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Aharon Appelfeld
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Casa
editrice Giuntina ******* di Cesare Segre Che
concetto della vita pur aver elaborato un bimbo chiuso in un Lager? Il romanziere
israeliano Aharon Appelfeld lo sa benissimo, per chi lo ha sperimentato
di persona. Appelfeld, nato nel 1932 a Czernowitz (patria anche di
Celan), fu chiuso dai tedeschi in un ghetto, e poi, nel 1941, nel Lager, dopo
aver visto assassinare la madre e la nonna. Entrò nel Lager col padre, che
fu anche lui eliminato. Questi sono i punti di riferimento decisivi per
la recente
Storia di una vita (Giuntina, lire 24.000, euro 12,39), ultimo tra i suoi
bellissimi romanzi, tre dei quali tradotti anche in italiano. Non si tratta
tuttavia di un libro sui campi di sterminio, come non lo erano i precedenti,
in cui pure la deportazione era una presenza ineliminabile. Probabilmente
Appelfeld, come Primo Levi e altri reduci dai campi, considera quell'orrore
non del tutto nominabile, non descrivibile compiutamente. Eppure quella
parentesi, quel buco nero, sta col suo silenzio al centro del racconto, e
viene esplorato qua e là, nelle soste della memoria. Il buco nero ha interrotto
la presa di contatto del bambino con la vita, sino allora abbastanza
serena, e ha determinato un blocco violento dell'apprendimento, persino
dell'uso della lingua, creando uno iato che gli anni non sono ancora riusciti
a colmare. Così si potrebbe dire che il libro di Appelfeld h tripartito:
prima il paradiso, l'infanzia vagheggiata nel ricordo; poi l'inferno,
orrore da non esprimere; infine il purgatorio, adattamento alla vita
di un ragazzo scaraventato lontano dalla patria, lontano dalla lingua materna,
lontano da una famiglia che non esiste più. Le
parti piy belle del libro si riferiscono appunto all'infanzia, dunque al paradiso,
e anche al periodo della vita nella foresta, dopo la fuga del bambino
decenne dal Lager. L'infanzia ha consuetudine casalinga: i riti della religione
visti come lampi di un mondo meraviglioso; i segreti della natura e degli
animali spiegati dallo zio proprietario terriero; la presenza beatifica della
mamma. Indimenticabile,
anche per i lettori, il nonno, dal sorriso che esprime una lunga
saggezza, dal silenzio che è come uno spesso cuscino sul quale si pur appoggiare
la testa;. Le poche frasi che dice, sono tesori. Come questa: La separazione
fra i vivi ed i morti h immaginaria, il passaggio è più facile di quanto
non crediamo, si tratta solo di cambiare luogo e passare ad un livello più
alto;. Perfino la vita nel ghetto offre, ai bambini, lo sfogo di corse e grida
spensierate. Essi si mescolano ai pazzi che, cacciati dal manicomio, celebrano,
in questa più ampia segregazione, una riconquistata libertà. La libertà
apparente ma sfrenata del gioco accomuna l'incoscienza dei bambini e la
volubile inventiva dei pazzi. Anche
la vita nel bosco, dopo una fuga che non ci viene narrata, ha momenti idillici:
il bambino, che si nutre di frutti, gusta l'apparire o lo sparire del
sole tra gli alberi, guarda, di notte, le stelle tra le fronde. La persecuzione,
quando gli uomini sono fuori scena, pare lontana, ma talora la sua
minaccia risuona, con le grida umane, vicinissima. Un giorno il bambino assiste
all'inseguimento di un coetaneo ebreo da parte di un gruppo di contadini,
armati di falci e asce; il fuggitivo viene naturalmente agguantato, catturato
e portato al martirio. La natura, che ha assistito alla corsa degli uomini
e del bambino tra le alte spighe di granturco (verde cangiante ai soffi del
vento), rimane impassibile. E quando Appelfeld chiede ospitalità come servitorello,
a una donna che poi si rivela essere una prostituta, sono finalmente
lunghi discorsi, pur cauti, quando, di giorno, la donna non lavora;.
