo di frumento puro, non molto levato pesante come il pane in Italia, ma anche la più povera gente, i soldati tutto mangia pane bianco, ne mangeranno meno, ma lo vogliono bianco: e nell'ultima carestia, e quasi fame di quest'inverno si stentò molto ad avezzar la gente a mangiare pane misto, e una metà nero, non lo volevano, piuttosto soffrivano la fame". Francesco D'Austria-Este.

BARBONE BIONDO: Era questo che voleva che leggessi?

BARBONE BRUNO: No, questo più avanti. (Gli passa il quaderno con già la pagina aperta.)

BARBONE BIONDO: Grazie. (Legge:) "Il pane sardo è stato vantato, ma non è ugualmente buono dappertutto..."

BARBONE BRUNO: Vai avanti!

BARBONE BIONDO: "Credo però che non vi sia villaggio in Europa il cui pane possa paragonarsi a quello di Quartu, rinomatissimo e superiore anche a quello di Cagliari. Se il marchese della Signora Turcaret gridò: "Viva Valogues per l'arrosto!" un sardo potrebbe dire: viva Quartu per il pane. Anche le pagnotte, che sono il pane del campidano di Cagliari, valgono quanto il miglior pane d'Italia". Valery.

(Mentre l'altro parlava BARBONE BRUNO si era fermato in un punto in penombra, di lui adesso si scorge bene alla luce soltanto la nuca. Forse sta pisciando. No, sta sicuramente pisciando. Quando l'altro finisce, lui si "scrolla" e canta):


Nanneddu meu,
su mundu est gai,
a sicut erat
non torrat mai.

BARBONE BIONDO: La so, questa la so.

BARBONE BRUNO (Canta):


Semus in tempos
de tirannías,
infamidades
e carestías.
Como sos pópulos
cascant che cane,
gridende forte:
"Cherimus pane!"
Fámidos, nois,
semus pappande
pane 'e castanza
terra cun lande.
Terra che fangu
torrat su póveru
senz'alimentu
senza ricóveru.
Semus sididos
in sas funtanas,
pretende s'abba
parimus ranas.

BARBONE BIONDO (Canta):


Nanneddu meu,
su mundu est gai,
a sicut erat
non torrat mai.

BARBONE BRUNO: E questa, non vuoi che te la traduca, questa...?

BARBONE BIONDO (Alza la mano e poi si tocca il petto, come dire "faccio io", e canta):


Giovannino mio,
è così il mondo,
e ciò che era
non torna mai.
Siamo in tempi
di tirannia,
di infamità
e di carestia.
Adesso i popoli
cadono come cani,
gridando forte:
"Vogliamo pane!"
Affamati, noi,
mangiamo
pane e castagne
terra con ghiande.
Terra che è fango
torna il povero
senza alimenti
senza ricovero.
Siamo assetati,
alle sorgenti,
cercando l'acqua
sembriamo rane.
Giovannino mio,
il mondo è così
e ciò che era
non torna mai.

BARBONE BRUNO: Bene, bene...

BARBONE BIONDO: Bene, bene...? Che significa? Avete di nuovo quel vostro tono di sufficienza... Che io sia stato impreciso in qualche punto, mi pare possibile. Comprendo e accondiscendo. E in virtù della vostra sensibilità, solidarizzo persino. Per quanto, mi sembra di poter dire, senza tema di essere smentito, che la mia traduzione aveva in sé una delicata armonia, una corretta proporzione tra senso e ritmo, o, per così dire, una sottesa empatia tra immagine figurata e rispondenza lessicale. Ovverosia, una corretta... (Si arresta e lo guarda dubbioso:)...Eeh?

BARBONE BRUNO: Sì..., sì... Solo qualche imprecisione, qua e là...

BARBONE BIONDO: Qualche imprecisione?

BARBONE BRUNO: Qualche sfumatura...

BARBONE BIONDO: Sfumatura... Ebbene, in tema di sfumature, debbo dire...

BARBONE BRUNO (Improvvisamente con tono quasi minaccioso): Cascant! Per esempio. Non c'entra niente con l'italiano cascare, cadere. I popoli non cadono come cani, perché i cani non cadono, cosa fanno i cani?

BARBONE BIONDO: Cosa fanno i cani?...

BARBONE BRUNO: Aprono la bocca in maniera esagerata, sbadigliano, capisci: cascant, sbadigliano...

BARBONE BIONDO: Sbadigliano come cani...

BARBONE BRUNO: E poi "pane e castagne"... Magari!

BARBONE BIONDO: Non ci sono castagne? Sì che ci sono le castagne!

BARBONE BRUNO: Certo, infatti si tratta di pane "di" castagne!

BARBONE BIONDO: Castagnaccio?

BARBONE BRUNO: Più o meno...

BARBONE BIONDO: I cani sbadigliano e il pane è di castagne...

BARBONE BRUNO: Più o meno... Perché quello sarebbe ancora accettabile, mentre invece si tratta del pane che indicava Smith, farina di ghiande mista ad argilla rossa.

BARBONE BIONDO: Avevo capito bene, quindi...

BARBONE BRUNO: ...e bisognerebbe dire "terra come fango", cioè, la terra divenuta fango trasforma il povero, o meglio, riduce il contadino, soggetto implicito, in un povero senza alimenti e senza ricovero...

BARBONE BIONDO (Si gratta la testa, annuisce): Senza alimenti e senza ricovero, già...