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Anteprima
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Alla
Pace: che se ne faccia una torta di panna e ciliegie,
e
che ci si affondino le dita dentro
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Una
storia un po' speciale
Questa è la storia di Rami, un ragazzino israeliano, e di Fatima, una
ragazzina palestinese. E' una storia un po' speciale, perché speciale
è il paese in cui vivono. Un paese che ha due nomi, Israele e
Palestina, dove due popoli, quello israeliano e quello palestinese,
hanno combattuto tante guerre per il possesso della stessa terra.
L'ultima è scoppiata nel 1999. I palestinesi la chiamano Intifada. Gli
israeliani semplicemente guerra. Una guerra che è uguale e insieme
diversa da tutte le altre. Perché nei giorni in cui non scoppia una
bomba, o in cui non si muovono i carri armati, tutti si sforzano di
vivere il più normalmente possibile, anche se non è facile. I bambini
vanno a scuola, le mamme a fare la spesa al mercato, le persone anziane
a chiacchierare sulle panchine. Almeno fino a quando, di nuovo...
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1
Nonno Yankele non c'è
Nel quale conosciamo i protagonisti della nostra storia,
Rami che vuole andare in campeggio e Fatima che discute con un soldato
dai capelli sale e pepe
MAMMA
EVA FECE CAPOLINO nella stanza, legandosi i capelli a coda di
cavallo con un grosso elastico rosso.
- Sei pronto Rami? Hai preparato lo zaino? Hai
salutato nonno Yankele? Ricordati di farlo prima di andar via! -
mamma Eva aveva l'abitudine di parlare a velocità supersonica. - Sai
per caso che ore sono bimbo? - disse guardando lei stessa l'orologio. - Oh! Ma
è tardi! E' tardi tardi tardi! Tardissimo!
- Il signor Potok è già pronto?
Mamma Eva corrucciò le labbra.
- Non dovresti chiamarlo così...
Rami sollevò le spalle. Quando le cose tra lui e suo
padre non andavano troppo bene, invece di chiamarlo papà lo chiamava
signor Potok, anche se mai in sua presenza. E le cose, tra Rami e il
signor Potok, che lavorava in una importante banca e aveva pochissimo tempo
per stare con lui, non andavano mai troppo bene.
- Beh, gli dirò di venire a darti una mano... -
concluse la mamma andandosene.
Quando lei scomparve Rami sollevò a fatica lo zaino
e lo poggiò sul letto. Era pesantissimo e panciuto, carico di tutte le
provviste che era riuscito a infilarci dentro. Anche le grandi tasche
laterali erano rigonfie. Due torce elettriche, le batterie di ricambio,
un rotolo di corda, la borraccia dell'acqua, una scatoletta per il
pronto soccorso, fiammiferi in abbondanza, crema protettiva per il sole
e molto altro ancora.
- Mi sa che Assi me l'ha fatta - borbottò tra sé e
sé. - Io suderò sette camicie, mentre il suo zaino sarà leggero come
una piuma...
Lui e Assi, il suo compagno di banco, avevano
pianificato per settimane intere il campeggio all'oasi di Ein Gedi,
sulla sponda occidentale del Mar Morto.
- Ci divideremo i bagagli come bravi fratellini -
aveva detto Assi. - Metà io e metà tu.
Solo che Assi, che abitava dalla parte opposta del
quartiere di Gilo, alla periferia di Gerusalemme, aveva un modo tutto
suo di dividere a metà le cose.
- Io porterò i sacchi a pelo, la tenda, le pinne, le
maschere e i boccagli. Tu le provviste e il resto -. Aveva sospirato e socchiuso un
po' gli occhi: - Lo so. Il mio bagaglio sarà più ingombrante del tuo.
Ma io sono più alto e più robusto di te...
- Grazie - aveva sussurrato Rami, senza pensare che
le provviste, soprattutto le scatolette di carne e le lattine di
aranciata e di succo di pompelmo, pesavano come il piombo.
- Sempre che i nostri genitori ci permettano
di andare... - aveva aggiunto Assi.
E quella in effetti era stata la parte più difficile.
- No! - aveva detto il signor Potok, con il suo
solito cipiglio da capo ufficio, quando Rami gliene aveva parlato per la
prima volta, a pranzo. - Berzerski deve essere impazzito...
Berzeski era il professore di scienze naturali.
- Ci aveva promesso che se fossimo stati tutti
promossi ci avrebbe portati in
campeggio, a fine anno scolastico -
aveva spiegato Rami.
- Ho detto di no! E' troppo pericoloso - aveva
scosso la testa il signor Potok.
Rami allora aveva lanciato uno sguardo a mamma Eva.
- Daniel, caro... - aveva cominciato la mamma (il papà
di Rami si chiamava Daniel). - Il signor Bezerwski mi ha assicurato che
l'oasi di Ein Gedi è ben protetta dall'esercito...
