home menu biografia libri rom altipiano carapigna
maestri biblioteca shoah ebraica benzi scrittori cerca libro

Aharon  Appelfeld 


Storia di una vita

Tutto ciò che ho amato
Notte dopo notte
Note biografiche

 

 

Storia di una vita

Casa editrice Giuntina

"La memoria custodisce ciò che sceglie di custodire. Come il sogno, anche la memoria cerca di attribuire agli eventi un qualche significato". Aharon Appelfeld in questo libro autobiografico accetta infine il confronto con la propria memoria. Impresa dolorosa che scortica l'anima perché la sua memoria nasconde l'esperienza di un'infanzia spezzata dall'orrore della storia, nasconde la solitudine di un bambino costretto a vagare da solo per mesi nei boschi con l'incubo di essere riconosciuto, nasconde il suo peregrinare per mezza Europa fino all'arrivo in Israele e il suo difficile inserimento in una nuova realtà. Appelfeld sfida il dolore e disseppelisce quei ricordi che per poter continuare a vivere aveva spinto nelle zone buie e cieche della propria memoria, ci racconta la lotta di un ragazzo che ricostruisce la propria identità a partire dallo sradicamento degli affetti, della cultura, della lingua.

*******

di Cesare Segre

Che concetto della vita pur aver elaborato un bimbo chiuso in un Lager? Il

romanziere israeliano Aharon Appelfeld lo sa benissimo, per chi lo ha

sperimentato di persona. Appelfeld, nato nel 1932 a Czernowitz (patria anche

di Celan), fu chiuso dai tedeschi in un ghetto, e poi, nel 1941, nel Lager,

dopo aver visto assassinare la madre e la nonna. Entrò nel Lager col padre,

che fu anche lui eliminato. Questi sono i punti di riferimento decisivi per la

recente Storia di una vita (Giuntina, lire 24.000, euro 12,39), ultimo tra i

suoi bellissimi romanzi, tre dei quali tradotti anche in italiano. Non si

tratta tuttavia di un libro sui campi di sterminio, come non lo erano i

precedenti, in cui pure la deportazione era una presenza ineliminabile.

Probabilmente Appelfeld, come Primo Levi e altri reduci dai campi, considera

quell'orrore non del tutto nominabile, non descrivibile compiutamente. Eppure

quella parentesi, quel buco nero, sta col suo silenzio al centro del racconto,

e viene esplorato qua e là, nelle soste della memoria. Il buco nero ha

interrotto la presa di contatto del bambino con la vita, sino allora

abbastanza serena, e ha determinato un blocco violento dell'apprendimento,

persino dell'uso della lingua, creando uno iato che gli anni non sono ancora

riusciti a colmare. Così si potrebbe dire che il libro di Appelfeld h

tripartito: prima il paradiso, l'infanzia vagheggiata nel ricordo; poi

l'inferno, orrore da non esprimere; infine il purgatorio, adattamento alla

vita di un ragazzo scaraventato lontano dalla patria, lontano dalla lingua

materna, lontano da una famiglia che non esiste più.

Le parti piy belle del libro si riferiscono appunto all'infanzia, dunque al

paradiso, e anche al periodo della vita nella foresta, dopo la fuga del

bambino decenne dal Lager. L'infanzia ha consuetudine casalinga: i riti della

religione visti come lampi di un mondo meraviglioso; i segreti della natura e

degli animali spiegati dallo zio proprietario terriero; la presenza beatifica

della mamma.

Indimenticabile, anche per i lettori, il nonno, dal sorriso che esprime una

lunga saggezza, dal silenzio che è come uno spesso cuscino sul quale si pur

appoggiare la testa;. Le poche frasi che dice, sono tesori. Come questa: La

separazione fra i vivi ed i morti h immaginaria, il passaggio è più facile di

quanto non crediamo, si tratta solo di cambiare luogo e passare ad un livello

più alto;. Perfino la vita nel ghetto offre, ai bambini, lo sfogo di corse e

grida spensierate. Essi si mescolano ai pazzi che, cacciati dal manicomio,

celebrano, in questa più ampia segregazione, una riconquistata libertà. La

libertà apparente ma sfrenata del gioco accomuna l'incoscienza dei bambini e

la volubile inventiva dei pazzi.

Anche la vita nel bosco, dopo una fuga che non ci viene narrata, ha momenti

idillici: il bambino, che si nutre di frutti, gusta l'apparire o lo sparire

del sole tra gli alberi, guarda, di notte, le stelle tra le fronde. La

persecuzione, quando gli uomini sono fuori scena, pare lontana, ma talora la

sua minaccia risuona, con le grida umane, vicinissima. Un giorno il bambino

assiste all'inseguimento di un coetaneo ebreo da parte di un gruppo di

contadini, armati di falci e asce; il fuggitivo viene naturalmente agguantato,

catturato e portato al martirio. La natura, che ha assistito alla corsa degli

uomini e del bambino tra le alte spighe di granturco (verde cangiante ai soffi

del vento), rimane impassibile. E quando Appelfeld chiede ospitalità come

servitorello, a una donna che poi si rivela essere una prostituta, sono

finalmente lunghi discorsi, pur cauti, quando, di giorno, la donna non

lavora;. Il bambino ha presto l'impressione che essa sia antisemita, e fugge

prima che lo consegni ai tedeschi.

