home menu biografia libri rom altipiano carapigna
maestri biblioteca shoah ebraica benzi scrittori cerca libro

David Grossman 


Col corpo capisco

Qualcuno con cui correre
L' uomo che corre
Buonanotte giraffa
Il duello
Itamar passeggia sulle pareti
Itamar va a caccia di sogni
Le avventure di Itamar
Un bambino e il suo papà
Che tu sia per me il coltello
Il libro della grammatica interiore
Vedi alla voce: amore
Ci sono bambini a zigzag
Un milione di anni fa
Il sorriso dell'agnello
Note biografiche

 

Col corpo capisco

Casa editrice Mondadori
Grossman invita il lettore ad affrontare uno dei sentimenti più potenti: la gelosia. E lo fa in due lunghi racconti in cui un personaggio narra ad un altro (ma sarebbe meglio dire a se stesso) una storia di tradimento della quale è o si sente vittima. Nel primo è Shaul a confessare con quanta passione lui stesso vive la relazione che sua moglie intrattiene con un altro uomo. Nel secondo a parlare è Rotem, tornata al capezzale della madre morente per leggerle un racconto in cui, dopo anni di distacco, ha cercato di ricostruire l'intensa relazione nata, quando lei era ancora adolescente, fra la madre ed un ragazzo che le era stato affidato affinché lo aiutasse a «diventare uomo».

Dopo Che tu sia per me il coltello, il romanzo epistolare che lo ha svelato al grande pubblico, David Grossman, torna ad indagare i moti dell'animo umano con due lunghi racconti. Come nel primo libro costringeva il lettore a mettersi a nudo, dimostrando che la vita vissuta nell'immaginazione è a volte più vera di quella reale, così in questi due nuovi romanzi Grossman invita a riflettere sulla gelosia, un sentimento capace di liberare le pulsioni e le reazioni più recondite della personalità. Lo stile è lo stesso, avvolgente e "impudico", con cui lo scrittore israeliano da sempre invita il lettore a scavare, a indagare in profondità, per conoscersi e conoscere l'altro senza remore. Il primo dei due racconti, Follia, ruota intorno a un triangolo amoroso, morbosamente vissuto e narrato da uno dei protagonisti. Shaul, marito tradito, svela alla cognata Esti la relazione della moglie Elisheva con un altro uomo. Dal racconto traspare tutta l'intensità con cui l'uomo vive il legame illecito, da cui è completamente sedotto e ammaliato. Più che vittima di un tradimento Shaul appare innamorato dei due amanti, tanto da avere costruito la sua vita attorno al loro rapporto. L'altro romanzo breve Col corpo capisco racconta invece una doppia relazione: quella di una madre con la propria figlia e quella della donna con un ragazzo molto più giovane. Immaginazione e realtà si alternano, così come la trama del racconto di fantasia scritto dalla figlia e il dialogo reale tra lei e la madre morente. Fino a che la ragazza non riuscirà a chiarire il mistero di quello che sin dall'infanzia considerò un tradimento, ritrovando l'essenza più vera del legame con la madre.
Romanzo dell'identità, perduta, cercata e ritrovata; esaltazione del potere dell'immaginazione per trascendere i propri limiti e le proprie inibizioni, per rinnovarsi, rinascere e guardare all’altro in modo diverso: Col corpo capisco è tutto questo, racchiuso in una lettura intensa e toccante, opera di uno dei più grandi autori della narrativa israeliana contemporanea.

 

Qualcuno con cui correre

Casa editrice Mondadori
Postfazione, traduzione e note di Emanuela Trevisan Semi

Assaf è un sedicenne timido e impacciato; inseguendo un cane per le strade di Gerusalemme viene condotto in luoghi impensati, di fronte ad inquietanti personaggi, fino ad incontrare Tamar, una ragazza solitaria e ribelle, fuggita di casa per salvare il fratello tossicodipendente. Il mistero ed il fascino di Tamar catturano Assaf, che decide di andare fino in fondo, di "correre" con lei.

 

L' uomo che corre

Casa editrice Mondadori
L'uomo che ama appassionatamente il proprio paese si espone alla delusione e alla sofferenza. Se poi questo paese è Israele, i compromessi e le brutture del presente si scontrano senza rimedio con la mai sopita aspirazione alla giustizia e alla santità del popolo ebraico. Cinque storie, molto diverse nello stile e nell'ambientazione: in esse David Grossman racconta la difficoltà di essere semplicemente uomini, in una terra troppo desiderata per essere normale, e nello stesso tempo torna a riflettere sul conflitto sempre aperto tra l'individuo e il suo mondo. Disertori intristiti, pubblicitari troppo abili nel manipolare le parole, ufficiali arroccati alla loro base, moralisti senza parole davanti ai loro figli, adolescenti che cercano di sciogliere i propri nodi interiori al ritmo di una corsa notturna: la ricchezza delle situazioni narrative e la densità psicologica dei personaggi sono intessute dalla forza sottile di una prosa personalissima che colloca il romanziere e saggista israeliano fra i maestri del racconto breve.

