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Le due facce di Gerusalemme anteprima |
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1 Nonno Yankele non c’è Nel quale conosciamo i protagonisti della nostra storia, Rami che vuole andare in campeggio e Fatima che discute con un soldato dai capelli sale e pepe
Mamma Eva fece capolino nella stanza, aggiustandosi i capelli a coda di cavallo con un grosso elastico rosso. – Sei pronto Rami? Hai preparato lo zaino? Hai salutato nonno Yankele? Ricordati di salutarlo prima di andar via! – mamma Eva aveva l’abitudine di parlare a velocità supersonica. – Sai per caso che ore sono bimbo? – guardò lei stessa l’orologio. – Oh! Ma è tardi! E’ tardi tardi tardi! E’ tardissimo! – Il signor Potok è già pronto? Mamma Eva corrucciò le labbra. – Non dovresti chiamarlo così… Rami sollevò le spalle. Quando le cose tra lui e suo padre non andavano troppo bene, invece di chiamarlo papà lo chiamava signor Potok, anche se mai in sua presenza. E le cose, tra Rami e il signor Potok, che lavorava in una importante banca del centro e non aveva mai tempo per stare con lui, non andavano mai troppo bene. – Beh, gli dirò di venire a darti una mano… – concluse la mamma. Quando lei scomparve Rami sollevò a fatica lo zaino e lo poggiò sul letto. Era pesantissimo e panciuto, carico di tutte le provviste che era riuscito a infilarci dentro. Anche le grandi tasche laterali erano rigonfie. Due torce elettriche, le batterie di ricambio, un rotolo di corda, la borraccia dell’acqua, una scatoletta per il pronto soccorso, fiammiferi in abbondanza, crema protettiva per il sole e quant’altro ancora. – Mi sa che Ariel me l’ha fatta – borbottò tra sé e sé. – Io suderò sette camicie, mentre lui non farà nessuna fatica… Lui e Ariel, il suo compagno di banco, avevano pianificato per settimane intere il campeggio all’oasi di Ein Gedi, sulla sponda occidentale del Mar Morto. – Ci divideremo i bagagli come bravi fratellini – aveva detto Ariel. – Metà io e metà tu. Solo che Ariel, che abitava dalla parte opposta del quartiere di Gilo, alla periferia di Gerusalemme, aveva un modo tutto suo, di dividere a metà le cose. – Io porterò i sacchi a pelo, la tenda, le pinne, le maschere e i boccagli. Tu le provviste e il resto –. Aveva socchiuso un po’ gli occhi: – Lo so. Il mio bagaglio sarà più ingombrante del tuo. Ma io sono più alto e più robusto di te… – Grazie – aveva sussurrato Rami, senza pensare che le provviste, soprattutto le scatolette di carne e le lattine di aranciata e di succo di pompelmo, avrebbero pesato come il piombo. – Sempre ammesso che i nostri genitori ci permettano di andare, però… – aveva aggiunto Ariel. E quella era stata la parte più difficile. – No! – aveva detto il signor Potok, con il suo solito cipiglio da capo ufficio, quando lui gliene aveva parlato per la prima volta, a pranzo. – Berzerski deve essere impazzito… Berzeski era il suo professore di scienze naturali. – Ci aveva promesso che ci avrebbe portati in campeggio, a fine anno scolastico, se fossimo stati tutti promossi… – aveva spiegato Rami. – Ho detto di no! E’ troppo pericoloso… – aveva scosso la testa il signor Potok. Rami allora aveva lanciato uno sguardo a mamma Eva. – Daniel, caro… – aveva cominciato la mamma (il papà di Rami si chiamava Daniel). – Il signor Bezerwski mi ha assicurato che l’oasi di Ein Gedi è ben protetta dall’esercito… Il signor Potok per tutta risposta le aveva lanciato un’occhiataccia. – Ehi! – mamma Eva ci metteva poco a perdere la calma. – Non vorrai tenere tuo figlio chiuso in casa per tutta l’estate, vero? Ho paura persino di mandarlo a giocare per strada. E sono un paio di mesi che non va più nemmeno a fare la spesa alla drogheria dei fratelli Pardos, giù a Tzomet Pat… Prima che il signor Potok potesse sollevare altre obiezioni, nonno Yankele aveva sollevato la testa dal piatto, con