Il bambino ha presto l'impressione che essa sia antisemita, e fugge prima
che lo consegni ai tedeschi. Il
resto del libro h la storia della presa di coscienza della realtà da
parte di
un ragazzo che non ha frequentato scuole, ha avuto solo come rudi istitutori
i suoi carnefici e i disperati prigionieri, non pur più parlare le lingue
che gli avevano rivelato il mondo (oltre al tedesco, lo yiddish e il ruteno,
cioè ucraino: gl'idiomi più diffusi nella Bucovina plurilingue; al rumeno
mi pare non accenni). A ritrovare il suo posticino sulla terra lo dovrà aiutare
l'ebraico, imparato solo dopo l'immigrazione nella Palestina britannica,
e ora divenuto anche il suo linguaggio di scrittore. Apprendimento dell'idioma
e recupero di un passato che parlava un'altra lingua sono due impegni
inscindibili; ma nel passato c'è anche l'inferno, e la memoria tende a rimuovere.
I brandelli di ricordo devono essere via via strappati al corpo, in cui
sono incisi come un tatuaggio. Appelfeld descrive splendidamente questa lotta
tra il rifiuto istintivo e il bisogno quasi fisico di rammemorare. E mantiene
quella sovrana sobrietà espressiva che h anche vittoria sul trauma, sul
pianto. Ecco il recinto Keffer; nel campo di Kaltschund, dove i bambini piccoli
vengono dati, vivi, in pasto ai cani lupo; due si salvano, ma perdendo la
parola e il senno. Ed ecco la fila di bimbi di una scuola per ciechi,
che vanno
alla stazione cantando inni; i militari li colpiscono, eppure continuano a
cantare, sinchè non vengono gettati sul treno della morte. Appelfeld,
per fortuna, non ha ora treni che lo attendano; ma la sua scrittura h
un canto sommesso, quasi una preghiera. **************** Da Storia di una vita "IntroduzioneQueste
pagine sono frammenti di memoria e riflessioni. La nostra memoria è
fuggevole e selettiva, custodisce ciò che sceglie di custodire. Non
intendo dire che essa custodisce solo il bello e il piacevole. La
memoria, come anche il sogno, prende dal denso flusso degli eventi
alcuni particolari, a volte fatti di poca importanza, li immagazzina e
in un certo momento li riporta a galla. Come il sogno, anche la memoria
cerca di attribuire agli eventi un qualche significato. Fin
dall'infanzia ho sentito che la memoria è il serbatoio vivo ed
effervescente che mi anima. Ancora bambino stavo seduto e descrivevo a
me stesso le vacanze estive nel villaggio, dai miei nonni. Restavo
seduto per ore davanti alla finestra ed immaginavo il viaggio. Tutto ciò
che ricordavo delle vacanze precedenti tornava davanti ai miei occhi in
modo ancora più vivace. Memoria
ed immaginazione risiedono talvolta nello stesso luogo. In quei primi
anni erano in gara fra di loro. La memoria sembrava essere reale,
solida. L'immaginazione aveva le ali. La memoria attirava verso il
conosciuto, l'immaginazione salpava verso l'ignoto. La memoria
m'ispirava sempre un senso di piacere e tranquillità. L'immaginazione
mi scuoteva e finiva per deprimermi. Col
tempo imparai che ci sono persone che vivono solo in virtù della forza
dell'immaginazione. Lo zio Herbert era così. Mio zio ereditò una
grande fortuna ma, dal momento che viveva nel mondo dell'immaginazione,
sprecò tutto e andò in rovina. Quando lo conobbi a fondo era già un
uomo povero che viveva grazie all'aiuto della sua famiglia, ma anche
nella povertà non aveva smesso di fantasticare. Lo sguardo dei suoi
occhi era fisso, lontano, parlava sempre del futuro, come se presente e
passato non esistessero. È
stupefacente quanto siano chiare le prime, lontane, memorie d'infanzia,
particolarmente quelle legate ai monti Carpazi e alle grandi pianure che
si stendono ai loro piedi. Durante le ultime vacanze estive assorbimmo
le montagne e le pianure con una specie di spaventosa nostalgia, come se
i miei genitori avessero saputo che quelle sarebbero state le ultime
vacanze e di lì in avanti la vita sarebbe stata un inferno. Quando
scoppiò la seconda guerra mondiale avevo sette anni. L'ordine del tempo
si confuse, non ci furono più estate e inverno, non ci furono più
lunghe visite dai nonni al villaggio. La nostra vita si compresse in una
