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Amos Oz
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Una pantera in cantina. Chi non ha tradito almeno una volta? |
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Una storia di amore e di tenebra |
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Soumchi |
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Conoscere una donna |
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Una pantera in cantina. Chi non ha tradito almeno una volta?
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Una storia di amore e di tenebra Casa editrice Feltrinelli Amore e tenebra sono due delle forze che agiscono in questo libro, un'autobiografia in forma di romanzo, un'opera letteraria complessa che comprende le origini della famiglia di Oz, la storia della sua infanzia e giovinezza prima a Gerusalemme e poi nel kibbutz di Hulda, l'esistenza tragica dei suoi genitori, una descrizione epica della Gerusalemme di quegli anni, di Tel Aviv che ne è il rovescio, negli anni trenta, quaranta e cinquanta. La narrazione si muove avanti e indietro nel tempo, scavando in 120 anni di storia familiare, una saga di rapporti d'amore e odio verso l'Europa, che vede come protagonisti quattro generazioni di sognatori, studiosi, uomini d'affari falliti e poeti egocentrici, riformatori del mondo, impenitenti donnaioli e pecore nere. Questa vasta galleria di personaggi mette a punto una sorta di "cocktail genetico" da cui nascerà un figlio unico, nutrito di fantasia, che in un fatale momento di rivelazione, avvenuta attraverso un dolore scioccante e atroce, scoprirà di essere un artista, uno scrittore. Amos Oz ci consegna la storia della sua infanzia e adolescenza - colma di aspirazioni poetiche, zelo politico e una paura costante di un altro genocidio degli ebrei, questa volta nella stessa Israele, a opera degli arabi, degli inglesi, dell'intero mondo cristiano, dell'intero mondo islamico. Il mondo intero, insomma, stava tramando per uccidere tutti gli ebrei, bambini e giovani sognatori fanatici compresi, proprio come era lui. Al centro di questo romanzo autobiografico sta il grande tabù di Oz: il suicidio della madre nel 1952, proprio alla vigilia del suo "bar mitzwah", la cerimonia che segna il momento in cui l'adolescente diventa responsabile delle proprie azioni. L'esplorazione dolorosa e coraggiosa di questa tragedia viene condotta con lucidità, nostalgia e rancore, con pietà e travaglio, con schiettezza e un flusso di coscienza incredibilmente poetico che, con immediatezza, giunge al cuore del lettore. ******* L'uomo
che avrebbe voluto essere un libro. Su
Una storia di amore e di tenebra,
di Amos Oz, trad. di E. Loewenthal, Feltrinelli, Milano 2003, pp. 627. Di
Claudia Rosenzweig
Leggendo il bellissimo libro di Amos
Oz, Una
storia di amore e di tenebra (Gerusalemme 2002), ci si ritrova a
percorrere queste strade e le storie delle persone che le abitarono, ci
si ritrova, in un certo senso, in una autobiografia che diventa storia.
Molte delle recensioni apparse in
occasione della pubblicazione della traduzione italiana di questo libro
hanno riconosciuto il filo rosso della narrazione nel suicidio della
madre dell'autore, Fania. Questo episodio traumatico viene per lo più
considerato come una tragedia intima, personale, simile per tema a
quella rappresentata nel romanzo di Amos Oz Mikhael
shelì (trad. it. Mikhael mio,
Bompiani) e in The Hours di
Michael Cunningham (Le ore,
anch'esso Bompiani).
