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Natan Zach
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L'omino nel pane e altre storie
L'omino nel pane si sente solo. A vivere dentro una pagnotta si fa presto a sfamarsi, ma ci si annoia anche tanto. All'omino dentro la mela un po' di compagnia non spiacerebbe affatto, ma uno sconosciuto no, troppi rischi. La dolce e appiccicosa donnina mollemente adagiata tra gli strati cremosi di una torta è troppo altolocata per ospitare un mangiapane qualunque. Quanto all'omino dentro la lattuga, l'aria fresca e le goccioline d'acqua che scivolano tra le foglie gli bastano e avanzano per vivere tranquillo - è uno saggio, lui. Finché arriva l'ora della festa e qualcuno dispone le vivande in tavola: uscire allo scoperto è necessario. A questa e ad altre consimili trame narrative, concepite esplicitamente per un pubblico di bambini, e qui raccolte con una nota introduttiva dell'autore per la prima traduzione in Occidente, Natan Zach - una delle voci più importanti della poesia contemporanea - affida il racconto della solitudine umana e delle paure che soffocano ogni istinto alla solidarietà. E mentre la voce racconta ai bambini, l'occhio non perde di vista gli adulti; semmai ne mostra le fobie e la capacità di vincerle. Allo stesso modo, il volo di Pea, l'ape impertinente, svela le manie del leone e del gatto, del porcospino e della giraffa, ma forza di un'indipendenza che si divincola ostinatamente da ogni costrizione. Parabole lievi, godibili, che allietano i piccoli lettori e danno da pensare a quelli grandi, frutto di un'immaginazione che anima tutto ciò che ci circonda di una vita inaspettata, sorprendente. ***** La
poesia del quotidiano: L'omino
del pane e altre storie, di Natan Zach (trad. di E. Loewenthal,
disegni di Avner Katz, Donzelli, Roma 2003). Di Sara Ferrari Chi conosce la letteratura israeliana, sa bene che molti dei suoi più grandi poeti hanno scritto libri per bambini. Lo hanno fatto Yehuda Amichai, Dalia Ravikovitch e David Avidan, per citarne alcuni; è una situazione quasi senza eguali. Al di là del gusto ebraico per la narrazione, ciò riflette indubbiamente la predilezione di questi poeti per la quotidianità, la loro ricerca della poeticità del semplice, del non-sublime. Ciò che ad un lettore attento non può sfuggire, è che molto raramente le storie di questi poeti sono soltanto per bambini. La semplicità con la quale sono narrate e i loro argomenti di certo le rendono di facile lettura per loro, ma esse non si fermano qui. C’è “qualcosa” dietro queste storie, come Natan Zach ci ricorda nella sua dedica in questa edizione italiana (la prima in occidente) dei suoi racconti per bambini, raccolti sotto il titolo L'omino del pane. In questa
prefazione, dal titolo emblematico La lettera nella bottiglia,
dopo aver richiamato ricordi d’infanzia e svelato il materiale
biografico da cui questi racconti sono nati, il poeta ci avverte: dentro
le sue storie c’è un messaggio, “un messaggio originato
dall’esperienza di colui che non ha potuto fare a meno di essere un
bambino del suo tempo” (pag. 10.). Non parliamo dunque di
morale, sarebbe del tutto estraneo alla poetica di Zach, ma di
messaggio, un messaggio multiforme, che egli lascia alla nostra fantasia
e alla nostra interpretazione. Sta a noi decidere, dunque, che fine
abbiano fatto le piccole creature nascoste nei cibi o quale sia il
motivo del rifiuto della paffuta ape Pea alla comunità delle api. Di
grande interesse sono poi le Poesie su un cane e una cagnetta, in
cui il poeta si pone accanto a questi animali e parla la loro lingua,
semplice, gioiosa, a volte malinconica, incomprensibile ai più, ma del
tutto chiara a chi ha diviso un po’ della propria vita con uno di
loro. Colui che non ha potuto fare a meno di essere un bambino del suo
tempo, così Zach definisce sé stesso. Di certo questo bambino è stato
duramente toccato dalla storia. Nato nel 1930 a Berlino da padre tedesco
e madre italiana, Zach è ben presto costretto dal nazismo ad emigrare
in Palestina con la famiglia. Benché all’epoca fosse molto piccolo,
quest’evento segnò indelebilmente la sua vita (“Hitler ancora
scorre nelle mie vene”, egli scrive), configurandosi come un fatto
traumatico nella sua poesia (“...ma io mi accontento di gridare nel
sogno”). Zach è considerato uno dei maggiori esponenti di quella che
è stata definita la new wave della poesia israeliana, nata
intorno agli anni '50. Egli fu uno dei redattori della rivista Akhshàv
(Adesso), organo ufficiale dei nuovi poeti e la sua prima
raccolta Shirim Rishonim (Prime poesie) risale al 1955.
Zach è stato definito “il più chiaro e insistente portavoce del
movimento modernista della poesia israeliana” ed è forse più vicino
di ogni altro alla lezione dei poeti inglesi e americani. La sua poesia,
infatti, è caratterizzata da uno stile nudo, ironico e colloquiale,
lontano da ogni sentimentalismo e da ogni retorica. Per questo motivo,
molto spesso è stato avvicinato a Yehuda Amichai, benché in realtà vi
siano tra di loro grandi differenze. Zach infatti è riflessivo,
“filosofico” (pashùt ve-filosòfi- “semplice e
filosofico” intitolava il New Republic nel 1983 mentre Amichai
è stato definito da alcuni critici più immediato e “carnale”.
