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Dorit Rabinyan
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E' notte nel quartiere ebraico di Omerijan, un piccolo villaggio nel nord della Persia, e Flora Ratoryan, la figlia del macellaio, non riesce a dormire. Shahin, il marito- un mercante di stoffe giunto da una città sulle rive del Mar Caspio e subito rivelatosi un incorreggibile furfante agli occhi delle donne più avvedute- l'ha abbandonata con "un bambino nella pancia" e un'irrefrenabile "voglia di cocomero". Flora, che ha solo quindici anni, si dispera come soltanto una sposa bambina può fare. Sarà vero- come sussurra l'intero villaggio- che il suo triste destino viene dall'aver concepito in una maledetta notte di eclisse lunare, durante la quale "anche le galline avevano posato uova marce, rosse di sangue"? Accolto al suo apparire come un vero e proprio evento letterario, "Spose persiane" celebra un antico universo femminile: quello in cui le madri frugavano tra le parti intime delle figlie per accertarsi dell''onore della famiglia', e l'intera vita di una donna- dalle prime mestruazioni alle nozze, al concepimento dei figli- era una festa della comunità, con Il suo corollario di ciarle e di racconti dolci e crudeli come fiabe. |
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Le figlie del pescatore persiano Casa editrice piemme
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Dorit Rabinyan è nata nel 1972 a Kfar Saba, Israele, da genitori originari dell'Iran. Attualmente vive a Tel Aviv. *********************** «Noi israeliani non abbiamo solo un passato glorioso, ma anche un presente terribile; lo dobbiamo affrontare ogni volta che ci sediamo al computer per scrivere le storie che vengono dal nostro cuore. Le brutte notizie, trasmesse ogni giorno dalla radio e televisione israeliana, non sono una gabbia, ma solo un momento di quel male che viene fatto da anni contro un altro popolo in cui tutti quanti noi viviamo immersi. Noi non siamo in una gabbia; ma il senso di colpa continua a ferire chi, come noi, non ha muscoli irrigiditi della coscienza. La nostra scrittura è veramente in contrasto con quella della generazione di Batya Gur e il messaggio inculcato a quella generazione: il messaggio sulla creazione dello stato di Israele, che voleva essere il centro verso cui far convergere gli immigrati provenienti da tutto il mondo, pretendendo però che si adeguassero per essere degni di essere chiamati israeliani. Per me (e credo di interpretare il pensiero di Keret) scrivere è cercare di rifiutare la pretesa del sionismo di creare una figura ideale di ebreo, per restare invece noi stessi per quanto possibile: senza dover per forza convergere e sentire di doverci uniformare, ma restare la voce di una minoranza che si esprime. Non tutti devono per forza essere israeliani perfetti per appartenere a questo paese. Voglio anche pensare che sia possibile per noi appartenere ad Israele, pur restando noi stessi. Siamo israeliani fatti in un modo diverso, forse alternativo». |