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Yaakov Shabtai
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Casa editrice feltrinelli Ogni volta che mi capita di essere a Londra e di entrare da Foyle’s non posso fare a meno di provare un senso di smarrimento e di disagio, soprattutto d’inverno: mi si ripresenta invariabilmente davanti agli occhi la scena in cui Meir, il protagonista del secondo e ultimo romanzo di Shabtai, vaga tra i banconi della libreria e, vuoi per "la straripante quantità di libri", vuoi per il flusso di gente o forse per il calore opprimente, si sente infiacchito e quasi mancare: "con il libro ancora in mano sorvolò su alcuni scaffali zeppi e si chinò verso quello più basso e cominciò a guardare quelli che c’erano lì, tutto sudato in faccia e con gli occhiali appannati (...) ed ebbe l’impressione che il pavimento si muovesse sotto i piedi". Yaakov Shabtai, uno straordinario narratore, morto assai giovane, è autore di una raccolta di novelle, Lo zio Perez spicca il volo (1972; Theoria, 1993), di Inventario (1975; Theoria, 1994), e di questo secondo romanzo, rimasto incompiuto e terminato dalla vedova (Edna Shabtai) con l’aiuto del critico israeliano Dan Miron. Cantore della Tel Aviv laica, Shabtai ha descritto in modo impietoso la saga di una generazione, vissuta all’ombra delle grandi imprese sioniste, i cui esponenti, soprattutto maschili, sono preda d’una angoscia senza fine, incapaci di portare a termine una qualsivoglia azione. "A quarantadue anni, poco dopo la festa delle Capanne, Meir fu colto dal terrore della morte a seguito della constatazione che essa era parte sostanziale della sua vita", così comincia In fine, che, al pari di innumerevoli altri romanzi israeliani contemporanei, presenta nell’incipit un riferimento alla morte del protagonista. Si parte dalla morte per ripercorrere in senso inverso il cammino della storia, per concludere con lo stesso protagonista, Meir, nelle ultime fasi della propria nascita. Le pagine finali sono consacrate al nascituro, atterrito dal muro nero convesso che si trova davanti: "sentì che con una immensa dolcezza veniva aspirato dentro, come a lenti colpi di remi, e qualcosa di denso e tuttavia di soffice, come schiuma di mare che affiora, lo accolse con indicibile soavità (...) e allora vide il volto di sua madre e di sua nonna che non erano altro che quelle chiazze di luce che duravano un momento e poi sparivano". Il protagonista di In fine, che vediamo aggirarsi tra Tel Aviv, Amsterdam e Londra, inquieto e frustrato, a Tel Aviv sognando la Amsterdam dei quartieri a luci rosse, e nella grigia e piovosa Amsterdam l’azzurro del cielo di Tel Aviv, è un tipico anti-eroe israeliano, ossessionato dalla propria impotenza, dai propri timori e fallimenti. Si muove in una Tel Aviv attraversata da un reticolo di vie dedicate ai fondatori dello Stato, sionisti di inizio secolo, e a qualche scrittore. Il pensiero della morte lo porta a ripercorrere la storia della fondazione dello Stato, degli ideali e delle utopie che lo avevano accompagnato e di cui la madre rappresenta la memoria della fase eroica e la delusione per l’involuzione, cominciata, a suo dire, con Begin. Malato e ossessionato dalla paura della morte, si abbandona a vagabondare per quelle strade che "avevano un che di sedativo e confortante", e che egli chiama direttamente con il loro nome, tralasciando il termine "via" (peccato che la traduttrice abbia ritenuto opportuno aggiungerlo sempre), quasi a indicare un itinerario personale compiuto agli inizi del secolo tra Dizengoff, Gordon, Borochov e Smolenskin, finché tra questi personaggi illustri gli appare la nonna, che "con le pantofole di panno marrone, la vestaglia grigia e lo scialle scuro di lana sulle spalle, gli sarebbe venuta incontro sfoderando sull’amabile faccione un sorriso raggiante pieno di saggezza e benevolenza". La riflessione sulla morte riporta alla vita le figure del passato, scomparse. Osservando la madre nell’atto di sbucciare un’arancia, con gli stessi gesti che compiva la nonna, Meir si sente travolgere da una struggente nostalgia: "Capì che quando qualcuno muore muoiono con lui non solo le sue fattezze e la sua voce, ma anche i gesti personali e inimitabili in cui s’incarnava, mentre ora, per una frazione di secondo, gli era parso di vederli resuscitare". La resurrezione si manifesta grazie al ripetersi di un gesto, che ricorda un altro avo che lo compiva allo stesso modo, e così per catene di generazioni. Nulla di più. L’idea terrificante per il protagonista è che "il ricordo della madre fosse destinato all’estinzione", e dunque vorrebbe innalzare "un pilastro d’acciaio inossidabile alto fino al cielo a mo’ di memoriale dell’esistenza in vita di sua madre e del posto da lei occupato nell’infinito scorrere delle generazioni". È il posto che ognuno occupa nel fluire delle generazioni che va ricordato e salvaguardato. Durante la shivah, la settimana del lutto ebraico, che viene