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Da che parte stare I bambini che diventarono Giovanni Falcone e Paolo Borsellino (Edizioni Piemme - Il battello a Vapore)
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(anticipazione) Sono passati vent'anni I giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino morirono nel 1992, vent’anni fa. Giovanni il 23 maggio, in un attentato che squassò l’auto su cui viaggiava insieme alla moglie e a un’autista giudiziario; Paolo cinquantasette giorni dopo, in un secondo attentato avvenuto nel cuore di Palermo, la città dove entrambi erano nati. Vent’anni non sono tanti. Ma neppure pochi, se a guardare indietro nel tempo non sono gli adulti che seguirono in diretta i tragici avvenimenti di allora, ma ragazzi nati successivamente. E’ perciò soprattutto a voi ragazzi, al vostro bisogno di conoscenza e di comprensione di ciò che avvenne, della storia semplice e insieme straordinaria di due uomini a cui tutti dobbiamo qualcosa, che è rivolto questo libro.Con una premessa. Dei giudici Falcone e Borsellino, della loro lotta contro la criminalità organizzata chiamata mafia e del tragico epilogo che ha accomunato le loro vite, si è scritto molto. Sono state ripercorse le loro vicende umane e professionali; sono stati delineati i loro caratteri e i loro modi di condurre le indagini; è stato puntigliosamente descritto il difficile ambiente in cui operarono, un pantano di trabocchetti e sabbie mobili; sono state ricostruite le dinamiche dei due attentati.Su tutto ciò, le pagine di questo libro non indugeranno, salvo che in questa introduzione, con l’intento di raccontarvi l’evolversi dei fatti che portarono alla loro scomparsa. Insisteranno invece su qualcosa che sinora, nei tanti articoli e nei tanti libri pubblicati, è stato sì affrontato ma sempre un po’ in sordina. Qualcosa di non meno significativo e importante, come vedremo, il cui approfondimento è stato possibile grazie alla collaborazione di Maria Falcone e Rita Borsellino, le sorelle di Giovanni e Paolo.
Zu’Totò la Bestia A dare l’ordine di uccidere Giovanni Falcone era stato l’uomo che da molti anni era il capo indiscusso della mafia in Sicilia, Salvatore Riina, che i suoi uomini più fidati chiamavano Zu’ Totò, ma anche la Bestia a causa della sua ferocia inumana. Un uomo ricercato da anni dalle forze dell’ordine che dai suoi rifugi segreti dirigeva le tante attività criminali della mafia, tra le quali il traffico internazionale di droga che dalla Sicilia arrivava sino agli Stati Uniti. Zu’ Totò la Bestia odiava profondamente Giovanni Falcone. Era stato lui, infatti, il principale artefice delle indagini che negli anni precedenti avevano permesso l’arresto e il rinvio a giudizio di centinaia di mafiosi. Il 16 dicembre del 1987 la Corte d’Assise di Palermo, alla fine di quello che allora venne definito maxi processo, aveva emesso nei confronti dei 360 imputati delle condanne durissime: 19 ergastoli più 2655 anni complessivi di carcere. Ma non erano stati solo l’odio e l’istinto alla vendetta che avevano portato Salvatore Riina, ancora latitante ma condannato egli stesso al carcere a vita, a dare l’ordine di uccidere Giovanni.Nella storia secolare della mafia (o di Cosa Nostra, come i mafiosi da sempre chiamano la loro organizzazione criminale), non era mai accaduto che tanti uomini d’onore finissero dietro le sbarre. E soprattutto non era mai successo che il regno del terrore governato con pugno di ferro da Salvatore Riina vacillasse fin dalle fondamenta. Le condanne inflitte dal Tribunale di Palermo erano state rese possibili dal fatto che diversi mafiosi, una volta incarcerati, avevano cominciato a collaborare con il giudice Falcone e con gli altri magistrati che conducevano