- In
Memoriam
- Yehuda
Amichai 1924-2000
-
- La
Sinagoga di Firenze
Tenerezza di primavera nel cortile,
un albero fiorito, quattro bambine giocano
fra due lezioni della Lingua Sacra
davanti a un muro di memoria fatto di marmo:
Levi, Sonnino, Cassuto e altri
in file dritte come nel giornale
o nel libro della Torah.
E l'albero non è eretto in memoria di altro
che in memoria di questa primavera,
Arrivederci, avinu 1)
Buona notte, malkenu. 2)
Lacrime negli occhi
come briciole secche nella tasca,
di una torta che fu.
Buona notte, Sonnino
Arrivederci, sei milioni,
bambine, albero e briciole.
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1) Arrivederci: in italiano nel testo originale. Avinu, padre
nostro.
2) Buona notte: in italiano nel testo. Malkenu, nostro re. Avinu
Malkenu, è l'inizio di una preghiera.
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- Volendo
fare un paragone tra un poeta italiano e il poeta israeliano Yehuda
Amichai, così da avvicinarlo al pubblico dei lettori italiani,
suggerirei il nome di Eugenio Montale, straordinario vincitore di un
premio Nobel.
Anche Yehuda Amichai, a mio parere - e a quello di molti altri in
Israele e nel mondo - rappresenta un degno candidato al Nobel per la
letteratura. Tuttavia, anche se gli venisse negato questo
riconoscimento, rimarrebbe comunque il poeta più amato della sua
terra. C'è persino chi lo incorona come "il poeta
nazionale", sebbene lui rifiuti questo titolo.
Numerosi elementi contraddistinguono la sua poesia, improntata a uno
stile e a un carattere peculiari in grado di influenzare intere
generazioni di poeti. Nel quadro di questa breve introduzione
evidenzierò cinque di questi elementi, a mio avviso particolarmente
rilevanti.
Innanzi tutto occorre sottolineare come la lirica di Amichai sia ad
altezza d'uomo, caratterizzata da un'espressione diretta, sostenuta
dalla fede che gli esseri umani sono di capirsi anche quando non
credono nella possibilità di un legame tra loro e le parole, a
dispetto di doppi sensi e di diverse possibilità di
interpretazione, fluiscono in scioltezza.
In secondo luogo non vi è aspetto della realtà che non sia degno
di essere trattato in poesia. Non esistono temi nobili o vili e non
si deve temere l'uso di metafore triviali o banali, né di
collegarli direttamente a una sfera metafisica, a quella dei
sentimenti o a concetti astratti, elevati o addirittura sacri. E' il
caso di ricordare il più classico dei versi di Amichai:
-
- Dio
è coricato supino sotto il mondo
Sempre impegnato in riparazioni, sempre qualcosa si guasta
Avrei voluto vederlo per intero ma vedo
Solo la suola delle sue scarpe e piango.
-
- Questa
metafora non intende essere provocatoria, sconcertante o suscitare
sgomento nel lettore borghese, Né tanto meno mancare di rispetto
verso Dio. Tutt'altro. E' un tentativo palese di avvicinarlo agli
uomini, di risvegliare nei confronti del Creatore la stessa
benevolenza e simpatia che si possono provare per un meccanico steso
su una lurida piattaforma di cemento, con le mani unte di olio e di
grasso, che si ostina a girare un bullone cocciuto nel tentativo di
riparare metaforicamente questo nostro mondo del quale gli esseri
umani talvolta abusano, così come si può fare con un'auto presa a
nolo.
Haim Guri, uno dei maggiori poeti della generazione antecedente a
quella di Amichai, disse a suo riguardo: "Quando lessi in una
poesia: Il tuo viso amato era illuminato dalla porta aperta del
frigo, capii che era sopraggiunta una nuova generazione di poeti,
giacché mai, né a me, né ai colleghi miei coetanei, era passato
per la mente che si potesse parlare del viso dell'amata infilato tra
polpette di carne e insalate di pomodori".