 

Buonanotte giraffa

Casa editrice Mondadori

Cos'è che si agita e si dimena dentro il grande asciugamano azzurro che il papà di Ruti ha appena posato sul letto? Può darsi che sia una giraffa e può darsi di no: per essere sicuri non c'è che da controllare se ha zoccoli, ginocchia, orecchie, ombelico, bocca e occhi da giraffa. Ma se l'asciugamano nascondesse qualcos'altro, come una piccola strega o una bambina che deve infilarsi il pigiama? Una piccola storia per trasformare in gioco l'ora di andare a letto. Età di lettura: da 6 anni.

 

Il duello

Casa editrice Mondadori

Si può essere vecchi a 12 anni? La madre di David pensa di sì, visto che suo figlio non ama la compagnia dei coetanei, preferisce leggere piuttosto che andare alle feste e si è scelto per amico il signor Rosenthal, anziano ospite di una casa di riposo. Ma David è solo un ragazzo riflessivo e sensibile che esplora un universo pieno di sorprese: quello del passato, perduto per sempre e per sempre vivo nel cuore, nella mente e nelle azioni degli uomini. Non è forse l'invincibile forza del passato a mettere uno contro l'altro il signor Rosenthal e il signor Schwartz, che a 70 anni si sfidano a duello in nome di un antico amore? Età di lettura: da 11 anni  

 

Itamar passeggia sulle Pareti

Casa editrice Mondadori

Un libro con il racconto "Itamar va a caccia di sogni" di David Grossman e un cd rom ricco di proposte per ascoltare la storia e giocare all'infinito con essa, grazie alle invenzioni dell'autore. Il libro è consigliato sia ai bambini che sanno leggere da soli e sono capaci di usare un computer, sia ai lettori più piccoli, che possono ascoltare la storia e accedere ai giochi con l'aiuto di mamma e papà.

 

Itamar va a caccia di sogni

Casa editrice Mondadori

Un libro con il racconto "Itamar va a caccia di sogni" di David Grossman e un cd rom ricco di proposte per ascoltare la storia e giocare all'infinito con essa, grazie alle invenzioni dell'autore. Il libro è consigliato sia ai bambini che sanno leggere da soli e sono capaci di usare un computer, sia ai lettori più piccoli, che possono ascoltare la storia e accedere ai giochi con l'aiuto di mamma e papà.

 

Le avventure di Itamar

Casa editrice Mondadori

Non è passato molto tempo da quando Davìd Grossman è stato bambino e certo la sua memoria è abbastanza buona, così non sembra costargli nessuna fatica elargire utili consigli per quella vita sul confine fra diverse realtà che è l'infanzia intorno agli otto anni: per esempio qual è la forma più conveniente per un fratellino ("Sono d'accordo che il fratello sia un bambino. Forse questa è davvero la cosa migliore, poiché da un fratello pallone di calcio può uscire l'aria, e un fratello cioccolata finisce presto, e un fratello lepre in genere non sa fare nulla di buono"), oppure come fare per ricevere posta come mamma e papà, o come smettere di aver paura delle lepri, o ancora come risolvere le grane che possono insorgere nei paesaggi dipinti sui quadretti appesi al muro della camera da letto. Questi suggerimenti preziosi Grossman li serve in quattro gustosi racconti che prendono spunto da situazioni quotidiane di vita familiare conditi di un umorismo delicato e un po' visionario in cui risuona quella complicità furbetta che corre a volte nei giochi e nei riti familiari. Il libro appartiene a una collana che allinea firme prestigiosissime nello sforzo di scrivere per bambini fino agli otto anni: fra gli altri Giovanni Giudici, Toti Scialoja, Michael Ende, Sylvia Plath.

scheda pubblicata su L'Indice1991, n. 5

 

Un bambino e il suo papà

Casa editrice Mondadori

Tra non molto Itamar avrà un fratellino, e non può fare a meno di chiedersi come sarà: lui vorrebbe tanto un fratellino-pallone da lanciare fino in cielo, oppure un fratellino di cioccolata da leccare fino a consumarlo tutto, o un fratello-leone da cavalcare quando va all'asilo, o un fratello-lepre da tenere in una gabbietta... O forse no, forse è meglio che arrivi un fratellino vero, uguale a tutti gli altri? Questa è la prima di 6 piccole storie che compongono il volume. Età di lettura: dagli 8 anni.

