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Yoram Kaniuk 


Il ladro generoso

Post mortem
Adamo risorto
Il comandante dell'Exodus
Giobbe, Ciottolo e l'elefante
Tigerhill
Weiss storia di un cane
La casa dove gli scarafaggi muoiono di vecchiaia 
Confessioni di un arabo buono
Note biografiche

 

 

Il ladro generoso

Casa editrice Mondadori


Naftali Bamburgher è un tranquillo bancario che suona il violoncello, possiede un autentico genio per le questioni finanziarie e viene considerato da qualcuno un precisino che va a pile. Eppure Naftali è anche qualcos'altro: per l'esattezza un vulcano pronto a esplodere, un Robin Hood dell'era moderna. Sconvolto dalle sofferenze dei profughi scampati alla Shoà, che nel 1950 vivono in condizioni inimmaginabili intorno a Tel Aviv, il mite Bamburgher ha deciso di trasformarsi in ladro generoso e di distribuire tra gli abitanti dei campi di transito il fantastico bottino del suo furto. Età di lettura: da 13 anni.

 

Post mortem

Casa editrice Einaudi

Il mondo di "Post mortem" è quello degli ebrei di Tel Aviv, e in particolare quello degli immigrati in fuga dalla Germania fra gli anni Venti e Quaranta del Novecento. Kaniuk, ripercorrendo gli eventi tragici e insieme quotidiani che smembrarono la sua famiglia fino a farla sparire, si tiene lontano da ogni ripiegamento sentimentale. La scomparsa di una così fitta ragnatela di parentele diventa occasione per dissezionare anche il mito della grande famiglia patriarcale della tradizione ebraica e farne il bersaglio della sua pungente scrittura.

 

Adamo risorto

Casa editrice Einaudi

Siamo ad Arad, in Israele, una città nel cuore del deserto del Negev. In questo luogo arido, implacabile, sorge un avveniristico Istituto di riabilitazione e terapia. Tutto è pulito e immensamente confortevole. Ma dietro la perfetta facciata si nascondono innumerevoli tragedie: l'Istituto è un manicomio per reduci della Shoah, ed è stato concepito, finanziato e realizzato da una ricca americana. Ad aiutarla nell'impresa una donna ebrea, votata all'attesa di una nuova Rivelazione, che non può avvenire se non per bocca di uno dei malati di mente. Tutto, follia compresa, ruota attorno ad Adam Stein, ex pagliaccio, ebreo, vissuto in Germania prima della guerra.

 

Il comandante dell'Exodus

Casa editrice Einaudi

Yoram Kaniuk racconta la storia di Yossi Harel, il comandante dell'Exodus, una delle quattro navi che, tra il 1945 e il 1948, tentarono di portare in Palestina circa ventiquattromila ebrei sopravvissuti all'Olocausto, sfidando il divieto inglese di introdurre profughi in quella terra che era sotto il mandato britannico. Ma l'Exodus fu attaccata dai soldati inglesi e costretta a far rotta verso Amburgo, i suoi passeggeri furono ammassati in campi di internamento e solo con la fine del mandato britannico poterono tornare in Palestina.