In questa nostra nota vorremmo invece soffermarci su un'altra possibilità
di lettura, un altro filo conduttore della vicenda raccontata da Amos Oz,
la trasformazione cioè del popolo ebraico in nazione (per riprendere il
titolo di un bel libro sulla storia ebraica dell'Europa Orientale nel
XIX secolo recentemente pubblicato da Israel Bartal, storico
dell'Università Ebraica di Gerusalemme) e i conflitti che in questa
trasformazione si sono venuti a formare. Questa del resto è forse la
parte meno “universale” dell'autobiografia, più “ebraica” e
quindi più particolare. I personaggi di questo racconto sono veri e
poco noti al lettore italiano, ma dal momento che ritornano sia in altre
opere narrative che in articoli e saggi di Amos Oz, probabilmente la
loro importanza per l'autore stesso non è secondaria. A noi sembra che
questo libro possa essere letto come un percorso
tra esilio e esistenza nazionale, tra romanticismo e cinismo, tra
rivoluzione e continuazione nella storia ebraica, tra costruzione di
miti e loro distruzione, vissuti non come poli opposti e nemici - per
quanto di fatto lo siano stati e lo siano tuttora - ma come se fossero
parte di una dialettica inevitabile che accompagna l'identità ebraica
fino al giorno d'oggi, senza risolversi. È un tema comune ad altri
autori contemporanei, come Hayim Be'er (il suo bellissimo libro Havalim
è in corso di traduzione per i tipi di Giuntina) e Yehoshua Kenaz (di
lui in italiano si possono leggere Fra
la notte e l'alba, pubblicato da Marsilio, e Ripristinando
antichi amori, Mondadori), che fa dire a un suo personaggio «Il tuo
corpo è rimasto ebraico. Ancora non sa che sei diventato israeliano».
Questo tema ci accoglie subito nelle
prime pagine del libro, in un passo che ricorre spesso nei libri di Amos
Oz, ad esempio nel brano autobiografico Me-eyfo
ani ba (Da dove vengo),
in Be-’or tkhelet he‘aza
(Sotto la potente luce blu,
Keter, Jerusalem, 1979,
pp. 195-219 e in particolare pp. 201 segg.), che compare quasi con le
stesse parole in Una storia di
amore e di tenebra: «I libri riempivano tutta casa nostra: mio
padre era in grado di leggere sedici o diciassette lingue e di parlarne
undici (tutte con accento russo). Mia madre aveva dimestichezza con
quattro o cinque, e ne leggeva sei, otto. Fra loro, conversavano in
russo e in polacco, quando non volevano farsi capire da me [...]. Quanto
a me, mi insegnarono solo e soltanto l'ebraico: forse temevano che la
conoscenza delle lingue esponesse anche me alle seduzioni della
meravigliosa e letale Europa» [p. 8 della trad. it., leggermente
cambiata]. Come contrasto a questi “intellettuali ebrei diasporici”,
«da qualche parte, oltre le montagne, stava maturando una nuova razza
di ebrei-eroi, di una specie abbronzata e robusta, taciturna e operosa»
[p. 11].
Si tratta dello stesso
conflitto che, visto da
un'angolazione diversa, si manifesta nuovamente negli episodi narrati da
Amos Oz sulla figura dello zio, Yosef Klauzner, famoso storico della
letteratura ebraica e professore dell'Università Ebraica di
Gerusalemme. In poche righe troviamo concentrati i temi cui abbiamo
accennato prima. Ecco il
passo in questione, del quale abbiamo cambiato la traduzione
inserendo termini in corsivo che verranno spiegati in seguito:
«Mio padre, sulle orme dell'esimio zio Yosef, preferiva il riccioluto
Tchernichovsky al calvo Bialik, che considerava un poeta troppo ebraico
(yahadutì), un po'
diasporico, “femmineo”, mentre in Tchernichovsky
mio padre vedeva il poeta ebraico (‘ivrì)
per eccellenza - cioè virile, un poco monello, un poco non-ebreo (goyì),
sensibile e ardito, un poeta sensuale-dionisiaco, un “allegro
ellenico”, come lo chiamava zio Yosef (ignorando completamente la sua
tristezza ebraica di Tchernichovsky e quel'anelito così ebraico di
ellenizzare un po'). In Bialik mio padre vedeva il poeta dell'infelicità
ebraica, del mondo di ieri, dello shtetl,
della miseria, dell'impotenza e della misericordia (a parte Il
rotolo del fuoco, I morti del
deserto, Nella città del
massacro, poiché là, così diceva papà, là Bialik ruggisce
proprio).
Come molti ebrei sionisti suoi
contemporanei, mio padre era un po' cananeo, sotto sotto: lo shtetl
e tutto ciò che a esso apparteneva, e financo i rappresentanti dello shtetl
nella nuova letteratura, Bialik e Agnon, lo imbarazzavano, se ne
vergognava. La sua ambizione era che tutti noi rinascessimo daccapo,
fieri, robusti, abbronzati, europei-ebrei (‘ivrì)
e non più ebrei (yahadutì)
dell'Europa Orientale. Durante la maggior parte della sua vita mio padre
provò avversione per lo yiddish, che chiamava “gergo” (jargon).
