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IGAL SARNA


L'altra Israele

Fino alla morte
Tredici storie israeliane
Note biografiche

 

L'altra Israele

Casa editrice GIUNTINA

L’altra Israele” di Igal Sarna, giornalista nato nel 1952 a Tel Aviv e già responsabile di Peace Now per i rapporti coi palestinesi, è un volumetto la cui lettura andrebbe resa obbligatoria.

Obbligatoria per tutti coloro che scrivono di e su Israele: obbligatoria per ricordare (per ricordarci, o per insegnarci, ammonendoci) che dietro gli identikit, dietro la costruzione per vaghi tratti di un’immagine filtrata attraverso l’eccezionalità degli eventi deputati a finire in prima pagina -guerra, pace, territori, coloni, dinamite e geopolitiche di Jihad & Co., di Netanyahu & Co.- si nasconde una realtà la cui multiformità e mutevolezza restano in buona parte da scoprire.

Gli undici racconti-reportage di Sarna -“Storie vere”, recita il sottotitolo, così come vere erano quelle di “Fino alla morte”, portate anch’esse in Italia dalla Giuntina di Daniel Vogelmann- sembrano attraversare Israele per vie secondarie, per stradine, sentieri e mulattiere, con lo scopo di restituirci, sfaccettata, una visione meno banale della società.

Succede così che nel catalogo dei tipi e dei prototipi, già così vasto eppure sclerotizzato su alcune figure totem -l’ebreo ashkenazita e l’ebreo sefardita, l’immigrato dell’ultima ora, il cittadino laico di Tel Aviv e l’haredim ultraortodosso di Gerusalemme- compaiano all’improvviso uomini e donne che sembrano essere, né più né meno, inciampati nella vita e nella Storia.

E’ il caso della giovane Lilah, epilettica e con un occhio menomato, che segue un uomo di 42 anni più vecchio di lei -un polacco “dai sogni agricoli”- in una sperduta fattoria ai margini del Neghev. E’ il caso dell’operaio-pittore Iehiel, che un giorno cadde in una pozzanghera -“ (…) non mi volevo più rialzare. Non mi importava. Mi sentii libero, divenni sabbia, stelle, sassi, acqua o pesce. Non sapevo più chi, che cosa, per cosa, e provai una sensazione di somma felicità”- e cedette all’alcool e alla follia la capacità di tirar linee sulla carta. Ed è ancora il caso di Ezra Angel. Che a 20 anni disertò per andare a “liberare” la madre nella natia Aleppo. Che per nove venne torturato nel carcere di Tadmor. Che per 30, liberato dai siriani, fu internato come schizofrenico in un manicomio: nessun medico israeliano si accorse che il suo silenzio e la sua ritirata dal mondo erano gli stessi sintomi della sindrome dei sopravvissuti ai lager.

Sarna, il cui narrare incede con l’asciuttezza che è virtù del cronista -sorretta però da un punto di vista la cui dolente luminosità proietta oltre ogni figura una vasta zona di ombre e penombre- accoglie nello stesso corpo, nella stessa realtà di tempo e spazio, vicende ordinarie e straordinarie. Lasciando intendere che lo stesso concetto d’identità si può dilatare a dismisura: sino a trascinarlo, qualche volta, fuori dai muri di cinta.

Cos’hanno in comune un manipolo di soldati, destinati a morire su una collina di Nueima, con una donna smemorata, forse ebrea, forse no, esiliatasi in una caverna sull’isola di Cipro? E cosa un ebreo convertitosi al cristianesimo, prete ad Haifa e impegnato a litigare con le autorità per poter seppellire i morti “non-ebrei”, con un vecchio patriarca druso che nel ’48 preferì gli israeliani agli arabi, e con uno tzaddìq, un rabbi proveniente dai monti dell’Atlante, che ogni mattina a una preghiera ebraica ne aggiunge una musulmana?

Probabilmente solo le coordinate che ne hanno tracciato il cammino sino ad Israele. La quale è ancora tutto fuorché la nazione “normalizzata” auspicata da Ben Gurion -con la predominanza dei suoi grandi temi e dei suoi grandi confronti-, ma che pure appare destinata a comporsi, a ricomporsi, facendo i conti con le sue mille anime minori.

C’è poi un altro dato che non è difficile raccogliere nella lettura di queste pagine. Un dato che si fa strada oltre la cronaca degli episodi narrati -soggetti degni in qualche caso dei dialoghi a una voce sola di Yehoshua, e in qualcun altro degli incontenibili furori di Kaniuk-, il quale alle difficoltà del presente, sovrappone, così caratterizzandolo, le radici del passato e dei suoi nodi irrisolti.

Se anche parzialmente è vero -così Stefano Levi Della Torre nel suo polemico “Essere fuori luogo”- che l’ebraicità israeliana è solo una delle progressive mutazioni dell’ebraismo (“Anche il sionismo è un movimento di fuoriuscita dalla sua matrice che è la Diaspora”), l’identità, anche queste identità Altre disegnate da Sarna, sembrano barcamenarsi, con le sole capacità date ai singoli individui, in un flusso tanto irrefrenabile quanto fuori da ogni possibilità di controllo. Il flusso di una Storia -matrigna e crudele sempre, e più ancora nel nostro Novecento- che ha raccolto qua e là nodi e stilemi esistenziali i più diversi, trascinandoli con se e gravando su di essi tutte le possibili incognite per il futuro.

Forse è per questo che i personaggi di Igal Sarna -i ragazzini arabi che scavano sulla collina alla ricerca dell’oro dei tedeschi e l’anziano polacco giunto a Tel Aviv nella speranza di essere riconosciuto come il bambino abbandonato negli anni della Shoà- inducono alla struggente tenerezza che ci coglie davanti all’inerme, al naufrago nella corrente. L’unica certezza è la distesa d’acqua in cui ci si trova perduti: e per sopravvivere bisogna tenersi a galla e non lasciarsi tramortire da orizzonti troppo lontani.

(Recensione di Alberto Melis su Linea d'Ombra)

 

Fino alla morte
Tredici storie israeliane

Casa editrice giuntina

Igal Sarna è un precursore di questa nuova Israele che sente, che vive in presa diretta con i propri sentimenti e anche con le proprie pulsioni morali senza temerne la dannosità per se stesso o per il Paese. Il suo sguardo sul passato, sull'ansia che è la malattia nazionale fino ad ora irriconosciuta e quindi malcurata di Israele, ci conduce diritti dentro Israele, il suo passato, il suo presente e anche il suo futuro.
( dalla Prefazione di F. Nirenstein)

 

Note biografiche

Igal Sarna è nato a Tel Aviv nel 1952. Giornalista fra i più noti d'Israele, è uno dei fondatori del movimento «Pace Adesso», di cui è stato il responsabile per i rapporti con i palestinesi.

 

 

La  Giuntina editrice