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Amos Oz 


Una pantera in cantina. Chi non ha tradito almeno una volta?

Una storia di amore e di tenebra 
La scatola nera 
Lo stesso mare 
Michael mio 
Soumchi 
Conoscere una donna 
Fima 
In terra di Israele
Note biografiche

 

Una pantera in cantina. Chi non ha tradito almeno una volta? 

Casa editrice Fabbri


Palestina, 1947. Sta per nascere lo stato di Israele. Profi è il soprannome che il protagonista si vede affibbiare dai suoi amici, solo perchè ama le parole e i libri. Proprio i suoi amici scrivono sul muro di casa sua "Profi è un vile traditore": qualcuno lo ha visto con un ufficiale inglese, un nemico...

 

Una storia di amore e di tenebra 

Casa editrice Feltrinelli

Amore e tenebra sono due delle forze che agiscono in questo libro, un'autobiografia in forma di romanzo, un'opera letteraria complessa che comprende le origini della famiglia di Oz, la storia della sua infanzia e giovinezza prima a Gerusalemme e poi nel kibbutz di Hulda, l'esistenza tragica dei suoi genitori, una descrizione epica della Gerusalemme di quegli anni, di Tel Aviv che ne è il rovescio, negli anni trenta, quaranta e cinquanta. La narrazione si muove avanti e indietro nel tempo, scavando in 120 anni di storia familiare, una saga di rapporti d'amore e odio verso l'Europa, che vede come protagonisti quattro generazioni di sognatori, studiosi, uomini d'affari falliti e poeti egocentrici, riformatori del mondo, impenitenti donnaioli e pecore nere. Questa vasta galleria di personaggi mette a punto una sorta di "cocktail genetico" da cui nascerà un figlio unico, nutrito di fantasia, che in un fatale momento di rivelazione, avvenuta attraverso un dolore scioccante e atroce, scoprirà di essere un artista, uno scrittore. Amos Oz ci consegna la storia della sua infanzia e adolescenza - colma di aspirazioni poetiche, zelo politico e una paura costante di un altro genocidio degli ebrei, questa volta nella stessa Israele, a opera degli arabi, degli inglesi, dell'intero mondo cristiano, dell'intero mondo islamico. Il mondo intero, insomma, stava tramando per uccidere tutti gli ebrei, bambini e giovani sognatori fanatici compresi, proprio come era lui. Al centro di questo romanzo autobiografico sta il grande tabù di Oz: il suicidio della madre nel 1952, proprio alla vigilia del suo "bar mitzwah", la cerimonia che segna il momento in cui l'adolescente diventa responsabile delle proprie azioni. L'esplorazione dolorosa e coraggiosa di questa tragedia viene condotta con lucidità, nostalgia e rancore, con pietà e travaglio, con schiettezza e un flusso di coscienza incredibilmente poetico che, con immediatezza, giunge al cuore del lettore. 

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L'uomo che avrebbe voluto essere un libro.

Su Una storia di amore e di tenebra, di Amos Oz, trad. di E. Loewenthal, Feltrinelli, Milano 2003, pp. 627.

Di Claudia Rosenzweig

 È appassionante scoprire la storia della parte occidentale della città di Gerusalemme, la parte fuori dalle mura, esterna ai conflitti religiosi, alla storia antica, alle crociate, alle tensioni politiche che abitano la “Città Vecchia”. Da Rehavia, scriveva la poetessa sfuggita ai nazisti Else Lasker-Schüler, «con un po' di coraggio, si può arrivare in un attimo sulla luna, e non sbagliare nemmeno di un millesimo di secondo!» [La Terra degli Ebrei, introd. di M. Gigliotti, trad. di M. Gigliotti e E. Pedotti, La Giuntina, Firenze 1993, p. 35]. Rehavia è il quartiere dove negli anni '30 e '40 del secolo scorso si stabilirono la maggior parte degli intellettuali tedeschi, scienziati, professori universitari, politici, come ad esempio Gershom Scholem, Hugo Bergmann (storico della filosofia, traduttore di Kant in ebraico), Yeshayahu Leibowitz, Golda Meir e altri ancora. Nel mezzo, la "tenda" dove abitò Yitzhak Ben Tzvi, secondo presidente dello Stato d'Israele, oggi diventata un edificio incantevole e protetto da una fitta vegetazione, il ??? Talpiyot invece, il quartiere dove sorge la casa che l'editore Schocken fece costruire per Sha"y Agnon - in via Klausner-, è più lontana, e dal punto di vista architettonico ricorda tante zone residenziali di Francoforte e di Berlino. Per giungervi, si percorre via Betlekhem (Betlemme), costeggiata da ricche case arabe con ampi archi e mosaici dalle tonalità azzurre e verdi e attraversata dal vento del deserto che è possibile scorgere poco lontano. La casa di Buber è poco distante. L'atmosfera è improvvisamente più "orientale", diversa da quella delle ville coi tetti di tegole rosse e i vetri smerigliati che, a poche centinaia di metri, formano la Moshavà Germanit, il quartiere tedesco.

            Leggendo il bellissimo libro di Amos Oz, Una storia di amore e di tenebra (Gerusalemme 2002), ci si ritrova a percorrere queste strade e le storie delle persone che le abitarono, ci si ritrova, in un certo senso, in una autobiografia che diventa storia.