Il resto del libro h la storia della presa di coscienza della realtà da parte

di un ragazzo che non ha frequentato scuole, ha avuto solo come rudi

istitutori i suoi carnefici e i disperati prigionieri, non pur più parlare le

lingue che gli avevano rivelato il mondo (oltre al tedesco, lo yiddish e il

ruteno, cioè ucraino: gl'idiomi più diffusi nella Bucovina plurilingue; al

rumeno mi pare non accenni). A ritrovare il suo posticino sulla terra lo dovrà

aiutare l'ebraico, imparato solo dopo l'immigrazione nella Palestina

britannica, e ora divenuto anche il suo linguaggio di scrittore. Apprendimento

dell'idioma e recupero di un passato che parlava un'altra lingua sono due

impegni inscindibili; ma nel passato c'è anche l'inferno, e la memoria tende a

rimuovere. I brandelli di ricordo devono essere via via strappati al corpo, in

cui sono incisi come un tatuaggio. Appelfeld descrive splendidamente questa

lotta tra il rifiuto istintivo e il bisogno quasi fisico di rammemorare. E

mantiene quella sovrana sobrietà espressiva che h anche vittoria sul trauma,

sul pianto. Ecco il recinto Keffer; nel campo di Kaltschund, dove i bambini

piccoli vengono dati, vivi, in pasto ai cani lupo; due si salvano, ma perdendo

la parola e il senno. Ed ecco la fila di bimbi di una scuola per ciechi, che

vanno alla stazione cantando inni; i militari li colpiscono, eppure continuano

a cantare, sinchè non vengono gettati sul treno della morte.

Appelfeld, per fortuna, non ha ora treni che lo attendano; ma la sua scrittura

h un canto sommesso, quasi una preghiera.  

****************

Da Storia di una vita

"Introduzione

Queste pagine sono frammenti di memoria e riflessioni. La nostra memoria è fuggevole e selettiva, custodisce ciò che sceglie di custodire. Non intendo dire che essa custodisce solo il bello e il piacevole. La memoria, come anche il sogno, prende dal denso flusso degli eventi alcuni particolari, a volte fatti di poca importanza, li immagazzina e in un certo momento li riporta a galla. Come il sogno, anche la memoria cerca di attribuire agli eventi un qualche significato.

Fin dall'infanzia ho sentito che la memoria è il serbatoio vivo ed effervescente che mi anima. Ancora bambino stavo seduto e descrivevo a me stesso le vacanze estive nel villaggio, dai miei nonni. Restavo seduto per ore davanti alla finestra ed immaginavo il viaggio. Tutto ciò che ricordavo delle vacanze precedenti tornava davanti ai miei occhi in modo ancora più vivace.

Memoria ed immaginazione risiedono talvolta nello stesso luogo. In quei primi anni erano in gara fra di loro. La memoria sembrava essere reale, solida. L'immaginazione aveva le ali. La memoria attirava verso il conosciuto, l'immaginazione salpava verso l'ignoto. La memoria m'ispirava sempre un senso di piacere e tranquillità. L'immaginazione mi scuoteva e finiva per deprimermi.

Col tempo imparai che ci sono persone che vivono solo in virtù della forza dell'immaginazione. Lo zio Herbert era così. Mio zio ereditò una grande fortuna ma, dal momento che viveva nel mondo dell'immaginazione, sprecò tutto e andò in rovina. Quando lo conobbi a fondo era già un uomo povero che viveva grazie all'aiuto della sua famiglia, ma anche nella povertà non aveva smesso di fantasticare. Lo sguardo dei suoi occhi era fisso, lontano, parlava sempre del futuro, come se presente e passato non esistessero.

È stupefacente quanto siano chiare le prime, lontane, memorie d'infanzia, particolarmente quelle legate ai monti Carpazi e alle grandi pianure che si stendono ai loro piedi. Durante le ultime vacanze estive assorbimmo le montagne e le pianure con una specie di spaventosa nostalgia, come se i miei genitori avessero saputo che quelle sarebbero state le ultime vacanze e di lì in avanti la vita sarebbe stata un inferno.

Quando scoppiò la seconda guerra mondiale avevo sette anni. L'ordine del tempo si confuse, non ci furono più estate e inverno, non ci furono più lunghe visite dai nonni al villaggio. La nostra vita si compresse in una stanza angusta. Per qualche tempo vivemmo nel ghetto, al termine dell'autunno fummo cacciati. Per settimane ci trovammo per strada e alla fine nel campo di concentramento. Della fuga racconterò a suo tempo.