 

Che tu sia per me il coltello

Casa editrice Mondadori

Insolito romanzo epistolare è la parola; una parola "senza pelle" perchè scuoiata da un'insaziabile fame di verità, esaltata nel suo altissimo potere erotico, sempre colma di significati. Questo è il libro delle parole nude e piene.
   Myriam compie l'impercettibile gesto di stringersi nelle braccia, quasi a volersi isolare da chi le sta attorno affinchè gli altri non sappiano mai dei suoi "giorni maledetti", di quanto sia piena di un dolore impossibile da dividere con qualcuno, sufficiente per una persona sola.
"Una verità può essere colta da un passante, un estraneo può trasmetterla più fedelmente di chi la conosce e la patisce" (Erri De Luca).
   Yair è quel tipo di estraneo, è un uomo aggrovigliato che passa la vita a districarsi e non trova requie, intimamente si compiace della propria complicatezza e rende grazie alla sua sensibilità quando questa gli permette di commuoversi e innamorarsi avendo colto quel gesto distratto di Myriam. Da qui le parole sentite, sudate e poi scritte; da qui la scelta di due amanti epistolari che si dicono "voglio che tu sia per me il coltello, anch'io lo sarò per te", che con coltelli affilati e misericordiosi avvertono l'urgenza di scavarsi per amore dell'amore, per disgusto dei legami strategici che spesso legano le coppie, per vivere e affinare le loro identità senza immagini appartenenti ad una realtà di cui ambedue hanno paura.    Così non si seducono, ma si amano subito, si cercano trovandosi sempre e si ricercano in sè come nell'altro, si riescono ad aprire con chiavi segrete scoprendo di avere una lingua comune perchè non sono disposti ad "infrangersi nelle parole degli altri".
   Anche il tempo tra loro non è quello reale del quotidiano che sfiora o lacera e poi passa, il loro è "un tempo circolare e ogni momento si trova esattamente alla stessa distanza dal centro", e i mesi passano. E realtà incombe: la fisicità non lascia scampo e tutte quelle parole si sente il bisogno di sussurrarle sulla pelle dell'altro, si ha voglia di "qualcosa di concreto, vivo, caldo, che si pieghi fra le mani", perchè i dorsali dell'anima si stanno atrofizzando per la pesantezza delle illusioni.
   Occorre allora violentarsi e con non poco dolore iniziare a viversi completamente come recita la "Quinta lezione d'ebraico" di Hezi Leskli: "Quando la parola si farà corpo e il corpo aprirà la bocca e pronuncerà la parola che l'ha creato, abbraccerò questo corpo e lo adagerò al mio fianco".
   Ma per compiere questo rito, conclusivo e inziatico allo stesso tempo, occorre superarsi e imparare a non aver paura della paura, occorre essere sani e molto forti.
   Oppure perdersi e ammalarsi di nostalgia.

(da Strada Nove)

 

