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Yehoshua Abraham
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Il lettore allo specchio. Sul romanzo e la scrittura
Quante volte, terminata la lettura di un libro, avremmo voluto avere l'autore accanto per potergli chiedere lumi e notizie su un personaggio, su un finale, sull'origine di una storia, sui motivi di una certa svolta nel racconto. In "Il lettore allo specchio" Yehoshua risponde, con semplicità e acutezza, a queste domande e a tante altre che toccano i nodi della sua narrativa e altre questioni cruciali: la vocazione di scrittore, i temi dell'impegno e della necessità di una morale in letteratura, la situazione culturale nello Stato di Israele, il rapporto con il passato, l'influenza della vita sulla letteratura, le radici, il senso di appartenenza, il rapporto con i lettori. Ciò che colpisce in questo piccolo libro è come la profondità delle riflessioni si coniughi a un tono sommesso, paterno, quasi che l'autore volesse dirci che le questioni fondamentali della vita e della scrittura appartengono a ogni uomo che pensa, e ogni uomo deve essere messo in grado di capirle. |
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Casa editrice Einaudi Un matrimonio può finire per molti motivi, ma Yohanan Rivlin, professore di storia mediorientale a Haifa, è convinto che a causare il divorzio del figlio Ofer sia stato un segreto nascosto. Da quando Galia, la moglie, lo ha ripudiato, sono passati ormai cinque anni, eppure Ofer non ha ancora superato il trauma. Che cosa lo tiene ancora così incatenato a lei? Cosa genera tanta sofferenza? Incapace di sopportare l'infelicità del figlio, il professor Rivlin tenta di riallacciare i legami con la famiglia dell'ex nuora. Iniziano cosí le sue indagini, e le sue visite, per venire a capo di un enigma che lo fa macerare nell'ansia. Il professore ebreo, tuttavia, non riuscirà a risolvere il mistero da solo, e gli arabi, temuti e amati, arriveranno ad aiutarlo. Ambientato tra il 1998 e il 1999, quando ancora erano vive le speranze di pace, e l'Autonomia palestinese compiva i primi passi in Cisgiordania, "La sposa liberata" è un'allegoria potente del destino di due popoli sempre in guerra, e conferma ancora una volta la maestria narrativa e poetica di Abraham Yehoshua, ponendolo tra i maggiori scrittori della letteratura mondiale. |
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Casa editrice einaudi Ze'ev è uno studente di matematica fuori corso. Yali è un bambino di tre anni. I due dovranno vivere insieme per tre giorni, e saranno tre giorni difficili per entrambi. Il problema è che Yali è figlio della donna che è stata il più grande amore di Ze'ev. Il giovane vede nel bambino qualcosa che ricorda da vicino colei che a un certo punto lo ha rifiutato. Forse troppo da vicino. Vede il figlio che poteva essere suo, ma anche il figlio di chi è stato prescelto dalla sua amata. Per questo, nei tre giorni fatali, deve convivere con un affetto quasi incontrollato e, nello stesso tempo, con un innominabile desiderio di vendetta. Senza avere il coraggio di un pensiero omicida, Ze'ev dedica al bambino una 'cura negligente': lascia che corra su un muretto senza protezioni, lascia che si sporga dal balcone appoggiato a una sedia, lo porta in piscina con la febbre. E in più altri eventi casuali, come una vipera che gira per casa, si aggiungono a far sì che il soggiorno di Yali diventi una specie di roulette russa. Ambientato in una Gerusalemme abitata da giovani un po' buffi e un po' matti, il racconto è soprattutto la storia di una prova che il protagonista deve superare per diventare adulto, per lasciarsi alle spalle in modo più o meno risolto il proprio passato, per entrare in sintonia con i cicli della natura e della riproduzione. Insomma per prepararsi a diventare a sua volta padre. |