Bialik era secondo lui il poeta della povertà, di un'“agonia
storica”, mentre Tchernichovsky annunziava l'alba del domani che si
prospettava per noi, l'alba “di coloro che conquistano Canaan con la
tempesta”» [cap. 7, pp. 52-53 della versione italiana]. Come abbiamo
accennato, questo brano può ben rappresentare un riassunto di quanto è
successo nella storia ebraica nel XX secolo, ed è forse utile offrire
al lettore italiano qualche breve spiegazione dei riferimenti presenti.
Saul Tchernichovsky (1875-1943) è considerato il poeta del risorgimento
e del romanticismo ebraico, il poeta della presenza della terra, della
fisicità, del ritorno a Canaan. Hayim Nahman Bialik (1873-1934) è il
poeta di un rinascimento ebraico che non è mai frattura con la storia
ebraica. Il suo ebraico è ricchissimo perché Bialik si è formato sui
testi della Tradizione fin dall'infanzia. Di lui è apparsa recentemente
in una bellissima traduzione italiana la raccolta La
tromba e altri racconti (traduzione, introduzione e note di Antonio
di Gesù, Giuntina, Firenze 2003). Nel
testo citato compare inoltre la dicotomia yehudì
/ ‘ivrì, molto difficile
da rendere in italiano, ma che occorre spiegare. Yehudì,
da cui la parola Jude, giudeo,
etc., è il termine con il quale gli ebrei chiamano se stessi nella
storia ebraica, e yahadut è
l'ebraismo. Il termine italiano giudeo
ha però una connotazione fortemente negativa. ‘Ivrì,
da cui il termine italiano ebreo,
è il termine che compare nel libro della Genesi riferito ad Abramo. Con
il formarsi dell'ideologia sionista e il formarsi dello yishuv,
gli insediamenti ebraici in Palestina prima della fondazione dello
Stato, si crearono forti opposizioni: il sionismo in opposizione alla
soluzione socialista nella Diaspora, la cultura ebraica “laica” in
opposizione all'assimilazione (l'osservanza religiosa non era presa in
considerazione), l'accento sefardita, “virile” e adatto ai pionieri,
per il nuovo ebraico in opposizione all'ebraico ashkenazita, un popolo ‘yivrì
in opposizione al distorto carattere dell'ebreo diasporico yehudì,
il ritorno alla natura in opposizione alle mura del ghetto, il ritorno
alla terra in opposizione alla vita intellettuale, il portare le armi in
opposizione all'impotenza e all'essere indifeso dell'ebreo della
diaspora, l'ammirazione per la gioventù in opposizione a quella dei
padri, l'idealizzazione del sabra,
il nuovo ebreo nato in Terra d'Israele, sano nel corpo e nello spirito.
Questa ideologia portò, come vediamo bene in tutto il libro di Amos Oz,
ad un odio talmente forte per la storia e la cultura ebraiche precedenti
il sionismo, che un famoso studioso, Benjamin Harshav, ha parlato del
rimanifestarsi dell'“odio di sé” ebraico, una forma di
interiorizzazione da parte ebraica dell'odio antisemita. A questo punto
crediamo che sia necessario tradurre il termine ebraico ‘ayyiarà
con quello yiddish shtetl,
ormai entrato nella lingua italiana, soprattutto per merito del noto
libro di Claudio Magris Lontano
da dove, ma anche, per citare un libro più recente, del volume di
Eva Hoffman che si intitola appunto Shtetl.