            Molte delle recensioni apparse in occasione della pubblicazione della traduzione italiana di questo libro hanno riconosciuto il filo rosso della narrazione nel suicidio della madre dell'autore, Fania. Questo episodio traumatico viene per lo più considerato come una tragedia intima, personale, simile per tema a quella rappresentata nel romanzo di Amos Oz Mikhael shelì (trad. it. Mikhael mio, Bompiani) e in The Hours di Michael Cunningham (Le ore, anch'esso Bompiani). In questa nostra nota vorremmo invece soffermarci su un'altra possibilità di lettura, un altro filo conduttore della vicenda raccontata da Amos Oz, la trasformazione cioè del popolo ebraico in nazione (per riprendere il titolo di un bel libro sulla storia ebraica dell'Europa Orientale nel XIX secolo recentemente pubblicato da Israel Bartal, storico dell'Università Ebraica di Gerusalemme) e i conflitti che in questa trasformazione si sono venuti a formare. Questa del resto è forse la parte meno “universale” dell'autobiografia, più “ebraica” e quindi più particolare. I personaggi di questo racconto sono veri e poco noti al lettore italiano, ma dal momento che ritornano sia in altre opere narrative che in articoli e saggi di Amos Oz, probabilmente la loro importanza per l'autore stesso non è secondaria. A noi sembra che questo libro possa essere letto come un percorso tra esilio e esistenza nazionale, tra romanticismo e cinismo, tra rivoluzione e continuazione nella storia ebraica, tra costruzione di miti e loro distruzione, vissuti non come poli opposti e nemici - per quanto di fatto lo siano stati e lo siano tuttora - ma come se fossero parte di una dialettica inevitabile che accompagna l'identità ebraica fino al giorno d'oggi, senza risolversi. È un tema comune ad altri autori contemporanei, come Hayim Be'er (il suo bellissimo libro Havalim è in corso di traduzione per i tipi di Giuntina) e Yehoshua Kenaz (di lui in italiano si possono leggere Fra la notte e l'alba, pubblicato da Marsilio, e Ripristinando antichi amori, Mondadori), che fa dire a un suo personaggio «Il tuo corpo è rimasto ebraico. Ancora non sa che sei diventato israeliano».

            Questo tema ci accoglie subito nelle prime pagine del libro, in un passo che ricorre spesso nei libri di Amos Oz, ad esempio nel brano autobiografico Me-eyfo ani ba (Da dove vengo), in Be-’or tkhelet he‘aza (Sotto la potente luce blu, Keter, Jerusalem, 1979, pp. 195-219 e in particolare pp. 201 segg.), che compare quasi con le stesse parole in Una storia di amore e di tenebra: «I libri riempivano tutta casa nostra: mio padre era in grado di leggere sedici o diciassette lingue e di parlarne undici (tutte con accento russo). Mia madre aveva dimestichezza con quattro o cinque, e ne leggeva sei, otto. Fra loro, conversavano in russo e in polacco, quando non volevano farsi capire da me [...]. Quanto a me, mi insegnarono solo e soltanto l'ebraico: forse temevano che la conoscenza delle lingue esponesse anche me alle seduzioni della meravigliosa e letale Europa» [p. 8 della trad. it., leggermente cambiata]. Come contrasto a questi “intellettuali ebrei diasporici”, «da qualche parte, oltre le montagne, stava maturando una nuova razza di ebrei-eroi, di una specie abbronzata e robusta, taciturna e operosa» [p. 11].

            Si tratta dello stesso conflitto che, visto da un'angolazione diversa, si manifesta nuovamente negli episodi narrati da Amos Oz sulla figura dello zio, Yosef Klauzner, famoso storico della letteratura ebraica e professore dell'Università Ebraica di Gerusalemme. In poche righe troviamo concentrati i temi cui abbiamo accennato prima. Ecco il passo in questione, del quale abbiamo cambiato la traduzione inserendo termini in corsivo che verranno spiegati in seguito: «Mio padre, sulle orme dell'esimio zio Yosef, preferiva il riccioluto Tchernichovsky al calvo Bialik, che considerava un poeta troppo ebraico (yahadutì), un po' diasporico, “femmineo”, mentre in Tchernichovsky mio padre vedeva il poeta ebraico (‘ivrì) per eccellenza - cioè virile, un poco monello, un poco non-ebreo (goyì), sensibile e ardito, un poeta sensuale-dionisiaco, un “allegro ellenico”, come lo chiamava zio Yosef (ignorando completamente la sua tristezza ebraica di Tchernichovsky e quel'anelito così ebraico di ellenizzare un po'). In Bialik mio padre vedeva il poeta dell'infelicità ebraica, del mondo di ieri, dello shtetl, della miseria, dell'impotenza e della misericordia (a parte Il rotolo del fuoco, I morti del deserto, Nella città del massacro, poiché là, così diceva papà, là Bialik ruggisce proprio).