Durante la guerra non ero me stesso. Ero simile ad un minuscolo animale che ha una tana, o meglio alcune tane. Pensieri e sentimenti si restrinsero molto. In verità, a volte mi assaliva un doloroso stupore - perché, per quale ragione sono rimasto solo, mi chiedevo - ma questo stupore svaniva con i vapori della foresta, e l'animale che era in me tornava ad avvolgermi nella sua pelliccia.

Degli anni della guerra mi ricordo ben poco, come se non fossero stati sei lunghi anni. È vero, a volte emergono dalla folta nebbia un corpo oscuro, una mano annerita, una scarpa della quale non sono rimaste che pezze. Queste immagini, che a volte sono potenti come colpi di arma da fuoco, svaniscono ben presto, come rifiutassero di svelarsi, ed è di nuovo quella nera galleria chiamata guerra. Questo riguarda la coscienza razionale, ma le palme delle mani, le piante dei piedi, la schiena e le ginocchia ricordano più della memoria. Se sapessi attingere da esse sarei inondato da visioni. Qualche rara volta sono riuscito ad ascoltare il mio corpo ed ho descritto alcuni eventi, ma anch'essi sono solo frammenti di una massa oscura per sempre nascosta dentro di me.

Dopo la guerra trascorsi alcuni mesi sulle spiagge italiane, poi sulle spiagge jugoslave. Furono mesi di meraviglioso oblio. L'acqua, il sole e la sabbia ci massaggiavano fino a tarda sera, e di notte sedevamo attorno al falò, arrostendo pesci e bevendo caffè. A quei tempi vagavano sulle spiagge uomini modellati dalla guerra: suonatori, prestigiatori, cantanti d'opera, attori, profeti di catastrofi, contrabbandieri e ladri, e fra l'altro anche artisti-bambini di sei o sette anni che impresari corrotti avevano adottato e trascinavano da un posto all'altro. Ogni notte c'era uno spettacolo, a volte due. Fu allora che l'oblio costruì i suoi profondi sotterranei. Più tardi li trasportammo in Israele.

Quando giungemmo in Israele l'oblio si era già consolidato nella nostra anima. Da questo punto di vista Israele è stata il proseguimento dell'Italia. L'oblio vi trovò terreno fertile. Certo l'ideologia di quegli anni contribuì a tale consolidamento, ma l'ordine di dimenticare non veniva da fuori. A volte dai sotterranei fortificati si infiltravano visioni di guerra, che pretendevano il diritto di esistere. Ma non avevano la forza di indebolire le colonne dell'oblio e la volontà di vivere. Diceva allora la vita: “dimentica, assimilati”. I kibbutzim e le fattorie erano serre perfette per coltivare l'oblio.

Per molti anni fui immerso nel sonno dell'oblio. La mia vita scorreva in superficie. Mi ero abituato ai sotterranei stipati ed umidi. È vero, ho sempre temuto l'eruzione. Mi sembrava, non senza ragione, che le forze oscure che vi pullulavano si stessero rafforzando, e che un giorno, quando lo spazio fosse divenuto troppo stretto, sarebbero riemerse. Eruzioni di questo genere sono accadute a volte, ma altre forze opponevano resistenza e i sotterranei finirono per essere chiusi a chiave.

Lo sdoppiamento fra lì e qui, fra sotto e sopra, proseguì per alcuni anni. La storia di quella lotta è in queste pagine, e si estende vasta: da un lato la memoria e l'oblio, sensazione di caos e di impotenza, e dall'altro l'aspirazione ad una vita che abbia un significato. Questo libro non pone domande né offre risposte. Sono pagine che descrivono, per usare le parole di Kafka, una battaglia, e a questa battaglia partecipano tutte le parti dell'animo: il ricordo della casa, dei genitori, l'atmosfera pastorale dei monti Carpazi, i nonni e tante luci che si accesero allora nella mia anima. Poi la guerra, tutto ciò che ha distrutto e le cicatrici che ha lasciato. Da ultimo i lunghi anni in Israele: il lavoro della terra, la lingua, i tormenti giovanili, l'università e lo scrivere.

Questo libro non è un bilancio, ma un tentativo, se volete un tentativo disperato, di ricollegare le parti diverse della mia vita alla radice da cui sono germogliate. Il lettore non cerchi in queste pagine l'ordinata e precisa storia di una vita. Ci sono i luoghi di una vita, raccolti nella memoria, vivi e palpitanti. Molto si è perso e molto è stato consumato dall'oblio. Ciò che è rimasto a tratti sembra un nulla e, malgrado ciò, quando ho accostato le parti ho sentito che non solo gli anni le uniscono, ma anche un senso.