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YORAM Kaniuk, uno dei grandi scrittori israeliani d'oggi di cui esce in questi giorni Il comandante dell'Exodus (Einaudi editore, traduzione di Margherita Rapin, pagg. 237, lire 28.000), ha combattuto la guerra d'Indipendenza del suo paese, nel 1948. Quando parla, quest'uomo dall'aspetto mite e disarmante, sembra intento ad attingere dai meandri del proprio cervello quanto di più profondo e inconfessabile vi si trovi, con un tormento carico di insicurezze. Di quei mesi di guerra ricorda solo un episodio, fra le pietre della Città Vecchia di Gerusalemme: la morte a un soffio da lui e un nemico inverosimilmente travestito da angelo. La memoria è per lui e per tutti i suoi libri uno strazio costante, una lotta contro i mulini a vento dell'evidenza. Ma quando si cimenta con la storia, lo scrittore ne diventa una spia beffarda, spiega nell'introduzione a questo libro che + un po' romanzo d'avventura, un po' fedele reportage ma soprattutto la biografia di un eroe: Yossi Harel, il giovane sabra (cioè ebreo nato in terra d'Israele, spinoso di fuori e dolce di dentro come il fico d'India, di cui porta il nome in ebraico) che negli anni immediatamente precedenti la fondazione dello Stato d'Israele condusse sulle sue rive migliaia di profughi e sopravvissuti ai campi di sterminio, malgrado il veto delle autorità inglesi sotto il cui mandato si trovava allora la regione. Il libro è uscito in Israele in occasione degli ottant'anni di Yossi, ed è come un appassionato regalo di compleanno che Yoram Kaniuk gli ha offerto con un=a specie di sorriso, dopo avere a lungo ascoltato le sue innumerevoli peripezie. Il narratore indossa così i panni del cronista ubbidiente alla storia, ma a tratti, fra un capitolo e l'altro, regala le sue consuete folgorazioni: frasi secche che passano dagli occhi alla testa come una scossa elettrica. Di queste frasi è pieno il suo capolavoro, Adamo risorto, la storia di una pazzia saggia e una saggezza folle, situata a mezza strada fra un campo della morte senza nome e un deserto torrido. Invece in questo libro - a cui Kaniuk tiene moltissimo, sentimentalmente parlando - (e di cui si leggono qui l'esordio e la conclusione) viene narrato quell'esodo dalle ceneri d'Europa che fu un calvario assurdo per centinaia di migliaia di sopravvissuti ebrei imbarcati su mezzi di fortuna e spesso costretti a tornare là donde erano venuti, quando non speronati e affondati dalla sofisticata flotta inglese. La vicenda dell'Exodus e dei suoi oltre 4000 passeggeri approdati a Haifa e respinti ancora una volta verso l'Europa, la Germania e infine un campo profughi che sino a qualche mese prima era di concentramento, è il culmine tragico di una storia quasi paradossale, di cui Yossi Harel è stato protagonista insieme alle vittime e a coloro che sono arrivati in terra d'Israele grazie a lui, malgrado il veto inglese e del resto del mondo.

Elena Loewenthal

 

Giobbe, Ciottolo e l'elefante

Casa editrice Mondadori

Cercate di capire il paradosso della mia vita: sono un ragazzo costretto dalle circostanze a insegnare alla propria insegnante, a bastare a se stesso in mancanza di amici, a educare i propri genitori e a chiudere un occhio sulle loro stranezze, come se tutto questo fosse normale. Come posso sapere che cos’è normale e che cosa non lo è?

È così che Giobbe, detto Obbi, presenta se stesso: un intelligentissimo quindicenne di Tel Aviv, solitario, ostinato, abituato alle situazioni più stravaganti. Ma certo nessuna è stravagante come quella in cui si trova da quando, una mattina, il robivecchi arabo gli ha venduto Ollì, un enorme elefante africano spuntato da chissà dove.

Sarà l’affetto per il bestione a spingere Obbì nel deserto e a fargli intraprendere insieme a Ollì un lungo, impossibile viaggio verso l’Africa, con l’esercito israeliano alle calcagna… E, mentre tutto il mondo segue attentamente la sua impresa, Obbi continua a chiedersi: ma come fanno i "grandi" a non capire che qualcuno creatura, anche un elefante, ha diritto alla libertà?

(dal sito Morasha)

 

Tigerhill

Casa editrice Einaudi

Una mattina una giovane donna si sveglia con il presentimento che il sogno appena fatto contenga qualche realtà. Contemporaneamente un attentato devasta la città e miete tre morti. La protagonista ripensa a tutta la vicenda e ricorda di aver fotografato poco tempo prima un importante scrittore, si convince poi che l'attentato fosse rivolto contro di lei e da quel momento inizia una avventura che la porterà lontano.

 

Weiss storia di un cane

Casa editrice Einaudi

Una ragazzina innamorata degli animali trova per le strade di Gerusalemme un cane che porta i segni delle più spaventose torture, e non esita a salvarlo e ad adottarlo, trovando così un compagno fedele. Un breve, appassionante romanzo per ragazzi fra i 10 e i 12 anni, che attraverso la storia di un cane e di una ragazza parla di un tema importante come quello del rapporto tra l'uomo e le altre specie di animali. Età di lettura: da 8 anni.