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Ebreo, israeliano, sionista: concetti da precisare Casa editrice e/o Definizione di alcune parole usate spesso con colpevole superficialità per aiutare a capire la crisi mediorientale, l'Olocausto e l'antisemitismo. |
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Casa editrice einaudi "Possesso",
devo confessarlo, è il testo più autobiografico, per molti versi
l'unico testo davvero personale, che io abbia scritto. Mio padre era
morto da poco, io ero completamente sommerso dal dolore e da tensioni
familiari la cui vera natura mi sfuggiva. Eravamo come invasi da un
enorme senso di colpa, e mia madre, soprattutto, reagiva identificandosi
completamnete con questa colpa. Ciò le impediva di vivere il lutto
[...]. "Lasciamo liberi i vivi, prendiamo congedo dai morti"
dice Ezra, il protagonista. "'Possesso' ha in effetti avuto un
grande ruolo catartico, liberatorio, per me" |
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Casa editrice einaudi Il libro raccoglie tutti i racconti scritti da Yehoshua: dodici storie pervase da atmosfere surreali, nelle quali i personaggi si muovono in bilico tra sogno e realtà, preda di un disagio che si trasforma in stanchezza, in un bisogno incontrollato di dormire. Sono dei perdenti, gli "eroi" di Yehoshua; uomini stanchi, incapaci di raggiungere i propri scopi, privi di certezze, e quando le certezze sembrano esistere sono destinate a soccombere. Nemmeno i sentimenti sono un'ancora di salvezza, gli equilibri familiari sono fragili, gli amori disillusi. Eppure, il tormento e la dsperazione appaiono lontani: ironia e divertimento sono la cifra di una prosa intensa, coinvolgente e tuttavia leggera. Una prosa che, ancora una volta, dimostra il talento narrativo che ha fatto di Yehoshua uno dei maggiori esponenti della letteratura israeliana. |
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Casa editrice casagrande "Mia madre voleva che io diventassi avvocato, e anch'io pensavo fosse una buona idea... Mio padre invece mi leggeva tutte le sere i racconti di "Cuore" di Edmondo De Amicis. Sono storie che narrano di emozioni pure e sentimentali. E più leggeva e più io piangevo. Mia madre gli chiedeva: "Perché continui a farlo piangere?", senza ottenere risposta. Ecco qual è il potere meraviglioso della letteratura: una pagina di un libro riesce a commuoverci, a farci piangere o a farci ridere. Sono state le letture che mi faceva mio padre ad avvicinarmi alla letteratura". Intervista a Abraham Yehoshua di Matteo Bettinelli. |
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Casa editrice Giuntina Nei racconti di A.B. Yehoshua, tre dei quali sono qui presentati per la prima volta al pubblico italiano, i personaggi sono immersi in un'atmosfera trasognata, allucinata e sofferente. Ad una analisi quantitativa si troverebbe probabilmente che gli aggettivi «sognante», «stordito», «confuso» sono tra i più ricorrenti. In questa atmosfera onirica (ma anche i sogni veri e propri sono ben presenti) i protagonisti esasperano le loro percezioni: l'autista di un autobus si trasforma in un gigante arboreo indifferente a ogni richiamo, il muratore che lavora silenzioso dall'alto di un'impalcatura in un personaggio potente e inquietante. |
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Il potere terribile di una piccola colpa. Etica e letteratura Casa editrice einaudi Yehoshua
non si reputa uno studioso di letteratura in grado di portare una voce
originale o teorie dirompenti nel settore della critica letteraria.
