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Samir
e Jonathan
Casa
editrice Mondadori
La storia viene raccontata in prima persona da un bambino palestinese,
Samir, che vive nei territori occupati. Spesso c'è il coprifuoco, che
giorno per giorno scandisce la sua vita, fino a quando, fattosi male a
un ginocchio, riceve il permesso di essere operato in un ospedale
israeliano. Qui Samir si ritrova improvvisamente con dei bambini
israeliani, ognuno dei quali ha un carattere ben definito: c'è Zachi,
monello e arrogante; Ludmilla, una ragazzina arrivata dalla Russia, che
da quando è in Israele ha smesso di parlare ed è bella come una
principessa; Miki, che è stata picchiata dal padre; e Jonathan,
appassionato lettore di libri di astronomia. È con lui che Samir fa
amicizia, un'amicizia costruita su poche confidenze, ma su molti fatti:
Jonathan vuole portare Samir con sé nel suo viaggio su Marte. I
racconti degli avvenimenti quotidiani nella stanza dell'ospedale si
alternano ai ricordi di Samir sulla sua vita nei territori occupati,
sulla morte del fratellino ucciso da un soldato israeliano, sul vecchio
nonno cieco, sulla madre che ogni giorno si reca a lavorare in Israele.
Scegliere di raccontare tutto dal punto di vista di Samir ha un impatto
molto forte, soprattutto se si tiene conto che questo libro è stato
pensato, prima che per i bambini italiani, per quelli israeliani. Ci si
immedesima allora in Samir, in un percorso alla fine del quale si
comprende che “i buoni e i cattivi” stanno da tutte e due le parti e
soprattutto che nonostante l'ingiustizia e la crudeltà della guerra,
niente e nessuno può impedire a due bambini di essere amici, di parlare
la stessa lingua, di riuscire a gestire i problemi della realtà
aiutandosi con la fantasia: «– Sai Samir, il tuo problema è che vivi
sempre in questo mondo. [...]
Esiste anche un altro mondo – mi ha spiegato Jonathan – e tu puoi
vivere una parte della tua vita in questo e una parte nell'altro.» [pp.
87-88].
(dal
sito Israele.net)
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