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  ida fink 


Frammenti di tempo

Il viaggio
Tracce. Racconti intorno alla Shoà 
Descrizione di un mattino ed altre opere
Note biografiche

 

 

Frammenti di tempo

Casa editrice giuntina

Basate su esperienze autentiche, spesso autobiografiche, queste storie frantumate, raccontate in un sussurro, hanno qualcosa di più della forza data dalla testimonianza diretta. L'autrice si sofferma su quei piccoli frammenti di tempo che precedono le deportazioni nei campi di sterminio o gli omicidi. Con una scrittura delicata e con sapiente costruzione di questi, talvolta, brevissimi racconti, Ida Fink fa sì che a poco a poco anche il lettore respiri quell'atmosfera di ansia, paura e poi vero terrore di cui ogni giorno era pervasa la vita degli ebrei polacchi.

 

Il viaggio

Casa editrice giuntina


Autunno 1942. Una giovane ebrea polacca è costretta ad abbandonare, assieme alla sorella minore, il ghetto della sua città per sfuggire alle deportazioni naziste. Travestite da contadine e con documenti falsi, le due ragazzine si dirigono proprio verso il cuore del paese nemico; inizia così un viaggio che si trasforma in un estenuante esercizio di coraggio e di intelligenza: chiunque potrebbe essere un informatore, l'unica salvezza è cambiare di continuo identità. La loro destinazione è una fabbrica d'armi nella Ruhr, dove però ben presto devono affrontare la crudeltà e la cieca ignoranza delle compagne di lavoro, che hanno intuito il loro segreto: sarà proprio una di esse a denunciarle, in cambio di poche sigarette. Ricomincia la fuga delle due sorelle, questa volta senza documenti, attraverso il livido paesaggio della Germania in guerra. I lunghi digiuni, il freddo, la malattia della minore e il rischio costante di essere divise, l'angoscia per il padre rimasto in Polonia e di cui non hanno notizie, lo sforzo estenuante per distinguere le persone amiche dai nemici, per riuscire a prevedere in tempo i piccoli eventi casuali da cui può dipendere la loro vita... Il viaggio è il racconto teso e commovente di una strenua volontà di sopravvivere, sullo sfondo della più assurda tragedia dei nostri tempi.

 

Tracce. Racconti intorno alla Shoà 

Casa editrice giuntina

Anche in questo libro Ida Fink ci porta nella Polonia occupata dai nazisti e ci parla con incredibile tenerezza dei suoi ebrei, che lottano fmo all'ultimo per non essere uccisi o deportati nei campi della morte. E i sopravvissuti, come la stessa Fink, non si rassegnano e cercano di sapere dove e come sono finiti i loro cari, nella disperata speranza di poterne ritrovare qualcuno in vita. E si sforzano di ricordare com'erano prima della catastrofe perché qualcosa di loro resista all'oblio, e continui a vivere, a vivere, malgrado tutto.

 

Descrizione di un mattino ed altre opere

Casa editrice oedipus

 

Note biografiche

Ida Fink è nata a Zbaraz, in Polonia. Vissuta nel ghetto fino al 1942, riuscì a fuggire ed evitare la deportazione; dal 1957 vive in Israele. Ha ricevuto numerosi riconoscimenti fra cui il prestigioso premio Anna Frank per la letteratura dell'Olocausto.

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IDA FINK, LETTERATURA PER I DIRITTI UMANI

di Laura Mincer

Ida Fink è nata in Polonia nel 1922. Durante l'occupazione nazista è riuscita a salvarsi con i cosiddetti documenti ariani. Dal 1957 vive in Israele, dove, nel 1987, è stato pubblicato il suo primo libro. In Italia La Giuntina ha pubblicato, nel 2002, Il viaggio e Frammenti di tempo. Nel 1996 ha ricevuto il Premio Moravia. Scrive in polacco. Nel 2000 ha vinto il Premio di AI per la Letteratura. Questa intervista è stata realizzata in occasione di un incontro organizzato all'Istituto Polacco di Roma il 7 novembre scorso.