la solita aria stralunata di uno che si è svegliato di colpo da un sonno profondo. – Dove vorrebbe andare il ragazzo? – aveva chiesto. Aveva fissato il signor Potok con gli occhi celesti e acquosi e si era accarezzato pensosamente i lunghi baffi a manubrio di bicicletta. – Fallo andare! Fallo andare ti dico! Qualsiasi posto va bene, purché sia lontano da Gerusalemme! E il discorso per il momento si era chiuso lì. Sia perché in quel momento si era sentita una raffica di mitra provenire dal castelletto di Beit Jalla, da dove ogni notte i cecchini palestinesi prendevano di mira la via Anafah, sia perché il signor Potok doveva rientrare al lavoro in banca. In ogni caso Rami aveva capito che la bilancia cominciava a pendere dalla sua parte. E senza farsi vedere aveva allungato una mano sotto il tavolo e aveva passato al nonno una manciata di sassolini che aveva raccolto per lui all’uscita di scuola. Anche se il campeggio sarebbe durato solo sette giorni, a Rami sarebbe mancato molto nonno Yankele. Si assicurò che tutte le cinghie dello zaino fossero ben tirate, si infilò le scarpe da tennis e lanciò uno sguardo alla sveglia sul muro. Erano le otto e trenta del mattino e mancavano solo tre quarti d’ora all’appuntamento in via Ha Nevi’im, non lontano dalla Porta di Damasco.
Alle otto e trenta in punto l’auto, una scassatissima Subaru proveniente dal villaggio arabo di Sebastya, si fermò al checkpoint di Aram, l’ultimo posto di blocco prima di Gerusalemme. Cinque o sei grossi blocchi di cemento posti a scacchiera ingombravano la strada e l’unico varco, poco più avanti, era chiuso da uno sbarramento mobile di filo spinato. L’autista, il signor Abu Najjar, guardò nello specchietto retrovisore e disse: – Ora ce ne staremo tutti zitti zitti e buoni buoni, vero Fatima? Ma Fatima, seduta vicino a una donna straordinariamente grassa che occupava da sola più di metà del sedile posteriore e che aveva il viso coperto dal velo, non rispose. E cosa che il signor Abu Najjar trovò decisamente sorprendente, lanciò solo un’occhiata distratta al soldato israeliano che si avvicinava alla macchina per il controllo dei documenti. In realtà Fatima stava ripassando mentalmente le istruzioni dategli da suo zio, l’anziano dottor Fadi Bashir. – Prima di tutto fermatevi alla clinica della Ortodox Society, nella Città Vecchia – le aveva spiegato lo zio Fadi. – Ecco, questa è la cartella medica della signora Miari. Poi fatti accompagnare da Abu Najjar in via Khan as–Zeit, ma fai in modo che lui resti fuori del negozio. Lo zio Fadi le aveva passato la busta gialla con il denaro e lei l’aveva infilata nella tasca posteriore dei jeans. – Se ci sono altri clienti non parlare. Aspetta di essere sola. E dì al negoziante che gli darò il resto quando andrò di persona a ritirare… – lo zio aveva abbassato la voce e aveva guardato verso la porta socchiusa della cucina – …a ritirare l’attrezzatura! In quel momento la porta si era spalancata e Nawal, la mamma di Fatima, si era fatta avanti e aveva poggiato sul tavolino tondo il vassoio del tè e dei biscotti ma’amoul, quelli con i datteri e la cannella che allo zio Fadi piacevano tanto. – Cosa state confabulando voi due? – aveva sorriso, cogliendo il loro silenzio imbarazzato. Poi il suo viso si era rabbuiato: – Forse dovrei accompagnare io la signora Miari a Gerusalemme. Davvero non puoi fare a meno di me, domani? Lo zio Fadi, che era uno dei due soli medici del villaggio e che non di rado riceveva pazienti anche dalla vicina Nablus, aveva scosso la testa. – Domani sarà una giornata campale. E non ce la farei senza di te. La mamma di Fatima lavorava come infermiera nel piccolo studio dello zio, oltre a fargli da segretaria, da contabile e da donna delle pulizie, ogni sabato pomeriggio. – Potremmo dire al signor Abu Najjar che si occupi lui dell’intera faccenda… – Abu Najjar non parla l’inglese