Viaggio nel mondo degli ebrei polacchi (Einaudi 2001). Lo shtetl
in senso stretto è la cittadina dell'Europa Orientale abitata da una
grande percentuale di ebrei, ma in senso lato questa parola è passata a
rappresentare tutto il mondo della cosiddetta yidishkayt,
con i suoi conflitti e la sua vitalità, e che naturalmente era
l'epicentro della cultuea
yiddish, che gli illuministi ebrei chiamavano jargon,
gergo. Non è un caso che tra
gli intellettuali della prima metà del secolo, in particolari tra
scrittori e pittori, si fosse diffuso il movimento dei cananei,
che si proponeva come scopo quello di ricercare in Terra d'Israele le
radici pre-ebraiche e in questo modo negava duemila anni di storia
ebraica nella diaspora. Quando
Amos Oz dice di suo padre che era un po' cananeo, si riferisce
esattamente a questo distacco rivoluzionario dall'ebraismo oltre che
dalla vita nella diaspora. In
questo senso ben si comprende perché i fratelli Klausner amassero in Tchernichovsky
poprio il fatto che sembrasse un goi,
cioè non ebreo. È una
naturale conseguenza che Sha"y Agnon, secondo questa chiave
interpretativa, andrà accomunato a Bialik, all'ebreo diasporico, ancora
troppo ebreo e troppo poco israeliano. Eppure sarà proprio di Agnon che
la madre di Oz dirà «Quell'uomo capisce molto e vede molto» [p. 98].
È come se in realtà questa contrapposizione Klausner /
Agnon fosse la stessa che esiste tra il padre e la madre dell'autore.
Viene narrata di fatto la tragedia di una generazione che ha perso un
mondo, quello dell'esilio, è vero, ma non concepito solo in termini
negativi se non a prezzo di una falsificazione storica. Quel mondo non
può più esistere neanche nella nostalgia, perché è stato distrutto e
ha lasciato dietro di sé un trauma inguaribile. E viene raccontata
anche un'altra tragedia, che la Israele di oggi tende a dimenticare, e
cioè quella degli intellettuali ebrei europei che giunti in Israele
erano costretti a lavori umili, a una vita di stenti, e che tuttavia
accettarono grandi
sacrifici in vista della costruzione dello Stato Ebraico.
Il libro di Amos Oz meriterebbe, più
che una recensione, un libro di note e osservazioni, tale è il potere
evocativo che possiede. Memorabili sono le pagine dedicate ad Agnon,
o quelle sulla poetessa Zelda, ma
anche quelle sul rapporto con gli arabi, e i ricordi personali, molti
dei quali sono ripresi da altre sue opere sia di narrativa (Soumchi,
Una pantera in cantina, Mikhael
mio, Il monte
del cattivo consiglio) sia
di carattere saggistico (Sotto la
potente luce blu, Tutte le
speranze), che speriamo presto di poter vedere tradotte in
italiano. Il tutto viene
costruito in una trama
coerente, dove le ripetizioni fanno parte di una scelta
ironica, priva di sentimentalismo. Questo libro è una summa
dell'opera di una vita di Amos Oz, che si conferma uno degli scrittori
israeliani più interessanti, e che tra impegno politico e racconto del
privato ci ha offerto una narrazione che si potrebbe definire
epica di una parte importante
della storia ebraica nello Stato d'Israele. Un'ultima
nota è necessaria. Non condividiamo la scelta operata
nella traduzione di
neutralizzare o eliminare gli elementi ebraici. L'esempio già citato è
quello di “borgo ebraico” al quale noi preferiamo shtetl,
ma anche di “Pasqua” per Pesakh
oppure “Pasqua ebraica”, “papalina” per kippà
o “zucchetto”. Numerose sono le imprecisioni nelle trascrizioni di
nomi e termini yiddish, come bortsh
per borsht, fino ad arrivare
a Katmon per Katamon,
noto quartiere di Gerusalemme, a Dov
Sedan per Dov Sadan, allo
sconosciuto Deghigan [p. 460]
al posto del celebre attore del teatro yiddish che ha ancora oggi molti
ammiratori affezionati Dzhigan,
e al parashtendiker kind che
probabilmente sarebbe più comprensibile se fosse farshtendiker
kind [ad es. a p. 417]. I casi citati sono una piccola parte di
quelli che abbiamo riscontrato. È chiaro che gli errori sono un fatto
naturale in ogni traduzione, si tratta tuttavia di un elemento
che rende spiacevole la lettura
di un romanzo scritto con tanta passione.
