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Shemuel Y. Agnon 


Racconti di Kippur

Le storie del Baal Shem Tov
Una storia comune
E il torto diventerà diritto
La signora e il venditore ambulante
Note biografiche

 

 

Racconti di Kippur

Casa editrice Giuntina
Postfazione, traduzione e note di Emanuela Trevisan Semi

A venticinque anni dalla scomparsa di Shemuel Yosef Agnon (1888-1970), il maggiore scrittore di lingua ebraica di questo secolo e maître à penser di un'intera generazione di scrittori israeliani contemporanei (premio Nobel per la letteratura nel 1966), viene finalmente presentata al lettore italiano, a cura di Emanuela Trevisan Semi, una scelta di racconti che costituisce una sorta di «ciclo di Kippur».
Tema centrale delle storie tradotte è quello della ricerca del passato perduto - il tempo della tradizione - che continua a rivivere attraverso la memoria e i sensi dello scrittore, definito il Proust della letteratura ebraica. Agnon, cantore della tradizione e della modernità, ha saputo ritrarre con ironia e poesia l'esistenza ebraica tra la Diaspora e Israele.
In questa edizione vengono presentate alcune storie oniriche, caratterizzate dall'ambiguità e dall'ironia, eventi narrati che paiono proiezioni della vita psichica e nei quali la mancanza di separazione tra tempi e luoghi diversi, tra morti e vivi, tra reale e fantastico, consente al lettore una pluralità di interpretazioni.

 

Le storie del Baal Shem Tov

Casa editrice Giuntina
Prefazione di Scialom Bahbout
Traduzione di Tullio Melauri

Agnon aveva iniziato nel 1917 a raccogliere testi chassidici e aveva intrecciato una fitta corrispondenza con Buber, ricca di riflessioni sul mondo dell’ebraismo orientale e di progetti per una prossima pubblicazione comune : un testo in quattro volumi che sarebbe duvuto uscire per i caratteri della casa editrice Devir e Morià “contenente i migliori racconti dei chassidim e i loro principali insegnamenti” era scritto nel contratto.

Il lavoro alle testimonianze della tradizione coinvolgeva il futuro premio Nobel per la letteratura, ma non cessava di inquietarlo; gli sembrava di venire distratto dai suoi impegni di romanziere, ma soprattutto scontava, in questa ricerca destinata a durare oltre cinquanta anni, un rapporto biografico difficile e contraddittorio con il mondo orientale: grande la nostalgia per quella realtà infantile (parte della sua famiglia era chassidica) che compare rielaborata nei suoi racconti, ma grande anche la distanza da questa esperienza di sicurezza e semplicità per un uomo moderno pieno di dubbi sull’esistenza. D’altra parte Agnon crede ancora che la produzione letteraria abbia un ruolo centrale nel processo di redenzione, il tikkun, e vede nella della narrazione chassidica, lì dove un universo teologico “si esprime in storie meravigliose”, una testimonianza del valore salvifico del raccontare anche per un mondo che non ha più un rapporto immediato e diretto Dio.

Nel 1932 il sodalizio con Buber si interrompe e il filosofo continuerà da solo la sua raccolta, pur ammettendo il debito di gratitudine con Agnon che, a sua volta, pubblica negli anni Sessanta una parte del materiale raccolto in tanti anni, I libri degli tzaddiquin - centouno racconti sui libri dei discepoli del Baal Shem Tov. Bisogna attendere però il 1987 per l’uscita postuma di tutta l’opera, che raccoglie parte delle storie fiorite sul Baal Shem Tov riproposte con grande spirito filologico, con grande attenzione alla lettera, ma anche a quello spirito del chassidismo che riteneva fosse andato perso nell’opera di Buber: “ Buber - scrive - è il padre di tutti gli scrittori di racconti brevi, che oggi, che il chassidismo è di moda, riempirono le biblioteche. Essi però non mi riempiono il cuore”.

Originale è invece l’organizzazione del materiale, diversa da tutti le raccolte della tradizione perché tematica - e quindi con una dimestichezza con la costruzione del narrato del tutto assente nel metodo associativo delle raccolte più antiche -, ma anche perché Agnon predilige il punto di vista del più semplice dei chassidim: inizia dalla biografia del maestro e dalla esposizione della sua dottrina, ma poi accorpa gli aneddoti su di lui in due grandi filoni, che vanno al cuore stesso del movimento, la vita attorno al rebbe e i prodigi da lui compiuti, per concludere con i “racconti meravigliosi”, che contengono esempi di preveggenza e di saggezza anche al di fuori dei confini del suo piccolo regno. (R.A.)

 

Una storia comune

Casa editrice Adelphi 

"Guai a un mondo in cui le creature vanno dietro al proprio cuore" dice la madre del protagonista di questo romanzo, ed è chiaro che il matrimonio cui destina suo figlio non sarà esattamente un gesto di ossequio nei confronti di una passione soverchiante. D'altronde, a Szybusz, shetl galiziano votato al commercio e al culto della prosperità economica, sarebbe stupefacente il contrario. Poi però non si può pretendere che il marito si accenda di passione per la moglie, né che nelle sue passeggiate solitarie stia lontano dalla casa della donna di cui da sempre è innamorato. Né si può evitare che il primogenito nasca come avvolto da una pellicola di indifferenza. 

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Pazzi d'amore
Per i protagonisti di “Una storia comune” di S. Y. Agnon la passione è tabù. E' infatti equivoco dell’anima, lusso pericoloso, hybris che richiede il sacrificio di sé e che conduce alla follia
di Massimo Merletti


Emily Dickinson scrisse che una grande poesia è quella in cui un verso o un distico illuminano la lettura improvvisamente, come un lampo in piena notte. S. Y. Agnon, ebreo – israeliano nato a Buczacz in Ucraina nel 1888, è scrittore lepido e lezioso, imbroglione surrealista e poeta teocentrico. “Una storia comune” è romanzo pigro, salmodiante, epanalessi rabbinica attraversata da personaggi totalmente opachi, incapaci di far filtrare un qualsiasi, minimo, bagliore, e proprio per questo designati “comuni”.

