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Cartas de Logu
Scrittori sardi allo specchio
Cuec ed.



 



Nel momento in cui mi è arrivato l’invito a scrivere questa breve riflessione ero intento a leggere, o meglio, letteralmente, a pascermi, di un bellissimo volume inviatomi da un'amica siciliana con cui condivido la passione per i libri di mare, di fari e di isole, possibilmente deserte, o smarrite, o almeno, vivaddìo, dimenticate.

I Fari degli Stevenson (edito da Nuages) è il taccuino illustrato del viaggio che Giorgio Maria Griffa, finissimo acquerellista piemontese, ha compiuto lungo le coste e le isole della Scozia alla ricerca dei fari costruiti dal nonno, dal padre, dagli zii e dai cugini del grande Robert Louis. Ma è anche, insieme e sottotraccia, la cronaca del suo lacerante distacco dalle consolidate tradizioni di famiglia.

L’autore dell’Isola del Tesoro, genitore putativo di tutti noi scrittori-sognatori per ragazzi, che invece di edificare fari ritagliò per sé il mestiere di Tusitala, narratore di storie, fino al limite estremo di trasfigurare le sue stesse sofferenze in sogno e fiaba, scrisse questi versi per il padre: “Non dire di me che ho rinunciato/ alle imprese dei miei padri, e che ho fuggito il mare/ le torri che abbiamo edificato e le lampade che abbiamo acceso/ per chiudermi nella mia stanza e giocare con la carta come un bambino”.

Ogni volta che mi domando, o che mi si domanda, di quali radici-sapori/intrecci-suggestioni “sarde”, si nutre la mia scrittura, anche in cifra velata o addirittura criptica, il mio pensiero, oltre a smarrirsi in una sorta di leggera vertigine – ma di cosa stiamo parlando esattamente? di quali suggestioni? di quale Sardegna? - corre invariabilmente a questi versi. E non tanto, o non solo, per il fatto che di norma, in termini di ambientazione e di trama, i miei libri abbiano poco a che fare con la nostra isola (cosa che secondo alcuni imporrebbe se non altro qualche senso di colpa per il delitto di parricidio culturale), quanto perché è la Sardegna, o ciò che oggi è rimasto della terra dei miei progenitori – che per la cronaca erano pastori e contadini – che stento ogni giorno di più a riconoscere come consanguinea e mia. In altre parole, invertendo i termini del distacco stevensoniano, è come se tutto ciò su cui avrei potuto edificare altri fari, o scrivere altri libri, che forse è la stessa cosa (dopotutto entrambi, per dirla con Tusitala, sono “semi brillanti della notte”), sia concretamente svanito nel nulla e persista esclusivamente nelle nicchie interiori di una memoria un po’ stizzita e assai nostalgica: e non essendo la mia scrittura, per sua autonoma e anarchica natura, votata alla nostalgia, che è elemento sì fondante ma anche molto doloroso, ecco forse spiegato perché la Sardegna, o la mia idea di Sardegna, restino fuori dei miei libri.

Certo sarebbe una cosa buona e altra, provare a restituire sulla carta la Sardegna oggi: Ovvero il senso di estraniazione e di spossessamento, e tutti gli altri postumi della frattura che sull’altare di una postmodernità chiassosa e bottegaia l’ha profondamente deformata e ridotta a una terra in buona parte già svenduta e il resto a perdere.

Confesso però che a volte, nell’istintivo fastidio che nutro per le sempre più corpose invasioni turistico-barbariche, orpellate ormai in ogni stagione di chiacchiere e intrattenimenti e fuochi d’artificio, sogno come Robert Louis Stevenson di rifugiarmi e di cercare pace, seppure solo per un po’, su un’altra isola, possibilmente deserta, o almeno, vivaddìo, dimenticata.




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