            Come molti ebrei sionisti suoi contemporanei, mio padre era un po' cananeo, sotto sotto: lo shtetl e tutto ciò che a esso apparteneva, e financo i rappresentanti dello shtetl nella nuova letteratura, Bialik e Agnon, lo imbarazzavano, se ne vergognava. La sua ambizione era che tutti noi rinascessimo daccapo, fieri, robusti, abbronzati, europei-ebrei (‘ivrì) e non più ebrei (yahadutì) dell'Europa Orientale. Durante la maggior parte della sua vita mio padre provò avversione per lo yiddish, che chiamava “gergo” (jargon). Bialik era secondo lui il poeta della povertà, di un'“agonia storica”, mentre Tchernichovsky annunziava l'alba del domani che si prospettava per noi, l'alba “di coloro che conquistano Canaan con la tempesta”» [cap. 7, pp. 52-53 della versione italiana]. Come abbiamo accennato, questo brano può ben rappresentare un riassunto di quanto è successo nella storia ebraica nel XX secolo, ed è forse utile offrire al lettore italiano qualche breve spiegazione dei riferimenti presenti. Saul Tchernichovsky (1875-1943) è considerato il poeta del risorgimento e del romanticismo ebraico, il poeta della presenza della terra, della fisicità, del ritorno a Canaan. Hayim Nahman Bialik (1873-1934) è il poeta di un rinascimento ebraico che non è mai frattura con la storia ebraica. Il suo ebraico è ricchissimo perché Bialik si è formato sui testi della Tradizione fin dall'infanzia. Di lui è apparsa recentemente in una bellissima traduzione italiana la raccolta La tromba e altri racconti (traduzione, introduzione e note di Antonio di Gesù, Giuntina, Firenze 2003).

Nel testo citato compare inoltre la dicotomia yehudì / ‘ivrì, molto difficile da rendere in italiano, ma che occorre spiegare. Yehudì, da cui la parola Jude, giudeo, etc., è il termine con il quale gli ebrei chiamano se stessi nella storia ebraica, e yahadut è l'ebraismo. Il termine italiano giudeo ha però una connotazione fortemente negativa. ‘Ivrì, da cui il termine italiano ebreo, è il termine che compare nel libro della Genesi riferito ad Abramo. Con il formarsi dell'ideologia sionista e il formarsi dello yishuv, gli insediamenti ebraici in Palestina prima della fondazione dello Stato, si crearono forti opposizioni: il sionismo in opposizione alla soluzione socialista nella Diaspora, la cultura ebraica “laica” in opposizione all'assimilazione (l'osservanza religiosa non era presa in considerazione), l'accento sefardita, “virile” e adatto ai pionieri, per il nuovo ebraico in opposizione all'ebraico ashkenazita, un popolo ‘yivrì in opposizione al distorto carattere dell'ebreo diasporico yehudì, il ritorno alla natura in opposizione alle mura del ghetto, il ritorno alla terra in opposizione alla vita intellettuale, il portare le armi in opposizione all'impotenza e all'essere indifeso dell'ebreo della diaspora, l'ammirazione per la gioventù in opposizione a quella dei padri, l'idealizzazione del sabra, il nuovo ebreo nato in Terra d'Israele, sano nel corpo e nello spirito. Questa ideologia portò, come vediamo bene in tutto il libro di Amos Oz, ad un odio talmente forte per la storia e la cultura ebraiche precedenti il sionismo, che un famoso studioso, Benjamin Harshav, ha parlato del rimanifestarsi dell'“odio di sé” ebraico, una forma di interiorizzazione da parte ebraica dell'odio antisemita. A questo punto crediamo che sia necessario tradurre il termine ebraico ‘ayyiarà con quello yiddish shtetl, ormai entrato nella lingua italiana, soprattutto per merito del noto libro di Claudio Magris Lontano da dove, ma anche, per citare un libro più recente, del volume di Eva Hoffman che si intitola appunto Shtetl. Viaggio nel mondo degli ebrei polacchi (Einaudi 2001). Lo shtetl in senso stretto è la cittadina dell'Europa Orientale abitata da una grande percentuale di ebrei, ma in senso lato questa parola è passata a rappresentare tutto il mondo della cosiddetta yidishkayt, con i suoi conflitti e la sua vitalità, e che naturalmente era l'epicentro della cultuea yiddish, che gli illuministi ebrei chiamavano jargon, gergo. Non è un caso che tra gli intellettuali della prima metà del secolo, in particolari tra scrittori e pittori, si fosse diffuso il movimento dei cananei, che si proponeva come scopo quello di ricercare in Terra d'Israele le radici pre-ebraiche e in questo modo negava duemila anni di storia ebraica nella diaspora. Quando Amos Oz dice di suo padre che era un po' cananeo, si riferisce esattamente a questo distacco rivoluzionario dall'ebraismo oltre che dalla vita nella diaspora. In questo senso ben si comprende perché i fratelli Klausner amassero in Tchernichovsky poprio il fatto che sembrasse un goi, cioè non ebreo. È una naturale conseguenza che Sha"y Agnon, secondo questa chiave interpretativa, andrà accomunato a Bialik, all'ebreo diasporico, ancora troppo ebreo e troppo poco israeliano. Eppure sarà proprio di Agnon che la madre di Oz dirà «Quell'uomo capisce molto e vede molto» [p. 98]. È come se in realtà questa contrapposizione Klausner / Agnon fosse la stessa che esiste tra il padre e la madre dell'autore. Viene narrata di fatto la tragedia di una generazione che ha perso un mondo, quello dell'esilio, è vero, ma non concepito solo in termini negativi se non a prezzo di una falsificazione storica. Quel mondo non può più esistere neanche nella nostalgia, perché è stato distrutto e ha lasciato dietro di sé un trauma inguaribile. E viene raccontata anche un'altra tragedia, che la Israele di oggi tende a dimenticare, e cioè quella degli intellettuali ebrei europei che giunti in Israele erano costretti a lavori umili, a una vita di stenti, e che tuttavia accettarono grandi sacrifici in vista della costruzione dello Stato Ebraico.