Siamo dell'opinione che
sia preferibile lasciare il più possibile le caratteristiche ebraiche
di un libro, aggiungendo eventualmente un glossario alla fine del libro,
proprio perché il messaggio dell'autore possa essere trasmesso
rispettando la potenza della sua espressività, anche a costo di
scontentare qualche lettore. (da Israele.net) |
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Casa editrice Feltrinelli Alec e Ilana non si parlano da sette anni. Il divorzio è stato brutto, le emozioni in gioco crudeli. Lui si è trasferito negli Stati Uniti ed è diventato famoso per i suoi studi sul fanatismo religioso; lei è rimasta in Israele e si è risposata con un ortodosso. Alec e Ilana hanno un figlio, Boaz, disconosciuto dal padre per un'estrema offesa verso la moglie. Boaz ormai è un adolescente irrequieto, chiama la madre 'puttana' e, dopo ripetuti scatti di violenza, si fa buttare fuori da scuola. Ilana, dopo anni di silenzio, scrive ad Alec per chiedergli aiuto. Come nella scatola nera che contiene le spiegazioni dei disastri aerei, così nelle lettere scambiate tra i diversi personaggi si trovano le ragioni della loro catastrofe. La crudeltà delle parole cela una profonda sofferenza. La moglie infedele, il marito arrogante, il figlio ribelle, l'ortodosso: tutti feriscono se stessi e gli altri nella lotta per l'esistenza, in un paese senza compassione. La scatola nera è uno dei migliori romanzi di Amos Oz e rivela un ricchissimo spettro di emozioni, dispiegato senza pudori. ******** «Come dopo un incidente aereo, ci siamo messi a decifrare, per corrispondenza, il contenuto della scatola nera.» Da qui prende il titolo questo romanzo di Amos Oz, apparso nel 1987, un romanzo epistolare, una storia d'amore, sembra, ma in realtà piuttosto un testo profondamente politico, come la maggior parte delle opere di questo autore. La vicenda è ambientata infatti nel 1976, alla vigilia della famosa svolta (mahapakh), quella per antonomasia, la più significativa all'interno della storia politica dello Stato d'Israele. Il 17 maggio del 1977 si assiste infatti ad una storica sconfitta del Partito laburista che porta alla vittoria del Likud guidato da Menahem Begin. Cito dal libro di Fausto Coen, Israele: quarant'anni di storia (Marietti 1991, ma ne è recentemente apparsa un'edizione aggiornata): «Le ragioni di questa svolta, sono più d'una. Ha certamente pesato una maggiore presa di coscienza della popolazione «sefardita» che ha inteso ribellarsi alla egemonia politica, culturale, amministrativa dell'establishment ashkenazita. Ha nuociuto ai laburisti il crescere di una sfiducia qualunquista, che ha favorito le «maniere forti» e le «rivendicazioni nazionalistiche» della destra». Sembra che La scatola nera sia esattamente la versione romanzata di questo passaggio. Ilana, che si è risposata con un ebreo di origine sefardita e osservante (Michael Sommo), scrive al suo ex-marito (Alexander Gideon) per chiedergli di aiutarla e aiutare loro figlio, Boaz, un ragazzo problematico, insofferente, incapace di concentrarsi a scuola e di inserirsi nell'ordine costituito. In questo modo Ilana da inizio ad una corrispondenza che porta a ripercorrere tutte le tappe della loro vita passata, ad aprire, appunto, la scatola nera. Al tempo stesso, viene raccontata la trasformazione di Michael Sommo da modesto insegnante di francese in intraprendente protagonista di un nazionalismo religioso messianico che lo porta a investire nell'acquisto di terreni nei territori occupati durante la Guerra del '67. La tentazione di vedere nei personaggi degli stereotipi e dei simboli è fortissima: Alexander Gideon, l'ebreo ashkenazita intellettuale laico, ormai scettico su tutto, privo di “fede”, viene contrapposto a Michael Sommo, il sefardita religioso, più spontaneo e brutale, caratterizzato da una “fede” appassionata. In mezzo è Ilana, lo Stato d'Israele, deluso e abbandonato da una élite ashkenazita che ha perso progettualità e coraggio e si è chiusa in una vita intellettuale distante dalla realtà. Boaz, il figlio, sembra l'unione di passato e futuro, un ragazzo primitivo in un certo senso, che tenta di liberarsi delle nevrosi dei genitori, che è restio alle ideologie, che, come il Boaz del