 

Cosa l'ha spinta a scrivere? In un'intervista lei racconta di aver preso un foglio bianco, e che quel foglio era rimasto bianco molto a lungo…

Sì, si tratta di quel periodo di cui dico che scrivevo senza scrivere. Avevo paura di toccare dei temi tanto dolorosi. Il desiderio di scrivere mi era venuto già quando mi trovavo nel campo dell'Unrra in Austria: ricordo di aver preso un foglio, di essermi chiusa in una stanza e di esserci rimasta alcune ore, ma senza riuscire a scrivere nulla. Avevo delle forti resistenze e sono riuscita a vincerle solo molti anni dopo. Quando finalmente ho iniziato non pensavo ai lettori, né che avrei pubblicato qualcosa. Non mi sono neanche mai fermata a riflettere sul perché volessi scrivere. Mi hanno chiesto se si tratta di una sorta di momento terapeutico. Non credo, io voglio semplicemente lasciare un segno di quanto è avvenuto.

 

Eppure lei non poteva non pensare ai lettori…

Sì. Ma è stato molti anni dopo. All'inizio non pensavo davvero che avrei pubblicato qualcosa. Allora il modo in cui si scriveva dell'Olocausto, in Israele, era molto diverso. E io ho avuto molte difficoltà a pubblicare.

 

Che genere di difficoltà? Per il fatto che scriveva in polacco?

No, non si trattava assolutamente della lingua, ma del fatto che, dicevano, non era questo il modo di scrivere: io mi esprimevo sottovoce, mi hanno rimproverato che sembravo limitarmi a socchiudere una finestra e guardarvi da un occhio solo, mi hanno rimproverato di scrivere in un sussurro… Mentre quello che bisognava fare era spalancare la finestra e gridare! Ma io non ero capace di farlo. E d'altronde non ero la sola scrittrice ad avere problemi simili.

 

Come si definirebbe: una scrittrice polacca, una scrittrice ebrea, una scrittrice israeliana?

Da diversi anni mi sento pienamente accettata nella letteratura israeliana. E credo che oggi la società israeliana sia assolutamente aperta di fronte a questo tipo di apporti, e ciò è dovuto anche alla massiccia presenza di nuovi immigrati russi. Credo anche che il Progetto Spielberg abbia cambiato radicalmente il modo in cui la società israeliana vede il periodo dell'Olocausto e la testimonianza della Shoà. Un tempo si pensava che la letteratura costituisse l'unico modo per testimoniare.

 

Era il periodo definito "dell'eroismo e della lotta"…

Credo che quel periodo fosse già finito negli anni Sessanta, con il processo Eichmann, e che, comunque, parlare della debolezza nella Shoà e non solo degli atti di eroismo, fosse tutto sommato molto meno un tabù di quanto si pensa. Ne parla molto persino Abba Kovner, che, oltre ad essere stato uno dei leader del movimento partigiano ebraico in Lituania, è stato una sorta di ministro della Cultura in Israele in tutto il periodo della transizione verso l'indipendenza.

Oggi scrive di Shoà anche la seconda e la terza generazione, i figli e i nipoti dei sopravvissuti. È un fenomeno molto bello ma anche pericoloso, perché chi scrive non parla dei propri ricordi personali ed accanto a testi di grande valore vengono anche pubblicati dei libri scadenti. Ma in fondo anche David Grossman è un autore della seconda generazione e ha scritto un libro straordinario sulla Shoà, Vedi alla voce amore.

 

Anche lei non parla solo della sua esperienza personale, ma riporta anche racconti di altri…

Sì, ma è diverso. I giovani si basano solo su quello che hanno detto oppure hanno taciuto i loro genitori. Non si tratta di una scrittura autentica. Ed è appunto il monumento dell'autenticità che, se si scrive di Olocausto, resta il punto centrale. La fantasia, almeno così mi sembra, in questo caso non solo non è utile, ma può anche essere dannosa. È vero che io non scrivo solo quello che ho sperimentato direttamente, ma scrivo unicamente di avvenimenti che, se non ho vissuto in prima persona, mi sono stati raccontati dai loro protagonisti.

 

Due anni fa lei ha ricevuto il primo premio letterario di AI...

Sì e la cosa mi stupì molto, dato che i rapporti fra AI e Israele allora erano molto tesi. Ma la manifestazione fu bellissima, una serata stupenda dove venni accolta con molto calore e, credo, sincerità.

 

Vuole dirmi qualcosa sulla realtà israeliana di oggi?

Il mio rapporto è molto critico nei confronti del governo e della sua politica.

 

Vede qualche via d'uscita?

La via d'uscita è una sola, benché sia molto difficile: parlare. Tutte le azioni di forza intraprese da questo governo possono solo avere un effetto controproducente. Non sono mai stata amica di Sharon, non ho mai votato per lui né tanto meno lo farei adesso.

(da Amnesty International)

 

 

La  Giuntina editrice