Il signor Potok per tutta risposta le aveva lanciato
un'occhiataccia.
- Ehi! -. Mamma Eva ci metteva poco a perdere la
calma. - Non vorrai tenere tuo figlio chiuso in casa per tutta l'estate,
vero? Ho paura a mandarlo a giocare per strada. E sono un paio
di mesi che non va più nemmeno a fare la spesa alla drogheria dei
fratelli Pardos, giù a Tzomet Pat...
Prima che il signor Potok potesse sollevare altre
obiezioni, nonno Yankele aveva alzato lo sguardo dal piatto, con la
solita aria stralunata di uno che si è svegliato di colpo da un sonno
profondo.
- Dove vorrebbe andare il ragazzo? - aveva chiesto.
Aveva fissato il signor Potok con gli occhi celesti e acquosi e si era
accarezzato pensosamente i lunghi baffi a manubrio di bicicletta. -
Fallo andare! Fallo andare ti dico! Qualsiasi posto va bene, purché sia
lontano da Gerusalemme!
Il discorso per il momento si era chiuso lì. Sia
perché in quel momento si era sentita una raffica di mitra provenire
dal castelletto di Beit Jalla, da dove i cecchini palestinesi
prendevano di mira Anafah Street, sia perché il signor Potok doveva
rientrare al lavoro in banca.
In ogni caso Rami aveva capito che la bilancia
cominciava a pendere dalla sua parte. E senza farsi vedere aveva
allungato una mano sotto il tavolo e aveva passato al nonno una manciata
di sassolini che aveva raccolto per lui all'uscita di scuola.
Anche se il campeggio sarebbe durato solo sette
giorni, a Rami sarebbe mancato molto nonno Yankele.
Si assicurò che
tutte le cinghie dello zaino fossero ben tirate, si infilò le scarpe da
ginnastica e lanciò uno sguardo alla sveglia. Erano le otto e
trenta del mattino e mancavano solo tre quarti d'ora all'appuntamento in
Ha Nevi'im Street, non lontano dalla Porta di Damasco.
Alle
otto e trenta in punto l'auto, una scassatissima Subaru proveniente dal
villaggio arabo di Sebastya, si fermò al checkpoint di Aram, l'ultimo
posto di blocco prima di Gerusalemme. Cinque o sei grossi blocchi di
cemento diposti a scacchiera ingombravano la strada e l'unico varco, poco
più avanti, era chiuso da uno sbarramento mobile di filo spinato.
L'autista, il signor Abu Najjar, guardò nello
specchietto retrovisore e disse:
- Ora ce ne staremo tutti zitti zitti e buoni buoni, vero Fatima?
Ma Fatima, seduta vicino a una donna straordinariamente
grassa che occupava da sola più di metà del sedile posteriore e che
aveva il viso coperto dal velo, non rispose. E, cosa che il signor Abu
Najjar trovò decisamente sorprendente, lanciò solo un'occhiata
distratta al soldato israeliano che si avvicinava alla macchina per il
controllo dei documenti.
In realtà Fatima stava ripassando mentalmente le
istruzioni datele da suo zio, l'anziano dottor Fadi Bashir.
- Prima di tutto fermatevi alla clinica della Ortodox
Society, nella Città Vecchia - le aveva spiegato lo zio Fadi. - Ecco,
questa è la cartella medica della signora Miari. Poi fatti accompagnare
da Abu Najjar in Khan as-Zeit Road, ma fai in modo che lui resti fuori
del negozio.
Lo zio Fadi le aveva passato la busta gialla con il
denaro e lei l'aveva infilata nella tasca posteriore dei jeans.
- Se ci sono altri clienti non parlare. Aspetta di
essere sola. E di' al negoziante che gli darò il resto quando andrò di
persona a ritirare... - lo zio aveva abbassato la voce e aveva guardato
verso la porta socchiusa della cucina - ... l'attrezzatura!
In quel momento la porta si era spalancata e Nawal,
la mamma di Fatima, si era fatta avanti e aveva poggiato sul tavolino
tondo il vassoio del tè e dei biscotti ma'amoul, quelli con i
datteri e la cannella che allo zio Fadi piacevano tanto.
- Cosa state confabulando voi due? - aveva sorriso,
cogliendo il loro silenzio imbarazzato. Poi il suo viso si era
rabbuiato: - Forse dovrei accompagnare io la signora Miari a
Gerusalemme. Davvero non puoi fare a meno di me, domani?
Lo zio Fadi, che era uno dei due soli medici del
villaggio e che non di rado riceveva pazienti anche dalla vicina Nablus,
aveva scosso la testa. - Domani sarà una giornata campale. E non ce la
farei senza di te.