(da Israele.net)

 

Tutto ciò che ho amato

Casa editrice Giuntina

Tutto ciò che ho amato narra di amori difficili e amari, di tradimenti, gelosie e vendette, e delle ferite che lasciano nell'anima dei protagonisti. Paul è diviso fra i genitori divorziati e costantemente angosciato dal timore di perderli e diventare orfano.
Dal padre pittore assorbe il tormento interiore del grande artista, mentre la madre gli insegna il gusto dell'amore e il dolore del tradimento. Solitario, è affascinato dalla vivacità della giovane ucraina che si prende cura di lui, ma sente anche l'anelito verso una religiosità che trascenda il confine fra ebraismo e cristianesimo.
Paul, dapprima intimamente legato alla madre, gioiosa e vitale, in seguito al nuovo matrimonio e alla conversione della donna si trasferisce in casa del padre, affascinante figura di artista tormentato, sempre pronto a lottare coi demoni dell'ispirazione e con gli antisemiti.
Nell'Europa degli anni trenta l'antisemitismo crescente inquina e distrugge i sogni degli ebrei assimilati, che hanno abbandonato la tradizione dei padri per aprirsi alla cultura e alla religione della maggioranza.

****

Aharon Appelfeld

Alcune osservazioni sul romanzo Tutto ciò che ho amato

Trad. dall'ebraico di Anna Linda Callow

La maggior parte della mia scrittura è autobiografica. Anche il libro Tutto ciò che ho amato è autobiografico, non nei particolari ma nel senso ampio del termine. Proverò a spiegarmi. La letteratura non è una documentazione del passato. La documentazione del passato dà origine alla cronologia, alla storia, non alla letteratura. La letteratura è per lo più tridimensionale e include passato, presente e futuro, in altre parole le prove cui l’uomo è sottoposto nel corso della sua vita. Solo la fusione dei tempi crea letteratura.

 Tutto ciò che ho amato tratta di una famiglia ebraica assimilata alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale. Io provengo da una famiglia ebraica assimilata. Nella mia famiglia si evitava di usare la parola ebreo, ci si identificava con la cultura europea, l’ebraismo era considerato anacronistico. L’ebreo assimilato credeva che se si fosse staccato dalla sua eredità ebraica, l’Europa lo avrebbe accolto a braccia aperte.

 Un ebreo assimilato vive in modo consapevole e inconsapevole in due mondi, possiede due identità. Da un lato si è staccato dalla collettività ebraica e dall’altro stenta a radicarsi nel suo nuovo ambiente. L’irrequietezza e la tensione causate dalla doppia identità hanno creato figure come quella di Kafka. Kafka vive tutta la sua vita diviso tra la negazione del suo retaggio ebraico e la sete di conoscere da vicino l’ebraismo in tutte le sue manifestazioni religiose, filosofiche ed estetiche. Come è noto, Kafka studiò l’ebraico, lo yiddish, seguì lezioni di ebraismo e sognò perfino di stabilirsi nella terra d’Israele.

Un’altra figura, completamente diversa, è Marcel Proust, la cui madre, tanto amata, era ebrea. Come è noto, anch’egli aveva un legame interessante e complesso con gli ebrei e l’ebraismo.

 L’assimilazione è l’allontanamento da sé e, talvolta, l’odio di sé, e ha aperto agli autori ebrei svariate possibilità di riflessione. L’assimilazione è, in realtà, la condizione dell’ebreo moderno. La tensione in cui si trova l’ebreo assimilato non resiste col passare del tempo. O l’ebreo la porta alle estreme conseguenze e si fonde nella società in cui vive, o torna a se stesso e si ricongiunge con la propria eredità.

 In Tutto ciò che ho amato ho cercato di descrivere una famiglia ebraica assimilata che l’ambiente circostante rifiuta di accogliere. Descrivo inoltre la tensione tra il padre artista e la madre. Nel mezzo c’è un bambino di nove anni. Ho voluto vedere il mondo attraverso gli occhi di un bambino.

 La visione del bambino è istintiva, primaria e, nella maggior parte dei casi, immediata. È povera di concetti astratti ma ricca di particolari vitali. Il bambino osserva da vicino come il padre e la madre scappano l’uno dall’altra, come scappano dalla loro eredità ebraica. L’ambiente circostante rifiuta di accoglierli come propri membri e vede in loro sempre degli ebrei. Il bambino abita a volte con il padre e a volte con la madre. I genitori lavorano, e per la maggior parte del tempo resta solo o in compagnia della ragazza rutena a cui è affidato. Da lei e non dai genitori apprende di Dio e della fede in lui.

 Nella famiglia ebraica assimilata la fede religiosa non ha una funzione vitale. L’assimilazione ebraica era razionalista, credeva nel progresso, nella ragione. L’assimilazione era vista come un processo positivo. L’allontanamento dal particolarismo ebraico e la fusione con la cultura europea erano percepiti come un contributo importante all’universalismo.

