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Marino Benzi
 La leggenda del giovane cacciatore
Watakàme e della Ragazza-Mais-Azzurro
La storia leggendaria del giovane cacciatore
Watakàme è cantata da un sacerdote-sciamano durante una delle grandi
celebrazioni comunitarie: la "Festa dei Primi Frutti". Essa
illustra, in chiave mitica, uno degli avvenimenti fondamentali nell¹evoluzione
del popolo wiràrika: la scoperta del mais che segnò il passaggio
definitivo dalla vita nomade o seminomade a quella sedentaria.
Il povero cacciatore errante, l¹antenato degli Huichol, si trasforma
infatti in agricoltore dopo avere conosciuto la Ragazza-Mais-Azzurro che
lo inizia ai magici rituali della semina e dei raccolti, rituali che i
contadini della Sierra seguono tuttora.
Fra le alte montagne della Sierra Madre Occidentale del Messico, viveva
una volta un giovane indio chiamato Watakàme.
Orfano di padre e di madre, viveva in una capanna sui fianchi soleggiati
di una montagna, insieme a una povera vedova che l'aveva adottato. Egli
era un cacciatore nomade che, armato di arco e frecce, percorreva ogni
giorno gli scoscesi sentieri che serpeggiavano fra le gole dei monti
alla ricerca di selvaggina.
Non sempre però gli arrideva la fortuna nella caccia. Capitava anzi
spesso che, per calmare i morsi della fame, fosse costretto a cibarsi di
kawì - bruchi lattiginosi e larve grigiastre dal vago sapore di lardo
affumicato - fatti arrostire pazientemente sulle braci.
L'esistenza del giovane cacciatore fu insomma assai precaria fino al
giorno in cui uno straordinario avvenimento mutò la trama del suo
destino.
In una tardo pomeriggio d'estate, mentre vagava per i monti, udì il
canto di una colomba. Armò in fretta l'arco, con una freccia a punta di
selce, e scivolò silenziosamente fra i cespugli fino all'annoso rovere
da cui proveniva il canto.
Qual fu la sua meraviglia allorchè scorse, accanto all'albero, una
graziosa fanciulla dai capelli neri.
- Avvicinati! - gli disse la giovane forestiera con un soave timbro di
voce.
Egli avanzò verso di lei, titubante, quasi non credesse ai propri
occhi.
- Eccoti il sacro alimento! - proseguì la ragazza, porgendogli una
ciotola di zucca traboccante d'un liquido denso e profumato. - Bevilo e
sarai sazio.
Watakàme bevette il liquido tutto d'un sorso.
- Ti è piaciuto? - lo interrogò la ragazza.
- Oh, sì! - balbettò lo stupefatto cacciatore, che aveva svuotato d'un
fiato il contenuto della coppa. In effetti, non aveva mai gustato in
vita sua niente di più prelibato!
- Se desideri bere ancora il succo della Pianta della Vita - gli disse
la giovane - vieni domani a visitare la nostra casa. - Io abito laggiù,
sulla Collina Azzurra, insieme ai miei genitori e alle mie sorelle.
Non appena pronunciate queste parole la fanciulla si trasformò in una
colomba dalle ali luminose e spiccò il volo, dileguandosi nel roseo
orizzonte del crepuscolo.
Watakàme se ne stette a lungo immobile a contemplare il tramonto. Poi
strappò dal suolo qualche filo d'erba secca, estrasse dalla sua
saccoccia due schegge di pietra e, sbattendole l'una contro l'altra,
fece scoccare la scintilla che incendiò l'esca e accese il fuoco per la
notte.
Quando l'indomani mattina apparve nel cielo lo scudo dorato del sole,
Watakàme tese le sue palme verso l'alto e pregò, con voce sommessa:
"O Tau, Padre nostro
che ci dai ogni giorno il tuo calore,
la tua luce e i tuoi doni,
proteggimi dagli spiriti del male,
veglia sui miei passi
o Sorgente d'ogni vita
o Padre dei viventi".
Detta la sua orazione, si aggiustò sulle
spalle l'arco e la faretra e s'avviò alla ricerca della misteriosa
Collina Azzurra. Camminò per tutto il giorno, sinchè apparve davanti
al suo sguardo una collina che con il suo verde spiccava nel grigio
rinsecchito dei valloni intorno.
- Che luogo incantevole! - ripetè più volte.
Sui declivi del colle spuntavano qua e là alberi dalle chiome
lussureggianti; più in su, non lontana dalla cima, si distingueva una
grande costruzione dal tetto spiovente.
