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Rose d'Israele

La novella d'Israele. Narratori israeliani contemporanei
Amori raccontati dai più grandi narratori israeliani
Racconti crudeli dei più grandi narratori israeliani

 

 

Rose d'Israele

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Quanto tempo ci vuole perché un paese crei una letteratura che rifletta il suo genio nazionale? In Israele le cose anche in questo campo vanno in fretta; una dimostrazione è fornita dai volumi di racconti pubblicati dagli Oscar Mondadori ("Racconti da Israele") e di e/o che, continuando nella sua collana al femminile delle "Rose", proponi ora le "Rose d'Israele", dove all'elemento letterario nazionale si aggiunge la componente "donna", una variabile non banale.
La "prima generazione" di scrittori israeliani aveva cercato di ripudiare, insieme a tutto il "diasporismo", anche il tema del genocidio, che questa "seconda generazione" non teme più di affrontare, attraverso una mediazione che attinge dai vasti depositi della memoria diasporica, ma con caratteristiche nuove e originali. Un esempio di questo nuovo tipo di approccio è fornito da Shulamit Hareven, una scrittrice che, pur essendo nata a Varsavia nel 1931 e dunque non più giovanissima, appartiene letterariamente alla "seconda generazione". La sua visione della 'Shoah' offre due angolazioni, una criticamente israeliana e una onirica. Si tratta di due racconti molto belli.
"Il testimone" è contenuto nel volume "Racconti da Israele" e trasmette l'angoscia di Shlomek, un bambino fatto miracolosamente fuggire dalla Polonia dopo l'invasione tedesca del 1939 e giunto in Palestina. Qui è inserito in una scuola ebraica dove, quando racconta di avere visto assassinare il padre, la madre e i due fratelli, non viene creduto n‚ dai compagni n‚ dall'insegnante. L'idea stessa dello sterminio è ancora lontana e ora, 1939 e '40, risulta inaccettabile. "In guerra capisco che succeda ogni genere di cose, ma uccidere civili così...", dice Rina. "Come va con tutte queste storie di Shlomek?" chiede a un altro scolaro l'insegnante: "Non sa, sono una specie di racconti biblici. Ci stanno un po' grandi". E così Shlomek è "diverso" anche tra i diversi. E come tale non viene accettato dalla minisocietà in cui vive e che sembra teorizzare che per i pionieri non sempre è utile o opportuna la verità. In questo racconto il genocidio è appena annunciato, ma già vi è nel bambino un testimone, un giudice e infine una vittima: gli imputati sono molti. Il secondo racconto di Shulamit Hareven, "Crepuscolo" (da "Rose d'Israele"), è un tranquillo incubo dove, notte dopo notte, chi sogna è riportata "nella città dove sono nata", "molto buia, spenta, perché il sole se ne era andato via da tanto e la gente per strada andava di fretta nella tenebra".. E qui ogni volta rivive un intero anno, con la stessa inevitabile, tragica conclusione. Il genocidio è ancora una volta filtrato, questa volta da un sogno che è quasi ossessiva immagine di fantascienza dove tutto è angoscia e solo la fine è nota.
A presidiare ancora il territorio magmatico del genocidio nella sua mediazione israeliana, è Savyon Liebrecht. Nel suo "Una mattina ai giardini con le bambinaie" ("Rose d'Israele") un passato d'orrore ha il suo contrappunto nel quieto discorrere di bambinaie in terra sicura e sicuramente amica. All'altro estremo del confine (dalla memoria ebraica alla realtà quotidiana d'Israele) troviamo ancora Savyon Liebrecht, che con "Una stanza sul tetto" ("Racconti da Israele"), un'autentica perla, affronta il tema del rapporto tra ebrei e arabi dei Territori. L'occasione è data dalla decisione del protagonista di aggiungere una nuova stanza