Eppure il suo saggio apre nuovi scenari d'indagine su alcune opere
letterarie che nascondono, dietro storie conosciute, alcuni concetti
morali più o meno "discutibili". Per il suo studio Yehoshua
si limita all'analisi di nove testi appartenenti alla letteratura
classica e contemporanea, ebraica e mondiale. I primi tre testi
analizzati sono: la storia biblica di Caino e Abele, Alcesti, il dramma
di Euripide; L'ospite di Camus. Questo primo gruppo di opere è
selezionato per dimostrare come alcune componenti retoriche del racconto
fanno sì che il lettore si immedesimi a tal punto con i personaggi da
fargli approvare comportamenti moralmente discutibili o che avrebbero
suscitato la sua indignazione in altre situazioni. Ma, si domanda
Yehoshua, "si può riconoscere alla letteratura il diritto di
sovvertire il senso morale dei lettori, sino a sopirne ogni reazione
normale?" Non bisogna mai sottovalutare la capacità del testo
scritto, dell'opera narrativa, di offuscare certezze morali. O di
trasformarle, com'è il caso dell'episodio biblico di Caino e Abele,
che, con una lettura più attenta, vede un Caino assolutamente impunito
per l'omicidio del fratello, ma riconosciuto da Dio sin dall'inizio come
figura "negativa" al di là del confronto con la
"positività" di Abele. (da Musa) |
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Viaggio alla fine del millennio Casa editrice einaudi L'identità ebraica e le scelte di fine millennioDa Tangeri a Parigi. Costeggiando la penisola iberica, la Bretagna e la Normandia, e poi risalendo la Senna a bordo di un vascello stipato di mercanzie. Nel Viaggio alla fine del millennio (Einaudi, pagine 376, lire 34.000), l'ultima metafora di Abraham B. Yehoshua. Una metafora piena di sorprese. Perché nel narrare la vicenda del mercante ebreo Ben-Atar e delle due sue mogli, trascinate insieme a un rabbino e a una ciurma di ismaeliti sin dentro le viscere di un'Europa selvaggia e incolta, lo scrittore israeliano ripudia la cifra stilistica dei dialoghi a una voce sola (utilizzata per la prima volta in Un divorzio tardivo nel quale si restituiscono cosÏ le diverse soggettività dei protagonisti) e si affida a una forma narrativa tanto efficace quanto singolare. È infatti attraverso il giusto posizionamento del punto di vista del narratore - né nostro contemporaneo né interamente organico alla terribile atmosfera dell'anno 999 e dei suoi oscuri presagi - che questa storia, privata di qualsiasi forma di dialogo, si carica di una forte carica di seduzione. Non si potrebbe definire altrimenti, (seducente appunto), la straordinaria avventura che prende l'avvio dalla disapprovazione abbattutasi sul sefardita Ben-Atar a causa della sua bigamia. Una disapprovazione espressa dalla nuova moglie askenazita di suo nipote Abulafia (che per lui curava i traffici commerciali in Europa) e a causa della quale non solo si è rotto il sodalizio commerciale tra sponda sud e sponda nord del Mediterraneo, ma si è anche incrinata, nell'animo del mercante, la certezza di un'identità che non può fare a meno di nessun tassello parentale. Ecco perché di fronte alla minaccia del definitivo distacco dal nipote (ormai smarritosi nella lontana Parigi), a Ben-Atar non resta che assumere un dotto rabbino capace di difendere le ragioni della sua bigamia e affrontare i mille pericoli del viaggio: per dimostrare alla nuova moglie del nipote come sia possibile, e non solo legittimo secondo il credo dei padri, amare due donne contemporaneamente. Accurata ricostruzione dei caratteri Se è attraverso questo pretesto che il sabra Yehoshua, ancora una volta e dichiaratamente, pone a confronto le due diverse anime storiche di Israele - quella sefardita a cui appartiene e quella askenazita madre del sionismo ma anche di una tradizione a suo dire più