stanza angusta. Per qualche tempo vivemmo nel ghetto, al termine
dell'autunno fummo cacciati. Per settimane ci trovammo per strada e alla
fine nel campo di concentramento. Della fuga racconterò a suo tempo. Durante
la guerra non ero me stesso. Ero simile ad un minuscolo animale che ha
una tana, o meglio alcune tane. Pensieri e sentimenti si restrinsero
molto. In verità, a volte mi assaliva un doloroso stupore - perché,
per quale ragione sono rimasto solo, mi chiedevo - ma questo stupore
svaniva con i vapori della foresta, e l'animale che era in me tornava ad
avvolgermi nella sua pelliccia. Degli
anni della guerra mi ricordo ben poco, come se non fossero stati sei
lunghi anni. È vero, a volte emergono dalla folta nebbia un corpo
oscuro, una mano annerita, una scarpa della quale non sono rimaste che
pezze. Queste immagini, che a volte sono potenti come colpi di arma da
fuoco, svaniscono ben presto, come rifiutassero di svelarsi, ed è di
nuovo quella nera galleria chiamata guerra. Questo riguarda la coscienza
razionale, ma le palme delle mani, le piante dei piedi, la schiena e le
ginocchia ricordano più della memoria. Se sapessi attingere da esse
sarei inondato da visioni. Qualche rara volta sono riuscito ad ascoltare
il mio corpo ed ho descritto alcuni eventi, ma anch'essi sono solo
frammenti di una massa oscura per sempre nascosta dentro di me. Dopo
la guerra trascorsi alcuni mesi sulle spiagge italiane, poi sulle
spiagge jugoslave. Furono mesi di meraviglioso oblio. L'acqua, il sole e
la sabbia ci massaggiavano fino a tarda sera, e di notte sedevamo
attorno al falò, arrostendo pesci e bevendo caffè. A quei tempi
vagavano sulle spiagge uomini modellati dalla guerra: suonatori,
prestigiatori, cantanti d'opera, attori, profeti di catastrofi,
contrabbandieri e ladri, e fra l'altro anche artisti-bambini di sei o
sette anni che impresari corrotti avevano adottato e trascinavano da un
posto all'altro. Ogni notte c'era uno spettacolo, a volte due. Fu allora
che l'oblio costruì i suoi profondi sotterranei. Più tardi li
trasportammo in Israele. Quando
giungemmo in Israele l'oblio si era già consolidato nella nostra anima.
Da questo punto di vista Israele è stata il proseguimento dell'Italia.
L'oblio vi trovò terreno fertile. Certo l'ideologia di quegli anni
contribuì a tale consolidamento, ma l'ordine di dimenticare non veniva
da fuori. A volte dai sotterranei fortificati si infiltravano visioni di
guerra, che pretendevano il diritto di esistere. Ma non avevano la forza
di indebolire le colonne dell'oblio e la volontà di vivere. Diceva
allora la vita: “dimentica, assimilati”. I kibbutzim e le fattorie
erano serre perfette per coltivare l'oblio. Per
molti anni fui immerso nel sonno dell'oblio. La mia vita scorreva in
superficie. Mi ero abituato ai sotterranei stipati ed umidi. È vero, ho
sempre temuto l'eruzione. Mi sembrava, non senza ragione, che le forze
oscure che vi pullulavano si stessero rafforzando, e che un giorno,
quando lo spazio fosse divenuto troppo stretto, sarebbero riemerse.
Eruzioni di questo genere sono accadute a volte, ma altre forze
opponevano resistenza e i sotterranei finirono per essere chiusi a
chiave. Lo
sdoppiamento fra lì e qui, fra sotto e sopra, proseguì per alcuni
anni. La storia di quella lotta è in queste pagine, e si estende vasta:
da un lato la memoria e l'oblio, sensazione di caos e di impotenza, e
dall'altro l'aspirazione ad una vita che abbia un significato. Questo
libro non pone domande né offre risposte. Sono pagine che descrivono,
per usare le parole di Kafka, una battaglia, e a questa battaglia
partecipano tutte le parti dell'animo: il ricordo della casa, dei
genitori, l'atmosfera pastorale dei monti Carpazi, i nonni e tante luci
che si accesero allora nella mia anima. Poi la guerra, tutto ciò che ha
distrutto e le cicatrici che ha lasciato. Da ultimo i lunghi anni in
Israele: il lavoro della terra, la lingua, i tormenti giovanili,
l'università e lo scrivere. (da Israele.net)
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Casa
editrice Giuntina **** Aharon
Appelfeld Alcune
osservazioni sul romanzo Tutto ciò
che ho amato Trad.