Ai due lati del sentiero che saliva a zigzag lungo i fianchi della
Collina, si estendevano invece, a perdita d'occhio, rigogliose distese
coltivate. Watakàme, che non aveva mai visto un campo di mais, osservò
con stupore le verdi pianticelle, ondeggianti alla leggera brezza della
sera.
Erano forse quelle le Piante della vita?
Quando giunse alle soglie del rancho, gli venne incontro un vecchio
grave d'aspetto, accompagnato da una donna dai fini lineamenti.
Erano gli anziani Signori del Mais.
L'uomo gli diede il benvenuto e lo invitò a sedersi su un tronco
d'albero svuotato e capovolto, posto vicino all'entrata.
- Siediti, sarai stanco e affamato, vieni da tanto lontano! - gli disse.
La donna annuì leggermente con il capo. Scoperchiò un'enorme giara
addossata alla parete della casa e vi immerse un mestolo di legno. Ne
versò il contenuto in una scodella che tese al giovane cacciatore.
Watakàme bevve d'un sorso la stessa aromatica pozione che la ragazza
gli aveva offerto la sera precedente. Commosso e felice, li ringraziò
di nuovo.
- Se fosse possibile...vorrei comprare un po' del vostro alimento -
balbettò timidamente. - Ma sono povero... ho solo questo per pagarvi -
e tirò fuori dalla sua bisaccia un mazzetto di frammenti di pino
resinoso che nelle notti più buie utilizzava a mo' di torcia.
- Perchè accontentarti del contenuto di una ciotola - gli rispose il
vecchio - quando puoi dissetarti alla sorgente stessa?
Agitò lo scettro di penne in direzione delle casette costruite a un
lato dell'abitazione principale; da una di esse uscì una ragazza che
venne loro incontro.
Grande fu la gioia di Watakàme nel riconoscere in lei l'amabile
forestiera del giorno prima.
- È la nostra figlia maggiore Yoawìme, Mais-Azzurro - disse il
vecchio.
- Figlia - aggiunse rivolgendosi a lei - ti piacerebbe seguire questo
giovane cacciatore?
- Padre - mormorò la ragazza - se tale è la vostra volontà tale sarà
la mia.
In quel momento Watakàme si accorse che alcune altre fanciulle -
affacciate agli usci delle loro rispettive casette - stavano
osservandolo con curiosità.
La prima, dalla carnagione d'avorio e il viso tondo, portava i capelli
annodati a treccia; la seconda, magrolina e di pelle color carminio,
aveva una folta capigliatura rossiccia; la terza sfoggiava una lunga
chioma dai riflessi dorati; l'ultima infine aveva il volto cosparso di
lentiggini e una gran massa di capelli arruffati.
A un cenno del padre le fanciulle accorsero e questi presentò al
giovane cacciatore Mais-Bianco, Mais-Rosso, Mais-Giallo e
Mais-Chiazzato.
- Figlie - annunciò loro la madre - è giunto il momento che la vostra
sorella maggiore lasci il nostro rancho.
Il vecchio prese allora da parte lo stupito cacciatore e gli spiegò
quali sarebbero stati i suoi doveri verso la Ragazza-Mais-Azzurro
durante il tempo della loro mistica unione.
- Non illuderti di poterti sposare presto con la nostra amata figlia
Yoawìme - fece l'anziano. - Prima che ciò avvenga dovrai fornirci
prove sufficienti per mostrarti degno di meritarla.
Yoawìme, precisò l'uomo con un tono di voce solenne, possedeva la
stessa divina e delicata natura del mais. Perciò avrebbe dovuto
circondarla di ogni possibile riguardo per interi cinque anni,
evitandole ogni più piccolo sforzo.
- Se avrai rispetto di lei, e se lei sarà contenta di te - concluse -
alla fine dei cinque anni essa diventerà tua sposa.
Segnalò quindi con lo scettro di penne le giogaie della Cordigliera: -
Ritornerai alle tue montagne e costruirai una dimora a lei dedicata. Con
un altare a forma di letto dove essa possa riposarsi, e delle
casette-oratorio adatte a contenere tutte le varietà di mais. Quando
avrai fatto tutto questo torna da noi con una freccia cerimoniale e una
ciotola rukùri, ornata con due giri di perline bianche, due giri di
perline blu e con una piantina di granturco esposta in ognuna delle
quattro direzioni dell'orizzonte.
Gli mise poi in mano quattro esili piantine verdi e lo congedò.
Watakàme prese così la strada del ritorno. Arrivato a casa spiegò
alla sua madre adottiva cosa dovevano fare e insieme lavorarono per
settimane e settimane, al fine di soddisfare le particolari esigenze
della Ragazza-Mais-Azzurro.