chiusa e retriva - il maggior fascino di questo romanzo sta però nell'accurata ricostruzione e descrizione dei caratteri e delle movenze individuali all'interno delle cornici costituite dai diversi gruppi e dalle diverse identità. Ecco allora che andando incontro alle sentenze di due differenti tribunali (una favorevole a Ben Atar, nei pressi di Parigi, e una a lui infaustamente contraria, nelle terre buie e paludose di Wermaizah sul fiume Reno) si dipanano pulsioni e stilemi esistenziali i più diversi. La solare rivalità-complicità delle due mogli orientali nascoste dai veli. La partecipazione al dramma di Abu-Lufti, il socio ismaelita di Ben-Atar e Abulafia. La profonda lacerazione interiore dello stesso Abulafia e il moralismo apparentemente asciutto e certo di sé della nuova moglie askenazita, donna Esther-Mina. E ancora, sullo sfondo di una cristianità la cui attesa del messia per l'Anno Mille sospende appena la ferocia nei confronti degli ebrei, ecco il rabbino andaluso Elbaz che si nutre di poesia e Legge. Ed ecco l'ebreo convertito di Verdun, i rabbi di Worms dai cappelli con un unico corno di cervo e la piccola demente-indemoniata, figlia di Abulafia e della sua prima moglie suicida, alla quale gli animali, le spezie e i tesori stipati nel vascello riportano alla memoria i colori e gli odori della lontana e luminosa Africa. Tutti nell'incontrarsi, sefarditi e askenaziti, sembrano cedere, di sé, più di una cosa. Come a dire che il prezzo da pagare, quando l'identità si fa mosaico per il quale anche la morte impone una morale (non c'è buon esito né consolazione, in questo romanzo), è sempre la rinuncia a una parte della propria esistenza e della propria storia. (recensione di AlbertoMelis sul quotidiano L'Unione Sarda del 25.09.98)
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Casa editrice einaudi Per il giovane medico israeliano Benji Rubin, il viaggio in India con il direttore amministrativo del suo ospedale e con la moglie di lui, rappresenta forse un'occasione che aprirà nuove strade alla sua carriera di aspirante chirurgo. Ma all'India Benji torna con un amore impossibile che sconvolgerà la sua vita: quello per una donna appena più giovane di sua madre, sposata, neppure troppo avvenente, la cui sua unica virtù sembra essere un enigmatico sorriso. All'inizio il giovane medico sembra innamorato più che di una donna in carne ed ossa, del mistero di quell'amore. Quello che lo attende è un lungo viaggio nella geografia di sentimenti e passioni che sembrano sfuggire ad ogni ragionevole tentativo di interpretazione. |
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Casa editrice einaudi Israele, le nevrosi dell'identità«Un divorzio tardivo» (pp. 362, Lire 36.000) è l'ultimo romanzo di Abraham B. Yehoshua pubblicato in Italia dalla Einaudi. Un lieto evento che viene a colmare una delle numerose fratture createsi negli anni sulle vicende narrative di quello che oggi è il più quotato e singolare scrittore della "nuova" letteratura ebraica. Le opere di questo professore di Letteratura all'Università di Haifa -il cui studio, sul lato ovest del Monte Carmelo, domina un'ampia vallata che si estende sino al mare - sono infatti giunte sinora col contagocce e in ordine a dir poco sparso. Senza cioè rispettare la loro naturale cronologia. Pubblicato per la prima volta in Israele nel 1982, Un divorzio tardivo, fa parte della trilogia composta anche da L'amante e dallo straordinario Il Signor Mani (anche questi editi in Italia dalla casa editrice torinese). E' proprio sulle vicende di Yehudà Kaminka, israeliano di nuova diaspora di ritorno in patria per necessità familiari, ma anche per sottilissimi richiami esistenziali, che Yehoshua ha sperimentato per la prima volta la cifra stilistica che oggi più lo contraddistingue. Cioè