Il libro della grammatica interiore

Casa editrice Mondadori

Mi stupisco quando trovo qualche amico raffinato che non abbia letto "Vedi alla voce: amore" (Mondadori, 1988) di David Grossman. E vero che a un autore anche eccezionale, prima di esser riconosciuto dalla comunità dei lettori, occorre un certo periodo di tempo (a parte i casi di improvvisi entusiasmi che per lo più si spengono presto); ed è anche vero che la diffusione di quel libro non fu poi così scarsa, tenuto conto che si trattava di un giovane e sconosciuto scrittore israeliano. Ma insomma, "Vedi alla voce: amore" dovrà prima o poi essere affiancato ai maggiori libri del Novecento, ed essere analizzato con la passione che ispirano i capolavori. Si deve poi aggiungere lo stupore che la lingua del Vecchio Testamento sia diventata in pochi decenni duttile, espressiva, sottile come qualunque lingua che vanti secoli di elaborazione letteraria in tutti gli strati del discorso collettivo. Il merito dei traduttori non va taciuto.
Di Grossman esce ora, dopo "Vento giallo" di carattere più impegnato nell'attualità dolorosa del Medio Oriente, questo "Libro della grammatica interiore". Viziato dall'inventività strutturale e fantastica di "Vedi alla voce: amore" il lettore questa volta può sentirsi leggermente deluso. Il romanzo ha un orizzonte meno ampio, essendo la storia di un bambino tredicenne a contatto con le prime esperienze, in parte vissute, in parte maggiormente osservate: l'amicizia, il sesso, l'amore. Anche la vita familiare, una routine che cela strati di sentimenti conflittuali e contraddittori è analizzata con acutezza insuperabile. Ma insomma, perché dovremmo identificarci con questo bambino intelligente e ipersensibile? Se però si arriva alla fine di una lettura non agevole, la risposta s'impone come affermativa: dobbiamo identificarci perché Grossman è riuscito a farci vivere in modo eccezionale situazioni che in sé di eccezionale non hanno nulla.
Primo elemento di eccezionalità: la coerenza nell'impiego del punto di vista. Tutto ciò che il romanzo narra è visto con gli occhi del bambino. Non che sia lui a narrare. Egli funge, attraverso un fitto uso del discorso indiretto libero o di frammenti dialogici altrui interiorizzati, da condensatore mentale di tutto quanto avviene. Anche fatti lontani (per esempio la prigionia del padre, in gioventù, in un Gulag russo) appaiono, traspaiono, vagano negli accenni, si completano attraverso discorsi, come Aharon li capta. Non si tratta di mero procedimento tecnico: perché la coscienza del protagonista è una lente deformante: a volte percepisce in modo parziale, persino con censure che il lettore più o meno facilmente integra; più spesso frantuma e ricompone con la sua ipersensibilità, potenziando e iperbolizzando. Grossman riesce anzi a esporre in forma sempre implicita una critica nettamente moderna al concetto di individuo: perché Aharon vive in una specie di osmosi col reale, a volte lo fagocita, a volte se ne lascia fagocitare: sembra diffondersi nello spazio, o interiorizzare lo spazio esterno in una torma di possesso; si domanda a che punto il cibo che ingurgita diventa lui, e se e a che punto si ponga il limite tra anima e corpo, materia inerte e materia vivente. Né trascura i territori della magia.
Secondo elemento di eccezionalità, che dipende dal primo: l'attitudine a creare un'epica della vita quotidiana. L'episodio dominante riguarda le imprese del padre di Aharon, Moshe, al servizio della misteriosa e affascinante coinquilina Edna Blum. Le imprese sono ridicole, semmai tragicomiche, piuttosto che epiche: si tratta prima di curare una pianta di fico, infestata da vermi, davanti a casa, poi di abbattere un muro divisorio nell'appartamento di Edna. Tutto diventa invece epico per le misure assunte, nella realtà o nella fantasia, da personaggi e azioni: il grasso, flaccido Moshe si trasforma in una specie di Ercole dalle forze sovrumane; l'abbattimento del muro si estende a poco a poco, in una progressione ritmata da stalli psicologici e rinnovati impulsi, a tutti i muri divisori, sinché Edna si trova non più in un alloggio ma tra le rovine polverose di un alloggio, e alla fine i genitori vengono a portarla via, ormai istupidita o pazza. Altra storia che trapunge il romanzo è quella della nonna Lili. Adorata da Aharon e dalla sorella Yochi, odiata dalla mamma di Aharon per il suo passato brillante e per la forte intesa col figlio, simbolizzata anche dall'uso del polacco, agli altri sconosciuto, Lili, ormai vaneggiante anche in seguito a un ictus, è oggetto di attenzioni da parte dei nipoti, e insieme delle burbere e infastidite cure della nuora che la considera, e la vorrebbe, già morta. Epica la scena del suo forzato ricovero in una casa di riposo (la sua fine pare imminente), come poi quella del ritorno trionfale a casa, moribonda immortale. La sua assenza intellettiva è per gli altri una presenza ingente: di rimprovero, di minaccia e vendetta, oppure di dolcezza e gratitudine. Come se nel suo forzato mutismo fosse una sfinge che vede e giudica tutti.
Terzo elemento di eccezionalità è la sensibilità di Aharon, che dietro le cose riesce a vedere i moventi più segreti, le vibrazioni incontrollabili dei sentimenti. Per esempio la vicenda che lega Moshe ed Edna è una storia di amore mai esplicitato se non con vaghi sorrisi o rossori non dominati. La fragile Edna vede nei gesti distruttivi di Moshe una forza protettrice: per questo cerca di prolungarne la presenza a qualunque costo, anche del disastro; le sue maggiori estrinsecazioni affettive prendono l'aspetto dei manicaretti che, con grave dispendio, Edna prepara sempre più abbondanti e ghiotti all'improvvisato muratore. Moshe si esprime ancor meno; eppure vive anche lui un amore non detto, per esempio rivelando squarci del suo passato tenuti segreti sino allora. E la moglie sente che sta giocandosi il suo uomo con Edna: l'avidità (Edna ha promesso un compenso spropositato) le fa accettare che Moshe lavori nell'appartamento della rivale, ma la gelosia le suggerisce di imporre sempre la presenza propria o dei figli ai lavori. La finale distruzione dell'appartamento è come un simbolo della vittoria della moglie occhiuta. Tutto questo groviglio di sentimenti è intuito da Aharon, non razionalmente, quanto per un riflesso esistenziale: sin dall'inizio è lui che sente il fascino della vicina Edna.

(dalla recensione di Segre, C.,
L'Indice 1992, n. 8)

 