Ogni giorno il giovane s'inoltrava nella foresta per abbattere gli
alberi che gli servivano per preparare l'ossatura delle casette
destinate a contenere le pannocchie di granturco.
Per la dimora di Yoawìme scelse le piante più rare, dal legno
resistente e odoroso. E, in suo onore, costruì una casa più spaziosa
delle altre, con un'ampia stanza dal suolo in terra battuta e un altare
su cui depose una bella stuoia di palme intrecciate, il futuro giaciglio
della sua compagna.
Appena tutto fu pronto Watakàme potè finalmente dirigersi verso la
Collina Azzurra. Questa volta il ragazzo marciò per ore ed ore senza
fermarsi. Immerso nei suoi pensieri non sentiva nè la stanchezza nè la
fame, impaziente com'era di arrivare alla meta.
Non fece che una breve sosta per dissetarsi in un ruscello. Ma quando
sollevò il viso dalle acque fresche e chiare vide una piccola cerbiatta
che brucava l'erba poco più in là: subito sfilò dalla faretra una
freccia impiumata con la punta d'ossidiana e armò l'arco.
Nello stesso istante in cui si accingeva a scagliare il dardo, la
cerbiatta alzò la testa e lo fissò con gli occhi dolci e supplicanti:
Watakàme rimase lì impietrito nel suo gesto, sinchè l'animale sparì
fra la folta vegetazione dei pendii.
Era la prima volta che il giovane si lasciava sfuggire una preda così
facile e ambita, come se, dopo l'incontro con la Ragazza-Mais-Azzurro,
si fosse affievolito in lui l'atavico istinto della caccia.
Il sole splendeva ancora alto sull'orizzonte allorché giunse al rancho
sulla Collina Azzurra.
S'inginocchiò al cospetto dei venerabili Signori del Mais, presentando
loro la ciotola votiva rukùri e le altre offerte. Questi le esaminarono
a lungo in silenzio.
- Siamo contenti di te - dissero all'unisono. - Mais-Azzurro potrà
dunque seguirti oggi stesso nella tua terra.
Per compiacere la figlia maggiore che li lasciava, i genitori permisero
alle sue sorelle di accompagnarla fino ai primi contrafforti della
Sierra Madre.
Giunto il momento di separarsi le ragazze scoppiarono in singhiozzi, e
ognuna d'esse corse ad abbracciare Yoawìme esprimendo a voce alta la
sua pena.
L'ultima a parlare fu l'adolescente dal volto lentigginoso e i capelli
arruffati, Mais-Chiazzato: - Verremo presto a trovarti, sorella cara!
Non possiamo stare lontane da te! Insieme siamo cresciute e insieme
vogliamo vivere!
Mais-Azzurro si asciugò furtivamente una grossa lacrima che riluceva
sullo zigomo destro. Poi seguì con passo sicuro il giovane cacciatore
lungo il sentiero che si snodava per i fianchi rocciosi della montagna.
Fu così che con la venuta della
Ragazza-Mais-Azzurro cominciò per Watakàme una nuova esistenza. La
divina compagna iniziò via via il rude cacciatore ai misteri
dell'agricoltura, ai rituali della semina e del raccolto.
Essa gli insegnò come preparare la deliziosa bevanda di mais, l'atole,
e le saporite gallette di granturco, le tortillas. E gli mostrò anche
in che modo - e con quali oggetti e offerte propiziatorie - dovevano
ornarsi le casette-oratorio destinate a contenere le sacre pannocchie di
granturco.
Watakàme, liberato dai pericoli e dalle privazioni di un'esistenza
nomade e incerta, seguiva scrupolosamente i suoi consigli,
meravigliandosi delle sue magiche doti. All'epoca del disboscamento dei
pendii, bastava che Watakàme abbattesse - su di un piccolo spazio a
forma di croce - una pianta al sud, una al nord, una all'est ed una
all'ovest; e immediatamente gli altri alberi della foresta cadevano.
Per la purificazione dei campi accendeva un fuoco nei quattro punti
cardinali e nel centro dello spiazzo a croce: le fiamme divampavano
trasformando in un attimo i grossi tronchi d'albero, le boscaglie e gli
sterpi in un fertile tappeto di ceneri.
- E' il tempo della semina! - annunciava allora Mais-Azzurro.
Si recavano insieme nei campi e la ragazza sfiorava con il dito la
terra, deponendovi magicamente dei granelli di mais, con il mais azzurro
nel centro.
Di lì a poco spuntavano ovunque, sui verdi fianchi delle montagne, le
tenere pianticelle di granturco.