Libro di Ruth nella Bibbia, è in contatto con la terra, la lavora e la ama al di fuori di ogni calcolo e speculazione, e ripara, costruisce, restaura, aggiusta. È nelle ultime pagine del romanzo che la storia personale e l'analisi politica trovano la loro sintesi e il loro culmine: in una lettera Alexander Gideon traccia il disegno di una società minacciata dal fondamentalismo religioso: «Per nove anni ho combattuto con Machiavelli, confutato Hobbes e Locke, disfatto Marx dalle cuciture, ansioso di dimostrare una volta per tutte che non sono né l'egotismo né l'annichilimento né la violenza insita nella nostra natura a trasformarci in una specie che si autodistrugge. Noi distruggiamo noi stessi (e ben presto cancelleremo definitivamente tutti i nostri simili) proprio in conseguenza delle “nobili aspirazioni” che abbiamo forgiato: a causa della malattia religiosa. A causa del bisogno impellente di essere “salvati”. Della follia di redenzione. Che cosa è in fondo la follia della redenzione? Solo una maschera della completa assenza di basilare propensione alla vita. Quella di cui è dotato qualunque gatto.» L'ultima voce che sentiamo è quella di Ilana, la donna contesa e che si dibatte per l'amore di entrambi gli uomini, che sogna, addolorata, di dormire con entrambi, di vedere l'ashkenazita e il sefardita finalmente rappacificati. «Quand'ero piccola, figlia di immigranti che lottava con i resti del suo ridicolo accento e delle sue abitudini straniere, mi lasciai incantare dalle vecchie canzoni dei pionieri [...] Come se di lontano mi rammentassero un giuramento di fedeltà. Come se dicessero che c'è una terra, ma noi non l'abbiamo trovata. Qualche buffone calzato si è intrufolato facendoci detestare ciò che avevamo trovato. Distruggendo tutto ciò che c'era di prezioso e non tornerà più. Trascinandoci verso qualche miraggio finché non siamo sprofondati nella melma della palude e la tenebra è calata su di noi. Mi ricorderai nelle tue preghiere? Di' per favore a nome mio che attendo pietà.» È con questa preghiera e il sogno di riappacificazione e di pietà che si conclude il romanzo. A questo punto è necessario ricordare che Amos Oz è uno degli scrittori israeliani più impegnati nel movimento di Shalom akhshav (Pace adesso, nato nel 1978). Spesso nelle sue opere, sia quelle di carattere saggistico che in quelle letterarie, come anche nei suoi interventi nella stampa, il suo impegno politico si esprime in modo forte. La sua critica è a volte spietata, ma è anche il segno di una società, quella israeliana, profondamente democratica, aperta al dibattito più acceso, pronta a rimettersi continuamente in discussione, capace di assistere alla frantumazione delle ideologie più radicate e dei propri miti. Un libro come La scatola nera nel 1987 ha avuto certamente un impatto forte. Tradurlo oggi, nell'infuriare della II Intifada, può sembrare offrire l'occasione ad una facile strumentalizzazione. In realtà si tratta di una ulteriore prova del fatto che la società israeliana è, come tutte, con le sue peculiarità, complessa, piena di conflitti, di tensioni, di problemi, ma anche estremamente vitale, in continua trasformazione e con una voglia di normalità che ora sembra più che mai lontana. (da Israele.net) |
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Casa editrice Feltrinelli Una grande, commovente sorpresa - questa la
prima impressione suscitata dal nuovo libro di Amos Oz. Per dire la
verità, ultimamente i suoi lavori erano sembrati incanalati in una
sorta di sicura e proficua routine, e davano l'idea della fatica, per
non dire dell?impasse. E ora è uscito Lo stesso mare, un libro audace
nella forma, rivelatore nel contenuto, leggero e divertente sì, ma,
allo stesso tempo, eccitante, penetrante e agghiacciante. |