Vedi alla voce: amore

Casa editrice Mondadori


Siamo di fronte, con l'ammirevole e certo faticatissima versione italiana di questo romanzo israeliano già annunciato e discusso dalla stampa inglese, francese e tedesca, alla prima fase di una escalation internazionale verso l'olimpo dei best-sellers? O a un oggetto scomodo, ingombrante, che quasi nessuno leggerà fino in fondo? O a tutte e due le cose insieme (non mancherebbero autorevoli precedenti)? Sconcertato dalle complessità strutturali e dalle sconfinate ambizioni del libro - questo Grossman, santo cielo, ha appena trentaquattro anni: perché non si accontenta di un minimalismo ben temperato? crede forse di essere un nuovo Kafka, o magari la reincarnazione di quei "K" o "J", come i moderni studiosi chiamano, in mancanza di altre informazioni, gli estensori del Genesi e di altri testi sacri? - il lettore di professione comincia, tanto per riordinare le fila, a rintracciare le citazioni e a risolvere i quiz intertestuali: ci sono i patriarchi della narrativa jiddisch, come Mendele M. Sforim, e i romanzi avventurosi e dozzinali di Karl May, e quell'"Emilio e i detectives" che tanto piaceva ai ragazzi negli anni trenta, e soprattutto Bruno Schulz, che invece di morire nel 1942 a Varsavia subisce una sorta di metamorfosi acquatica e se ne va insieme a un branco di salmoni nelle accoglienti profondità marine. In secondo luogo - ma la questione in realtà è prioritaria - c'è la rete intricata dei rapporti fra narratori e destinatari, da fare invidia al più lambiccato John Barth o al Nabokov di "Fuoco pallido". Da principio, in Israele, c'è il piccolo Momik, che si vede recapitare a domicilio il vecchissimo nonno Wasserman, e cerca come può di captare qualcosa dei suoi misteriosi ricordi del passato e di "Quel Paese Lì": un racconto fatto in modo tale "che subito lo si dimentica, e bisogna far sempre tutta la strada dal principio per rammentarsene". Poi Momik, cresciuto, sposato, scrittore di professione e di nome Shlomo, cerca di far riaffiorare dal fondo di un oceano insondabile le pagine del libro incompiuto e perduto di Schulz, forse non un libro ma il Libro, per offrirlo a una donna che ha smesso di credere in lui. Nella terza pane può sembrare che la ricerca del Testo punti verso mete meno elusive: un'altra puntata delle avventure dei "Ragazzi di Cuore", una specie di serial popolarissimo nella Germania dell'inizio del secolo. Ne è autore nonno Wasserman, l'unico prigioniero del lager che i nazisti non riescano a eliminare; e chi l'ascolta avidamente è il comandante del campo, Herr Neigel, che in cambio gli ha promesso di ucciderlo se sarà soddisfatto (non occorre sottolineare che nom de plume del Nonno è Sheherazadah). Infine si passa a una vera e propria Enciclopedia, una serie di "voci" in ordine alfabetico che vanno da "Amore" (molto breve: "vedi alla voce: sesso") a "Voto". E l'Enciclopedia, come "fossa comune" dei Significati perduti, appare la forma più adatta a esprimere quel che si prova entrando nella così detta "Stanza bianca" la Stanza dove si può cominciare a ricordare.

(dalla recensione di Fink, G., L'Indice1988, n. 7)

 

Ci sono bambini a zigzag

Casa editrice Mondadori


Amnon Feierberg, detto Nono, a tredici anni si ritrova con un passato scomodo da gestire: la scomparsa della madre quando lui era ancora in tenera età, della cui vita, peraltro, nessuno sembra voler parlare. Ma la sorte metterà sulla sua strada due “maestri”, consapevoli che non esiste passato, individuale o collettivo, tanto scomodo da dover essere tenuto nascosto a un bambino: la dolce Gabi, compagna del padre e protagonista assente del libro, e Felix, criminale romantico incontrato, forse, per caso, sul treno che da Gerusalemme avrebbe dovuto condurlo ad Haifa per festeggiare il suo tredicesimo compleanno.
Romanzo di formazione dunque, non solo per il protagonista, ma per chiunque scelga, per professione o per visione del mondo, di educare attraverso le storie, perchè è proprio con una modalità da pedagogia della lettura che Felix e Gabi progettano il viaggio di compleanno di Nono, splendida avventura che restituirà al ragazzo non la verità sulle sue origini, ma una prospettiva di verità in grado di accompagnarlo nella propria difficile ricerca di senso.
Scelga altre strade chi ha fretta perchè disseminare, come fa Gabi, con l’abilità di un giallista, segni e simboli nell’esistenza di chi si educa è il lavoro di una vita. Scelga altre strade chi non è disposto ad ammettere che educare attraverso le storie, implica un certo grado di coercizione e di manipolazione, ma anche, in chi è educato, un certo grado di autonomia, perchè le storie possono prendere, anzi, è bene che prendano, direzioni non previste. Scelga altre strade, infine, chi non accetta il rischio di fallimento, perchè la pistola di Nono puntata contro il padre, è proprio lì a ricordarci che le storie possono rivolgercisi contro, ottenendo effetti di segno opposto rispetto a quelli sperati.

(da Hamelin)


Clown e maschere per Nono, bambino a zig zag

Ci sono libri a volte, vuoi per il grosso nome dell'autore, vuoi per contingenze dettate dall'attualità, che si recensiscono quasi per dovere di cronaca. Ed altri, ragionevolmente più spesso, di cui si scrive per sufficienti ragioni di merito, di contenuto e di stile. Ma ce ne sono altri ancora, pochi, pochissimi, ai quali si dà il benvenuto col cappello in mano e con infinita gratitudine: l'ultimo romanzo di David Grossman è uno di questi. Ci sono bambini a zigzag (Omnibus Mondadori, pp. 331, Lire 33.000) è un libro tanto bello da mozzare il fiato. Presentato in seconda di copertina come un romanzo pensato per l'infanzia ma subito adottato dalla letteratura adulta, è in realtà un'opera proteiforme intorno alla quale non si dovrebbero piantare paletti di recinzione. Sia perchè, come ogni grande storia essa si presenta con più livelli di accessibilità, sia perchè lo straordinario impianto strutturale costruito da Grossman in queste pagine si presta esso stesso a fare da sponda a differenti approdi di lettura.