l'orchestrazione polifonica di differenti monologhi interiori (e di dialoghi a una voce sola, come lui li definisce), capaci di restituire, se non una realtà che resta pur sempre inconoscibile, almeno le diverse sfaccettature con le quali essa viene percepita dai sempre fragili personaggi che la attraversano.Così in Un divorzio tardivo, insieme alle voci all'anziano Kaminka e della sua già di fatto ex-moglie (chiusa in un manicomio per avere tentato molti anni prima di ucciderlo), si levano anche le voci dei figli, dei nipoti, dei generi e delle nuore: di tutto un microcosmo familiare il cui canto corale stride e si strugge e si lamenta intorno al dramma della follia, alle sue dinamiche di gruppo, alle lacerazioni e alle infinite spade di Damocle che qui il destino stringe con mano insopportabilmente malferma. Se non è un caso che Yehoshua riesca a tradurre in forma narrativa la formidabile scena teatrale delle nevrosi familiari - da più parti si è suggerito il ruolo di indiretto supporto fornito da sua moglie, psicanalista e studiosa di psicanalisi - c'è da dire che questa sua maestria non lo conduce, e tantomeno in questo romanzo, alla elaborazione di risposte prefabbricate ed esaustive. Come in altri suoi romanzi "aperti", anche queste vicende non hanno infatti né inizio né fine: hanno solo una storia in itinere. Anzi infinite storie, per infiniti punti di vista, sulla medesima realtà. Quella di Kaminka, che fuggito in America e in attesa di un figlio da un'altra donna torna in Israele per ottenere definitivamente il divorzio e resta invece intrappolato nella ragnatela (famiglia, casa, affetti, segreti e disamori) che anche lui ha contribuito a tessere in un'intera esistenza. Quella del piccolo nipote Gadi (posta in apertura di volume quasi a significare che innocenza e inconoscibilità sono due membri speculari della stessa equazione). Quella della moglie Naomi, "volevo ucciderti perchè mi hai deluso". Quelle dei figli Assi, Yaek e Zwi; dell'amante sefardita Calderon; della diafana nuora Dina; dell'insostenibile genero Kedmi, che reagisce alla nevrosi dei nuovi affetti (portatagli in dote col matrimonio) scaricando su chi gli sta intorno fiumi di adrenalina e scettica aggressività. Se la prima lettura che si può dare a Un divorzio tardivo è di chiave squisitamente psicoanalitica - Yehoshua è stato abilissimo nel disegnare il ruolo di capro espiatorio della madre, che funge da cartina di tornasole utile a riaffermare la normalità degli altri membri della famiglia- una seconda e non meno importante chiave di lettura spinge inevitabilmente il lettore nel controverso universo della metafora. Esercizio questo che Yehoshua, a dire la verità, non sempre ha apprezzato nella critica letteraria. Almeno sin da quando uno dei suoi racconti - Di fronte ai boschi, prima opera ad essere stata pubblicata nel 1987 in Italia dalla Casa Editrice Giuntina nella raccolta "Il poeta continua a tacere"- venne interpretato come un cedimento fin troppo accondiscendente verso le ragioni degli arabi. Fatto sta però che gli elementi portanti del romanzo, per come sono stati individuati e strutturati, non possono non suggerire che il microcosmo familiare descritto sia in qualche modo assimilabile a un contesto umano assai più vasto. All'Israele in perenne ricerca di una nuova identità, ovviamente: alla società in cui le fratture generazionali passano attraverso le stesse linee di demarcazione che separano memoria e ipotesi sul futuro, appartenenza religiosa e moderno sentimento nazionale, ebrei autoctoni ed ebrei della diaspora. Il tentativo di fuga dell'anziano protagonista di questo romanzo - l'ebreo Kaminka di origine russa e in libera uscita verso una nuova diaspora, verso una nuova appartenenza esistenziale che non sia quella segnata dalla