Più volte nella giornata, Watakàme rivolgeva le sue preghiere alla
Madre-Terra, al Sole, al Fuoco e alle capricciose Divinità della
Pioggia, affinchè proteggessero la pianta nutrice dal vento malefico e
dalle insidie dei malvagi spiriti delle tenebre.
Quando venne il periodo del raccolto il giovane seguì la ragazza fino
allo spazio consacrato dove le piante più esuberanti delle altre
formavano una grande croce verde-oro.
In ognuno dei cinque punti Watakàme colse una pannocchia: una gialla,
una bianca, una rossa, una chiazzata e, nel mezzo della croce, una spiga
di mais azzurro.
Le depose poi ad una ad una nel grembo della compagna, dove le
pannocchie sparirono come per incanto.
Indicibile fu la gioia di Watakàme allorchè, poche ore dopo, vide che
le casette-oratorio traboccavano di pannocchie di granturco dai cinque
colori.
Ma un'altra gradita sorpresa li attendeva, annunciata da un coro di voci
argentine: - Yoawìme! Yoawìme! Siamo venute a trovarti!
Dietro le casette sbucarono quattro vispe ragazzine - Mais-Giallo,
Mais-Rosso, Mais-Bianco e Mais-Chiazzato - che avevano infine raggiunto
la loro amata sorella.
Si alternarono così le stagioni e
trascorsero gli anni nella più perfetta letizia. Ma quando già
Watakàme contava i giorni che mancavano alla fine dei cinque anni - da
lì a poche settimane avrebbe finalmente potuto sposare la sua giovane
compagna - la malasorte si ostinò a sconvolgere il corso della sua
vita.
All'origine della sua sfortuna fu la madre adottiva, smemorata, dura
d'orecchi e, talvolta, vittima di strani abbagli.
Affacciandosi un giorno al balcone roccioso che dava sui campi di mais,
la donna credette di distinguere una folta schiera di persone insieme al
figlio e pensò di preparare per loro il pranzo.
"Come farò a macinare da sola la quantità di frumento sufficiente
a sfamare tanta gente?", si chiese, assai turbata.
Ritornò di corsa alla capanna e, senza ascoltare ragioni, costrinse la
Ragazza-Mais-Azzurro ad aiutarla. A nulla valsero le disperate proteste
della fanciulla.
Così, non appena Yoawìme si mise a macinare il granturco, le sue dita
cominciarono a sanguinare. Persero a poco a poco la loro consistenza e
le sue mani si dissolsero via via nella pasta. Con il volto afflitto e
le guance rigate di lacrime, Mais-Azzurro fuggì da casa, subito seguita
dal mesto corteo delle sorelle.
Quando Watakàme seppe della disgrazia, andò fuori di sé per il dolore
e senza indugi si mise a correre in direzione della Collina Azzurra.
Però i genitori della fanciulla lo accolsero questa volta con
freddezza. Prostrato ai loro piedi, il giovane supplicò e pianse,
invocando a lungo e invano il loro perdono.
L'anziano padre lo guardò con aria grave:
- D'ora innanzi dovrai tu stesso dissodare la terra e meritare il mais
con la sola forza delle tue braccia.
Così ebbe fine, nel quinto anno della loro
casta unione, l'avventura d'amore fra Watakàme e la
Ragazza-Mais-Azzurro.
Senza l'incantevole presenza di Yoawìme la casa del giovane divenne
triste. Dovette trascorrere molto tempo perchè si attenuasse l'acuta
pena che gli lacerava l'anima.
Agli inizi la sua nuova condizione di contadino gli parve alquanto dura.
Benchè seguisse, punto per punto, gli insegnamenti di Yoawìme, i gesti
e le parole avevano perduto i loro magici poteri. Per disboscare la
montagna era costretto ad abbattere gli alberi ad uno ad uno con la
scure di pietra, e le fiamme non riducevano più velocemente in cenere i
tronchi e le boscaglie.
Durante la seminagione perforava il suolo con il suo bastone a punta e,
per ogni granello seminato, invocava la benedizione della Madre-Terra.
Nel periodo dei raccolti doveva trasportare le pannocchie sulle spalle
con il mecapal, una banda frontale in pelle a cui era sospeso un rustico
cestone di bambù.
Ma anche se le casette-oratorio non conobbero mai più la prodigiosa
abbondanza di un tempo, la sacra unione con la Ragazza-Mais-Azzurro
aveva cambiato per sempre la sua esistenza: da cacciatore Watakàme si
era trasformato in agricoltore, da nomade era diventato sedentario. |