            Il libro di Amos Oz meriterebbe, più che una recensione, un libro di note e osservazioni, tale è il potere evocativo che possiede. Memorabili sono le pagine dedicate ad Agnon, o quelle sulla poetessa Zelda, ma anche quelle sul rapporto con gli arabi, e i ricordi personali, molti dei quali sono ripresi da altre sue opere sia di narrativa (Soumchi, Una pantera in cantina, Mikhael mio, Il monte del cattivo consiglio) sia di carattere saggistico (Sotto la potente luce blu, Tutte le speranze), che speriamo presto di poter vedere tradotte in italiano. Il tutto viene costruito in una trama coerente, dove le ripetizioni fanno parte di una scelta ironica, priva di sentimentalismo. Questo libro è una summa dell'opera di una vita di Amos Oz, che si conferma uno degli scrittori israeliani più interessanti, e che tra impegno politico e racconto del privato ci ha offerto una narrazione che si potrebbe definire epica di una parte importante della storia ebraica nello Stato d'Israele.

 

Un'ultima nota è necessaria. Non condividiamo la scelta operata nella traduzione di neutralizzare o eliminare gli elementi ebraici. L'esempio già citato è quello di “borgo ebraico” al quale noi preferiamo shtetl, ma anche di “Pasqua” per Pesakh oppure “Pasqua ebraica”, “papalina” per kippà o “zucchetto”. Numerose sono le imprecisioni nelle trascrizioni di nomi e termini yiddish, come bortsh per borsht, fino ad arrivare a Katmon per Katamon, noto quartiere di Gerusalemme, a Dov Sedan per Dov Sadan, allo sconosciuto Deghigan [p. 460] al posto del celebre attore del teatro yiddish che ha ancora oggi molti ammiratori affezionati Dzhigan, e al parashtendiker kind che probabilmente sarebbe più comprensibile se fosse farshtendiker kind [ad es. a p. 417]. I casi citati sono una piccola parte di quelli che abbiamo riscontrato. È chiaro che gli errori sono un fatto naturale in ogni traduzione, si tratta tuttavia di un elemento che rende spiacevole la lettura di un romanzo scritto con tanta passione. Siamo dell'opinione che sia preferibile lasciare il più possibile le caratteristiche ebraiche di un libro, aggiungendo eventualmente un glossario alla fine del libro, proprio perché il messaggio dell'autore possa essere trasmesso rispettando la potenza della sua espressività, anche a costo di scontentare qualche lettore.

(da Israele.net)

 

La scatola nera 

Casa editrice Feltrinelli

Alec e Ilana non si parlano da sette anni. Il divorzio è stato brutto, le emozioni in gioco crudeli. Lui si è trasferito negli Stati Uniti ed è diventato famoso per i suoi studi sul fanatismo religioso; lei è rimasta in Israele e si è risposata con un ortodosso. Alec e Ilana hanno un figlio, Boaz, disconosciuto dal padre per un'estrema offesa verso la moglie. Boaz ormai è un adolescente irrequieto, chiama la madre 'puttana' e, dopo ripetuti scatti di violenza, si fa buttare fuori da scuola. Ilana, dopo anni di silenzio, scrive ad Alec per chiedergli aiuto. Come nella scatola nera che contiene le spiegazioni dei disastri aerei, così nelle lettere scambiate tra i diversi personaggi si trovano le ragioni della loro catastrofe. La crudeltà delle parole cela una profonda sofferenza. La moglie infedele, il marito arrogante, il figlio ribelle, l'ortodosso: tutti feriscono se stessi e gli altri nella lotta per l'esistenza, in un paese senza compassione. La scatola nera è uno dei migliori romanzi di Amos Oz e rivela un ricchissimo spettro di emozioni, dispiegato senza pudori. 

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            «Come dopo un incidente aereo, ci siamo messi a decifrare, per corrispondenza, il contenuto della scatola nera.» Da qui prende il titolo questo romanzo di Amos Oz, apparso nel 1987, un romanzo epistolare, una storia d'amore, sembra, ma in realtà piuttosto un testo profondamente politico, come la maggior parte delle opere di questo autore.