bene come Fatima – aveva obiettato ancora lo zio Fadi. – E in quanto all’ebraico non riuscirebbe nemmeno a dire buongiorno e buonasera… Fatima a quel punto, osservando il viso della mamma, aveva pensato di avercela quasi fatta. Anche se le dispiaceva non averle detto la verità sul vero motivo della sua visita a Gerusalemme. Ma quello doveva restare ancora un segreto tra lei e lo zio Fadi. – Com’è questo dente della signora Miari? – gli aveva chiesto, cercando di sviare l’attenzione della mamma. – E’ davvero così, così… – Oh sì! – le aveva subito fatto da sponda lo zio Fadi. – E’ il dente del giudizio più grosso che io abbia mai visto! – Quasi un dente del giudizio universale, eh? – aveva ridacchiato Fatima. La mamma però non c’era cascata. – Sì, sì… cambiate discorso voi due!… –. Aveva allungato una mano sui lunghi capelli di Fatima: – Promettimi almeno che non sarai imprudente, e che terrai quella linguaccia a freno… Fatima si era irrigidita e si era tirata indietro. Aveva lanciato un’occhiata al viso bruno e rugoso dello zio Fadi. Tenere a freno la lingua? Non era questo che lui le aveva insegnato. E l’indomani, all’ultimo checkpoint prima di Gerusalemme, quando il soldato israeliano finì di perquisire il portabagagli dell’auto, ne diede l’ennesima dimostrazione al povero signor Abu Najjar. – Ehi tu… – disse Fatima. – Oh no, di nuovo! – si lamentò l’autista. – Dici a me? – chiese il soldato, avvicinandosi al finestrino dell’auto. – Sì, dico proprio a te. E a quel punto Fatima diede briglia sciolta alla sua lingua. Perché li avevano fermati a quel checkpoint? E perché per arrivare a Gerusalemme avevano dovuto superare altri nove posti di blocco, alzandosi alle quattro del mattino e mettendoci quasi cinque ore per percorrere meno di sessanta chilometri? E gli sembrava giusto, a lui, a quel soldato grande e grosso, spianare davanti agli occhi di una ragazzina un mitra pericolosissimo come il suo? E se gli fosse partito un colpo? E se… Quando Fatima finì di parlare, davanti al finestrino posteriore della Subaru si era radunato un piccolo gruppo di soldati. – Chi ti ha insegnato l’ebraico così bene? – le chiese uno di loro. – Non è questo il punto… – disse Fatima. – Il punto è che voi… – Ora basta! – la interruppe bruscamente un ufficiale. Si rivolse in arabo al signor Abu Najjar: – Dovresti dire a tua figlia di badare a come parla… Il signor Abu Najjar, che quella mattina aveva già assistito alla stessa scena nove volte, una per ogni posto di blocco, e che in vita sua non era mai stato molto coraggioso, si asciugò con il palmo della mano un velo di sudore sulla fronte. – Non è mia figlia… – sussurrò, tenendo gli occhi bassi. L’ufficiale allora fece un cenno al soldato che aveva ancora in mano i loro documenti. – Falli passare – ordinò. Quando il soldato si riavvicinò per restituire patente e libretto dell’auto, Fatima notò con soddisfazione che ora teneva la canna del mitra rivolta verso il basso. – Come ti chiami? – Yossi – rispose il soldato. Ebbe un attimo di esitazione. – Mi dispiace, non volevo spaventarti – disse. Mentre l’auto ripartiva, Fatima osservò dal finestrino posteriore il suo viso largo, i suoi capelli sale e pepe e il suo sorriso triste. Pensò che i suoi occhi non erano cattivi. Poi si rivolse alla donna velata seduta al suo fianco: – Non deve avere paura dell’estrazione, cara signora Miari –. Tirò fuori di tasca un chewing gum, lo scartò e lo mise in bocca. – Vedrà – aggiunse masticando, – le tireranno via quel dente della malora prima che lei possa anche solo dire trick e track… – allungò una mano sulla spalla del signor Abu Najjar: – Che ore sono mio prode conducente? – Le otto e quarantacinque – borbottò l’autista, pensando che era proprio vero quello che si diceva a Sebastiya. La nipote del dottor Fadi Bashir, era una ragazzina molto molto strana. Come suo zio d’altronde.