 Questa tendenza fu mutata dalla Seconda Guerra Mondiale. L’ostilità nei confronti degli ebrei non è una novità, ma nel ventesimo secolo ha assunto un altro aspetto. Nel Medioevo l’ebreo poteva abbandonare la propria fede ed essere subito considerato un cristiano come tutti gli altri. Durante la Seconda guerra mondiale questa possibilità gli fu negata. Anche se si convertiva, anche se i suoi genitori prima di lui si erano convertiti, era considerato da sterminare, per via del sangue ebraico che gli scorreva nelle vene. L’antisemitismo moderno vede l’ebreo come un organismo biologico che porta dentro di sé un’eredità di sangue nociva che va eliminata dal mondo.

 Il mio libro non descrive la Shoah, ma ciò che accadde prima. Verso la fine del diciannovesimo secolo gli ebrei dell’Europa orientale cominciano a perdere la fede nella tradizione che hanno ereditato, in particolare i membri dell’intellighenzia, la cultura europea sembra loro superiore, più vera, più illuminata. Il loro desiderio di integrarsi nell’ambiente circostante è così forte che non vedono, o non vogliono vedere che l’ambiente circostante rifiuta di accoglierli.

 L’ebreo dell’Europa orientale aspira a diventare europeo a ogni costo. Prende d’assalto le università. Studia medicina, scienze, diritto, si dedica alle arti. Questo assalto non viene interpretato correttamente. Agli occhi degli europei appare come un’invasione in un territorio che non gli appartiene. In particolare nel campo artistico. Le arti in Europa sono per lo più legate al concetto di nazione. L’ingresso dell’ebreo è considerato come un’intrusione dannosa.

 Ho menzionato alcune idee che riguardano il romanzo, ma questo non è un romanzo ideologico. La sua parte fondamentale è il racconto dei fatti, dei personaggi che vi agiscono e del personaggio principale, il bambino, dilaniato tra l’amore per il padre e quello per la madre. Alla fine si sentirà tradito da entrambi.

 L’eroe della letteratura moderna, se mi è concessa una generalizzazione, è l’uomo complesso, in conflitto, senza radici e sballottato tra dubbi e sensi di colpa. Nella letteratura moderna non c’è quasi posto per l’ingenuità, l’innocenza, la curiosità primordiale. In questo romanzo ho voluto restituire a me stesso qualcosa dell’infanzia, il tempo che precede i tormenti della coscienza. Nel mondo primordiale siamo ancora uniti al minerale, al vegetale e all’uomo in modo immediato, e, allo stesso tempo, anche al mondo trascendentale dal quale l’uomo moderno si è allontanato.

Non vi è qui idealizzazione, né ricerca di consolazione, né autoillusione ma un certo tipo di convinzione che qualcosa di quell’interezza sia ancora rimasto in noi, e se non in noi, perlomeno nel bambino.

  Infine questo è ovviamente un romanzo sul destino dell’ebreo moderno, ma è anche un libro, così spero, sull’Europa tra le due guerre.

(da Israele.net)

 

Notte dopo notte

Casa editrice Giuntina

 

Note biografiche

Aharon Appelfed, nato nel 1932 a Czernowitz, in Bucovina, è considerato uno dei più importanti scrittori israeliani. Vincitore di prestigiosi premi letterari, ha pubblicato venticinque fra romanzi, raccolte di racconti e saggi. I suoi libri sono stati tradotti in ventotto lingue.

Appelfeld è sopravvissuto alla Shoh in maniera miracolosa. Nato nel 1932 a Czernowitz, in Bukovina, da una famiglia borghese colta e assimilata, vede uccidere la madre per mano dei tedeschi all'età di 7 anni. In seguito fuggirà con il padre, dal quale verrà poi separato; per tutta la durata della guerra sarà un bambino sperduto che si rifugia nei boschi, chiede ospitalità, braccato, perso e impaurito. A soli 13 anni, finita la guerra ed emigrato in Israele, solo e privo di istruzione, avrà l'impressione di essere già uomo, già adulto: "Avevo visto il dolore, la crudeltà, la generosità, l'amore, la compassione, l'odio. Avevo vissuto sei anni così intensi che avrei potuto raccontarne per una vita intera."

In italiano sono stati pubblicati altri tre romanzi, che oggi risultano fuori commercio: Badenheim 1939 (Mondadori, 1981), Il rifugio (Mondadori, 1985), Il mio nome è Katerina (Feltrinelli, 1994).

***************

Incontro con Aharon Appelfeld.