alla sua abitazione per fare una sorpresa al marito, partito per un viaggio all'estero di due mesi. A costruire la stanza sono tre lavoratori palestinesi di Gaza. Ci vorranno le settimane necessarie a completare l'opera per dissipare da un lato sospetti e dubbi dell'israeliana benestante e "occidentale" nei confronti di quegli arabi poveri e frustrati e per instaurare un rapporto semplicemente umano, ma dall'altro per verificare una realtà non proprio esaltante. Conoscere è capire. Ma conoscere e capire non significa ancora accettare tutto, perché i lavoratori arabi acquistano sì agli occhi dell'israeliana la loro dimensione umana, ma in questa dimensione ha posto anche l'inaffidabilità. Càpita. Sempre da questa parte del confine troviamo Amalia Kahana-Carmon, una 'sabre' meno giovane della Liebrecht ma più "figlia d'Israele". È sua la gentile storia ("Il velo nuziale", da "Rose d'Israele") del fugace incontro in autobus tra un'adolescente israeliana e un giovane soldato canadese dell'Onu. Un incontro fatto di poche smozzicate parole tra due che potrebbero essere "predestinati". Lei perché vede in lui uno che "assomiglia ancor di più a Anthony Perkins" e che "con i capelli rossi era mille volte più bello" e perché incarna colui che viene da lontano, un principe straniero venuto a portarla sul suo cavallo bianco in un castello lontano. Lui perché vede in lei, non più proprio una bambina, non ancora proprio ragazza, l'anticipazione di un sogno. Un incontro fugace, un attimo. Poi, tra i due, l'impossibilità pratica di comunicare.
È siamo già all'estremo limite della frontiera ebraica, al di là del quale, come in tutte le frontiere dello spirito, si estende l'ignoto, perenne e inquietante. Appartiene già a questo territorio il doloroso, splendido "Ricevimento della mia amica B." ("Rose d'Israele") di Yehudit Hendel, sessantottenne autrice di origine polacca, che in questo gioiello di scrittura realistico-impressionista sembra trasportare nel sole d'Israele, rovesciandola, la nebbiosa, struggente vicenda cinematografica del "Pranzo di Babette". Tanto quel pranzo era immagine di vita quanto questo "Ricevimento", lunga preparazione e realizzazione di un pranzo d'addio, è legato alla consapevolezza della morte. La Hendel esprime qui il sacro nel quotidiano, il mistero nella consuetudine dei gesti.
Degli autori raccolti nei due volumi quasi tutti di alto, alcuni di altissimo livello, non vengono citati qui David Grossman, che in "Hilmi" ("Racconti da Israele") entra addirittura nella pelle di un arabo, e, sempre nel volume di Mondadori, Abraham B. Yehoshua ("Il signor Mani", di cui il libro propone un lungo brano): due autori che meno necessitano di presentazioni e per i quali comunque il discorso è diverso, dato che, come avviene del resto per tutti i maggiori narratori, è assai difficile farli rientrare in categorie facilmente catalogabili.
 (recensione di Luciano Tas su L'indice n.11 1994)

 

La novella d'Israele. Narratori israeliani contemporanei

Casa editrice spirali

 

Testi di:

R. Almog
Henia non è più azzurra

Y. Amichai
Le morti di mio padre

A. Appelfeld
Berta

Y. Ben-Ner
Berger

Y. Birstein
Weger

Y. Orpaz
L’orologio del babbo

A. Oz
Fuoco straniero

Y. Shabtai
Promemoria

D. Shahar
I baffi del Papa

A. Yehoshua
La corsa serale di Yatir

A. Kahana-Carmon
Ne’ima Sasson scrive poesie

 

Amori raccontati dai più grandi narratori israeliani

Casa editrice nuovi equilibri

 

Testi di:

A. B. Yehoshua, Amos Oz, David Grossman, Benjamin Tammuz, Yoram Kaniuk, Yitzhak Orpaz, Etgar Keret, Gershon Shofman, Yehudit Hendel

 

Racconti crudeli dei più grandi narratori israeliani

Casa editrice nuovi equilibri

 

 

 

La  Giuntina editrice