le indagini, tra i quali Paolo Borsellino. Non si erano limitati, però, a dichiararsi pentiti e a confessare gli innumerevoli reati di cui si erano resi colpevoli. Ma avevano fatto nomi e cognomi dei complici e, per la prima volta, avevano rivelato i segreti dell’organizzazione criminale.Cosa Nostra era strutturata come un vero e proprio esercito radicato profondamente nel territorio. I suoi "soldati semplici", che venivano reclutati anche giovanissimi attraverso un rito di sapore ottocentesco e un giuramento di fedeltà alla mafia, sottostavano agli ordini dei "capodecina". Questi a loro volta obbedivano ciecamente al capo della "famiglia", l’organizzazione che controllava un quartiere di una città o un intero paese. Al vertice della struttura criminale c’era la "Commissione", o "Cupola", un organismo nel quale si prendevano le decisioni più importanti e che era composto dai "capi-mandamento", cioè dai rappresentanti di due o più famiglie. Salvatore Riina, capo famiglia del paese di Corleone (da qui il nome di Clan dei Corleonesi), aveva faticato non poco ad assumere il controllo assoluto della Cupola. Negli anni precedenti agli attentati contro Giovanni Falcone e Paolo Borsellino aveva scatenato quella che allora venne definita "guerra di mafia". Aveva eliminato numerosi rivali, aveva sterminato intere altre famiglie mafiose e aveva intimorito tutti gli altri capi – mandamento, diventando di fatto il capo assoluto di Cosa Nostra in Sicilia. Ed era convinto che niente e nessuno avrebbe potuto scalfire il suo potere e impedirgli di continuare a dirigere le sue attività criminali.Si erano mai visti d’altronde, prima di allora, tanti uomini d’onore in carcere? Mai. Ed era mai successo che uno dei capi venisse condannato all’ergastolo? Assai raramente. Perché la mafia, oltre alla ferocia dei suoi soldati, pronti a eliminare chiunque la minacciasse, aveva sempre goduto della protezione di uomini potentissimi. Che a volte facevano parte a tutti gli effetti di Cosa Nostra, pur ricoprendo importanti incarichi nelle istituzioni, come l’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino. E che altre volte, invece, non appartenevano veramente all’organizzazione criminale, ma la proteggevano in cambio di denaro o di altri favori, senza correre alcun rischio. Sino all’arrivo di Giovanni Falcone. Perché Giovanni aveva capito due cose della mafia. Che non era invincibile. E che per sconfiggerla occorreva perseguire anche coloro che la agevolavano in tanti modi diversi. Aiutando i capi a riciclare e a investire in affari leciti i proventi del traffico di droga, per esempio. O assicurando loro l’impunità attraverso la corruzione dei magistrati davanti ai quali sarebbero dovuti comparire. Quando la Corte Suprema di Cassazione, il 30 gennaio 1992, confermò definitivamente le condanne al carcere già emesse dal tribunale di Palermo, comprese quelle nei confronti di personaggi ritenuti al di sopra di ogni sospetto, Zu’ Totò la Bestia capì di non poter più contare sulle protezioni di cui la mafia aveva goduto sino a pochi anni prima. E che la stessa sopravvivenza di Cosa Nostra era in pericolo.Per questo motivo convocò la Cupola, l’organismo che riuniva i rappresentanti di tutte le famiglie mafiose, e insieme a loro ordinò di organizzare l’Attentatuni, il Grande Attentato._____________________________________________________________________________ (....) Dall'infanzia di Paolo Borsellino