Inoltre, mentre Amichai ha saputo ben interpretare i sentimenti e gli
umori dell'opinione pubblica israeliana, divenendo poeta nazionale
d'Israele, nelle sue liriche Zach ribadisce sempre la propria condizione
di “uomo in viaggio” e di apolide, iniziata nell'infanzia
(“parlare quattro lingue al di sotto di sei anni è pure/ cosa che
confonde, una torre di Babele che a malapena deambula”) e
irrimediabilmente portata avanti in età adulta. Dal 1968 al 1979,
infatti, visse in Inghilterra, dove completò i suoi studi; di ritorno
in Israele, insegnò nelle università di Tel Aviv e Haifa e svolse un
incarico di grande prestigio presso i teatri Ohel e Carmi. Notevole è
inoltre la sua opera di traduttore; si ricordino in particolare le sue
traduzioni di Allen Ginsberg, di Else Lasker-Schüler (la poetessa
tedesca che fuggita dalla Germania nazista morì a Gerusalemme nel 1945)
e delle canzoni popolari arabe, queste ultime realizzate in
collaborazione con Rashid Hussein. Relativamente tardi giunsero per Zach
i riconoscimenti ufficiali: nel 1995, infatti, grazie alla raccolta Keivan
She-Ani Ba-Svivah (Dal momento che sono nei paraggi), vinse
il prestigioso Premio Israele, mentre nel 2000 per l’antologia Sfavorevole
agli addii (Donzelli Editore, Roma 1996), gli è stato conferito il
Premio Internazionale di Poesia Camaiore. Il lettore italiano che
volesse approfondire l’opera di Natan Zach trova in questa antologia
un valido strumento, grazie soprattutto alle pregevoli traduzioni di
Ariel Rathaus. (da Israele.net) |
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Casa editrice donzelli
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Nato nel 1930 a Berlino da padre tedesco e
madre italiana, Zach è ben presto costretto dal nazismo ad emigrare in
Palestina con la famiglia. Benché all’epoca fosse molto piccolo,
quest’evento segnò indelebilmente la sua vita (“Hitler ancora
scorre nelle mie vene”, egli scrive), configurandosi come un fatto
traumatico nella sua poesia (“...ma io mi accontento di gridare nel
sogno”). Zach è considerato uno dei maggiori esponenti di quella che
è stata definita la new wave della poesia israeliana, nata
intorno agli anni '50. Egli fu uno dei redattori della rivista Akhshàv
(Adesso), organo ufficiale dei nuovi poeti e la sua prima
raccolta Shirim Rishonim (Prime poesie) risale al 1955.
Zach è stato definito “il più chiaro e insistente portavoce del
movimento modernista della poesia israeliana” ed è forse più vicino
di ogni altro alla lezione dei poeti inglesi e americani. La sua poesia,
infatti, è caratterizzata da uno stile nudo, ironico e colloquiale,
lontano da ogni sentimentalismo e da ogni retorica. Per questo motivo,
molto spesso è stato avvicinato a Yehuda Amichai, benché in realtà vi
siano tra di loro grandi differenze. Zach infatti è riflessivo, “filosofico”
(pashùt ve-filosòfi- “semplice e filosofico” intitolava il New Republic
nel 1983 mentre Amichai è stato definito da alcuni critici più
immediato e “carnale”. Inoltre, mentre Amichai ha saputo ben
interpretare i sentimenti e gli umori dell'opinione pubblica israeliana,
divenendo poeta nazionale d'Israele, nelle sue liriche Zach ribadisce
sempre la propria condizione di “uomo in viaggio” e di apolide,
iniziata nell'infanzia (“parlare quattro lingue al di sotto di sei
anni è pure/ cosa che confonde, una torre di Babele che a malapena
deambula”) e irrimediabilmente portata avanti in età adulta. Dal 1968
al 1979, infatti, visse in Inghilterra, dove completò i suoi studi; di
ritorno in Israele, insegnò nelle università di Tel Aviv e Haifa e
svolse un incarico di grande prestigio presso i teatri Ohel e Carmi.
Notevole è inoltre la sua opera di traduttore; si ricordino in
particolare le sue traduzioni di Allen Ginsberg, di Else Lasker-Schüler
(la poetessa tedesca che fuggita dalla Germania nazista morì a
Gerusalemme nel 1945) e delle canzoni popolari arabe, queste ultime
realizzate in collaborazione con Rashid Hussein. Relativamente tardi
giunsero per Zach i riconoscimenti ufficiali: nel 1995, infatti, grazie
alla raccolta Keivan
She-Ani Ba-Svivah (Dal momento che sono nei paraggi), vinse
il prestigioso Premio Israele, mentre nel 2000 per l’antologia Sfavorevole
agli addii (Donzelli Editore, Roma 1996), gli è stato conferito il
Premio Internazionale di Poesia Camaiore. Il lettore italiano che
volesse approfondire l’opera di Natan Zach trova in questa antologia
un valido strumento, grazie soprattutto alle pregevoli traduzioni di
Ariel Rathaus. (dal sito Israele.net) |