 

La casa dove gli scarafaggi muoiono di vecchiaia 

Casa editrice Mondadori

Hamutal e sua sorella Melisanda vanno pazze per gli animali... e non è un modo di dire, visto che in casa loro ci sono gatti in quantità, cani di tutte le taglie, pesci, tartarughe, un asino, un cavallo che divora le pagelle, e naturalmente zanzare a profusione, perché nessuno ha il coraggio di usare l'insetticida. E non c'è da meravigliarsi che, in una casa dove perfino gli scarafaggi muoiono di vecchiaia, il papà delle due bambine (uno scrittore un po' vanesio e piuttosto irritabile) ogni tanto faccia le valigie e se ne vada sbattendo la porta. Ma niente paura, dopo un paio d'ore tornerà all'ovile, perché, se è difficile vivere in una folle Arca di Noè, è ancora più difficile starne lontani...

 

Confessioni di un arabo buono 

Casa editrice Theoria

Di Yoram Kaniuk, scrittore israeliano nato a Tel Aviv nel 1930, si conoscevano in Italia sino a qualche anno fa solo pochi romanzi e poche notizie biografiche, relegate per lo più a rari testi di critica letteraria. La casa editrice Theoria aveva pubblicato due delle sue più interessanti opere (Adamo risorto e Post mortem) e la rivista Linea d’Ombra, insieme al racconto La bella vita di Clara Shiato, aveva diffuso nel dicembre del 1996 la notizia della sua morte.

Ma si trattava solo di una clamorosa gaffe. In realtà il grande romanziere considerato in patria, almeno su un asse cronologico, il capostipite della generazione di narratori detta “dello Stato” –quella che si è ritagliata una nicchia di tutto rispetto nel panorama letterario mondiale grazie ai romanzi degli Appelfeld e dei Shabtai, degli Yehoshua, dei Kenaz e degli Oz-, ha continuato a vivere e a lavorare nella sua Tel Aviv. E oggi si ripresenta in Italia con un romanzo, già pubblicato in Israele nel 1984 e poi tradotto in dodici lingue, il cui straordinario spessore non solo è invito a una lettura fuori dai consueti canoni, ma anche materiale vivo per un’attenta riflessione sulla difficile e snervante attualità del conflitto israelo-palestinese. 

Perché Confessioni di un arabo buono (Theoria editrice, pagg.253, Lire 28.000), porta con sé quella rara caratteristica -vien da pensare al sofferto e provocatorio Deserto di Coetzee- per cui la tragedia di una realtà dai contenuti a volte imperscrutabili, viene sublimata sul piano letterario sino a divenire oggetto dalle forme molteplici ma finalmente riconoscibili.

Yosef, l’io narrante di queste pagine che detta le proprie confessioni dal suo esilio a Parigi, è un Giano bifronte accecato in ambedue le facce. Nato da madre ebrea e padre arabo, racconta la sua storia e l’impossibilità di appartenere completamente a essa. Perché la storia che gli corre nel sangue è una ma è anche molteplice. E’ quella di suo nonno materno Frantz, nato in Germania e fuggito in Palestina sotto la spinta delle prime persecuzioni naziste, ma è anche quella di suo padre Azury, arabo colto che ha diluito le sue spinte nazionalistiche nell’adesione a un comunismo universalistico e di facciata. Quella di sua nonna materna Kate, i cui genitori vennero fagocitati dallo sterminio a Theresienstadt, ma anche quella di suo zio Abu al Minsk Ibn Kafur Sherara, che conserva una spada che forse fu del Saladino. Quella di sua madre Eva, eroina della resistenza durante l’aggressione araba del ’48, ma anche quella della sua nonna paterna che a cinquant’anni fugge con un bandito e terrorista arabo assetato di sangue ebreo.