            La vicenda è ambientata infatti nel 1976, alla vigilia della famosa svolta (mahapakh), quella per antonomasia, la più significativa all'interno della storia politica dello Stato d'Israele. Il 17 maggio del 1977 si assiste infatti ad una storica sconfitta del Partito laburista che porta alla vittoria del Likud guidato da Menahem Begin. Cito dal libro di Fausto Coen, Israele: quarant'anni di storia (Marietti 1991, ma ne è recentemente apparsa un'edizione aggiornata): «Le ragioni di questa svolta, sono più d'una. Ha certamente pesato una maggiore presa di coscienza della popolazione «sefardita» che ha inteso ribellarsi alla egemonia politica, culturale, amministrativa dell'establishment ashkenazita. Ha nuociuto ai laburisti il crescere di una sfiducia qualunquista, che ha favorito le «maniere forti» e le «rivendicazioni nazionalistiche» della destra». Sembra che La scatola nera sia esattamente la versione romanzata di questo passaggio. Ilana, che si è risposata con un ebreo di origine sefardita e osservante (Michael Sommo), scrive al suo ex-marito (Alexander Gideon) per chiedergli di aiutarla e aiutare loro figlio, Boaz, un ragazzo problematico, insofferente, incapace di concentrarsi a scuola e di inserirsi nell'ordine costituito. In questo modo Ilana da inizio ad una corrispondenza che porta a ripercorrere tutte le tappe della loro vita passata, ad aprire, appunto, la scatola nera. Al tempo stesso, viene raccontata la trasformazione di Michael Sommo da modesto insegnante di francese in intraprendente protagonista di un nazionalismo religioso messianico che lo porta a investire nell'acquisto di terreni nei territori occupati durante la Guerra del '67. La tentazione di vedere nei personaggi degli stereotipi e dei simboli è fortissima: Alexander Gideon, l'ebreo ashkenazita intellettuale laico, ormai scettico su tutto, privo di “fede”, viene contrapposto a Michael Sommo, il sefardita religioso, più spontaneo e brutale, caratterizzato da una “fede” appassionata. In mezzo è Ilana, lo Stato d'Israele, deluso e abbandonato da una élite ashkenazita che ha perso progettualità e coraggio e si è chiusa in una vita intellettuale distante dalla realtà. Boaz, il figlio, sembra l'unione di passato e futuro, un ragazzo primitivo in un certo senso, che tenta di liberarsi delle nevrosi dei genitori, che è restio alle ideologie, che, come il Boaz del Libro di Ruth nella Bibbia, è in contatto con la terra, la lavora e la ama al di fuori di ogni calcolo e speculazione, e ripara, costruisce, restaura, aggiusta. È nelle ultime pagine del romanzo che la storia personale e l'analisi politica trovano la loro sintesi e il loro culmine: in una lettera Alexander Gideon traccia il disegno di una società minacciata dal fondamentalismo religioso: «Per nove anni ho combattuto con Machiavelli, confutato Hobbes e Locke, disfatto Marx dalle cuciture, ansioso di dimostrare una volta per tutte che non sono né l'egotismo né l'annichilimento né la violenza insita nella nostra natura a trasformarci in una specie che si autodistrugge. Noi distruggiamo noi stessi (e ben presto cancelleremo definitivamente tutti i nostri simili) proprio in conseguenza delle “nobili aspirazioni” che abbiamo forgiato: a causa della malattia religiosa. A causa del bisogno impellente di essere “salvati”. Della follia di redenzione. Che cosa è in fondo la follia della redenzione? Solo una maschera della completa assenza di basilare propensione alla vita. Quella di cui è dotato qualunque gatto.» L'ultima voce che sentiamo è quella di Ilana, la donna contesa e che si dibatte per l'amore di entrambi gli uomini, che sogna, addolorata, di dormire con entrambi, di vedere l'ashkenazita e il sefardita finalmente rappacificati. «Quand'ero piccola, figlia di immigranti che lottava con i resti del suo ridicolo accento e delle sue abitudini straniere, mi lasciai incantare dalle vecchie canzoni dei pionieri [...] Come se di lontano mi rammentassero un giuramento di fedeltà. Come se dicessero che c'è una terra, ma noi non l'abbiamo trovata. Qualche buffone calzato si è intrufolato facendoci detestare ciò che avevamo trovato. Distruggendo tutto ciò che c'era di prezioso e non tornerà più. Trascinandoci verso qualche miraggio finché non siamo sprofondati nella melma della palude e la tenebra è calata su di noi. Mi ricorderai nelle tue preghiere? Di' per favore a nome mio che attendo pietà.» È con questa preghiera e il sogno di riappacificazione e di pietà che si conclude il romanzo.

            A questo punto è necessario ricordare che Amos Oz è uno degli scrittori israeliani più impegnati nel movimento di Shalom akhshav (Pace adesso, nato nel 1978). Spesso nelle sue opere, sia quelle di carattere saggistico che in quelle letterarie, come anche nei suoi interventi nella stampa, il suo impegno politico si esprime in modo forte. La sua critica è a volte spietata, ma è anche il segno di una società, quella israeliana, profondamente democratica, aperta al dibattito più acceso, pronta a rimettersi continuamente in discussione, capace di assistere alla frantumazione delle ideologie più radicate e dei propri miti. Un libro come La scatola nera nel 1987 ha avuto certamente un impatto forte. Tradurlo oggi, nell'infuriare della II Intifada, può sembrare offrire l'occasione ad una facile strumentalizzazione. In realtà si tratta di una ulteriore prova del fatto che la società israeliana è, come tutte, con le sue peculiarità, complessa, piena di conflitti, di tensioni, di problemi, ma anche estremamente vitale, in continua trasformazione e con una voglia di normalità che ora sembra più che mai lontana.