Alle otto e quarantacinque Rami scese a rotta di collo le scale e si precipitò in strada. Il signor Potok aveva già caricato lo zaino sul sedile posteriore della Volvo e la mamma lo attendeva con la portiera aperta. Si arrestò di colpo, con le braccia rigide lungo i fianchi. Doveva dirglielo? Se glielo avesse detto probabilmente il suo campeggio sarebbe andato a farsi benedire. Ma se non glielo avesse detto… – Allora? Ti decidi a salire in macchina? – lo sollecitò il signor Potok.. – Un momento… – disse invece mamma Eva. La mamma aveva un sesto senso per i guai. – Hai salutato nonno Yankele? Rami cominciò a dondolarsi sui piedi. Poi allargò le braccia e si arrese. – Non è nella sua camera – disse. – Oh, no! –. Mamma Eva si rivolse al signor Potok: – Tu resta qui, torno subito – e si lanciò di corsa verso le scale che portavano al terzo piano. Quando tornò giù era molto pallida. – Non c’è – disse. – Hai controllato se nel cassetto dell’armadio….? – Si. La cravatta Victor Victoria non è più al suo posto… Rami pensò che ora era proprio finita. Addio campeggio a Ein Gedi. Addio escursioni ai laghetti e alle cascate. Addio bagni nelle acque tiepide del Mar Morto. – Se scopro che gli hai procurato tu i sassolini… – gli disse il signor Potok. Rami scosse la testa. – Io…Io non gli ho procurato niente… – mentì, visto che proprio il giorno prima aveva regalato al nonno un sacchetto di pietruzze raccolte ai bordi della strada. Il signor Potok batté il pugno sul tettuccio dell’auto. – Calma… – lo blandì mamma Eva. – Non perdiamo la testa. Ecco cosa faremo. Io accompagnerò Rami all’appuntamento in via Ha Nevi’im. Tu invece prenderai un taxi e andrai a cercare il nonno… – Perché proprio io? – chiese il signor Potok. – Io poi dovrei andare in ufficio… – Beh, dopo tutto è tuo padre no? – tagliò corto la mamma.
Nello stesso momento, in Nablus Road, il signor Abu Najjar era intento a sostituire la gomma posteriore sinistra della sua auto. Un chiodo probabilmente, anche se quella gomma era così liscia che a bucarla sarebbe bastata una semplice puntina da disegno. Non che quella di scorta fosse in condizioni migliori, visto che non aveva più un filo di battistrada. – Sei sicuro che sia una ruota e non un salvagente? – chiese Fatima al signor Abu Najjar. L’uomo la fulminò con lo sguardo, borbottò qualcosa a denti stretti e provò a usare un’altra chiave inglese. Uno dei bulloni non voleva saperne di riavvitarsi. Fatima si allontanò di qualche passo dall’auto e per qualche istante osservò il traffico, rallentato dalla presenza di numerosi carretti carichi di frutta e verdura che si dirigevano verso il mercato della Città Vecchia, dove i tetti delle case rilucevano di luce bianca e rosa. Fatima pensò che non c’era al mondo città più bella di Gerusalemme, la Città Santa. Ma all’improvviso le sembrò che quell’aria incredibilmente tersa fosse carica di elettricità. 2 La paura è cieca e zoppa Nel quale Rami e Fatima convergono verso lo stesso posto e alla stessa ora, senza sapere cosa li aspetta