Il terzo elemento caratteristico della poesia di Amichai è il
legame profondo con gli scritti della tradizione religiosa ebraica e
la sua capacità di integrarli in differenti registri poetici. In
qualità di ateo dal forte retroterra religioso, Amichai ha
arricchito la sua opera con riferimenti linguistici biblici e
talmudici. Così come il meccanico ha rappresentato una buona
metafora per comprendere il rapporto tra Dio e il mondo,
l'interpretazione cabalistica lo ha aiutato a capire meglio come si
sentano i pompieri durante il loro lavoro o una cuoca accanto ai
fornelli.
Il quarto elemento è rappresentato dalla posizione
politico-umanitaria di Amichai. Shimon Peres, uno degli artefici
degli accordi di pace di Oslo, ebbe occasione di affermare che la
lirica di questo poeta ha predisposto i cuori degli israeliani alla
pace e alle concessioni ai palestinesi. Non a caso il defunto
Yitzhak Rabin lesse una sua poesia durante la cerimonia di
conferimento del premio Nobel per la pace.
Amichai è un poeta dalla coscienza liberale e conciliante che
persegue la pace e il compromesso senza scadere in slogan o in
dichiarazioni vuote. La sua espressione politica non colpisce mai
l'avversario come un martello e, sebbene tenace e coerente, mantiene
toni sommessi, avvicinando l'ascoltatore al suo punto di vista
grazie ai valori fondamentali dell'amicizia, dell'amore, del
compromesso e soprattutto dell'odio per la guerra.
"Voglio morire nel mio letto", dice il soldato esausto di
una sua poesia, malgrado stia combattendo una guerra giusta.
Il quinto elemento è il legame con Gerusalemme e con la coscienza
di questa città che lui non si stanca di esplorare. Non vi è luogo
al mondo che si presti a figurare meglio nella sua lirica e che vi
ha lasciato un'impronta tanto forte. Gerusalemme ha alimentato le
similitudini di cui fa uso il poeta, ha ispirato i suoi paradossi
sagaci, ha dato, grazie alle diverse culture e religioni che la
popolano, quel tocco di vivacità incantevole che orna i suoi versi
e le sue strofe. Benché spesso definita "città della
pace" racchiude una realtà complessa, problematica e piena di
contrasti. E' costantemente al centro di conflitti nazionali e
religiosi e in questi giorni rappresenta l'ultimo ostacolo al
raggiungimento di un accordo di pace definitivo nella terra di
Israele. Tuttavia nella poesia di Amichai questa città si trasforma
in un luogo amato, con il quale ci si riconcilia e in cui i numerosi
pazzi, gli estremisti e gli altri inverosimili personaggi che vi si
aggirano, acquistano un volto più umano.
A Gerusalemme, dove sono nato e cresciuto, ho conosciuto Yehuda
Amichai alla fine degli anni Cinquanta. A quel tempo la città era
divisa e il suo cuore era trafitto dai confini dell'odio e della
guerra. Io ero studente all'Università Ebraica e avevo appena
pubblicato i miei primi racconti. In quel periodo scoprii la poesia
di Amichai che mi toccò nel profondo e diede voce ai miei
sentimenti. Adottai subito alcuni suoi versi come motto per uno dei
miei primi racconti. Malgrado l'illustre poeta fosse maggiore di me
di tredici anni non rifiutò l'amicizia che gli offrivo. Con
semplicità e naturalezza mi fece sentire come se mi trovassi in
compagnia di un coetaneo. Giacché non possedeva un'auto e non imparò
mai a guidare ero solito farlo salire sulla mia Lambretta italiana e
scorazzare con lui per Gerusalemme e dintorni. A quel tempo si
viaggiava ancora senza casco e la fiducia che riponeva nella mia
abilità di motociclista rappresenta per me, a tutt'oggi, solo uno
dei suoi innumerevoli pregi.
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(da Musa)
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