dall'ebraico di Anna Linda Callow La
maggior parte della mia scrittura è autobiografica. Anche il libro Tutto
ciò che ho amato è autobiografico, non nei particolari ma nel
senso ampio del termine. Proverò a spiegarmi. La letteratura non è una
documentazione del passato. La documentazione del passato dà origine
alla cronologia, alla storia, non alla letteratura. La letteratura è
per lo più tridimensionale e include passato, presente e futuro, in
altre parole le prove cui l’uomo è sottoposto nel corso della sua
vita. Solo la fusione dei tempi crea letteratura. Tutto
ciò che ho amato tratta di una
famiglia ebraica assimilata alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale.
Io provengo da una famiglia ebraica assimilata. Nella mia famiglia si
evitava di usare la parola ebreo, ci si identificava con la cultura
europea, l’ebraismo era considerato anacronistico. L’ebreo
assimilato credeva che se si fosse staccato dalla sua eredità ebraica,
l’Europa lo avrebbe accolto a braccia aperte. Un
ebreo assimilato vive in modo consapevole e inconsapevole in due mondi,
possiede due identità. Da un lato si è staccato dalla collettività
ebraica e dall’altro stenta a radicarsi nel suo nuovo ambiente.
L’irrequietezza e la tensione causate dalla doppia identità hanno
creato figure come quella di Kafka. Kafka vive tutta la sua vita diviso
tra la negazione del suo retaggio ebraico e la sete di conoscere da
vicino l’ebraismo in tutte le sue manifestazioni religiose,
filosofiche ed estetiche. Come è noto, Kafka studiò l’ebraico, lo
yiddish, seguì lezioni di ebraismo e sognò perfino di stabilirsi nella
terra d’Israele. Un’altra
figura, completamente diversa, è Marcel Proust, la cui madre, tanto
amata, era ebrea. Come è noto, anch’egli aveva un legame interessante
e complesso con gli ebrei e l’ebraismo. L’assimilazione
è l’allontanamento da sé e, talvolta, l’odio di sé, e ha aperto
agli autori ebrei svariate possibilità di riflessione.
L’assimilazione è, in realtà, la condizione dell’ebreo moderno. La
tensione in cui si trova l’ebreo assimilato non resiste col passare
del tempo. O l’ebreo la porta alle estreme conseguenze e si fonde
nella società in cui vive, o torna a se stesso e si ricongiunge con la
propria eredità. In
Tutto ciò che ho amato ho
cercato di descrivere una famiglia ebraica assimilata che l’ambiente
circostante rifiuta di accogliere. Descrivo inoltre la tensione tra il
padre artista e la madre. Nel mezzo c’è un bambino di nove anni. Ho
voluto vedere il mondo attraverso gli occhi di un bambino. La
visione del bambino è istintiva, primaria e, nella maggior parte dei
casi, immediata. È povera di concetti astratti ma ricca di particolari
vitali. Il bambino osserva da vicino come il padre e la madre scappano
l’uno dall’altra, come scappano dalla loro eredità ebraica.
L’ambiente circostante rifiuta di accoglierli come propri membri e
vede in loro sempre degli ebrei. Il bambino abita a volte con il padre e
a volte con la madre. I genitori lavorano, e per la maggior parte del
tempo resta solo o in compagnia della ragazza rutena a cui è affidato.