(da Israele.net)

 

Lo stesso mare 

Casa editrice Feltrinelli

Una grande, commovente sorpresa - questa la prima impressione suscitata dal nuovo libro di Amos Oz. Per dire la verità, ultimamente i suoi lavori erano sembrati incanalati in una sorta di sicura e proficua routine, e davano l'idea della fatica, per non dire dell?impasse. E ora è uscito Lo stesso mare, un libro audace nella forma, rivelatore nel contenuto, leggero e divertente sì, ma, allo stesso tempo, eccitante, penetrante e agghiacciante.
La prima, sorprendente innovazione è nell'aspetto del testo: una successione di brevi e brevissime sezioni, alcune delle quali vere poesie, altre arrangiate in forma metrica, come una prosa poetica, tutte leggibili con un piacere sensuale. Le sezioni sono scritte in vari registri linguistici - che vanno dal vibrante linguaggio israeliano contemporaneo, pieno di forme idiomatiche, a versi quasi biblici, intensi e concentrati come cristalli. Tuttavia è evidente che ogni riga è il risultato di uno straordinario sforzo di raggiungere l'obiettivo con un linguaggio raffinato, forse in accordo a una frase emblematica dell'autore che, parlando tra sé e sé, esprime la sua gratitudine per tutto ciò che ha ricevuto dalla vita e conclude con: "Non sarebbe male lasciare qualche bella riga in cambio".
Lo stesso narratore, che io qualche volta chiamo "il narratore fittizio", con un omaggio ironico alla mia conoscenza del linguaggio della critica letteraria, è solo una delle molte voci del coro che si sentono nel libro. L'ordito della storia passa alternativamente da un carattere all'altro, e a volte il lettore deve fare uno sforzo per capire chi sta parlando in quel momento e a chi. Se si aggiunge a questo: i frequenti salti tra presente e passato; il carattere deliberatamente oscuro e ambiguo della realtà narrativa, così che non è sempre chiaro cosa è reale e cosa è fittizio e illusorio; la transizione tra settori descrittivi e settori in cui vengono riferiti monologhi interni, memorie, sogni, conversazioni telefoniche e lettere reali o immaginarie - l'effetto potrebbe essere quello complesso e intricato di un sofisticato lavoro al telaio.
Ma questa complessità è depistante, perché la profusione di forme letterarie, stili svariati e voci mutevoli si sovrappongono su una trama semplice e chiara, che il lettore può ricostruire senza troppo difficoltà. Si tratta di una storia intima, quasi banale, che ha per protagonista Albert Danon, un commercialista di mezza età, un uomo incolore e posato che vive a Bat Yam. Sua moglie Nadia è morta recentemente di cancro, e suo figlio Rico è partito per un viaggio alla scoperta di sé nel lontano Oriente. La fidanzata di Rico, Dita Anbar, che sta cercando di promuovere la produzione della sceneggiatura di un film scritta da lei, è coinvolta in una storia con Ruby Dombrow, un piccolo, insignificante produttore che la corteggia invano, ma che tuttavia la convince a consegnargli tutto il suo denaro, forse per disonestà o più probabilmente per semplice incompetenza. Allo stesso tempo la ragazza ha una relazione sessuale con Gigi Ben-Gal, amico di Rico e incarnazione del classico israeliano di successo - grossolano e pieno di sé. Tutta la storia ha il suo asse portante nella relazione tra Dita e Albert, che divide con lei i crucci e la casa. Il sentimento erotico che gli suscita, con sua vergogna, all'inizio sembra quasi che possa distruggergli la vita, ma piano piano diminuisce di intensità e la loro relazione diventa di tipo paternalistico, con l'uomo anziano che aspetta con ansia il ritorno del figlio e protegge la giovane donna che spera possa diventare un giorno la madre dei suoi nipoti.
Ma questo non è tutto, poiché la storia si divide in tante sotto-storie, come gli episodi della vita di Nadia - la sua infanzia, il suo primo, sfortunato matrimonio con un generoso mercante di stoffe, i mesi della sua malattia e della lenta morte; l'amicizia di Albert con la ragioniera vedova Betine Carmel; i suoi tentativi di evocare lo spirito della moglie con l'aiuto di una negromante greca di Jaffa; le peregrinazioni dello spirito inquieto di Nadia che si reca a visitare il marito e il figlio; le avventure di Rico in Tibet, India e Sri Lanka, e in particolare la sua relazione con la materna prostituta portoghese Miriam, e con un bambino abbandonato che egli prende sotto la sua protezione; la storia del muratore Elimelech, un appassionato d'opera lirica, che un giorno improvvisamente si impicca, e tanto altro ancora.
Tutte queste storie si intrecciano l'una nell'altra con agilità e fascino, e con una buona dose di umorismo - un ingrediente piuttosto raro nei romanzi di Oz. L'umorismo in questo libro appare inaspettatamente, per esempio nella coinvolgente descrizione dei rapporti sessuali tra Nadia e il suo primo marito e tra Dita e Gigi. In un contesto più ampio, si può trovare nel libro la parodia dei diversi tipi e aspetti della pesante e frenetica realtà israeliana, popolata da imprenditori forzati e indovini, cineasti falliti e scaltri agenti immobiliari, democratici in cerca di giustizia e giovani alla ricerca di significato in India.
Ma dall'interno di questa ribollente commedia umana, con la sua pletora di assurde manifestazioni, emerge una verità esistenziale ferma e immutabile. Questa è una verità che la maggior parte dei personaggi esprime formalmente o rappresenta in maniera involontaria. Per esempio, Rico che vaga nelle nevi del Tibet, medita tra sé: "Oggi ciascuno è obbligato ad aspettare la sua morte chiuso in una gabbia separata. Anche tu, il tuo vagabondare, la tua ossessione di andare e fare esperienze, è un modo di trascinarti appresso la tua gabbia, fino ai confini dello zoo. Ognuno e la sua prigione. Una gabbia chiusa separa l'uno dall'altro".