– Era rosso! Quel semaforo era rosso mamma! Mentre un coro stizzito di clacson si sollevava alle loro spalle mamma Eva non guardò neppure nello specchietto retrovisore. – Siamo in ritardo al tuo appuntamento – disse. – Ci vuoi andare o non ci vuoi andare a quel campeggio, bimbo? Rami non rispose. Certo che voleva andare a quel campeggio. Lo aveva sognato tutte le notti, e tutti i Sabati aveva pregato in sinagoga perché il suo sogno potesse avverarsi. Ma ora che aveva la certezza di andarci, si sentiva un po’ in colpa, per via di nonno Yankele e di tutto ciò che sarebbe successo a casa in sua assenza. La mamma si fermò allo stop in Plumer Square e girò a sinistra in via King David. In realtà per arrivare al luogo dell’appuntamento avrebbe potuto fare un percorso meno tortuoso. Ma Rami capì che si era voluta avvicinare il più possibile al centro, nella vana speranza di incrociare nonno Yankele, prima che lui arrivasse all’isola pedonale di Ben Yehuda per tirare i sassolini e i tappi di bottiglia ai passanti. L’ultima volta era successo due settimane prima. Il telefono aveva squillato alle cinque del pomeriggio, il signor Potok aveva risposto e il suo viso era diventato color cenere. – Sì – aveva detto. – Vengo subito. E a quel punto, come succedeva regolarmente da quasi un anno, erano cominciate le discussioni con la mamma. Possibile che lei non riuscisse a controllare un po’ il nonno, visto che lavorava solo di mattina, alla biblioteca del British Council? E perché non aveva guardato subito se la cravatta Victor Victoria era ancora al suo posto? Quando il signor Potok usciva per andare a prendere nonno Yankele al commissariato di polizia di Migrash Ha–Russim (“a ritirare” diceva, come se il nonno fosse un pacco postale), e lui e la mamma restavano soli, lei diceva che questa storia della cravatta Victor Victoria rappresentava il lato più strano di tutta la faccenda. Si trattava di una cravatta da collezione che il nonno aveva ordinato direttamente in Italia dalla ditta Bolaffi, sulla quale era stampata l’immagine di un francobollo, il Penny Black stampato in Inghilterra nel 1840. Il nonno aveva ordinato dalla ditta Bolaffi anche altre due cravatte, la Cerere di Francia e i Triangolari di Capo Buona Speranza, ed entrambe costavano un occhio della testa e riportavano i motivi di rari e preziosi francobolli. – Eppure tuo nonno Yankele non è mai stato un appassionato di filatelia, che io sappia – diceva la mamma. Non era così. Il nonno in realtà aveva posseduto una bellissima collezione di francobolli, quand’era bambino. Ma quella era una delle cose che solo Rami sapeva. In ogni caso nonno Yankele, ogni volta che decideva di andare a tirare i sassolini e i tappi di bottiglia ai passanti (a volte anche semi di carruba e vecchie monetine fuori corso da 5 agorot), indossava sempre e solo la cravatta Victor Victoria. – Il povero nonno non c’è più con la testa – sospirava mamma Eva. – Tutta colpa della guerra. Se solo non si fosse trovato lì proprio in quel giorno e a quell’ora… Meno di un anno prima, il 10 di agosto, nonno Yankele si era trovato per caso all’incrocio tra via King George e via Jaffa, quando era scoppiata la bomba. Il terrorista, un palestinese proveniente dalla città di Ramallah, si era fermato davanti alla pizzeria Sbarro e poi aveva premuto il detonatore. Il nonno era rimasto illeso, salvo una piccola ferita sulla guancia destra. Ma c’erano stati quindici morti, quella volta, tra i quali alcuni bambini molto piccoli, e lui aveva visto tutto con i suoi occhi e da quel momento non era stato più lo stesso. A volte la notte non dormiva, oppure si rifiutava di mangiare per giorni interi, e poi era cominciata la storia dei passanti presi di mira nell’isola pedonale di Ben Yehuda. Il nonno si avvicinava a una giovane coppia intenta a passeggiare mano nella mano, oppure a una distinta signora ferma a osservare una vetrina, o alla gente che faceva capannello davanti agli artisti di strada che suonavano la