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Pizzeria
Kamikaze
Casa
editrice e/o
Non ora, non qui. Un
desiderio iperbolico di fuga è il sentimento dominante di questi
racconti dell’israeliano Keret , il trampolino metafisico e allegorico
dal quale i suoi personaggi spiccano il loro salto da irresistibili
acrobati di un umorismo nero e scorticato dal quale non è esente uno
spirito di irridente e fresca vitalità mentre eseguono le loro capriole
da clown burloni e dissacratori.
Basti dire che Haim, giovane protagonista del racconto più lungo e
significativo di questa raccolta, trova lavoro nella pizzeria Kamikaze,
due giorni dopo essersi suicidato. Haim vive con un coinquilino tedesco
il quale sostiene che il luogo gli pare “Francoforte sputata”; c’è
un pub niente male che si chiama Bar-A dove ci sono parecchie ragazze
sole. Certo alcune hanno cicatrici sui polsi, o la pelle molliccia degli
annegati, però non è detto che non ci stiano… È facile farsi nuovi
amici, come Ari e tutta la sua famiglia di suicidi a vario titolo dai
quali Haim va a cena una volta a settimana. Ci troviamo nell’aldilà
dei suicidi, un limbo contiguo al mondo reale, con le stesse
consuetudini e le stesse seccature, i diversivi e gli svaghi che si
possono trovare ovunque: non mancano talk show pallosissimi in Tv,
pizzerie e catene di take away cinesi, e i giovani sono molto
interessati a rimorchiare ragazze, scolarsi un buon numero di birre
ascoltando musica nei locali giusti, fumare spinelli e girovagare in
Printz scassate stando attenti a evitare l’ultima celebrità che si
aggira frignando e guastando la festa a tutti: nientemeno che Kurt
Cobain dei Nirvana. Nessuno lo sopporta. Una pura applicazione della
legge del contrappasso: idolatrato in vita e in morte, la star del rock
bella a dannatoa nel girone dei suicidi è invisa a tutti… Ad Haim
accade anche di sventare, involontariamente, una rapina in un
supermercato, di finire in seguito in un posto pieno zeppo di arabi,
suicidi per le note ragioni ma con i quali si possono benissimo
scambiare riflessioni e idee- a questo punto cosa c’è da temere?
Siamo già tutti morti…- e chiedere tra la provocazione e lo scherzo:
“Allora Nasser che ne è delle settanta vergini promesse nel vostro al
di là?” E il depresso Nasser , che ha il volto e il corpo ridotto a
pezzettini può senz’altro ammettere di essere stato un fesso: “Sono
diventato alcolista..E a te cos’hanno promesso?” Nel surreale
girovagare di Haim gli incontri si mescolano ai sogni, le avventure
strampalate di un presente che appare immobile e come fissato in un
punto geometrico, si confondono con i ricordi di prima che si suicidasse
durante il periodo di addestramento militare…una fine che molti dei
giovani ospiti del centro condividono…Il viaggio di Haim attraversa
realtà e personaggi rappresentativi di condizioni di una media
disperazione quotidiana : la pseudo drogata Lihy della quale si
innamora, Kneller alla instancabile ricerca del suo cane Freddy, unico
animale del centro, forse in virtù della sua personalità complessa e
contraddittoria…, un Messia modello Superstar che ascolta solo musica
techno e quando gli gira fa miracoli irrilevanti e privi di senso, ( e
andrebbe benissimo se non fosse anche fidanzato con Desideria, la
ragazza di Haim quando era ancora vivo, suicidatasi dopo di lui)….
E’ un mondo tallonato dalla depressione e dalla sfinitezza quello che
Keret inscena attraverso questi racconti che hanno per protagonisti
giovani israeliani e arabi uniti nel desiderio di normalità, stanchi di
guerra, stremati dalle ideologie e dal fanatismo, tutti ugualmente
abitati dai sogni della loro età: divertirsi, conoscersi, amarsi,
scoprire il mondo senza essere braccati dalla paura, dal servizio
militare dalle promesse di paradisi islamici accessibili attraverso l’autoimmolazione.
In questo come negli altri racconti più brevi, dei quali il primo
fulminante Asma, è quasi un aforisma, Keret dimostra di possedere una
capacità di invenzione surreale e satirica folgorante, uno spirito
aspro e guizzante che conferisce alla scrittura un ritmo serrato e
trascinante punteggiato da immagini che producono nel lettore una serie
ininterrotta di cortocircuiti del senso.
Come in Colla e Tubi, o in Un buco nel muro nei quali la banalità del
quotidiano subisce una distorsione, un avvitamento o una diversione
attraverso i quali ci ritroviamo in un mondo di innamorati incollati al
soffitto e dalle labbra saldate con la colla, autisti di autobus teorici
di una legge matematica del ritardo, angeli bizzarri, magri e curvi,
elusivi e anche un po’ bugiardi, personaggi che hanno lasciato una
vita infelice e ai quali è data una seconda possibilità mentre
aspettano che qualcuno si decida a portare nel loro provvisorio paradiso
un mazzo di carte: sono arcistufi di giocare a biglie…
A lettura ultimata il lettore si ritrova a fissare il volto indistinto
– Israeliano? Palestinese? – di un giovane che nella ricerca di
qualcosa che assomigli a una più che legittima normalità, è costretto
a passare per tubi particolarmente contorti, bancomat guasti e buchi nel
muro perché qualsiasi varco è buono se rappresenta la via d’accesso
e di trapasso per un altrove contiguo e irreversibile come questo
sgangherato e assurdo aldilà che appare comunque di gran lunga
preferibile al qui e ora del quotidiano inferno in atto sul fronte del
Medio Oriente.
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