E questo è come Betine descrive ad Albert come lei goda nelle notti di venerdì, dormendo nello stesso letto con i suoi due nipoti: "Il venerdì notte loro dormono sempre con me, uno da una parte e uno dall'altra. Io li proteggo entrambi dai brutti sogni e dal freddo, ed essi mi proteggono dalla solitudine e dalla morte". Decine di espressioni come queste, sulla certezza della vicinanza della morte, sono sparse in tutto il libro, come un'ombra oscura che accompagna ogni azione umana, e sono particolarmente impressionanti se espresse nei momenti del piacere fisico, dal mangiare olive saporite al fare sesso.
Ogni tanto il narratore guarda i suoi personaggi e se stesso, e si duole del giudizio che li attende: "Alla fine ognuno rimane solo: quei contadini dal petto villoso e Tzilah, e Betine, e Albert, e anche il narratore. Colui che scala le montagne del Tibet e colui che siede tranquillamente nella sua stanza a ricamare. Essi vanno e vengono e vedono e vogliono, fino a che non chiudono e se ne vanno. Silenzio".
Capire il carattere, l'identità e il ruolo del narratore è forse la chiave per capire il libro. Prima di tutto, il narratore presenta se stesso come un personaggio fittizio. Inoltre egli è anche un amico o un conoscente di alcuni dei protagonisti - visita la casa di Albert, chiacchiera al telefono con Betine, incontra Dita che lavora nell'albergo in cui egli risiede, e cose simili. Secondariamente, alcuni dei caratteri sono consapevoli di essere dei prodotti dell'immaginazione del narratore. E terzo, tuttavia, tutti i fatti biografici che vengono riferiti al narratore sono perfettamente coerenti con gli avvenimenti della vita dello stesso Amos Oz, dalla sua infanzia a Gerusalemme alla sua attuale residenza in Arad, compresi i dettagli sui suoi genitori e i suoi figli.
Voleva forse Amos Oz trasformare se stesso in un protagonista del suo libro, e applicare a se stesso tutte le regole del mondo della narrazione? Io penso che sia vero il contrario. In altre parole, ognuno dei caratteri fittizi è una proiezione o un'espansione di alcuni dei tratti del vero scrittore, che a volte trova conveniente parlare di se stesso direttamente, e a volte preferisce esprimere i vari aspetti della sua vita e della sua personalità proiettandoli sulle creature della sua immaginazione. Pertanto io credo che Lo stesso mare sia essenzialmente autobiografico, apertamente o in maniera coperta. La complessa (e a volte eccessiva) autocoscienza della struttura letteraria, l'eleganza del linguaggio e le espressioni auto-ironiche hanno l'unico scopo di servire come maschere, una sorta di meccanismo di difesa, che rende più facile indulgere in questo tipo di spogliarello dell'anima.
L'aspetto più commovente del libro è, dal mio punto di vista, il modo nel quale Amos Oz rivela, quantunque con cautela e controllo, stralci della sua infanzia e giovinezza, nonché della sua vita attuale di celebre autore. "Presto avrà sessant'anni, questo narratore", dice di se stesso in uno dei capitoli chiave del libro, e forse solo adesso, quando ha la stesso età del padre al momento della morte, e il suo corpo mostra i segni dell'età, egli trova la forza di portare alla luce il profondo, amato e doloroso dialogo interno che continuamente intrattiene con i genitori morti. Prima di tutto c'è il dialogo pieno di tensione con la madre, Fania, che solo in minima parte è rivelato direttamente (per esempio quando scopre il nomignolo affettuoso con il quale era solita chiamarlo da piccolo), e per lo più è espresso nella relazione tra Rico e la madre morta Nadia, nel cui utero egli sogna di tornare.
La tensione tra l'esposizione di sé e la forma artistica è riflessa anche dalla ricca tessitura delle allusioni e delle referenze ad altri lavori letterari. Ci sono echi di racconti biblici (in particolare le storie di Re Davide e delle donne della sua vita, così come il Cantico dei Cantici, Giobbe e l'Ecclesiaste) della mitologia greca (Ulisse e Penelope, Orfeo e Euridice) e in particolare del Nuovo Testamento e della vita di Gesù. Ci sono velate allusioni anche alla letteratura ebraica, dalla poesia di Rachel al dramma poetico di Hanoch Levin, i romanzi di Yehoshua (Molcho, Ritorno dall'India) e le poesie di Tel Aviv di Meir Wieseltier, per non parlare delle menzioni autobiografiche alle precedenti creazioni di Oz. Ognuna di queste allusioni meriterebbe un discorso separato, ma io penso che la più istruttiva di tutte sia la nascosta e profonda rete di relazioni tra Lo stesso mare e la raccolta di poesie di Nathan Alterman Summer Festivity, che è stato pubblicato nel 1965, lo stesso anno nel quale Oz ha scritto il suo primo libro, Quando gli sciacalli ululano. Ognuno di questi è un lavoro lirico, molto eterogenei come materiali e come forme, combinantesi in una trama romanzata melodrammatica con brevi parte di pensiero esistenziale. Allo stesso tempo si sente in entrambi la forte presenza dell'autore che esamina la sua vita e i suoi primi lavori con l?ironia e il buon senso guadagnati con gli anni.
In questa recensione mi è impossibile illustrare l'abbondanza degli specifici parallelismi tra questi due lavori. Forse dovrei solo dire che così come l'inventiva e la mancanza di convenzioni di Summer Festival ha rappresentato l'indiscussa replica del cinquantacinquenne Alterman ai suoi lettori e ai suoi critici che lo consideravano già scomparso, allo stesso modo il profondo e pregnante Lo stesso mare di Amos Oz vuole segnare l'inizio di un periodo di rigenerazione del suo lavoro nel momento in cui si avvicina ai sessant'anni.
(da
Musa)