Lo schiaffo del padrino Di Cosa Nostra, nella famiglia Borsellino, così come in quella di Giovanni Falcone, si parlava molto poco. Certo, si sapeva che nel quartiere diversi pescatori si dedicavano al piccolo contrabbando di sigarette. Ma, come poi dirà Rita, si trattava di un’attività che, seppur illegale, in molti casi non faceva arricchire e anzi bastava appena ad arrotondare gli scarsi guadagni della pesca. Per uno di quei strani giochi del destino, però, assai prima che la mafia penetrasse profondamente nella Kalsa, sostituendo al traffico di sigarette quello della droga, Paolo venne a conoscenza di un episodio che lo turbò profondamente. L’occasione la crearono, quando aveva dodici anni, l’interesse per la storia del passato, questa volta in un ambito più familiare, e la vivacità del suo carattere. Paolo un giorno, senza avvisare i suoi genitori, sale su un autobus di linea mezzo scassato e raggiunge Belmonte Mezzagno, un paesino arroccato sulle colline che circondano Palermo. Qui è nata sua madre. E qui suo nonno Salvatore, prima di trasferirsi nel capoluogo, ha lavorato per lunghi anni come direttore della Società dei Telefoni. Presentatosi negli uffici del Comune, Paolo chiede che gli vengano mostrati tutti i documenti anagrafici della famiglia Lepanto, perché intende ricostruire l’albero genealogico della sua ascendenza materna. Solo dopo aver ottenuto dagli stupefatti impiegati tutte le notizie che sta cercando fa poi ritorno a Palermo, a pomeriggio inoltrato, trovando i suoi genitori terribilmente preoccupati. A essere più turbato di Maria e Diego, è però lui, Paolo. Perché a Belmonte Mezzagno non ha scoperto solo che un ramo della sua famiglia materna discende dai marchesi del feudo di Giardinello, o Jardinelli, un borgo settecentesco situato ai piedi dei Monti di San Martino. Qualcuno gli ha anche raccontato una storia che riguarda suo nonno, avvenuta nei primi anni Trenta del secolo scorso. Era una domenica mattina e Salvatore Lepanto passeggiava nella piazza del paese, dove altri compaesani erano intenti a ossequiare il padrino, il capo mafia del posto, un uomo rozzo e violento che pretendeva che al suo cospetto tutti si levassero il cappello." Voscenza binirica", dicevano ossequiosi, in fila uno dopo l’altro, chinando il capo e sfiorando con le labbra la mano del padrino.Vossignoria benedica .Ma Salvatore Lepanto no. Come aveva sempre fatto in passato, anche in quell’occasione aveva tirato dritto, sino a quando il capo mafia non l’aveva chiamato e, dopo aver ricevuto l’ennesimo rifiuto, lo aveva schiaffeggiato davanti a tutti. A quello schiaffo Salvatore Lepanto non aveva reagito. Aveva tenuto la testa alta e prima di allontanarsi aveva detto ancora "no", con voce ferma è decisa.Nessuno oggi può sapere cosa veramente destò questo episodio nell’animo di Paolo. Neppure sua sorella Rita, che seppe cosa era successo solo quand’era più grande. Di certo, però, Paolo Borsellino non dimenticò mai cosa era accaduto a Salvatore Lepanto. E forse gli capitò, da adulto, di domandarsi se fu anche a causa di quello schiaffo, che poi imboccò la strada che lo avrebbe portato a opporsi con tutte le sue forze alla prepotenza della mafia.
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I giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino morirono nel 1992, vent’anni fa. Giovanni il 23 maggio, in un attentato che squassò l’auto su cui viaggiava insieme alla moglie e a un autista giudiziario; Paolo cinquantasette giorni dopo, in un secondo attentato avvenuto nel cuore di Palermo, la città dove erano nati. Vent’anni non sono tanti. Ma neppure pochi, se a guardare indietro nel tempo non sono gli adulti che seguirono in diretta i tragici avvenimenti di allora, ma ragazzi nati successivamente. È perciò soprattutto a voi ragazzi, al vostro bisogno di conoscenza e di comprensione di ciò che avvenne, della storia semplice e insieme straordinaria di due uomini a cui tutti dobbiamo qualcosa, che è rivolto questo libro.
Alberto Melis |
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