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Meir Shalev
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La montagna blu |
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Re Adamo nella giungla |
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Il pane di Sarah |
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Storie piccole |
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Per amore di una donna |
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E fiorirà il deserto |
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Fontanella |
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E' l'inizio del secolo scorso quando alcuni giovani ebrei russi arrivano in Terra d'Israele, e lì gettano le fondamenta di una nuova casa e di una nuova vita. Anno su anno, la comunità cresce e si ingrandisce sviluppando da quelle origini le leggende che nutriranno la sua storia, dall'avventuroso parto del primo nato del villaggio fino a un baule di dote che rifornì tende e umili baracche di calici purissimi e stoffe pregiate. Leggende e storia che si fondono nel racconto di Baruch, bambino e poi adulto strambo e solitario - allevato da uno dei padri fondatori, il nonno Yaakov Mirkin -, e che non manca di aggiungere al tutto il suo proprio patrimonio famigliare di visione fantastica della realtà. In un romanzo denso di suggestioni e poesia, punteggiato dal celebre e graffiante umorismo ebraico, l'eterno tentativo dell'uomo - collettività o individuo che sia - di fondare un mito delle origini facendo coincidere la propria infanzia con l'infanzia del mondo, in cui evocare l'età dell'oro. Ma la terra, come dice il vecchio Pines, "ci ha ingannato: non era mica vergine". Nulla è mai nuovo sotto il sole. Baruch lo sa, e candido e disincantato al tempo stesso, con un beffardo atto d'amore trasforma il podere Mirkin in un redditizio cimitero esclusivo, ma non lascia che l'età matura bandisca da lui la magia. E la Montagna Blu, con il suo evidente mistero, è lì a ricordare al lettore che illusione e realtà sono solo parole. |
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Casa editrice frassinelli
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Casa editrice frassinelli
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Casa editrice mondadori Zohar
che vuole a tutti i costi le fossette, e per ottenerle tiene il dito
premuto sulla guancia. Nehemah la pidocchia, che vuole vedere il mondo
ed è stufa di stare sempre sulla testa... Efraim che ha un papà
svagato e un po' pigro, di quelli che ti fanno fare sempre brutta
figura, ma poi si riscattano con una girandola di sorprese. E poi Mikael
e suo nonno, che gli racconta come e perché l'uomo primitivo (preciso
identico allo zio Yakov buonanima) abbia inventato la squisitissima
polpetta. |
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Casa editrice frassinelli Nevicò quel giorno il 16 febbraio 1950, nella fertile valle di Iezreel, e Moshe Rabinovich si scagliò furiosamente con l'ascia contro un eucalipto secolare, un simbolo per tutti gli abitanti del villaggio, ma per lui soprattutto un mezzo attraverso cui si sarebbe attuato un tragico destino. Da questo episodio epocale per la memoria della piccola comunità, si diparte il lungo racconto di Zayde, il protagonista - ragazzino e poi uomo - che accompagna il lettore in un suggestivo viaggio sul filo dei ricordi. Al centro della storia è Yehudit, madre di Zayde, una donna forte e indipendente, custode di una sofferenza viscerale e di un lacerante segreto. Tre figure maschili si alternano sulla scena: sono gli uomini, diversissimi tra loro, che si contendono l'amore di Yehudit e la paternità di Zayde, occupandosene generosamente a modo proprio e secondo i propri mezzi. Mescolando voci ed episodi, passato e presente, Zayde ricrea una fitta trama di rapporti personali, di fatti che si intersecano per arrivare, alla conclusione del libro, a ricostruire un mosaico esistenziale collettivo al cui centro campeggia il mistero di Yehudit, sfuggente e inarrivabile. Permeato di saggezza contadina, attraversato da scorci lirici di grande intensità, da punte drammatiche - per quanto smussate perché immerse in una dimensione a-temporale, come sospesa - ma anche da momenti di genuina comicità, da ironia e romanticismo, un romanzo dal fascino straordinario. Dominata dall'idea di un destino ineluttabile che grava su tutti "smisurato e indifferente", la narrazione procede secondo un ritmo pacato, scandito dai suoni, dai profumi - indimenticabili quelli delle prelibate cene che Yaakov, uno dei padri, prepara a Zayde - e dagli eventi di un microcosmo rurale che assurge a emblema universale. |
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Casa editrice rizzoli |
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Casa editrice frassinelli "Comunque stiano le cose, ci sono persone che amano i matti e altre che non li amano affatto. Io no. In qualità di unica persona normale di tutta la famiglia Yofe - non per autoincensarmi, è un fatto innegabile - non amo i matti anche nel caso in cui sono mia mamma." MikhaelYofe, cinquantacinquenne israeliano, padre di due gemelli poeticamente folli e infelice figlio di una pazza vegetariana, racconta la sua vicenda di unico individuo sano in un gruppo famigliare i cui mèmbri, quando emettono del liquido vitale - sangue, seme, o latte materno - non sanno più ricordare. Sano per modo di dire, visto che la sua particolare sensibilità verso il mondo è dovuta alla sua fontanella, quel buchette che tutti hanno nel cranio alla nascita e che a lui è rimasto inspiegabilmente aperto anche da adulto. Grazie a quest'occhio privilegiato, che capta profumi e ricordi, passato e futuro, desideri e tormenti, Mikhael riesce a essere testimone e protagonista di una saga i cui confini cronologici e spaziali si stemperano rivestendo la realtà di poesia. Una galleria di ritratti espansivi e affascinanti, una terra che da miraggio diventa casa e poi patria, una storia personale intrecciata nella Storia di un popolo e di più generazioni: Shalev, ancora una volta, con umorismo, intelligenza e cuore, ama i suoi personaggi e ce li fa amare. ******* Recensione
di Isabella Bossi Fedrigotti, Corriere della Sera 05/02/04, pg.37 |
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Figlio del poeta Itzhak Shalev, è nato a Nathal (Israele) nel 1948. Padre di due figli, dopo un’esperienza come conduttore televisivo fra gli anni settanta e ottanta, si è dedicato a tempo pieno alla scrittura. Considerato uno dei maggiori esponenti della letteratura israeliana contemporanea, ha già pubblicato libri per l’infanzia, una raccolta di saggi e vari romanzi, diventati best-seller internazionali. |