chitarra o il violino. Cominciava a bersagliarli con i suoi strani proiettili e quelli fuggivano da tutte le parti. Dopo le prime volte la mamma aveva detto al signor Potok che avrebbe dovuto accompagnare suo padre da un buono psicologo. – Ha subito un forte trauma, capisci? E deve parlarne con qualcuno, prima che i brutti pensieri gli mandino completamente in pappa il cervello… Il signor Potok così aveva accompagnato nonno Yankele da un mucchio di dottori. Ma non era servito a niente. Perché il nonno davanti a loro incrociava le braccia sul petto e faceva scena muta. – Rami, posso chiederti una cosa? – gli disse mamma Eva, rallentando all’incrocio di Zahal Square. – Di cosa parlate tu e il nonno, quando vi chiudete in camera sua? – Oh, di questo e di quello… – evase la domanda Rami. Il sesto senso di mamma Eva però fece di nuovo capolino. – Ma lui non ti ha mai detto – mormorò, guardandolo di sottecchi, – perché tira i sassolini ai passanti? Questa volta Rami si limitò a fare di no con la testa. Poi girò il viso verso il finestrino, pensando di aver fatto bene a non lasciare in circolazione il quaderno sul quale da qualche mese scriveva tutto ciò che nonno Yankele gli dettava.
– Le nove e dieci? Siamo in ritardo – disse Fatima al signor Abu Najjar. – Se avessi proseguito dritto per Nablus Road a quest’ora saremmo già arrivati alla clinica… Il signor Abu Najjar cominciò a picchiettare con le dita sul volante. Non era colpa sua se quel grosso pullman aveva bloccato il traffico in via Ha Nevi’im, di fronte al Faisal Hostel. L’autista aveva aperto le porte e un folto gruppo di ragazzini stava salendo a bordo. – Mmmm…. – la signora Miari si lamentò. – Le fa molto male quel dente? – le chiese Fatima. – Aza, aza[1], figlia mia! Come cento punture di vespa… La povera signora Miari sarebbe dovuta andare alla clinica della Ortodox Society almeno due settimane prima. Ma gli israeliani avevano chiuso tutti i passaggi ai posti di blocco intorno a Gerusalemme, impedendo a ogni palestinese di passare, salvo ai malati più gravi. Facevano sempre così, dopo un attentato. E poco importa che la bomba scoppiasse a Gerusalemme o a Tel Aviv. L’esercito chiudeva ermeticamente tutte le strade che portavano in Israele, e poi attaccava con gli elicotteri Apache e i carri armati Abrams un villaggio o una città palestinese, per vendicarsi e per dare la caccia agli attentatori. Dopo di che, quando la situazione diventava un po’ più tranquilla, in quell'interminabile guerra a singhiozzo, l’esercito riapriva i varchi e si poteva passare. – Dove vai? – disse il signor Abu Najjar. Fatima aveva aperto lo sportello della macchina. – Faccio due passi sul marciapiede, tanto siamo bloccati. S'incamminò verso il pullman dei ragazzini israeliani. Perché continuava a sentire quella strana inquietudine? Intorno a lei la gente camminava spedita sul marciapiede, verso la Porta di Damasco. Era gente d'ogni tipo. Massaie israeliane che correvano al mercato e donne arabe con il velo tirato sino agli occhi. Uomini d’affari con la valigetta 24 ore e vecchi contadini dal viso cotto dal sole. Giovani suore dell’apostolato cattolico, haredim[2] dai cappelli neri e dai lunghi riccioli sulle tempie, soldatesse israeliane con il mitra a tracolla e anche qualche spaesato pellegrino giunto in città per visitare i luoghi sacri. Ogni volta che Fatima si trovava nella Città Vecchia, le piaceva stare in mezzo a quel via vai di gente così diversa. Anche se lo zio Fadi diceva che per niente al mondo