Eppure, nell’indolenza dell’intreccio qualcosa si muove. E’ uno scricchiolio tenue, quasi impercettibile, affievolito dal frastuono ottundente di una prosa ritmata e ricercatamente monotona. «Sì, vado da lei ogni sera. Quando sono sveglio vado a piedi, e quando dormo mi ci portano». Hershl Hurvitz ha preso l’abitudine di fare lunghe passeggiate solitarie una volta uscito dal negozio. Ma i suoi passi non sono casuali, ed il suo tragitto è sempre il medesimo. Blume adesso abita in periferia e lavora presso un’altra famiglia che l’ha presa come domestica in cambio soltanto di denaro; non come gli Hurvitz che avevano approfittato del rapporto di parentela per accogliere una povera orfana e trovare un’efficiente cameriera.

La confessione di Hershl rappresenta la svolta del romanzo, il verso dickinsoniano. Hershl è l’involontario testimone della ricerca dell’amore, ossia del superfluo. Che cosa si stacca di più dal “comune” se non l’amore? Parola proibita in una società mercantile e conservatrice, ma soprattutto equivoco dell’anima, lusso pericoloso, hybris che richiede il sacrificio di sé e che conduce inesorabilmente alla follia. Agnon sferza i suoi personaggi con impareggiabile ironia; un sarcasmo che deforma i caratteri in macchiette grottesche, burattini monocordi e balbuzienti che si muovono su un palcoscenico buio: una storia definita “comune”, una vita condannata all’equivoco ed allo spaesamento.

 

E il torto diventerà diritto

Casa editrice Bompiani

Un poco Giobbe e un poco Don Chisciotte, ma forse soprattutto maldestro Ulisse, Menasceh Hajim della Santa Comunità di Buczacz - luogo che sta chissà dove e chissà quando - abbandona casa, affetti e mestiere per uno scherzo del destino. O meglio, perché il destino si è dimostrato con lui assai poco gentile, per non dire beffardo. Menasceh Hajim non ha più niente da perdere nella vita, se non una strana ostinazione che in questa scorribanda per il mondo lo porta a molto vedere e altrettanto ascoltare. Miserie e piccole grazie, ingiustizie e colpi di scena, tutto sempre condito da un'ombra di paradosso: il mondo ebraico del nostro eroe non è troppo diverso, in fondo, dall'Italia di Pirandello. Cinque anni trascorre il nostro lontano da tutto, incontrando luoghi e volti di un'era che non esiste più, di colori e suoni scomparsi: è lo shtetl, il borgo ebraico dell'Europa settentrionale, dove si consuma la farsa o forse il dramma di Menasceh, che parte e poi torna forse soltanto per capire che ciò che è stato è stato e che indietro non si torna mai. Shemuel Joseph Agnon affida con questo libro ai suoi lettori una parabola che è anche un'avventura dell'anima, una specie di romanzo melodico dove il riso si confonde nella nostalgia, dove lo strazio accompagna lo scherzo. Se una delle tinte più caratteristiche dell'ebraismo è la fusione degli opposti, l'indifferenza insomma al principio di non contraddizione, l'ebraico antico e nuovo di questo scrittore è mirabile espressione di tale spirito, perché qui si ride per scacciare le lacrime e si piange per soffocare l'ilarità. E in questo tiro alla fune degli impulsi lavorano insieme la testa e il cuore. Lo shtetl si è conquistato una specie di eternità dentro le pagine dei libri, nella voce di tanti scrittori, forse in virtù dell'ignaro presagio che entro una o due generazioni dopo di loro tutto questo mondo sarebbe sparito dentro le ciminiere dei forni crematori. Agnon ha scritto E il torto diventerà diritto dall'incommensurabile distanza della Terra Promessa, in un ebraico limpido e musicale, attinto dall'antichità, che per questa e tutte le altre storie che nessuno ha più raccontato, è "come la rugiada che ridesta le cose morte".
Elena Loewenthal

 

La signora e il venditore ambulante

Casa editrice Stampa Alternativa

Leggi il racconto online

 

Note biografiche

(dal sito Antenati)

Shemel Josef Agnon, nato a Buczacz [Ucraina] nel 1888 (morto a Rehovoth [Tel Aviv] nel 1970, cresciuto in ambiente tradizionalista emigrò nel 1907 a Giaffa [Palestina] dove pubblicò il primo romanzo, Le mogli abbandonate (1908), e E il torto diventerà diritto (1912). Nel 1913 si recò per studio in Germania, rimase trattenuto causa la guerra, vi rimase 11 anni collaborando con Martin Buber. Nel 1924 si stabilì a Gerusalemme dove rimase fino alla morte. Nel 1966 ha avuto il nobel ("for his profoundly characteristic narrative art with motifs from the life of the Jewish people").

La sua vasta produzione comprende romanzi come La dote della sposa (1931) di ambiente galiziano, Ieri e avant'ieri (1945) di ambiente palestinese. Ha scritto decine di racconti, tra cui Un cane randagio la sua cosa migliore (incluso in "Ieri e avant'ieri"). Saggi, raccolte di leggende, parabole. Postumo il romanzo Shirah (1970). Ha scritto racconti realistici, ma anche onirici e quasi kafkiani, alternati negli stessi racconti, con una continua opera di creazione linguistica che attinge dalla bibbia e dalla produzione rabbinica.

 

La  Giuntina editrice