Se infatti il punto di vista di questa affabulazione è quello di Nono, un ragazzino di quasi tredici anni che si aggiunge, nell'universo narrativo dello scrittore israeliano, ai suoi quasi coetanei Momik (Vedi alla voce amore) e Aharon (Il libro della grammatica interiore), è anche vero che questo punto di vista si arricchisce di un'entità, o meglio sarebbe dire di una dimensione, speculare ma complementare. Quella dell'adulto che diversi decenni dopo ricorda, che delicatamente puntualizza, che di fatto, da adulto, struttura e delimita l'intera vicenda. Come se Grossman avesse inteso lanciare un messaggio che è insieme lezione di stile e invito a una "doppia lettura": nel fluire di ogni esperienza l'azione e la riflessione fanno parte dello stesso percorso iniziatico, che non ha mai fine ma solo progressione e successiva sistemazione degli eventi.

Nono, piccolo ebreo alla vigilia del suo "bar-mitzwah", la maggiorità religiosa che a 13 anni sancisce il punto di passaggio tra età infantile ed età adulta, viene mandato in treno a visitare uno zio gran maestro di pedagogia e prediche e rimbrotti. Ha un padre poliziotto che vorrebbe emulare, una mamma-amica non ancora ufficiale, e qualcosa che sempre gli si agita dentro, inconoscibile e inafferrabile. Perchè come "ci sono persone rotonde e bambini a forma di triangolo", ci sono anche bambini a zigzag: e Nono, coi suoi mille lati in ombra - il bene e il male che si rincorrono dentro di lui e a volte si sovrappongono senza distinguersi- è proprio uno di questi. Sul treno che lo porta lontano da casa, dopo un incredibile incontro con un carcerato e un carceriere che si scambiano abiti e ruoli, Nono trova una lettera scritta a quattro mani da suo padre e da Gabi (la sua quasi mamma): quel viaggio non lo porterà affatto verso l'ennesima predica del terribile zio pedagogo ma verso un'avventura che lui dovrà attraversare e dipanare utilizzando buon senso e sagacia. Dovrà infatti saper riconoscere tutta una serie di personaggi (attori, clown e maschere) che su quello stesso treno sono il suo vero regalo per il compleanno e la maggiorità religiosa. Dovrà smascherarli con le stesse capacità deduttive del padre poliziotto, dovrà riconoscere il vero dal falso, dovra disarticolare le apparenze per ricostruire il gioco della realtà.

E qui, quando già il lettore ha creduto di scorgere una trama e un filo conduttore da seguire (e già è stato catturato dallo straordinario linguaggio esistenziale del ragazzino che avvia un complesso monologo con le sue esperienze nel mondo e con i suoi riferimenti adulti), Grossman comincia il suo sottile gioco di specchi, incatenando l'una all'altra, e per tutta la lunghezza del romanzo, sorprese e scoperte. L'avventura immaginata per Nono da suo padre e da Gabi diventa all'improvviso una caccia al tesoro non programmata. Perchè sul treno e nella sua vita appare un personaggio squisitamente e irresistibilmente stevensoniano. Ovvero Felix, un vecchio pirata e birbante, un John Silver in abito da sera e col sorriso smagliante, che lo sequestra e lo porta con sè alla scoperta di un qualcosa che prenderà definitivamente forma solo allo scioglimento del mistero. E per quanto questo qualcosa non sarà propriamente né un' Isola, né il suo Tesoro, se non metaforicamente, il rapporto di amore-odio, di fiducia-sfiducia, di fascino-ribrezzo tra il bambino e l'uomo, saranno poi specularmente gli stessi che legano il piccolo Jim all'uomo dalla gamba di legno nel capolavoro della narrativa d'iniziazione di Robert Louis Stevenson.