 

Michael mio 

Casa editrice Feltrinelli

"Scrivo questa atoria perchè le persone che ho amato sono morte. Scrivo questa storia perchè quando ero giovane avevo una grande capacità di amare, e ora questa capacità di amare sta morendo. Ma io non voglio morire." Inizia cisì il racconto di prima persona di Hannah, la storia del suo matrimonio e del suo fallimento. Quella che è stata definita una moderna Bovary israeliana è una studentessa di letteratura ebraica, all'università ha conosciuto un geologo, Michael Gonen, si sono frequentati, poi sposati, ma via via si è approfondita la distanza tra loro, fino al punto di concludere:"qualcosa è cambiato in questi tristi anni". La narrazione tutta femminile di Oz procede con uno stile breve, spezzato, quotidiano, che sonda i pensieri più nascosti e le emozioni più profonde nella confessione della protagonista. Con rara abilità riesce a cogliere le minime sfumature del carattere e dei sentimenti, ne sviscera con lucidità e delicatezza i motivi di frustrazione e sofferenza, arriva alle origini del progressivo chiudersi di Hannah in un mondo trepidante e sospeso, carico di fremiti e incubi, nel quale il "suo" calmo, quasi apatico Michael non riuscirà mai a penetrare. Sullo sfondo di questo autentico romanzo psicologico si staglia intanto la città della giovane donna, una Gerusalemme su cui incombe lo spettro della guerra, da poco terminata ma sempre in agguato.

 

Soumchi 

Casa editrice Mondadori

Non è un caso se Soumchi, il protagonista di questo romanzo, è stato paragonato a Tom Sawyer. Come lui, infatti, ama l'avventura, è sempre impegnato in curiosi baratti e combatte una guerra perpetua contro gli adulti, "padroni" dei quali si può eludere la sorveglianza, per poi farci i conti quando la si combina grossa. Sullo sfondo della Gerusalemme occupata dagli inglesi, in quello che sta per diventare lo Stato di Israele, un romanzo di straordinaria ironia e di poetica leggerezza, che si svolge tutto in un giorno e che parla di monellerie, primi amori, bulli implacabili, cani in fuga, treni elettrici e zii traffichini, visti con gli occhi di un undicenne sognatore.

 

Conoscere una donna 

Casa editrice Feltrinelli

Yoel è un uomo del servizio segreto israeliano. Ha imparato la sottile arte dell'ascoltare, del guardare e dello scoprire. Dopo la morte della moglie in un incidente, si ritrova solo di fronte a una realtà ben altrimenti misteriosa: chi era veramente sua moglie Ivria, su quali segrete complicità si basava il loro rapporto? E ancora: di che pasta è fatta sua figlia, come provare a capirla e venirle incontro? Dopo le dimissioni dai servizi segreti Yoel crede per un attimo di poter applicare alla propria esistenza modo e metodi appresi nei lunghi anni di esercizio: appostamenti, confidenze rubate, induzione e deduzione. Eppure c'è qualcosa che continua a resistergli. E' come se i suoi occhi dovessero trovare una diversa, difficile, dolorosa messa a fuoco. Cominciando a lasciarsi contaminare dai piccoli eventi della quotidianità, nonché dai molti diversi personaggi che la abitano, dietro il mistero Yoel scopre una totale spaesante assenza di mistero. "Conoscere una donna" è uno dei capolavori della letteratura israeliana, una sorprendente e inconsueta storia d'amore.

 

Fima 

Casa editrice Bompiani

Con il suo impareggiabile occhio, beffardo e impietoso, Oz segue la vita quotidiana di Efraim, detto Fima, cinquantatreenne che lavora alla reception di una clinica ginecologica a Gerusalemme. Dopo essersi lasciato alle spalle le ambizioni di poeta e il matrimonio con Yael, Fima si divide fra dissertazioni su vita, politica, sesso e storia, fra litigi con il vecchio padre, incontri consolatori con donne sposate e frequenti diverbi con chiunque non la pensi come lui su Rabin e Shamir, su cristianesimo e antisemitismo, o semplicemente sulla bellezza delle donne. Ma la morte improvvisa del vecchio padre porterà in eredità a Fima una serie di interrogativi di difficile risoluzione.

 

In terra di Israele

Casa editrice Marietti

 

Note biografiche

Amos Amos Oz è nato nel 1939 a Gerusalemme. A sedici anni, dopo il suicidio della madre, è andato a vivere in un kibbutz. Cresciuto in un ambiente profondamente colto, sin dalla più piccola età frequentò personaggi del calibro di Agnon: un microcosmo di scrittori, poeti e intellettuali dal quale pure fuggì, alla ricerca dell' "ebreo nuovo", andando a vivere in un kibbutz. Abbandonato il kibbutz nel 1986, vive oggi ad Arad ed è professore di Letteratura all'Università Ben Gurion.

 

 

La  Giuntina editrice