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Casa editrice Feltrinelli "Scrivo questa atoria perchè le persone che ho amato sono morte. Scrivo questa storia perchè quando ero giovane avevo una grande capacità di amare, e ora questa capacità di amare sta morendo. Ma io non voglio morire." Inizia cisì il racconto di prima persona di Hannah, la storia del suo matrimonio e del suo fallimento. Quella che è stata definita una moderna Bovary israeliana è una studentessa di letteratura ebraica, all'università ha conosciuto un geologo, Michael Gonen, si sono frequentati, poi sposati, ma via via si è approfondita la distanza tra loro, fino al punto di concludere:"qualcosa è cambiato in questi tristi anni". La narrazione tutta femminile di Oz procede con uno stile breve, spezzato, quotidiano, che sonda i pensieri più nascosti e le emozioni più profonde nella confessione della protagonista. Con rara abilità riesce a cogliere le minime sfumature del carattere e dei sentimenti, ne sviscera con lucidità e delicatezza i motivi di frustrazione e sofferenza, arriva alle origini del progressivo chiudersi di Hannah in un mondo trepidante e sospeso, carico di fremiti e incubi, nel quale il "suo" calmo, quasi apatico Michael non riuscirà mai a penetrare. Sullo sfondo di questo autentico romanzo psicologico si staglia intanto la città della giovane donna, una Gerusalemme su cui incombe lo spettro della guerra, da poco terminata ma sempre in agguato. |
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Casa editrice Mondadori Non è un caso se Soumchi, il protagonista di questo romanzo, è stato paragonato a Tom Sawyer. Come lui, infatti, ama l'avventura, è sempre impegnato in curiosi baratti e combatte una guerra perpetua contro gli adulti, "padroni" dei quali si può eludere la sorveglianza, per poi farci i conti quando la si combina grossa. Sullo sfondo della Gerusalemme occupata dagli inglesi, in quello che sta per diventare lo Stato di Israele, un romanzo di straordinaria ironia e di poetica leggerezza, che si svolge tutto in un giorno e che parla di monellerie, primi amori, bulli implacabili, cani in fuga, treni elettrici e zii traffichini, visti con gli occhi di un undicenne sognatore. |
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Casa editrice Feltrinelli Yoel è un uomo del servizio segreto israeliano. Ha imparato la sottile arte dell'ascoltare, del guardare e dello scoprire. Dopo la morte della moglie in un incidente, si ritrova solo di fronte a una realtà ben altrimenti misteriosa: chi era veramente sua moglie Ivria, su quali segrete complicità si basava il loro rapporto? E ancora: di che pasta è fatta sua figlia, come provare a capirla e venirle incontro? Dopo le dimissioni dai servizi segreti Yoel crede per un attimo di poter applicare alla propria esistenza modo e metodi appresi nei lunghi anni di esercizio: appostamenti, confidenze rubate, induzione e deduzione. Eppure c'è qualcosa che continua a resistergli. E' come se i suoi occhi dovessero trovare una diversa, difficile, dolorosa messa a fuoco. Cominciando a lasciarsi contaminare dai piccoli eventi della quotidianità, nonché dai molti diversi personaggi che la abitano, dietro il mistero Yoel scopre una totale spaesante assenza di mistero. "Conoscere una donna" è uno dei capolavori della letteratura israeliana, una sorprendente e inconsueta storia d'amore. |
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Casa editrice Bompiani Con il suo impareggiabile occhio, beffardo e impietoso, Oz segue la vita quotidiana di Efraim, detto Fima, cinquantatreenne che lavora alla reception di una clinica ginecologica a Gerusalemme. Dopo essersi lasciato alle spalle le ambizioni di poeta e il matrimonio con Yael, Fima si divide fra dissertazioni su vita, politica, sesso e storia, fra litigi con il vecchio padre, incontri consolatori con donne sposate e frequenti diverbi con chiunque non la pensi come lui su Rabin e Shamir, su cristianesimo e antisemitismo, o semplicemente sulla bellezza delle donne. Ma la morte improvvisa del vecchio padre porterà in eredità a Fima una serie di interrogativi di difficile risoluzione. |
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Amos Amos Oz è nato nel 1939 a Gerusalemme. A sedici anni, dopo il suicidio della madre, è andato a vivere in un kibbutz. Cresciuto in un ambiente profondamente colto, sin dalla più piccola età frequentò personaggi del calibro di Agnon: un microcosmo di scrittori, poeti e intellettuali dal quale pure fuggì, alla ricerca dell' "ebreo nuovo", andando a vivere in un kibbutz. Abbandonato il kibbutz nel 1986, vive oggi ad Arad ed è professore di Letteratura all'Università Ben Gurion. |