In altre parole Kaniuk pone Yosef, che ha due nomi e due carte d’identità, a rappresentare un conflitto che gronda odio e sangue da tutte le parti: e Yosef, nel lungo resoconto della sua esistenza, mette in mostra tutto il delirio psicotico di una terra che la Storia –quella oggettiva fatta di cause ed effetti- ha voluto posseduta da due anime opposte ma complementari.

Va da sé che le vicende narrate, con un linguaggio forse poco accessibile ma assolutamente straordinario nel suo ritmo serrato e nella sua prorompente forza evocativa, non seguano un asse strettamente cronologico ma procedano per enigmi e rivelazioni sino a ricomporre un mosaico andato a pezzi. Per quale motivo Yosef si definisce “un arabo buono”? Perché vive ora con gli ebrei e ora coi palestinesi? Perché lavora ora col Mossad e ora con le associazioni terroristiche arabe? E soprattutto perché odia la donna che ama e sé stesso sino alla fibrillazione dell’anima e allo sfinimento dei sensi?

Perché a Yosef, che è cresciuto nella sua parte familiare ebrea sino ai diciotto anni –identificandosi in essa, nella sua cultura più mitteleuropea che ashkenazita, nel suo passato segnato dall’Olocausto- è stata ricordata la sua metà palestinese e la sua doppiezza genetica. Gli è stata messa davanti in modo tanto brutale (è stato escluso dal servizio di leva perché ritenuto elemento “sospetto”) da costringerlo a prendere atto della sua diversità. Una diversità, metà ebreo e metà nemico a sé stesso, che diventa fonte di indicibili sofferenze ma che sancisce anche la necessità di ricostruire i mille perché della sua esistenza.

E’ qui che si coglie tutta l’audacia di questo romanzo. Yosef racconta infatti di un progressivo estraniamento –che lungo gli anni lo porterà a essere inviso agli ebrei come palestinese e ai palestinesi come ebreo- ma anche della presa di coscienza sulla comunione di origini che ha dato vita alla sua doppiezza. Una comunione che disconosce le cause oggettive del conflitto –la terra, le necessità di sopravvivenza israeliane e l’oltranzismo religioso e ideologico degli arabi- e che finisce per assumere le vesti puramente nevrotiche di un conflitto “familiare”. Amore e odio si intrecciano così in tutta la ricostruzione di una saga che prende l’avvio quando Israele è ancora solo un sogno nelle pagine di Theodor Herzl, e quando i “palestinesi”, nei loro sogni più spinti, sognano tutt’al più la Grande Siria.

Frantz e Azury, nonno e padre di Yosef, si conoscono nel 1917 in Palestina. Il primo è un giovane ufficiale ebreo tedesco distaccato ad Acri, il secondo è un ragazzino arabo dalla bellezza e dall’intelligenza fuori dal comune. Da subito si ameranno e si odieranno, in un vortice di sentimenti repressi ma dai tratti proibiti e vagamente incestuosi, che finirà per coinvolgere in Germania e poi di nuovo in terra araba anche la moglie di Frantz e sua figlia Eva. Sino alla tragedia. Ovvero alla nascita di Yosef. Del figlio di due popoli che il caso o chi per lui ha voluto nemici. Del bambino dai due cognomi che poi vagherà ormai adulto da un’appartenenza all’altra portandosi dentro tutte le ambizioni e le lacerazioni dei differenti padri.

Attraverso gli occhi di Yosef, carichi d’odio e di una volontà di comprendere alla quale neanche le sue doti di veggente riusciranno a dare risposta, vengono così ricostruite le movenze del conflitto, ma viene anche restituito uno spaccato quotidiano della dolente terra mediorientale. Con una durezza che niente perdona e niente assolve: i reciproci rifiuti, le xenofobie latenti, le necessità di sopravvivenza e anche gli slanci d’amore.

Yosef Rosenzweig-Sherara si muove su queste pagine come una scheggia velenosa e impazzita. Impone alla sua donna sesso, amore e matrimonio col suo amico Rami (il ragazzo ebreo che avrebbe voluto e non ha potuto essere); infierisce su suo padre Azury che para ogni colpo porgendo l’altra guancia; lavora col Mossad, tiene conferenze per gli arabi a Mosca, vuole dipingere di rosso sangue il deserto e assiste al lento ma inesorabile disfacimento dei suoi due nuclei familiari.