Con in più la distaccata ma acutissima ironia di Felix - per il quale il mondo è un palcoscenico su cui bisogna recitare sino in fondo la parte che il destino ci ha assegnato - e con un arricchimento dell'avventura tutto al femminile. A un certo punto del suo percorso - tra Bugatti nere fiammanti, spighe d'oro abbandonate sui luoghi dei misfatti e continue trasgressioni che portano Nono a gustare quella parte di sè che scalpita (che infrange convenzioni e leggi e che pure è cosi stranamente deliziosa da assaporare) - compaiono la cantante ballerina Lola e l'immagine della sua vera madre: ambedue sconosciute e taciute, eppure così fondamentali nella sua esistenza. Lentamente, mentre l'intero corpo di polizia dà la caccia al sequestratore e alla sua vittima-complice, Nono si accorge del prezzo che bisogna pagare per diventare "grandi": comprendere sè stessi, comprendere gli adulti, comprendere la presenza del bene e del male che ci portiamo dentro. Senza anticipare un epilogo che va gustato per intero, resta da dire che Grossman non solo ha costruito una vicenda a enne dimensioni che tiene il lettore col fiato sospeso sino all'ultima pagina, ma è riuscito a restituire con delicatezza e con avvincente veridicità l'accostarsi di un ragazzo alla coscienza di sè e degli altri. Nono, questo bambino a zigzag che non riesce a trovare una forma definita con la quale sistemarsi nel mondo, e che nel contempo non riesce a realizzare il perché di quel che gli si agita dentro, cesellerà una filosofia di vita che saprà ereditare il passato (con i suoi pirati, le sue cantanti ballerine e la sua vera madre) e che sarà di garanzia per il futuro: il bene e il male vanno vissuti e ciò che conta, nel saperli governare è la loro sola esperienza.

Grossman, con questo suo nuovo romanzo, dà indirettamente (o forse anche intenzionalmente), una grande lezione ai narratori per l'infanzia o "dell'infanzia". Almeno a quella stragrande maggioranza di essi che continua a proporre sulla carta bambini e adolescenti in abiti già adulti, prefabbricati e senz'anima. Lo fa utilizzando il linguaggio mentale proprio dell'età (con i suoi attorcigliamenti sulla parola e con lo stupore che dà l'accento ad ogni nuova visione del mondo), ma soprattutto cogliendo quella sensibilità insieme felice e disperata che rende il bambino, l'adolescente, a volte cosÏ inerme davanti al mondo. Ci sono bambini di straordinaria e dolente bellezza in queste pagine. Non solo Nono, nelle sue vicende presenti e passate (che qui ripercorre alla soglia della maggiorità), ma anche sua madre, nei lontani ricordi del pirata Felix e della cantante ballerina Lola. Una bambina, Zohara, dagli zigomi sporgenti e dalle membra filiformi, che crescendo cominciò a farsi divorare dai libri, serbando un suo segreto: non era una bambina, era una spia mandata nel mondo da un libro particolarmente amato. Una bambina, come tutti i Ragazzetti Celesti di Elsa Morante ("le fanciullezze sulla terra / sono un passaggio di barbari divini / col marchio carcerario della fine già segnata") che per castigo "sarebbe stata costretta a rimanere fra gli uomini". A meno che non avesse trovato un modo di liberarsi, lasciando qualcosa di sè al piccolo Nono, alla vigilia del suo bar - mitzvah.

(recensione di Alberto Melis su L'Unione Sarda del 14.08.96)

 

Un milione di anni fa

Casa editrice Mondadori


Mentre il papà cambia la ruota della macchina nel bel mezzo di uno zoo-safari, Gidi si allontana ed un momento dopo… eccolo arrampicarsi su un albero altissimo, in compagnia di un grazioso scimmiotto. Così il papà decide di arrampicarsi anche lui e, per tener buoni quei due spaventati, comincia a raccontare com'era il mondo un milione di anni fa, quando le foreste si libravano lente nell'aria. Una fiaba bellissima che ricomincia proprio quando sembra finita: perché il vero finale devono inventarlo i lettori…

 

Il sorriso dell'agnello

Casa editrice Mondadori


Quattro voci narranti si alternano nel racconto: Uri, un giovane idealista, soldato di guarnigione nei territori occupati; Katzman, suo comandante e suo amico, un sopravvissuto all'Olocausto che ha perso ogni fiducia negli uomini; Sosh, moglie del primo e amante del secondo, psicologa tormentata dal suicidio di un suo giovane paziente; e Khilmi, il cantastorie arabo che narra fiabe e ama Uri come un figlio. Tutti ostaggi di un territorio in cui non si ricono- scono più oppressi e oppressori, vittime di una situazione in cui le verità si confondono, dove speranza, amore e tradimento assumono nuovi, inquietanti contorni.

 

Note biografiche

David Grossman è nato nel 1954 a Gerusalemme. Ha studiato Filosofia e Teatro all'Università Ebraica. E' uno degli scrittori israeliani più conosciuti e amati al mondo. é autore di opere di narrativa, vincitrici di premi internazionali, e di racconti e pezzi giornalistici apprezzati a livello internazionale. Ha scritto, inoltre, alcuni testi per bambini ed è molto noto per suoi saggi sulla questione palestinese. Tra le varie onorificenze ricevute ricordiamo quella del governo francese che l’ha nominato Chevalier de l’Ordre des Artes et des Lettres. David Grossmann vive attualmente in Israele con la moglie e figli.