memoria del già vissuto - sembra racchiudere in sé quello che Yehoshua, soprattutto in questi ultimi anni, ha continuato a denunciare come un percorso fallimentare dell'Essere: la Diaspora non ha mai dato soluzioni, perchè più che manifestare l'appartenenza a due differenti identità le annulla entrambe, fagocitando i suoi viaggiatori per forza o per caso nello spurio e nell'indistinto. E allora il ritorno - anche quando come nel caso di Kaminka la "risalita" verso i propri affetti indossa gli abiti di scena della tragedia, e anche quando la realtà si è ormai frantumata in un coacervo di pulsioni il cui collante e la cui possibile ricomposizione appartengono unicamente alla speranza di un futuro in comune - non solo è necessario, ma è strettamente ineluttabile. Kaminka, nel primo giorno di Pasqua -e la festa più importante per il popolo ebraico, significa "passaggio", liberazione - non può fare a meno di prendere atto della sua condanna al "ritorno". Lo farà a pochi passi dalla tragedia, cercando di sottrarsi alla morsa e al richiamo del pazzo arabo-ebreo Mussa-Mosè, e mormorando, forse riconoscendole e sottostandovi per la prima volta, le parole del Libro: sia quel che sia, Sarò quel che sarò, sono Colui che sono. La fuga è finita, e così la tentazione a una nuova e individuale diaspora. "Una malattia, il grande fallimento del mondo ebraico - come ha detto Yehoshua in un' intervista apparsa in Italia nel 1989 sulla rivista Linea d'Ombra - contro cui lottiamo qui, in Israele". A prescindere dal particolare punto di vista che l'ebreo laico e sefardita Abraham Yehoshua ha sulla Diaspora (Stefano Levi della Torre, tra i tanti altri e probabilmente con più di una buona ragione, ha aspramente polemizzato con lui in Essere fuori luogo, pubblicato l'anno scorso dalla Casa Editrice Donzelli), questo suo "nuovo" romanzo giunto in Italia, seppur con imperdonabile ritardo, conferma il grandissimo spessore dello scrittore e dell'intellettuale. Un ruolo non facile da gestire in Israele. Se è vero che insieme agli Oz e ai Grossman, con cui ha un'assidua frequentazione, Yehoshua continua a sentire il peso di "un'enorme responsabilità": quella dell'immaginazione. "Anche il sionismo - ha detto in un'altra intervista concessa ad Alberto Rollo qualche anno fa - in fondo è stato una creazione degli scrittori".Come il Theodor Herzl di Altneuland, e come tutti gli altri scrittori ebrei che hanno avuto la forza di dar corpo alle utopie e l'estro visionario d' "immaginare Israele", Yehoshua fa oggi della narrativa lo strumento per scardinare i limiti del reale, con le sue debolezze e le sue contraddizioni, per gettare un ponte sul futuro. (Recensione di Alberto Melis su L'Unione Sarda del 2.8.96) |
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Casa editrice einaudi Riprendere la vita, riconquistarla a poco a poco, occupando l'immenso vuoto lasciato da un distacco tragico e precoce: dopo sette anni di malattia, la moglie di Mocho è morta e lui si ritrova con l'ansia di chi ha ancora la morte dentro di sé ed è "costretto" a pensare alla vita. Come ricominciare ad amare, come trovare una nuova ragione di esistere: Yehoshua racconta le cinque, dense stagioni di un uomo giovane ma già da "rifare" e nello stesso tempo mette in scena, accanto al caso personale di Molcho, il dramma più generale di un paese che come lui deve continuamente ripensare se stesso in rapporto agli altri, siano gli arabi o i nuovi immigrati che portano con sé un pezzetto di mondo sconosciuto. |
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Casa editrice einaudi "L'amante
è la storia di un doppio inseguimento. Adam avverte nella moglie un
mistero: non sa chi sia la donna amatissima che gli giace accanto nel
letto e che sogna continuamente: la insegue senza raggiungerla mai.