 Aharon Appelfeld è stato in Italia per presentare un suo libro apparso in traduzione italiana, Storia di una vita, nella bella traduzione di Ofra e Raffaella Scardi, Giuntina editore. Si tratta di un libro molto interessante e diverso dai libri di memorie che appaiono così spesso in questa che è stata definita "l'era del testimone". L'autore infatti non si lascia inserire nella categoria dei sopravvissuti allo sterminio nazista se non con difficoltà: prima di tutto si tratta di uno scrittore, autore di racconti, romanzi, poesie, opere teatrali e saggi letterari. La sua scrittura è molto consapevole ed è il punto di arrivo di un cammino faticoso alla ricerca di una lingua senza la quale, scrive, «un uomo è invalido». È proprio per questa attenzione al detto e al non-detto che mi è difficile intervistarlo. Per quanto sia stato professore di letteratura ebraica all'Università del Negev, e sia pertanto abituato a spiegarsi con chiarezza, si avvertono in lui ritrosia e delicatezza nel trattare le parole, una sorta di sofferta decisione a restare fedele ai propri silenzi.

 

C. R.: Vorrei chiederle qualche parola di introduzione a Storia di una vita.

A. A.: Questo libro è un libro di frammenti, ma la mia sensazione è che i frammenti abbiano una unità. È vero, ci sono dei capitoli della mia vita dei quali non posso parlare, perché non riesco ancora a trovare le parole, e tra questi capitoli c'è quello della morte di mia madre, della quale sono stato testimone. In campo di concentramento sono stato separato da mio padre. E mentre accadeva sapevo che quella separazione era per sempre. Anche di questo non riesco a scrivere. E poi sono stato un bambino perseguitato, cacciato e sono stato trattato come un cane pazzo. Un giorno forse scriverò anche di questo, ma ancora non ne sono capace.

Ho parlato della prostituta che per due mesi mi ha offerto un rifugio: lei è stata la mia scuola e un giorno scriverò su di lei un intero libro. Vorrei avere a disposizione ancora un centinaio d'anni per poterne scrivere. E dopo la prostituta, fu la volta dei criminali, dei ladri di cavalli. Durante la mia infanzia mi sono successe talmente tante cose che potrei scrivere una ventina di libri solo per raccontare tutto questo.

C. R.: In una delle sue conferenze lei ha detto che da bambino pensava che se la perseguitavano era perché era colpevole di qualcosa che non capiva.

A. A.: Sì, continuavo a chiedermi perché volessero uccidermi. Non riuscivo a capire. Pensavo che il motivo fossero le mie grandi orecchie, o forse emanavo un cattivo odore. Ero convinto che il motivo fosse qualcosa di fisico. Io naturalmente mi sentivo come tutti gli altri bambini, ma al tempo stesso mi rendevo conto che tutti mi davano la caccia, tutti - l'esercito, i contadini - volevano catturarmi. Questo è l'effetto dell'antisemitismo. Dal punto di vista psicologico uno dei delitti dell'antisemitismo è quello di portare l'ebreo a interiorizzare le accuse dei persecutori: se dicono che sono stupido, alla fine comincio a crederci, succede a tutti. Sono convinto che gli ebrei abbiano resistito a questo meccanismo perché la loro fede era molto forte, ma per gli ebrei assimilati era molto più difficile. Anche il sionismo ha interiorizzato ancuni elementi antisemiti, quando sosteneva che l'ebraismo diasporico aveva qualcosa di sbagliato e che gli ebrei dovevano diventare "normali".

C. R.: Perché ha deciso di scrivere questo libro proprio ora?

A. A.: Questo libro è stato scritto durante quattro o cinque anni, non in un solo giorno. Ogni volta aggiungevo un'altra immagine. Volevo toccare il ricordo, perché la creazione letteraria lavora con l'immaginazione e anche con l'inconscio, ma quello che cercavo era riuscire ad esaminare cosa restava del ricordo. Ho fatto un viaggio nella memoria.

Dicono che io scrivo della Shoà e degli ebrei dell'Europa dell'Est, ma di fatto non ho portato con me molto quel mondo: ero un bambino. E tuttavia è quella piccolissima parte del mio ricordo quello che volevo far vedere in questo libro. Ho attraversato la Shoà senza esserne consapevole e pertanto la mia opera in generale non è basata sul ricordo, bensì sull'invenzione letteraria. Questo libro è l'unica cosa che rimane di quanto ricordo.