descritta nel romanzo, le fotografie della madre che non è più – e sono sparse in giro – consentono la rielaborazione del suo ruolo nella storia: "La casa dei suoi, le stanze e l’ingresso e la cucina erano affollati di parenti e amici venuti a porgere le condoglianze a suo padre, il quale era in salotto imbambolato e sfatto con davanti il solito mucchio di foto di sua madre che continuava a girare e rigirare spiegando con la voce rotta dal pianto cosa di preciso vi si vedeva – eccola nella gioventù socialista e qui con la zappa davanti alla baracca, qui in camicia bianca con Ita, e qui a Gibilterra all’Africa Point, qui invece in America presso le cascate del Niagara, era così felice". Una mappa temporale e spaziale viene dispiegata e interpretata perché il posto in essa occupato dalla defunta non possa essere cancellato. La consapevolezza della precarietà della vita necessita di punti fermi dopo la morte. Meir, alla morte della madre, decide di partirsene per Amsterdam e Londra. Con l’immancabile sacca verde sulle spalle, lo vediamo aggirarsi straniero in una Amsterdam estranea che gli incute ansia e nella quale ha bisogno di ritrovare un po’ l’aria di casa: turisti che parlano in ebraico, l’albergo di proprietà di un ebreo, la via Sarfati – "e intanto gli venne in mente che Sarfati era un ebreo". Vive nel terrore di essere individuato come israeliano dagli arabi di Amsterdam, e, preda dell’ansia che lo attanaglia, non riesce a compiere il percorso che, nella propria stanza, si era in precedenza disegnato sulla mappa, e finisce per ritrovarsi sempre nella stessa via e nello stesso quartiere, ormai vagamente più familiare di altri luoghi. Vorrebbe visitare la sinagoga portoghese, la casa di Rembrandt, il museo, ma ogni proposito viene meno, neppure il richiamo dei sexshop è abbastanza forte. Si consola al pensiero che potrebbe partire un giorno prima per Londra, ultima tappa del suo viaggio. Mentre è ad Amsterdam, sogna di essere a Tel Aviv, e Amsterdam si trasforma in un’ossessione kafkiana. La dicotomia Israele-Diaspora è narrata con grande maestria. La madre di Meir, delusa dall’involuzione revisionista che ha avuto luogo in Israele, non vede l’ora di partire per una vacanza a Gibilterra, sogno che la sua morte improvvisa le impedirà di realizzare. Meir sogna il viaggio in Europa ma finisce col viverlo nella più totale estraneità, cercando in Europa solo i segni, foss’anche i più insignificanti, di israelianità o – faute de mieux – di ebraicità. Il viaggio tra Israele e la Diaspora si conclude in favore di Israele, in cui Meir fa ritorno come neonato nell’atto di essere partorito. (Trevisan Semi, E. L'Indice del
1999, n. 04) |
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Casa editrice feltrinelli Shabtai ci introduce nel cuore dei quartieri popolari di Tel Aviv e nel destino dei suoi abitanti, sospesi tra la nostalgia di un passato domestico, i riti delle vecchie comunità, il profumo dei libri di preghiera, delle aringhe salate, del deserto che ancora si intrufola nella città degli anni trenta, e la curiosità di un mondo nuovo, privo di leggi e di tradizione, intrappolato in un paesaggio urbano asettico e un po' irreale. Manie, odi, stravaganze, progetti grandiosi, amori impossibili: gli eccentrici protagonisti di questi racconti, indifesi, ostinati, entusiasti, paranoici e pieni di vita, diventano eroi assolutamente moderni, portavoce di un tempo che cambia e che, cambiando, si volta a guardare ciò che non potrà più tornare. |
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Yaakov Shabtai nacque nel 1934 (morì nel 1987). Ha scritto poche cose ma di buon livello. Tra le sue cose migliori, alcuni racconti, ambientati prevalentemente a Tel-Aviv, e negli anni che precedono la seconda guerra mondiale e nel periodo post-bellico. Filo conduttore è la rievocazione dei personaggi del mondo dell'infanzia, un mondo colto nel momento del suo definitivo distacco dalle tradizioni dell'ebraismo della diaspora. Shabtai è tra gli scrittori che si pongono tra gli ultimi cronisti dell'avventura sionista. Tra le sue caratteristiche la leggerezza, l'ironia, che rendono anche gli eventi drammatici semplici e natura li; sono racconti che narrano per lo più l'incontro con qualcosa di ultimo, di ineluttabile, di fronte a cui il senso della vita e i piccoli o grandi argini di difesa quotidiana subiscono un forte cortocircuito e vengono meno. Sono personaggi eccentrici, disincantati, patetici, struggenti, scettici e entusiasti, che avvertono la presenza del caos e dell'indefinibile che si fa strada nella loro vita e li esautora. Nel protagonista del racconto Lo zio Perez spicca il volo è un anelito rivoluzionario che si arena, nell'amore per la giovane Gheula, nell'incapacità di abbandonare la moglie, di accettare il dolore insito in ogni cambiamento, e che diventa desiderio di 'volo', in un delirio di fissità e di morte. (dal sito Antenati)
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