Da lei e non dai genitori apprende di Dio e della fede in lui. Nella
famiglia ebraica assimilata la fede religiosa non ha una funzione
vitale. L’assimilazione ebraica era razionalista, credeva nel
progresso, nella ragione. L’assimilazione era vista come un processo
positivo. L’allontanamento dal particolarismo ebraico e la fusione con
la cultura europea erano percepiti come un contributo importante
all’universalismo. Questa
tendenza fu mutata dalla Seconda Guerra Mondiale. L’ostilità nei
confronti degli ebrei non è una novità, ma nel ventesimo secolo ha
assunto un altro aspetto. Nel Medioevo l’ebreo poteva abbandonare la
propria fede ed essere subito considerato un cristiano come tutti gli
altri. Durante la Seconda guerra mondiale questa possibilità gli fu
negata. Anche se si convertiva, anche se i suoi genitori prima di lui si
erano convertiti, era considerato da sterminare, per via del sangue
ebraico che gli scorreva nelle vene. L’antisemitismo moderno vede
l’ebreo come un organismo biologico che porta dentro di sé
un’eredità di sangue nociva che va eliminata dal mondo. Il
mio libro non descrive la Shoah, ma ciò che accadde prima. Verso la
fine del diciannovesimo secolo gli ebrei dell’Europa orientale
cominciano a perdere la fede nella tradizione che hanno ereditato, in
particolare i membri dell’intellighenzia, la cultura europea sembra
loro superiore, più vera, più illuminata. Il loro desiderio di
integrarsi nell’ambiente circostante è così forte che non vedono, o
non vogliono vedere che l’ambiente circostante rifiuta di accoglierli. L’ebreo
dell’Europa orientale aspira a diventare europeo a ogni costo. Prende
d’assalto le università. Studia medicina, scienze, diritto, si dedica
alle arti. Questo assalto non viene interpretato correttamente. Agli
occhi degli europei appare come un’invasione in un territorio che non
gli appartiene. In particolare nel campo artistico. Le arti in Europa
sono per lo più legate al concetto di nazione. L’ingresso
dell’ebreo è considerato come un’intrusione dannosa. Ho
menzionato alcune idee che riguardano il romanzo, ma questo non è un
romanzo ideologico. La sua parte fondamentale è il racconto dei fatti,
dei personaggi che vi agiscono e del personaggio principale, il bambino,
dilaniato tra l’amore per il padre e quello per la madre. Alla fine si
sentirà tradito da entrambi. L’eroe
della letteratura moderna, se mi è concessa una generalizzazione, è
l’uomo complesso, in conflitto, senza radici e sballottato tra dubbi e
sensi di colpa. Nella letteratura moderna non c’è quasi posto per
l’ingenuità, l’innocenza, la curiosità primordiale. In questo
romanzo ho voluto restituire a me stesso qualcosa dell’infanzia, il
tempo che precede i tormenti della coscienza. Nel mondo primordiale
siamo ancora uniti al minerale, al vegetale e all’uomo in modo
immediato, e, allo stesso tempo, anche al mondo trascendentale dal quale
l’uomo moderno si è allontanato. Non
vi è qui idealizzazione, né ricerca di consolazione, né autoillusione
ma un certo tipo di convinzione che qualcosa di quell’interezza sia
ancora rimasto in noi, e se non in noi, perlomeno nel bambino. (da
Israele.net) |
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Casa editrice Giuntina |
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Aharon Appelfed, nato nel 1932 a Czernowitz, in Bucovina, è considerato uno dei più importanti scrittori israeliani. Vincitore di prestigiosi premi letterari, ha pubblicato venticinque fra romanzi, raccolte di racconti e saggi. I suoi libri sono stati tradotti in ventotto lingue. Appelfeld è sopravvissuto alla Shoh in maniera miracolosa. Nato nel 1932 a Czernowitz, in Bukovina, da una famiglia borghese colta e assimilata, vede uccidere la madre per mano dei tedeschi all'età di 7 anni. In seguito fuggirà con il padre, dal quale verrà poi separato; per tutta la durata della guerra sarà un bambino sperduto che si rifugia nei boschi, chiede ospitalità, braccato, perso e impaurito. A soli 13 anni, finita la guerra ed emigrato in Israele, solo e privo di istruzione, avrà l'impressione di essere già uomo, già adulto: "Avevo visto il dolore, la crudeltà, la generosità, l'amore, la compassione, l'odio. Avevo vissuto sei anni così intensi che avrei potuto raccontarne per una vita intera." In italiano sono stati pubblicati altri tre romanzi, che oggi risultano fuori commercio: Badenheim 1939 (Mondadori, 1981), Il rifugio (Mondadori, 1985), Il mio nome è Katerina (Feltrinelli, 1994). ***************
(da Israele.net) |