C. R.: Come è stato accolto questo libro in Israele?

Nella letteratura ebraica moderna il posto dedicato alla memoria è decisamente trascurabile. Non c'è spazio per la memoria storica, tutt'al più si tratta di Tel-Aviv e di Gerusalemme. Ciò cui aspiro è essere uno scrittore ebreo, perché gli ebrei dell'Europa dell'Est sono stati sterminati. In Israele sentivo che non c'era chi volesse continuare la tradizione ebraico-orientale. In Israele negli anni '40 del XX secolo giunsero persone che volevano dimenticare tutto quel dolore, tutto quello che c'era "là" e costruire una nuova vita. Ciò che mi interessa è proprio unire l'Europa dell'Est, la tradizione ebraico-orientale, con quanto esiste oggi. Ho la sensazione di essere solo in questo percorso, perché la maggior parte dei bambini che giunsero insieme a me in Eretz Israel e i loro genitori volevano dimenticare e Israele era ideologicamente pronta a questo, a che dimenticassero e che si dedicassero a costruire una nuova vita, una vita priva di passato. Tutta la vita ebraica dell'Europa Orientale - una vita ricchissima dal punto di vista religioso, culturale, linguistico, è scomparsa, e prima che qualcosa di simile ricompaia nella storia ebraica passerà molto tempo. Oggi ci sono degli israeliani che tornano ad essere ebrei, non solo dal punto di vista religioso, ma anche culturale. Ma si tratta di un cammino ancora lungo, di un percorso lontano dall'essere completato. In Israele ci sono molte condizioni favorevoli allo sviluppo di una nuova vita ebraica: cinque milioni di ebrei in un solo luogo, la lingua ebraica - e per alcuni anche lo yiddish - e un vasto gruppo di ebrei religiosi. Tutti questi elementi potrebbero portare alla formazione di una società ebraica, ma per il momento questa non c 'è ancora.

Per tornare alla sua domanda, in generale la mia opera non è stata accolta molto bene in Israele. È chiaro infatti che parlo in nome della cultura ebraica e in Israele c'era una forte opposizione a questa. Adesso la situazione è migliorata. Ho un pubblico di lettori relativamente grande. Ma all'inizio si diceva: Appelfeld ci riporta alla Diaspora, ci riporta alla Shoà, e altre critiche simili.

C. R.: E all'estero?

A. A.: Negli Stati Uniti la mia opera è molto diffusa, e anche in Germania e in Francia. In particolare gli ebrei degli Stati Uniti sono alla ricerca della loro identità e credo che per questo io sia uno di quegli scrittori che loro leggono.

C. R.: In Storia di una vita lei racconta anche di Sha"y Agnon, lo scrittore israeliano che ha preso il Premio Nobel nel 1967. Qual'è stata l'influenza di questo incontro sulla sua opera?

A. A.: Non scrivo come Agnon e non ho imparato direttamente da lui, ma è stato una figura importante per me. Quando sono arrivato in Israele nel 1946, questo era un paese eroico, rivoluzionario, e la rivoluzione sionista, come ogni rivoluzione, aveva qualcosa di duro e di difficile. Negli anni '40 e '50 c'era la tendenza a creare un nuovo ebreo, biondo, con gli occhi azzurri, forte, combattivo, un nuovo ebreo. Agnon mi ha dato la legittimazione a scrivere della mia vita come ebreo, come un ebreo cacciato, legato alla propria famiglia, e a delle fonti ebraiche.

C. R.: Lei crede quindi che uno scrittore ebreo per essere tale debba essere in contatto con la lingua e le fonti ebraiche.

A. A.: Le faccio un esempio. Primo Levi. Non è certo possibile dire che non sia uno scrittore ebreo, ma per spiegare la tragedia, non si rifa a Giobbe, bensì a Dante, alla mitologia cristiana. È Auschwitz che lo ha reso ebreo, ed è questa esperienza ebraica che lo costringe a riflettere sul suo ebraismo. Secondo me è molto difficile parlare della profondità ebraica senza conoscere le fonti e la lingua ebraiche. Anche Kafka ci ha lasciato molto sulla sua sete di ebraismo, specialmente nei suoi diari, e Proust è pieno di curiosità verso l'ebraismo, e lo stesso vale per Isaac Babel, e Saul Bellow. Ma per me è chiaro che quando un uomo parla o scrive nella sua lingua da dentro una tradizione ha un potenziale enorme.

C. R.: Per lei si è trattato di un lungo percorso.

A. A.: È vero. La mia prima lingua è stata il tedesco, la seconda l'ucraino, con i nonni parlavo in yiddish, nei dintorni si parlava rumeno, i vicini di casa erano polacchi e pertanto con loro si parlava in polacco, e gli intellettuali parlavano francese. Ma in Europa ho frequentato solo la prima elementare. Poi è arrivata la guerra, e con essa il ghetto, i campi di concentramento, la foresta. Quando sono arrivato in Eretz Israel avevo quattordici anni e non avevo una lingua. Ora sono molto felice che sia l'ebraico la mia lingua. Sono felice di essere legato alla lingua ebraica, perché essa mi riporta non solo alla Bibbia, ma anche a tutte le opere che attraverso i secoli sono state composte in lingua ebraica in Spagna, in Italia, in Germania. Attraverso l'ebraico e grazie all'ebraico, posso essere uno scrittore universale.

C. R.: Mi viene in mente una frase di Cocteau citata da Jodorowsky: un uccello canta meglio sul proprio albero genealogico.