*******

"Una violenza che muterà la nostra vita quotidiana"

di Giuseppe Saltini - da "Il Messaggero" del 14 settembre 2001

"Come cittadino d’Israele, e quindi del mondo occidentale, rappresentato da quei Paesi che sono accomunati da valori di democrazia, di pluralismo e di liberalismo, l’attentato terroristico all’America ha prodotto, dentro di me, uno shock spaventoso. Naturalmente, in quanto israeliano, nella mia reazione c’è una sfumatura in più, una differenza. Di fatto, in Israele, da sempre noi conosciamo il terrorismo. Esistono dei luoghi, a Gerusalemme, dove ogni cento metri, in passato, si sono verificati degli attentati. Lungo la strada che si percorre per arrivare da casa mia alla scuola dove vanno i miei figli, abbiamo calcolato che ci sono quindici punti diversi dove sono avvenute deflagrazioni, scoppi di tritolo o di bombe. Nella violenza c’è una specie di genio oscuro. Può portare a qualsiasi cosa. Può generare una spirale terribile". Così dice David Grossman, nato a Gerusalemme nel 1954 e scrittore di fama mondiale, il quale è spesso intervenuto, anche sulla stampa italiana, per commentare i drammi del suo Paese, il conflitto tra ebrei e musulmani, l’Intifada e, in generale, la questione ebraico-palestinese. Di passaggio a Roma per presentare il suo ultimo libro, Qualcuno con cui correre (Mondadori, 368 pagine, 33.000 lire), un romanzo ammirevole per la limpidezza della scrittura, la levità dello stile e il coraggio con cui agiscono i suoi giovani protagonisti, Grossman, esponente intellettuale di una Nazione tutta circondata da Stati arabi, era sul treno Bologna-Roma quando sono crollate le due Torri di New York ed è andato in fiamme il Pentagono. Allora — ricorda — "dinanzi a me si è aperto uno scenario inimmaginabile, assurdo". 

Grossman, quanto è accaduto muterà il corso della Storia? 

"Non so se cambierà la Storia; certo, inciderà profondamente sulla nostra esistenza quotidiana. Diventeremo tutti molto più sospettosi, saremo diffidenti nei confronti delle persone a noi estranee, guarderemo con circospezione coloro che anche fisicamente hanno un aspetto diverso dal nostro. Quando avvengono attentati di così inaudita potenza, che colpiscono in modo anonimo e indistinto il popolo americano perché è americano, o gli israeliani perché sono israeliani, si determinano reazioni quasi istintive: il timore dell’altro, dello straniero, cresce, l’ostilità aumenta, e ciò comporta, in termini umani, un prezzo molto alto. L’esistenza in comune non è più la stessa, le nostre abitudini si trasformano, l’uso del tempo libero — viaggiare, fare acquisti, ecc. — cambia. Dico questo perché da trent’anni conosco le conseguenze del terrorismo".

 Secondo lei siamo di fronte allo scontro fra due civiltà, due culture, due condizioni economiche, due fedi religiose? 

"Da un certo punto di vista, sì. Chi compie attentati terroristici, in Israele come in America, è palesemente contrario a tutto ciò in cui crede il mondo occidentale. Noi ci preoccupiamo dei diritti dell’uomo, il fanatismo religioso, invece, pone la fede in Dio al di sopra della vita umana. Ma quello che è accaduto in America dovrebbe indurci a prestare un orecchio più attento alle voci che si levano dai Paesi emarginati. Indubbiamente, noi abbiamo il dovere di essere più sensibili alle esigenze del Terzo Mondo. E’ nel nostro interesse ridurre ulteriori disastri o, meglio, evitarli".

 L’immagine dell’Intelligence americana ormai appare offuscata. Da cosa è dipesa la sua inefficacia? 

"E’ molto difficile infiltrarsi nelle organizzazioni terroristiche: sono chiuse, ermetiche, e i loro membri obbediscono ciecamente ai leaders. In Israele, i servizi segreti hanno lavorato a lungo, indefessamente, per individuare gli appartenenti a Hamas e gli hezbollah del Libano. Per quanto riguarda i recenti avvenimenti americani, penso che un’azione di tale portata distruttiva sia stata concepita e preparata da molte persone, con aiuti e complici diffusi negli stessi Stati Uniti". 

Lei ha dedicato il suo ultimo romanzo ai suoi figli adolescenti. Alla luce dei fatti di questi giorni, come immagina l’avvenire dei nostri giovani? 

"Nel mio libro racconto le vicende di tre ragazzi che si trovano immersi in una realtà cinica, caotica, crudele. Non è la realtà del terrorismo, però riguarda problemi molto gravi, per esempio la tossicodipendenza. I miei personaggi lottano, non si rassegnano. Scrivere questo libro mi ha dato energia e conforto. Bisogna reagire. Ogni volta che ci troviamo di fronte a un evento che paralizza, la passione e l’entusiasmo, sentimenti tipici dell’età giovanile, possono aiutarci a superare la paura. I valori in cui crediamo vanno trasmessi: Israele era un sogno, il sionismo e il processo di pace con l’Egitto e con la Giordania erano sogni, ma i sogni non sono illusioni, hanno una connotazione positiva. Mi auguro, dunque, che tutto il marcio vissuto attualmente possa cedere il passo, almeno in parte, ai nostri ideali umanitari, ai nostri sogni".

 

La  Giuntina editrice