Qua e là più di un elemento, nella delineazione dei personaggi rosi da un profondo male interiore, riporta ai caratteri autobiografici già delineati dall’autore in Post mortem. La nonna di Yosef, Kate, sembra raccogliere in sé i lineamenti psicologici che furono della madre e della nonna di Kaniuk: la prima che riusciva a “stare in vita senza vivere davvero”, la seconda, immigrata da Tarnopol, che morì prima del dovuto per non doversi rassegnare a vivere in Palestina.

Ma ciò che davvero colpisce in queste pagine, più del pessimismo che si trascina sino a un epilogo che scioglie ogni contrapposizione in una fuga irreversibile, è l’incredibile sequenza di storie “minori” poste all’interno della stessa cornice. Brandelli di umanità incastonati in un disegno comune che suggeriscono di inarrestabili contaminazioni e inaspettati rovesciamenti dei ruoli. Come la storia dell’evoluta palestinese Laila, che vorrebbe e non riesce a condannare gli attentati di Al Fatah “contro i bambini” ma che nell’intimità finisce per accusare l’ebreo Yosef di essere maschilista “peggio di un arabo”. Come quella dello zio arabo che a Beirut, fattosi cristiano maronita, raccoglie i resti della figlia maciullata dai “palestinesi” e ricorda che “Quando me ne andai non c’era nessuna Palestina. (…) …c’era un mandato britannico e c’era un sogno panarabo nutrito dalla Grande Siria. Sono stati gli ebrei che stupidamente hanno creato un popolo e una patria per gli Azury…”. O come quella, ancora, dell’israeliano Nachi che ha educato Yosef a un fervente pacifismo, ma lo caccia da casa sua come mezzo arabo dopo che i palestinesi gli hanno massacrato un figlio.

Il mondo di Kaniuk è insomma un mondo che spesso appare rovesciato. In un immane sforzo di andare verso le ragioni dell’Altro da sé che espone anche questo libro al rischio di facili interpretazioni di parte, ma che in realtà ripropone un dato di fatto comune a gran parte della letteratura israeliana. La quale, nella ricerca di una propria identità, anche quando questa identità è minacciata a morte dal persistente oltranzismo arabo rigenerato oggi dai furori islamici, non smette di denunciare le violenze di una guerra che dura ormai da cinquant’anni e di cingere in un abbraccio comune, sul più elevato piano esistenziale, la sorte degli ebrei e dei palestinesi che abitano la stessa terra.

In questo senso, ricordando anche quanto Coetzee disse in occasione della consegna del Jerusalem Prize nel 1987 –sull’arte del narrare schiacciata sotto il tallone della realtà-, si può certamente dire che quella israeliana, per quanto anche figlia di contingenze dolorose e straordinarie, tutto sia fuori che una letteratura di guerra e in servaggio.

E poco importa che il punto di vista di Kaniuk si concretizzi in un severo pessimismo più che consono alla realtà israeliana dell’oggi. Vizio di debolezza o virtù di grandezza, la capacità di decentrare l’attenzione da sé stessi per volgerla verso un “nemico” che non si vorrebbe più tale, è già volontà di aprirsi verso un diverso futuro. Che purtroppo ancora non trova una reciprocità di pari livello, salvo che in pochi casi, nella letteratura arabo-“palestinese”: segno non confortante questo, se è vero che la storia a venire spesso nasce prima sulle pagine dei libri, e solo dopo diviene realtà.

(recensione di Alberto Melis su L'Unione Sarda 29.11.98)

 

Note biografiche

Yoram Kaniuk è nato nel 1939 a Tel Aviv, città dove ancora risiede. Dopo aver combattuto per l'indipendenza (restò anche ferito), si trasferì per dieci anni a New York, per poi tornare in patria nel 1961. Oggi le sue opere sono tradotte in 20 lingue.

 

 

La  Giuntina editrice