avrebbe vissuto in una città come Gerusalemme. Il sogno dello zio Fadi era un altro. Ma era molto difficile da realizzare. E soprattutto molto costoso, anche se lui aveva fatto un piano preciso, per procurarsi il denaro necessario. Fatima allungò la mano sulla tasca posteriore dei jeans. La busta era al suo posto e si augurò che il commerciante di via Khan as–Zeit riuscisse a procurare allo zio l’attrezzatura di cui aveva bisogno. – Non è un comune Cercametalli – le aveva spiegato qualche giorno prima, sfogliando le pagine di un catalogo. – Ecco, guarda! Si tratta di uno strumento speciale, un Garret CX di costruzione americana, con una speciale piastra di ricerca che può individuare i metalli sino a otto metri di profondità. Quando lo zio Fadi le aveva parlato per la prima volta dell’oro dei tedeschi, Fatima aveva creduto che volesse prenderla per il naso. Ma poi lui le aveva mostrato le foto della collina vicino al villaggio di Dineba e gli articoli di vecchi giornali arabi e israeliani. Le aveva anche chiesto di mantenere il segreto. – Chissà cosa penserebbe di me la gente, i miei pazienti e anche tua madre, se sapessero che sogno di trovare un tesoro… Fatima aveva promesso di non dire nulla a nessuno e lo zio Fadi allora le aveva raccontato tutta la storia. Nell’autunno del 1918, alla fine della Prima Guerra Mondiale, quando i turchi e i tedeschi combattevano in Palestina contro gli inglesi, a un plotone di soldati germanici di stanza a Jenin era stato ordinato di portare in salvo quattro casse piene di monete d’oro. I soldati avrebbero dovuto trasportarle con un calesse tirato dai muli sino a Nazareth, dove risiedeva il comando tedesco. Ma a causa dei combattimenti non ci riuscirono. Così seppellirono il tesoro in una collina nei pressi di Dineba, per impedire che qualcuno potesse trovarlo. Quando lo zio Fadi non era ancora nato, e turchi e tedeschi se n’erano andati da un pezzo dalla Palestina, la gente dei dintorni aveva cominciato a dare la caccia all’oro dei tedeschi. Centinaia di uomini, donne e ragazzini, armati di pale e picconi, avevano rivolto preghiere ad Allah il Misericordioso e avevano scavato in tutta la zona, ma non avevano trovato niente. – Come fai a essere sicuro di trovarlo tu, quel tesoro, se non c’è mai riuscito nessuno? – aveva chiesto Fatima allo zio Fadi. – Oh, io ci riuscirò, puoi starne certa! – aveva risposto lui, mostrandole una mappa dettagliata della collina. – Oggi ci sono mezzi più moderni delle pale e dei picconi, per trovare i metalli nascosti sotto terra… Così lo zio Fadi aveva ordinato quel Cercametalli al commerciante di via Khan as–Zeit e Fatima quella mattina avrebbe dovuto versargli l’anticipo per l’acquisto. Si avvicinò un po’ di più al pullman. I ragazzini erano saliti a bordo e salutavano i loro genitori agitando le braccia dai finestrini. Sembravano molto felici e terribilmente eccitati. Poi lo vide. Era un giovane palestinese dalla pelle bruna, che si avvicinava lentamente al pullman sul marciapiede opposto, e che anche se si era in estate indossava un pesante giubbotto di pelle. Fatima sentì un forte formicolio, come se mille ragnetti dalle zampette pelose le stessero passeggiando sulla schiena. Istintivamente fece due passi indietro. Ma andò a sbattere contro qualcuno. – Ehi! Un ragazzino con un gran ciuffo di capelli sulla fronte, e con uno zaino quasi più grande di lui portato a fatica sulle spalle, fece una smorfia e si lamentò: – Perché non guardi dove vai? Mi hai pestato un piede!