Insieme a lei insegue il suo amante: un gentile, assente, malinconico
spettro ebraico che forse incarna la perduta anima d'Israele. La figlia
Dafni cogli occhiali scintillanti e infantili, incarna il principio di
realtà. Ma anche a lei sfugge qualcosa: il mondo arabo che vive accanto
e dentro Israele" |
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Casa editrice einaudi La saga appassionata e coinvolgente di un'antica famiglia ebraica, i Mani, si dipana a ritroso nel tempo strappando al passato le voci di sette generazioni. Dal giovane Efraim, soldato israeliano di stanza in Libano nei primi anni Ottanta, al patriarca Abraham vissuto nell'Atene di metà Ottocento, i diversi "signor Mani" sfilano nella storia e si trasmettono di padre in figlio una tragica eredità. Può un uomo spezzare la catena che lo lega al passato e al futuro? Può annullare la propria identità? Yehoshua mette in scena cinque dialoghi in cui di volta in volta una voce diversa ci guida verso i molti misteri di un intero popolo e di una famiglia animata dall'utopia della pace. |
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Elogio della normalità. Saggi sulla diaspora e Israele Casa editrice einaudi Non
sono uno storico né‚ un esperto di filosofia ebraica, e nemmeno uno
studioso del sionismo e dell'Olocausto; non pretendo di giungere a delle
conclusioni scientifiche su questi argomenti. Il positivo sviluppo di
nuovi orientamenti all'interno delle scienze ebraiche - come le ricerche
sul sionismo o sull'Olocausto - non possono esentare il singolo
dall'esprimere un giudizio su questi problemi, per arrivare a una
visione del mondo chiara e personale. La diaspora, l'Olocausto, le
questioni morali legate al contrasto arabo-israeliano e in particolare a
quello con i palestinesi non sono questioni da lasciare esclusivamente a
ricercatori e esperti, ma costituiscono una parte della nostra esistenza
e della costruzione dell'identità di ognuno di noi. |
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Diario di una pace fredda. Israele: dalla strage di Hebron alla vittoria di Netanyahu Casa editrice einaudi Come
si evolve l'identità israeliana, in bilico tra una pace rimandata e un
conflitto permanente, incline a riaccendersi di continuo fuori dei suoi
confini ma anche dentro, tra le file confuse del suo stesso popolo? E'
la domanda che il più celebre scrittore israeliano, Abraham Yehoshua,
si pone in queste note "a caldo" che commentano, dall'interno
di una cronaca partecipata e tesa, il profilo instabile della "pace
fredda" tra gli israeliani e il mondo arabo. Yehoshua racconta lo
stillicidio di attentati di cui è punteggiata la storia recente, dal
massacro di ebrei a Hebron nel febbraio 1994 - da cui prende le mosse il
taccuino - fino al tragico assassinio, per mano di un estremista
israeliano, del premier Ytzhak Rabin nell'autunno 1995, eventi che
prefigurano la pace come un dramma ininterrotto. Il diario arriva a
registrare lo sgomento dei moderati all'annuncio dell'inattesa vittoria
del leader della destra Netanyahu, analizzando i timori di una nuova
escalation violenta. |
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Nato a Gerusalemme da Yakov, orientalista e ricercatore di Storia di Gerusalemme, e da Malka Rosilio, che immigrò dal Marocco nel 1932. Svolse il servizio militare come paracadutista nell’esercito dal 1954 al 1957. Si è laureato alla Facoltà di Filosofia e Letteratura Ebraica alla Hebrew University di Gerusalemme. Sposato con Rivka, psicologa e psicoanalista, è padre di una figlia e di due figli. Dal ’63 al ’67 ha prestato servizio a Parigi come Segretario Generale dell’Unione Mondiale degli Studenti Ebrei. Nel 1967 ritorna in Israele e dal 1972 è Professore di Letteratura Ebraica e Comparata all’Università di Haifa. Sensibile conoscitore e osservatore della vicenda israeliana, riesce unire nei suoi romanzi l’intelligente ironia ebraica a una profonda definizione psicologica dei personaggi e dei loro sentimenti |