A. A.: Sì, è vero, ma è vero anche che a volte è proprio l'esilio che fa sì che il canto esca più limpido. A volte proprio scrivendo in un'altra lingua esce qualcosa di ebraico. Non sono un fanatico della lingua, ma delle fonti. In questi tempi non c'è un solo modello di ebreo, ce ne sono tanti ed è importante metterli insieme e dare loro espressione. In Italia ad esempio dal periodo tra le due guerre fino agli anni '60 c'erano molti scrittori ebrei. C'è un ebraismo che nasce da un'esperienza ebraica. Negli ultimi cento anni ci sono l'ortodossia ebraica, il comunismo ebraico, il bundismo ebraico, il sionismo ebraico, il movimento yiddishista ebraico: tutto questo è ebraico. Inoltre l'ebreo è stato in diversi territori geografici. Più si ha di tutti questi elementi, di tutti questi territori, è più si è ebrei. O almeno così è per me. Il mio ebraismo ha tanti rami diversi, a volte in contraddizione; e più ci sono diversità e sfumature e più è interessante. Anche dal punto di vista artistico chi attraversa tutto questo è come se si nutrisse a varie fonti. Un buon esempio è lo yiddish, una lingua che contribuisce molto a fare di qualcuno uno scrittore ebreo. In parte per quersti motivi nella mia letteratura racconto dell'ebreo assimilato, un tipo particolare di ebreo moderno. Si tratta di una situazione psicologica ebraica molto particolare, che è difficile che gli israeliani capiscano. Questo è il modo in cui mi situo in questo quadro, su questa carta geografica che le ho delineato.

C. R.: Per tornare agli anni in Israele, come sono stati i suoi anni di insegnamento all'Univesità di Beer-Sheva?

A. A.: La mia vita è la scrittura. La scrittura è mattino, mezzogiorno e sera. Al tempo stesso è una continua osservazione. La letteratura, al contrario ad esempio della storia, non si occupa del passato, neppure quando è del passato che parla. La scrittura è sempre un presente bruciante. Tutti i lavori che ho fatto non hanno disturbato la mia scrittura. La scrittura richiede tutto te stesso. Sono come arruolato nella scrittura. Se mentre cammino sento una certa parola, mi dico: ecco, è di questa parola che ho bisogno, e così con le frasi, e le immagini.

C. R.: Quand'è che sente che un libro è finito?

A. A.: Un libro non è mai finito. Arrivo a un punto in cui sento che non posso più andare avanti, anche se ci sarebbe ancora molto da fare. Dopo che ho terminato un libro, lo lascio da parte per alcuni anni, e poi vi ritorno. Sento allora che è tutto più facile, perché dal punto di vista emotivo non c'è più un legame. In questa fase, posso cancellare senza problemi.

C. R.: Ci vuole raccotare qualcosa del libro che è in corso di traduzione sempre per Giuntina, Kol asher ahavti (Tutto ciò che ho amato)?

A. A.: Si tratta di un libro su una famiglia ebraica assimilata che si sta frantumando. Il padre è un pittore, la madre è una insegnate, e il figlio ha nove anni. I genitori si separano. Il bambino all'inizio resta con la madre, ma poi vive col padre. Questi è un anarchico bohémien, che non crede nell'educazione scolastica e decide che il figlio deve lasciare la scuola. Così il bambino non va a scuola, ma osserva e impara molto. Tutta la vicenda è raccontata dal punto di vista del bambino. Questo libro è stato pubblicato nel 1999 ed è uscito contemporaneamente a Storia di una vita. Entrambi i libri hanno qualcosa in comune, presentano degli elementi autobiografici.

C. R.: Le è stato chiesto se si scrive per se stessi o per gli altri, e lei ha risposto che la scrittura è una lunga lettera d'amore. Vorrebbe spiegare meglio questa affermazione?

A. A.: Dietro alla scrittura ci sono moltissime motivazioni: l'odio, la rabbia, i complessi, l'ideologia, la necessità di liberarsi di qualcosa di traumatico e anche quella di dare quanto di meglio c'è in noi. È questo quello che intendo quando parlo di una lunga lettera d'amore. E quando parlo di quanto di meglio c'è in noi, non mi riferisco a qualcosa di sentimentale, e neppure al desiderio di abbellire se stessi, bensì ai momenti nei quali si raggiunge il massimo dell'umano che c'è in noi.

C. R.: Lei crede nella scrittura.

A. A.: Non è solo questo. È la scrittura che mi ha reso ebreo. È la scrittura che mi ha restituito i genitori, i nonni, tutte le cose buone che lo sterminio mi ha sottratto. La scrittura letteraria è qualcosa di intimo, quasi un sostituto del sentimento religioso.

C. R.: Come per Kafka, il quale affermava che scrivere è un tipo di preghiera.

A. A.: Sì. In altre parole: abbiamo dimenticato come pregare, e allora scriviamo.

[A cura  di C. Rosenzweig]

(da Israele.net)

 

 

La  Giuntina editrice