Poco prima di arrivare in via Ha Nevi’im, mamma Eva e Rami avevano avuto una discussione. – Quando sarai lì in campeggio a Ein Gedi – aveva cominciato la mamma, – cerca di stare anche con gli altri ragazzi… Rami aveva cominciato a sbuffare. – Non sto dicendo che non devi stare con Ariel – la mamma aveva cercato subito di correggere il tiro. – D’altronde tu e lui dormirete nella stessa tenda, no? Sto solo dicendo che non sarebbe male, se tu stringessi finalmente qualche nuova amicizia… – Ma mamma! Era la solita solfa. A mamma Eva, Ariel non piaceva affatto. Aveva cercato di riportare il discorso su nonno Yankele. – Credi che il signor Potok riuscirà a trovarlo prima che si metta nei guai? – Lo spero proprio. In caso contrario dovremo sorbirci anche il solito concerto! Rami non era riuscito a trattenere un risolino. Quando il signor Potok riportava a casa nonno Yankele, e brontolava sottovoce dicendo che proprio non ne poteva più, di quel vecchio padre matto come una cavalletta africana, il nonno per tutta risposta si metteva la kippah[3] in testa e cominciava a cantare sottovoce una strana canzoncina che nessuno aveva mai sentito prima. – Com’è che fa? – aveva chiesto mamma Eva a Rami, svoltando in via Jaffa. Lui l’aveva intonata: – Ho uno zio, si chiama Leml… Anche mamma Eva aveva cominciato a cantare: – Che sta a capo dei pompieri! Si muove in fretta Sembra un cammello Spegne gli incendi Con una fiaschetta! Rami batteva le mani a ritmo sul cruscotto dell’auto: – Saccarina, cinque al marco! Saccarina, vera Saccarina! Vera, vera, Saccarina vera! Saccarina, cinque al marco! Poi all’improvviso… – Perbacco, bimbo! – la mamma aveva imboccato la via Ha Nevi’im e si era fermata bruscamente dietro una lunga fila di auto. – Non è il tuo pullman quello? – Oh, oh! Rami si era precipitato fuori dall’auto, aveva afferrato lo zaino e se l’era caricato sulle spalle. Anche mamma Eva era uscita in tutta fretta dalla Volvo. – Dammi un bacio! Dammi un bacio! Rami aveva baciato la mamma e si era diretto il più velocemente possibile verso il pullman. – Mi raccomando, usa quel cappellino per il sole! E anche la crema protettiva! E sii prudente in acqua! E non… Ma Rami non sentiva più la voce di mamma Eva. E neppure vedeva il suo viso, che chissà perché si era improvvisamente adombrato. Quelli stavano per partire senza di lui! Dov’era Ariel? Perché non l’aveva aspettato in strada, invece di salire sul pullman? Però forse ce l’avrebbe fatta. Ancora una decina di metri e… – Ehi! Una ragazzina dai lunghissimi capelli neri gli era venuta addosso. – Perché non guardi dove vai? Mi hai pestato un piede!
Rami guardò negli occhi Fatima e Fatima guardò negli occhi Rami. Poi Rami fece per passarle accanto ma lei lo trattenne per un braccio. Cosa stava succedendo? Senza sapere bene cosa faceva, Fatima afferrò Rami per le spalle e lo spinse contro il muro. E Rami istintivamente seguì il suo sguardo e poi lo vide. Era un giovane palestinese dalla pelle bruna, che indossava un pesante giubbotto invernale e tentava di salire sul pullman. Il signor Berzerski lo spingeva indietro, tentando di bloccargli le braccia, mentre tutti intorno a loro gridavano. Rami sentì le sue gambe diventare di sasso. Come gli aveva detto una volta nonno Yankele? La paura è cieca e zoppa. Ti impedisce di muoverti e di capire da che parte puoi metterti in salvo. Ebbe l’impressione di trovarsi in un vecchio film. Il signor Berzerski e il giovane palestinese sembravano muoversi al rallentatore, al centro della strada. Poi la voce del signor Berzerski risuonò nell’aria. – Ha una bomba sotto il giubbotto! Ha una bomba! Anche Fatima ebbe l’impressione che tutta quella scena non fosse vera. Forse era solo un sogno. Spinse Rami ancora più indietro sul marciapiede, un attimo prima che una luce bianca e azzurra li accecasse. Sentirono il boato e la terra tremò sotto i loro piedi. Poi la terra si aprì e li inghiottì entrambi. |