La mamma di Fatima lavorava come infermiera nel
piccolo studio dello zio, oltre a fargli da segretaria, da contabile e
da donna delle pulizie, ogni sabato pomeriggio.
- Potremmo dire al signor Abu Najjar che si occupi
lui dell'intera faccenda...
- Abu Najjar non parla l'inglese bene come Fatima -
aveva obiettato ancora lo zio Fadi. - E in quanto all'ebraico non
riuscirebbe nemmeno a dire buongiorno e buonasera.
Fatima a quel punto, osservando il viso della mamma,
aveva capito di avercela quasi fatta. Anche se le dispiaceva non averle
detto la verità sul vero motivo della sua visita a Gerusalemme. Ma per
ora quello doveva restare un segreto tra lei e lo zio Fadi.
- Com'è questo dente della signora Miari? - gli
aveva chiesto, cercando di sviare l'attenzione della mamma. - E' davvero
così, così...
- Oh sì! - era stato subito al gioco lo zio
Fadi. - E' il dente del giudizio più grosso che io abbia mai visto!
- Quasi un dente del giudizio universale, eh? - aveva
ridacchiato Fatima.
La mamma però non c'era cascata.
- Sì, sì... cambiate pure discorso voi due! -. Aveva
allungato una mano sui lunghi capelli di Fatima: - Promettimi almeno che
non sarai imprudente e che terrai quella linguaccia a freno.
Fatima si era irrigidita e si era tirata indietro.
Poi aveva lanciato un'occhiata al viso bruno e rugoso dello zio Fadi. Tenere
a freno la lingua? Non era questo che lui le aveva insegnato.
E l'indomani, all'ultimo checkpoint prima di
Gerusalemme, quando il soldato israeliano finì di perquisire il
portabagagli dell'auto, ne diede l'ennesima dimostrazione al povero
signor Abu Najjar.
- Ehi tu... - disse Fatima.
- Oh no, di nuovo! - si lamentò l'autista.
- Dici a me? - chiese il soldato, avvicinandosi al
finestrino dell'auto.
- Sì, dico proprio a te.
E a quel punto Fatima diede briglia sciolta alla sua
lingua.
Perché li avevano fermati a quel checkpoint? E perché
per arrivare a Gerusalemme avevano dovuto superare altri nove posti di
blocco, alzandosi alle quattro del mattino e mettendoci quasi cinque ore
per percorrere meno di sessanta chilometri? E gli sembrava giusto, a
lui, a quel soldato grande e grosso, spianare davanti agli occhi di una
ragazzina un mitra pericolosissimo come il suo? E se gli fosse partito
un colpo? E se...
Quando Fatima finì di parlare, davanti al finestrino
posteriore della Subaru si era radunato un piccolo gruppo di soldati.
- Chi ti ha insegnato l'ebraico così bene? - le
chiese uno di loro.
- Non è questo il punto - disse Fatima. - Il
punto è che voi...
- Ora basta! - la interruppe bruscamente un
ufficiale. Si rivolse in arabo al signor Abu Najjar: - Dovresti dire a
tua figlia di badare a come parla...
Il signor Abu Najjar, che quella mattina aveva già
assistito alla stessa scena nove volte, una per ogni posto di blocco, e
che in vita sua non era mai stato molto coraggioso, si asciugò con il
palmo della mano un velo di sudore sulla fronte. - Non è mia figlia
- sussurrò, tenendo gli occhi bassi.
L'ufficiale allora fece un cenno al soldato che aveva
ancora in mano i loro documenti. - Falli passare - ordinò.
Quando il soldato si riavvicinò per restituire
patente e libretto dell'auto, Fatima notò con soddisfazione che ora
teneva la canna del mitra rivolta verso il basso.
- Come ti chiami?
- Yossi - rispose il soldato. Ebbe un attimo di
esitazione. - Mi dispiace, non volevo spaventarti - disse.
Mentre l'auto ripartiva, Fatima osservò dal
finestrino posteriore il suo viso largo, i suoi capelli sale e pepe e il
suo sorriso triste e pensò che i suoi occhi non erano cattivi.
Poi si rivolse alla donna velata seduta al suo
fianco: - Non deve avere paura dell'estrazione, cara signora
Miari -. Tirò fuori di tasca una gomma da masticare, la scartò e la mise in
bocca. - Vedrà, - aggiunse masticando - le tireranno via quel dente prima che lei possa
dire anche solo <<trick e track>>... -
allungò una mano sulla spalla del signor Abu Najjar: - Che ore sono mio
prode conducente?
- Le otto e quarantacinque - borbottò l'autista,
pensando che era proprio vero quello che si diceva a Sebastiya. La nipote del dottor Fadi Bashir, era una ragazzina
molto molto strana. Come suo zio, d'altronde.
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